La setta (parte 29)
di
Kugher
genere
sadomaso
Mattia era teso, anche se non voleva darlo a vedere. Su Simona avevano investito tanto tempo ed energie. Cominciava a dare i suoi frutti. Era sempre più schiava. Lavorava molto anche se al momento era destinata a lavori in comunità quali lavare a terra, stirare, pulire le abitazioni di coloro che andavano a lavorare per produrre. Era anche stata usata qualche volta per andare a prendere la legna e, quindi, come schiava da soma.
Si era sempre comportata bene ed era avviata alla più completa sottomissione per essere venduta.
Nel frattempo, vista la sua ricchezza, avrebbe fatto leva su di lei affinché gli consegnasse i suoi denari e la casa al mare che suo padre le aveva intestato come prima casa per i benefici fiscali.
Erano seduti in attesa.
Mattia in poltrona, la sua preferita, quella in pelle che lui amava definire “pelle di schiava”, in quanto l’aveva acquistata col ricavato della prima vendita.
Era consumata, ci si era seduto tanto e molti bei momenti aveva trascorso proprio con quel mobile, tanti pompini da altre schiave.
Gli piaceva così vissuta. Non aveva intenzione né di cambiarla né di farla restaurare. Ogni millimetro di quella poltrona raccontava una parte della sua vita.
Simona era seduta poco distante, su una sedia normale, in legno, priva di imbottitura.
I due ospiti, invece, sarebbero stati fatti accomodare sul divano della stessa pelle della poltrona, solo meno vissuta.
Avrebbe dovuto apparire chiara la posizione della ragazza, inferiore a tutti.
Voleva mettere in chiaro che lei adesso apparteneva alla comunità. Era anche un test. Se la ragazza lo avesse superato sarebbe stato un ottimo risultato.
Quando entrarono Mattia restò basito, ma subito si riprese senza aver dato nulla a vedere. Simona invece ebbe un moto di stupore e di rabbia: invece della madre era arrivata Greta, sua zia. Mattia la conosceva perché l’aveva vista una volta sola, sempre in una delle visite dei familiari alla comunità.
L’uomo invece era sconosciuto per lui ma evidentemente noto a Simona.
La ragazza stava per parlare ma si fermò subito, sapendo che la parola sarebbe spettata al suo Padrone. Mattia, avendo intuito che stava per prendere la parola.
L’uomo, Gherardo, trasmetteva qualcosa di strano a Mattia. Era abbastanza abituato a inquadrare bene le persone, conscio anche del fatto che, solitamente, i familiari avevano addosso rabbia oppure rassegnazione, insomma emozioni negative che lui avrebbe potuto controllare. Quell’uomo no, aveva qualcosa che non sapeva classificare. Lo sguardo era fermo e lo fissava. Si guardava in giro, ma ebbe la sensazione che lo sguardo gli servisse per studiare l’ambiente. Non faceva trapelare emozioni e lo guardava in modo sicuro, non con il solito atteggiamento di chi sa che da lui dipende la vita di un parente.
Solo dopo un po’ di tempo Mattia realizzò che quello era lo sguardo di uomo sicuro di sé, per nulla in difficoltà, un uomo la cui sicurezza ha una fonte ben precisa ma a lui sconosciuta. Non sembrava un militare, eppure si atteggiava come colui abituato ad avere la situazione sotto controllo.
Si rivolse a Simona, con minor sicurezza di quanto si sarebbe aspettato da sé stesso. Tutta colpa di quell’uomo, alto, vestito in maniera elegante ma non formale né sportivo, come se fosse abituato a passare inosservato, a guardare senza essere guardato.
“Hai visto Simona? A tua madre non interessa nulla di sé. Non ha nemmeno avuto il coraggio di venire e ha mandato la zia”.
La donna cercò di intervenire e balbettò qualcosa con quel fare insicuro e teso che, invece, Mattia ben conosceva nei parenti.
Gettò uno sguardo all’uomo che non intervenne e restò fermo con quella espressione maledetta che non cambiava di una virgola.
Simona reagì male alla presenza della zia, come se si fosse aspettata qualcosa, un salvagente gettato dai genitori, un recupero dell’interesse per lei. Aveva lo sguardo di una persona che si accorge che la scialuppa che pensava stesse arrivando a recuperare i suoi affetti, in realtà era vuota e senza viveri a bordo.
Mattia restò soddisfatto da questa sua reazione.
“Non ti preoccupare Simona, tu ora hai una nuova famiglia. Pensiamo noi a te. Sarà nostra cura avere a cuore ogni tua emozione e sensazione”.
A quella frase, che aveva sperimentato mille e mille volte, rispondeva sempre la solita reazione da parte dei parenti… tranne che in Gherardo.
Lo inquietava troppo quell’uomo e si rese conto che la sicurezza di sé che solitamente era in grado di avere e che tanto inquietava i parenti in visita, aveva una incrinatura.
La ragazza era rimasta ancora muta.
“Simona, vieni qui”.
Col dito indice faceva segno a terra.
La sceneggiata a beneficio dei parenti era iniziata.
Si era sempre comportata bene ed era avviata alla più completa sottomissione per essere venduta.
Nel frattempo, vista la sua ricchezza, avrebbe fatto leva su di lei affinché gli consegnasse i suoi denari e la casa al mare che suo padre le aveva intestato come prima casa per i benefici fiscali.
Erano seduti in attesa.
Mattia in poltrona, la sua preferita, quella in pelle che lui amava definire “pelle di schiava”, in quanto l’aveva acquistata col ricavato della prima vendita.
Era consumata, ci si era seduto tanto e molti bei momenti aveva trascorso proprio con quel mobile, tanti pompini da altre schiave.
Gli piaceva così vissuta. Non aveva intenzione né di cambiarla né di farla restaurare. Ogni millimetro di quella poltrona raccontava una parte della sua vita.
Simona era seduta poco distante, su una sedia normale, in legno, priva di imbottitura.
I due ospiti, invece, sarebbero stati fatti accomodare sul divano della stessa pelle della poltrona, solo meno vissuta.
Avrebbe dovuto apparire chiara la posizione della ragazza, inferiore a tutti.
Voleva mettere in chiaro che lei adesso apparteneva alla comunità. Era anche un test. Se la ragazza lo avesse superato sarebbe stato un ottimo risultato.
Quando entrarono Mattia restò basito, ma subito si riprese senza aver dato nulla a vedere. Simona invece ebbe un moto di stupore e di rabbia: invece della madre era arrivata Greta, sua zia. Mattia la conosceva perché l’aveva vista una volta sola, sempre in una delle visite dei familiari alla comunità.
L’uomo invece era sconosciuto per lui ma evidentemente noto a Simona.
La ragazza stava per parlare ma si fermò subito, sapendo che la parola sarebbe spettata al suo Padrone. Mattia, avendo intuito che stava per prendere la parola.
L’uomo, Gherardo, trasmetteva qualcosa di strano a Mattia. Era abbastanza abituato a inquadrare bene le persone, conscio anche del fatto che, solitamente, i familiari avevano addosso rabbia oppure rassegnazione, insomma emozioni negative che lui avrebbe potuto controllare. Quell’uomo no, aveva qualcosa che non sapeva classificare. Lo sguardo era fermo e lo fissava. Si guardava in giro, ma ebbe la sensazione che lo sguardo gli servisse per studiare l’ambiente. Non faceva trapelare emozioni e lo guardava in modo sicuro, non con il solito atteggiamento di chi sa che da lui dipende la vita di un parente.
Solo dopo un po’ di tempo Mattia realizzò che quello era lo sguardo di uomo sicuro di sé, per nulla in difficoltà, un uomo la cui sicurezza ha una fonte ben precisa ma a lui sconosciuta. Non sembrava un militare, eppure si atteggiava come colui abituato ad avere la situazione sotto controllo.
Si rivolse a Simona, con minor sicurezza di quanto si sarebbe aspettato da sé stesso. Tutta colpa di quell’uomo, alto, vestito in maniera elegante ma non formale né sportivo, come se fosse abituato a passare inosservato, a guardare senza essere guardato.
“Hai visto Simona? A tua madre non interessa nulla di sé. Non ha nemmeno avuto il coraggio di venire e ha mandato la zia”.
La donna cercò di intervenire e balbettò qualcosa con quel fare insicuro e teso che, invece, Mattia ben conosceva nei parenti.
Gettò uno sguardo all’uomo che non intervenne e restò fermo con quella espressione maledetta che non cambiava di una virgola.
Simona reagì male alla presenza della zia, come se si fosse aspettata qualcosa, un salvagente gettato dai genitori, un recupero dell’interesse per lei. Aveva lo sguardo di una persona che si accorge che la scialuppa che pensava stesse arrivando a recuperare i suoi affetti, in realtà era vuota e senza viveri a bordo.
Mattia restò soddisfatto da questa sua reazione.
“Non ti preoccupare Simona, tu ora hai una nuova famiglia. Pensiamo noi a te. Sarà nostra cura avere a cuore ogni tua emozione e sensazione”.
A quella frase, che aveva sperimentato mille e mille volte, rispondeva sempre la solita reazione da parte dei parenti… tranne che in Gherardo.
Lo inquietava troppo quell’uomo e si rese conto che la sicurezza di sé che solitamente era in grado di avere e che tanto inquietava i parenti in visita, aveva una incrinatura.
La ragazza era rimasta ancora muta.
“Simona, vieni qui”.
Col dito indice faceva segno a terra.
La sceneggiata a beneficio dei parenti era iniziata.
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