L'equivoco - capitolo 5 - Anna

di
genere
sentimentali

Alessandro tornato in Italia dovrà fare i conti con la dura realtà dei fatti. Ma non tutti i mali vengono per nuocere. (N.b. Il seguente racconto contiene pochissime scene di sesso. Ma è pieno d'Amore. Il sesso tornerà prepotente nel capitolo 6)






Capitolo 5
Anna

Non è facile per me tornare a parlare di Anna con voi. Anche se farlo sarà liberatorio, catartico, o almeno questo è quanto dice la Dottoressa Bernardi, la mia psicologa. Io, detto sinceramente, non ci farei troppo affidamento su ‘sta cosa, ma quella laureata in psicologia è lei perciò…

Il ritorno in Italia, a essere sincero, non fu dei migliori. Pensavo che con Chiara, una volta a casa, non sarebbe cambiato nulla. Ma mi sbagliavo: mi sbagliavo di grosso. E il fatto di averlo sempre saputo, in fondo, non rese certo le cose più facili. Mi liquidò nel giro di quarantotto ore. Nessun dramma, nessuna grande scenata: solo qualche frase di circostanza pronunciata sul marciapiede sotto casa sua, mentre tiravo fuori le valige dal bagagliaio della sua auto. Mi disse che Valencia era stata «una bellissima parentesi», ma che la vita reale era un’altra cosa e lei doveva fare finalmente chiarezza con Marco. Una bellissima parentesi. Ecco cos’ero stato per l’ennesima volta per lei: un analgesico per l’orgoglio, una comparsa nella recita della sua vendetta. E pensare che per lei avevo mandato a puttane tutto quanto con Anna… Ma la mazzata, quella vera, non fu quella: arrivò due giorni dopo, a pochi passi da casa sua. Speravo di ritrovare un po' di pace accanto ad Arianna. Avevo bisogno della sua dolcezza, del suo modo solare di riempirmi le giornate per disintossicarmi dal veleno di Chiara. Che diamine: avevo bisogno della mia migliore amica. Quando la vidi vicina al portone i miei occhi si riempirono di gioia, poi il mio sguardo scivolò sull’uomo alle sue spalle, alle mani sui suoi fianchi: Marco. E tutto mi fu chiaro nel giro di un millisecondo. Marco l'aveva presa. Arianna non era che l'ennesima preda del suo raggio d'azione, l'ennesima dimostrazione di forza per farmi capire che, in un modo o nell'altro, io potevo raccogliere solo le briciole. Pensare a quante volte mi aveva confidato che lui non era proprio il suo tipo… a quanto lui le desse ai nervi con quei modi da don Giovanni de noialtri… Puttanate! Fu in quel preciso istante che qualcosa dentro di me fece click. La rabbia spazzò via ogni residuo di ingenuità. Volevano giocare al massacro? Che lo facessero pure. Io mi sfilai dal gioco. Chiusi la porta in faccia ai fantasmi di Chiara, cancellai il numero di Arianna e mi sprofondai nella sola cosa che potevo ancora controllare: lo studio. O almeno così pensavo. Ma mi sbagliai anche su questo.

Il primo tentativo di parlare con Anna fu del tutto spontaneo, dettato più dall'ingenuità che dal buon senso. La incrociai nel corridoio al secondo piano, poco prima dell'inizio della sua lezione di Chimica Inorganica. Aveva in braccio un faldone di lucidi per il proiettore e camminava a passo svelto.

— Professoressa, mi scusi, Anna… — mormorai avvicinandomi, sperando in un cenno, in una crepa nel suo rigoroso riserbo. Non si fermò nemmeno. Tirò dritto come se fossi stato trasparente, un alito di vento al sentore di Chanel n°5 nel corridoio. Soltanto un leggero irrigidimento delle spalle tradì il fatto che avesse sentito la mia voce. Mi lasciò lì, fermo in mezzo al flusso di studenti, con la sensazione di essere diventato un fantasma.
Ma la punizione vera cominciò quando decisi di percorrere la via formale. Iscrissi il mio nome ai suoi ricevimenti per tre settimane di fila. Ogni volta la scena era la stessa: arrivavo davanti alla porta del suo studio con un quarto d'ora d'anticipo, per poi sentirmi dire dall'assistente di turno che la dottoressa Sarli era stata trattenuta in rettorato, o che era fuori sede per un impegno inderogabile. La porta rimase sempre sbarrata.
Poi venne la sessione d'esami, e lì il trappolone diventò una gabbia.

Anna delegava tutto ai suoi assistenti, con direttive precise e spietate. Era lì, presente: una sfinge di gesso dallo sguardo fiero e arcigno. Una serafica cariatide, bella come una dea greca, ma spietata e inesorabile come la Moira.
All'orale i suoi collaboratori mi passavano al setaccio ogni singola riga del programma, cercando cavilli su cui montare la mia bocciatura. Venivo rimandato indietro per una virgola fuori posto o per una minima esitazione. Erano gli esecutori materiali di una condanna di cui lei reggeva le fila in silenzio.

Finii per ripetere il suo esame una, due, tre, quattro, sette volte; bloccato in un limbo burocratico e nozionistico che minacciava di mandare in fumo la mia carriera universitaria. E lei era sempre lì, bella e irraggiungibile, a godersi il deprimente spettacolo della mia capitolazione. Fui costretto a correre ai ripari. Non volevo affondare. Fu allora che il progetto Erasmus, come un’ancora di salvezza, si rivelò la mia unica via di fuga. Optai per Berlino. Per fortuna la media dei miei voti m’offriva ampio margine di manovra. Berlino fu una benedizione. Lì sostenni finalmente quel maledetto esame senza fantasmi a farmi la guerra, e la mia carriera accademica riprese finalmente a correre. Conobbi Magda, Lucas, Franz e la sua passione sfrenata per Assassin's Creed. Conobbi Ingrid… con lei c'è stata pure una mezza storia, finita il giorno stesso in cui ho comprato il biglietto per tornare in Italia. Era una cosa passeggera, lo sapevamo entrambi, ma mi servì per mettere la parola fine a tutta questa stramaledettissima storia. O almeno, questo era quello che mi illudevo di aver fatto. Mi laureai a pieni voti, un anno dopo esser tornato da Berlino, e cominciai a lavorare come farmacista proprio nella struttura dove avevo svolto il tirocinio. Dietro quel bancone, diventai uno di famiglia. La mia vita aveva preso una piega tranquilla, ordinata. Mi ero convinto di essermi messo tutto alle spalle: la meschinità di Marco, il tradimento di Arianna, l'ossessione per Chiara e persino l'ombra severa di Anna Sarli. Poi, un giorno qualunque di metà settembre, il passato bussò alla mia porta con la voce di Francesca. Erano passati cinque anni da quella notte a Valencia. Si ricordava ancora di me.

— Ale, ci sei? Sono Francesca. Non so se ti ricordi di me...

Come avrei potuto dimenticarla? Era il volto legato alla fine della mia innocenza, la testimone muta di quel disastro nel corridoio dell'albergo a Valencia.

— Ciao Francy, quanto tempo! Come stai? Lavori ancora all'università come ricercatrice?

Dall'altro capo del filo ci fu una pausa anomala. Niente chiacchiere di circostanza, nessun convenevole. Soltanto un respiro pesante.

— Io sto bene, Ale... Ma ti chiamo per un'altra cosa. Riguarda… riguarda la professoressa Sarli.

A quel nome, sentii una scossa improvvisa lungo la schiena, un riflesso incondizionato che non riuscivo a domare nemmeno dopo tutto quel tempo, nonostante tutto l'astio che mi aveva riservato. Anna era, e non poteva che essere. Sempre.

— Anna? Cos'è successo? È uscito un altro bando?
— No — mormorò Francesca con voce tirata. — Anna Sarli ha preso un anno sabbatico dall'università. Non insegna più, ha lasciato tutti i progetti di ricerca. Sta male, Alessandro. Sta molto male…

Il silenzio che seguì fu devastante. La certezza incrollabile che avevo costruito per anni su Anna — la donna di ferro, l'inaccessibile cariatide spietata — svanì in un istante, lasciando il posto a un vuoto allo stomaco.

- Ho pensato che avresti voluto saperlo – aggiunse poi sibillina – sai… dopo Valencia…
-
Fu la prima e unica volta che Francesca fece accenno a quella sera in Spagna. Le devo molto.
Non chiesi altro. Tolsi il camice e uscii per strada. Il tragitto in macchina fu una sfocatura di semafori rossi e tergicristalli in movimento. Il rancore per gli esami negati, la rabbia per il vuoto degli anni passati, l'orgoglio ferito: tutto si dissolse prima ancora che arrivassi al suo isolato. Restava soltanto l'urgenza viscerale di vederla. Il portone era aperto. Quel vecchio androne anteguerra — lo stesso in cui ero entrato anni prima, il giorno che mi diede un passaggio in macchina dopo che Chiara mi aveva piantato in asso — sembrava assorbito da un assurdo sentore di morte. Salii i gradini due a due e mi ritrovai davanti alla porta del suo appartamento. Il cuore mi batteva con una violenza assurda contro le costole. Sembrava essere passato un secolo da quel pomeriggio, una vita intera, eppure erano trascorsi soltanto pochi anni…
Suonai il campanello. I secondi scorsero come le gocce di pioggia sulle finestre alle mie spalle: un'inesorabile eternità. Poi, dall'interno, si udì il rumore di passi lenti, incerti, seguiti dal click della serratura che girava.
La porta si aprì piano. Era spettinata, sfatta, una maschera di lacrime e mascara. Ma era lei: Anna. La mia Anna. Ci guardammo per un tempo che parve infinito. In quegli occhi scuri non c'era più la distanza formale della docente, né la freddezza della cariatide che mi bocciava agli esami. C'era soltanto una solitudine devastante, la fatica di chi sta crollando sotto il peso di un macigno troppo grande e non ce la fa più a fingere di essere forte.

— Alessandro... — mormorò. La voce le si spezzò in gola, soffocata da un singhiozzo. — Che… che ci fai qui?

Non risposi. Non servivano parole. Feci un passo avanti, scavalcai la soglia e la strinsi finalmente a me. Anna si irrigidì, ma solo per una frazione di secondo, come se la sua mente stesse ancora provando a erigere i soliti muri difensivi, poi crollò. Mi afferrò la schiena con le dita tremanti, nascondendo il viso nell'incavo del mio collo, e cominciò a piangere. Un pianto dirotto, silenzioso e disperato, che le scuoteva l'intero corpo fragile.
Soltanto allora, sopra la sua spalla, lo sguardo mi cadde verso il basso. Una manina. Afferrava forte l'orlo della sua vestaglia, mentre con l'altro braccino stringeva al petto il peluche di un unicorno rosa. Due grandi occhi scuri — gli stessi di Anna — pieni di uno smarrimento che mi strinse il cuore. In quel preciso istante, mentre sentivo il calore delle lacrime di Anna bagnarmi la camicia, capii che la mia fuga era finita per sempre.
Mi sciolsi lentamente dall'abbraccio, restando comunque a pochi centimetri da Anna, e mi accovacciai sui talloni per portarmi all'altezza della piccola.

— Ciao... — le dissi col tono più dolce che riuscii a rimediare.

La bambina si nascose ancor di più dietro le gambe della madre, ma non staccò gli occhi dai miei.

— Ciao... — mi rispose poi abbozzando un tiepido sorriso.

— E tu come ti chiami? — le chiesi mentre nascondeva per un attimo il volto dietro le gambe di Anna.

— Nora, si chiama Nora, - mi rispose Anna con voce roca e stanca. Si vedeva lontano un miglio quanto tutto questo l'avesse messa allo stremo. — Entra, ti prego — mormorò poi, scostandosi di qualche passo e tenendo Nora stretta a sé.
Chiusi la porta alle mie spalle. L'appartamento, che ricordavo impeccabile, mostrava i segni evidenti di una resa: copertine lasciate a metà sul divano, giocattoli e vestitini sparsi dappertutto e, ovunque, un silenzio denso e stanco, da tagliarsi col coltello.

Mi voltai verso di lei. Anna aveva un'aria stremata, la pelle grigia e le occhiaie scavate. Si vedeva che non dormiva e non si prendeva un momento per sé da giorni. Mi accovacciai di nuovo davanti a Nora, che mi osservava stringendo forte il suo unicorno rosa.

— Che ne dici se andiamo di là e ti leggo una storia? — le chiesi sorridendo. — Scommetto che il tuo unicorno conosce già tutte le fiabe a memoria, ma magari a te ne manca qualcuna.

La bimba si slanciò subito in un sorriso pieno di gioia, guardando la madre con speranza perché le desse il permesso.

— Anna — le dissi piano, alzandomi e posandole una mano sulla spalla. — Da quanto tempo non ti fai una doccia calda? Una di quelle vere, senza dover correre?

Mi guardò smarrita, come se le avessi chiesto qualcosa in una lingua straniera.

— A lei ci penso io — aggiunsi.

Mi si spezzò il fiato in gola quando vidi le sue labbra tremare di nuovo, ma stavolta per il sollievo. Senza dire una parola, annuì e sfilò verso il bagno a testa bassa. Presi Nora per mano. La sua manina calda e piccolissima nella mia era una sensazione del tutto nuova, quasi spaventosa per la responsabilità che portava con sé. La riaccompagnai nella sua cameretta, tra pareti color pastello e disegni appesi ai muri. Nora si infilò sotto le coperte mentre io recuperavo un libro di fiabe dal comodino. Mi sedetti sul bordo del letto e iniziai a leggere con voce bassa, ritmata, cercando di metterci la stessa calma che avrei voluto infondere a quella casa.

Quando, dopo una ventina di minuti, la presa di Nora sull'unicorno si sciolse e il suo respiro diventò lento e regolare, restai a guardarla per un po'. In quel momento udii il rumore dell'acqua — l’eco scrosciante che aveva fatto da sottofondo alla mia fiaba — smettere di scorrere al di là della parete. Il vapore della doccia di Anna e il sonno sereno di sua figlia: la casa, finalmente, aveva ricominciato a respirare. La lasciai lì nel tepore tranquillo del suo letto. Pochi istanti dopo, la porta del bagno si aprì con una nuvola di vapore caldo. Anna uscì avvolta in un accappatoio bianco, coi capelli ancora umidi e avvolti da un turbante di morbida spugna bianca e il viso finalmente ripulito dai residui di mascara. Sembrava più piccola, spogliata di ogni armatura, ma nei suoi occhi c'era un pizzico di nitidezza in più. Mi guardò interrogativa, indicando con un cenno del capo verso la stanza di Nora.

— Crollata — mormorai con un piccolo sorriso. — Sta dormendo come un angioletto.

Anna si lasciò andare a un lungo respiro, posandosi una mano sul petto, e si abbandonò sul divano con le mani che tremavano ancora leggermente, senza trovare subito il coraggio di parlare.

— Dov'è tuo marito, Anna?

La domanda mi uscì spontanea, quasi cruda. Anna chiuse gli occhi per un secondo, e una nuova smorfia di dolore le segnò il viso.

— Se n'è andato — disse piano, con gli occhi arrossati e velati da nuove lacrime, come se pronunciarlo ad alta voce rendesse il disastro ancora più definitivo. — Ha preso le sue cose due settimane fa. Appena i medici hanno confermato la diagnosi... ha detto che non era pronto per questo tipo di "responsabilità". Che non poteva vedermi consumare; che la bambina…

Le sue parole rimasero lì ad aleggiare nel vuoto come un anatema senza perdono. Quel vigliacco era scappato. Il sangue mi fluì alle tempie con una rabbia cieca.

— Tumore ovarico borderline — mormorò con un amaro sarcasmo con uno sguardo perso nel vuoto e un tono freddo, tecnico, quasi stesse tenendo una lezione su se stessa.
— Un’ironia della sorte perfetto, non trovi? Una vita passata a studiare la composizione della materia, a capire come reagiscono le molecole, e poi non accorgersi che il proprio corpo sta sintetizzando veleno.

Fece una pausa, tirando un sospiro metallico che le fece tremare le spalle.

— I medici dicono che è una forma a basso grado di malignità, ma la massa è estesa. E sai qual è la cosa più ridicola, Alessandro? È stata la terapia ormonale. Quella maledetta iper-stimolazione che ho fatto quattro anni fa per riuscire a rimanere incinta di Nora. È stata quella bomba di estrogeni a innescare tutto. Per avere l'amore della mia vita... mi sono condannata da sola.

La voce le si incrinò solo per un istante, prima di tornare a quel rigore glaciale con cui cercava disperatamente di proteggersi dal terrore.

— Ho pagato la mia felicità a prezzo di saldo. E adesso il conto è arrivato.

Mi avvicinai al divano e mi accovacciai di fronte a lei, posando le mani sulle sue ginocchia per costringerla a guardarmi negli occhi.

— Anna, ascoltami. Smettila di fare la professoressa di te stessa — le dissi con tono fermo, ma misurato. — Parli come se ti fossi somministrata una condanna da sola, ma sai benissimo che non funziona così.
Fece per scuotere la testa, ma la interruppi prima che potesse erigere un altro muro.

— I tumori borderline dell'ovario hanno un'eziologia complessa e multifattoriale. Lo sai tu e lo so io. Gli studi sulle terapie di stimolazione ormonale per la fertilità e il rischio di lesioni borderline non dimostrano un nesso di causalità diretta: ci sono al massimo correlazioni statistiche ancora ampiamente dibattute, non un rapporto di causa-effetto. Non ti sei "condannata" da sola per aver voluto Nora. Non hai nessuna colpa.

Anna serrò le labbra, mentre una lacrima solitaria sfuggiva al suo controllo, rigandole la guancia.

— E poi — continuai, addolcendo la voce — un tumore borderline non è una condanna a morte. Ha un comportamento biologico molto meno aggressivo dei carcinomi sierosi di alto grado. La sopravvivenza a lungo termine è altissima, la risposta ai trattamenti e alla chirurgia conservativa o citoriduttiva è ottima. È un percorso duro, la chemio ti stancherà, ma è una battaglia che si vince.

Mi spinsi un po' più avanti, avvolgendo le sue mani fredde tra le mie.

— Sei una scienziata, Anna. Non usare la tua intelligenza come una frusta per punirti. E soprattutto, smettila di pensare che questo sia il conto da pagare per la gioia di aver avuto tua figlia. Nora è il tuo presente, e tu sarai qui a vederla crescere.

I suoi occhi smarriti si persero finalmente nei miei.

- Da quand'è che non mangi?

Anna rimase interdetta. Abbassò lo sguardo sulle sue mani incrociate e fece un piccolo gesto vago con le spalle.

— Non lo so... — mormorò con un filo di voce. — Qualcosa ieri, credo. Ma non ho fame, Alessandro. L'odore di cibo mi dà la nausea e l'idea di mettere su un brodino mi fa venire la depressione...

— Niente brodini — la interruppi subito, alzandomi dal divano. — Il brodo è roba da ospedale, e questa è casa tua. Tu resta qui.

Andai in cucina e spalancai il frigorifero. Era desolante, ma tra un paio di confezioni scadute e la tristezza generale scovai una vaschetta di pomodorini freschi ancora intatti, uno spicchio di parmigiano ben conservato e un panetto di burro. Nella dispensa c'era un pacco di spaghetti e un vaso di basilico sul davanzale. L'essenziale per un miracolo. Misi l'acqua a bollire e spaccai i pomodorini in padella con un filo d'olio e uno spicchio d'aglio trovato in fondo a un cassetto. Lasciai che il profumo del sughetto fresco invadesse lentamente la stanza, denso, dolce, familiare. Quando la pasta fu pronta, la saltai direttamente in padella con il basilico spezzettato a mano e una spolverata generosa di parmigiano, creando una cremina invitante. Udii i suoi passi leggeri. Anna si era appoggiata allo stipite della cucina, avvolta nel suo accappatoio, e respirava a fondo quell'aroma. Il suo viso sembrava quasi aver ripreso un briciolo di colore.

— profuma di buono... — disse, quasi sorpresa da se stessa.

— Si chiama cibo vero — risposi, impiattando una porzione generosa ma non spaventosa. Gli spennellai sopra un altro po' di formaggio e le porsi la forchetta. Anna accennò un sorriso vero, il primo da quando l'avevo rivista. Prese la forchetta con mano ancora incerta, arrotolò un boccone e lo portò alla bocca. Masticò piano, chiudendo gli occhi.

— È buono — mormorò, e in quella semplice parola ci fu la prima vera crepa nel muro della sua solitudine. La guardai spazzolarsi tutto un boccone dopo l'altro, felice che gli anni di solitaria sopravvivenza universitaria avessero finalmente dato frutto.

— Quello stronzo se n'è andato da Renata, — sputò fuori con voce rassegnata — La sciacquetta con cui mi tradisce da quando è nata Nora.

— Solo un coglione lascerebbe andare una donna come te per una sciacquetta qualsiasi. — aggiunsi io alludendo non solo al patetico pusillanime con cui Anna era sposata. Anna mi fissò. Negli occhi non aveva più la corazza della professoressa, né la disperazione di una paziente oncologica. C'era la sorpresa pura di una donna che, per la prima volta dopo anni, si sentiva vista e desiderata per quello che era. Un lungo silenzio avvolse la cucina, interrotto soltanto dal ticchettio dell'orologio da parete e dal respiro leggero della casa che aveva ripreso a funzionare.

— Sei cambiato, Alessandro — mormorò piano, quasi a bocca socchiusa.

— Sono solo diventato grande, Anna. E la vita mi ha insegnato cosa vale davvero e cosa no.

Fece per rispondere, ma uno sbadiglio improvviso le spezzò la voce. Il calore del cibo, la doccia e lo sfogo emotivo le stavano presentando il conto: la stanchezza le crollava addosso a macigni.

— Ora basta parlare — le dissi sfiorandole delicatamente le mani, ancora appoggiate sul tavolo. — Vai a dormire.

Mi guardò con una muta supplica negli occhi, una fragilità trasparente che la faceva sembrare indifesa.

— Tu... tu te ne vai? — chiese con un filo di voce, come se avesse il terrore di svegliarsi il mattino dopo e ritrovare il vuoto.
— Resto qui — risposi senza un secondo di esitazione. — Mi sistemo sul divano. Non vado da nessuna parte.

Un lampo di pura gratitudine le attraversò lo sguardo. Anna annuì e mi fissò in silenzio per qualche istante. Poi, invece di avviarsi verso il corridoio, fece un passo verso il salotto, armeggiando col giradischi, finché l'inconfondibile voce di Dusty Springfield non prese ad echeggiare sommessa tra le pareti intorno a me. E fu come tornare a quel giorno di tanti anni fa, con la prof ancora dietro quell'elegante e sottile paravento in art Nouveau e le inebrianti note di The Look of Love che mandavano ai pazzi i miei sensi. Anna fece un passo verso di me. Il suo sguardo trasudava passione ad ogni piè sospinto. Con grazia disfò il nodo dell'accappatoio, sfilando la cinghia dai passanti e… Ed Era sempre lei, sempre la mia bellissima Anna, anche se un po' provata da tutto quel che le era accaduto. Lasciò scivolare a terra la morbida spugna bianca. Anche così provata il suo corpo trasudava una sensualità innata che rapì subito ogni cosa. La malattia, la solitudine, la sofferenza; tutto venne annientato e scivolò nell'ombra difronte alla fulgida immagine che si parò davanti ai miei occhi. E nei suoi di occhi c'era una fame bruciante di vita. Mi avvicinai a lei a passi lenti, il cuore che battere a martello nel petto. Ma quando le mie mani sfiorarono la pelle calda dei suoi fianchi, avvertii un’improvvisa spinta di esitazione. L'istinto del farmacista, la consapevolezza della chemio e della massa ovarica mi bloccarono le dita: avevo un terrore folle di farle male, di toccarla con troppa irruenza, di trattare quel corpo come se non fosse incredibilmente fragile. Anna percepì subito il mio freno. Posò le sue dita calde sulle mie polsi e mi costrinse a sostenere il suo sguardo profondo.

— Ehi... — mormorò, con la voce incrinata da una supplica carica di orgoglio e sensualità. — Non guardarmi come un referto medico. Non toccarmi come se fossi fatta di vetro.

Mi prese il viso tra le mani, adagiando la sua fronte contro la mia mentre la musica di Dusty Springfield continuava a scorrere come un fiume caldo attorno a noi.

— Stasera ho bisogno di sentirmi viva. Ho bisogno di ricordarmi chi sono. Trattami come una donna... la tua donna.

Quelle parole sciolsero ogni residua prudenza in un'ondata di tenerezza e desiderio incontrollabile. La baciai. Fu un bacio lento, profondo, che portava con sé gli anni trascorsi, i rancori disciolti e la certezza del presente.
La adagiai sul letto con un'infinita, attenta delicatezza, facendo attenzione a ogni suo minimo respiro. Spogliarsi non fu un atto di fretta, ma una riscoperta reciproca. Ogni carezza sulla pelle morbida del suo collo, ogni bacio sui suoi fianchi era un modo per dirle che per me era bellissima, incantevole, esattamente com'era.
Fare l'amore con lei quella notte non fu solo passione: fu una guarigione. Il contrasto tra la forza delle mie braccia e la resa fiduciosa del suo corpo cancellò il freddo dell'abbandono. Quando la sentii stringersi a me, soffocando un sospiro di piacere nel mio petto per non svegliare la bambina, capii che non la stavo solo amando: le stavo restituendo se stessa. Anna assecondava i miei movimenti con una naturalezza disarmante. Non c'era fretta in quell'atto, ma solo tanto, immenso Amore. Raccolsi i suoi seni tra le mani, avvicinando le labbra ai suoi capezzoli turgidi. Anna mormorò il mio nome a denti stretti, trattenendo a stento un rantolo di compiacimento. Venimmo insieme, fu come sfiorare davvero il cielo con un dito, e ci addormentammo così, abbracciati nel buio, col suo respiro caldo contro il mio collo e il ritmo del suo cuore che batteva, finalmente, senza più alcuna paura. Sono passati dieci anni da quella notte. Dieci anni meravigliosi, densi e bellissimi, in cui l'Amore non è stato soltanto una parola detta a mezza voce nel buio, una stupida frase fatta mentre si è a letto insieme, ma una conquista quotidiana. Dieci anni fatti di controlli oncologici affrontati stringendoci la mano nei corridoi degli ospedali, questo è vero, di ansie mandate giù a morsi e di referti negativi festeggiati stappando una bottiglia in cucina. Abbiamo vinto noi. Ha vinto Anna. In questo decennio l'ho vista riprendersi la sua vita centimetro dopo centimetro. Il ritorno della luce nei suoi occhi scuri, il colore sulle guance e la forza di tornare a insegnare, stavolta con una dolcezza nuova che le sue vecchie matricole non avrebbero mai potuto immaginare. E poi c'è stata Nora. L'ho vista crescere, passare dal pigiamino rosa e il peluche di Barnaby ai compiti di scuola, ai primi segreti, ai sorrisi sfrontati che sono l'esatta fotocopia di quelli di sua madre. Non ho mai fatto sforzi per farmi chiamare papà; è successo e basta, un giorno qualunque, tra un aiuto in matematica e una corsa al parco. Ogni tanto ripenso a quell'Alessandro che quindici anni fa voleva fuggire lontano, credendo che il passato fosse un peso morto da lasciarsi alle spalle. Non sapeva che la sua felicità lo stava aspettando solo un sospiro più in là. Ricordo Anna dietro la finestra del soggiorno — ancora bellissima, con qualche filo d'argento tra i capelli che le incornicia il viso e la stessa inimitabile grazia di sempre — e so che non c'era posto al mondo in cui avrei voluto essere se non lì. In quella casa. Nella nostra vita.
Anna si è spenta in un tiepido giorno di maggio, col sole che tramontava sulle calme colline dietro casa. Non posso spiegare quanto abbia sofferto. Ma ora è in pace. E sapete qual è la cosa peggiore? I sogni. Nei miei sogni Anna è un po' come il gatto di Schrödinger: sospesa in uno stato di sovrapposizione quantistica in cui è viva e morta allo stesso tempo. Lì, dietro le palpebre chiuse, posso ancora avvertire il suo profumo, sentire la sua voce calma che chiama Nora per un gelato o la sua mano che cerca la mia sotto le coperte. È soltanto l’aprire gli occhi, soltanto l'atto di svegliarmi — di osservare la stanza vuota — che fa collassare la realtà e la costringe a essere morta per sempre.

Ogni singola mattina.

Sei tu che non chiedi permesso
Sei entrata e sei uscita lo stesso
A volte appena sfiorandomi
Altre come se non ci fossi
Adesso non sopporto le scuse
Scusarsi è come avere pochissima memoria
I tuoi silenzi fanno male
Lasciano tracce e non ti perdono
Son lividi e fiori
Son lividi e fiori
Che portiamo nel cuore
Son lividi e spine
E il dolore si sente
E ho bisogno d'aria e di ventilazione
Fare due passi nella notte e scordare il tuo nome
Ne ho bisogno come respirare
E nascondermi in un niente
Solo fare e disfare
È un semplice abbandono
Ora non ti perdono

E noi siamo quello che siamo
Minuti di un tempo sprecato
Anime poco impermeabili
A bere questa pioggia che scende
Son lividi e fiori
Son lividi e fiori
Che portiamo nel cuore
Son lividi e spine
E il dolore si sente
E ho bisogno d'aria e di ventilazione
Fare due passi nella notte e scordare il tuo nome
Ne ho bisogno come respirare
E nascondermi in un niente
Solo fare e disfare
È un semplice abbandono
Che ci sfugge di mano
Ci sfugge di mano
E il dolore si sente…

Bungaro – Fare e Disfare




Mi scuso con quanti possano essere rimasti delusi dal tragico epilogo della storia di Anna, ma è quano di più vicino alla triste realtà di tutti i giorni. Ad ogni modo, nel prossimo capitolo giungeremo a un lieto fine. Sempre se avrete la voglia e la pazienza di continuare a leggere.

A presto.

Alex 88
scritto il
2026-08-31
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