Cosa non faccio per un like!
di
Spidey
genere
gay
Ho appena pubblicato su Instagram una foto intrigante in costume da bagno. Sono in piedi sulla terrazza di casa, sole del pomeriggio che mi colpisce di lato, una mano che mi tiene il bordo dello slip nero tirato giù quasi fino alla base del cazzo, l’altra alzata a toccarmi i capelli bagnati. Gambe leggermente divaricate, bacino spinto in avanti, addome contratto, il tessuto bagnato che segna tutto e lascia intuire il contorno delle palle. Sguardo basso, labbra socchiuse, come se stessi pensando a qualcosa di sporco. Didascalia: “Chi viene a fare il bagno con me?”. In mezz’ora duemila like, trecento commenti che chiedono di abbassarlo di più, di girarmi, di mostrare il culo.
Su Instagram posto sempre così: foto in mutande strette di fronte allo specchio del bagno, luce naturale, culo di profilo mentre mi allaccio le scarpe, selfie a letto con la mano che mi copre appena il cazzo semiduro, Stories in cui mi olio il petto e scendo lentamente fino all’ombelico, o magari abbracciato a un amico. Su TikTok è più movimento: balli lenti in slip, camera che scende dalla faccia al pacco, video in cui mi alleno a corpo libero, squat in palestra e flessioni con i ciclisti infilati profondi tra le chiappe rotonde, clip di dieci secondi in cui mi tolgo la maglietta e resto solo col costume bagnato. Niente nudo totale, ma abbastanza perché la gente sudi.
Su X invece uso tutto per farmi pubblicità per OnlyFans. Posto foto del cazzo duro contro lo specchio, goccia di sborra sulla punta, e soprattutto brevi clip di sesso gay: io in ginocchio che succhio un cazzo grosso fino in gola, che mi faccio scopare a quattro zampe con la faccia contro il materasso, un ragazzo che mi riempie di sborra e me la fa leccare, io che mi sego mentre mi mettono due dita in culo. Clip di venti-trenta secondi, sempre con il link in bio e la didascalia “Il resto senza tagli solo su OF, link in bio”. Like a migliaia, messaggi che chiedono di più, e ogni post mi porta nuovi iscritti.
Su OnlyFans sono soldi veri. Dodici euro al mese, trecentoventimila iscritti. Posto tutto: video lunghi in cui mi preparo con le dita, mi metto il plug e vado in giro per casa, live in cui mi faccio scopare dal coinquilino mentre rispondo ai commenti, custom dove mi pisciano in bocca o mi riempiono di sborra e me la faccio colare. Guadagno tra i quarantamila e i sessantamila al mese. Collaborazioni con pornostar, con un ex calciatore e con una trans, Black Anaconda. La gente mi chiede di tutto e io lo faccio non tanto perché guadagno da schifo. Mi piace essere visto e desiderato, sono un esibizionista patologico, non nego.
Una sera mi scrive Andrea, cinquantadue anni, riccone, Rolex e yacht di cinquanta metri. Mi propone una crociera di tre giorni. Mi paga il volo fino a Gibuti e da lì salpiamo nel Golfo di Aden, al largo dello Yemen. Accetto al volo dopo il bonifico.
Mi usa come se avesse comprato il mio culo all’asta. “Mirko, hai un buco da hotel di lusso.”
È sesso duro con lui, di quello serio. Manette, cinghie, bavaglio e altri giocattoli parecchio impegnative. Ama il sesso porco da dominatore, ha fantasia e attrezzatura da vendere. Lascio fare, ha pagato bene e godo a modo mio.
La seconda sera siamo in mare aperto. Non capisco un cazzo, sento mitragliate, ci stanno assalendo i pirati. Andrea e tutto l’equipaggio saltano sulla scialuppa sull’altro lato e fuggono a motori al massimo. Rimango solo io. Il capo mi guarda. “Il bastardo è scappato, ma ci ha lasciato il regalo.”
Sono nove pirati di colore, in mare da chissù quanto tempo, io un twink biondino che non si sono mai sognati. Ho poco da ribellarmi e, porca puttana, sono un esibizionista patologico. Mi dimostro subito collaborativo ciucciando il cazzo del loro capitano, un nero con una verga da negro. I ragazzi si calmano, capiscono che con me non serve la violenza e mi violentano addirittura ungendosi i cazzi. È qualcosa che ho già vissuto (più in piccolo) e mi scatta il business. Passo il mio cellulare a quello più vicino che comincia a riprendermi.
È una maratona. Nove cazzi per un totale di minimo due metri di cazzo nero, diciotto palle giovani e cariche, diciotto braccia, diciotto cosce, sono ottocento chili di toro da monta sulla schiena, sedici metri quadri di pelle da leccare, litro di sudore, decine e decine di schizzate potenti che mi sparano in culo almeno mezzo litro di sborra calda.
Uno mi racconta che sono in mare da tre settimane. All’alba mi sborrano ancora in culo, ma almeno adesso sono solo uno per volta. Per fortuna ho anche la telecamera, il cellulare è ormai scarico.
Appena si addormentano, appena mi lasciano un po’ libero, scarico nel PC i file, faccio un velocissimo riassunto con le scene migliori e lo pubblico su OF. Questi coglioni non conoscono il mondo, sono ancora nell’età della pietra, nemmeno s’immaginano come si fanno i soldi in questo secolo. O sono semplicemente indolenti, magnifici ragazzi che si vogliono godere la bella vita su uno yacht di lusso con su tutto, champagne e puttanello servizievole compresi.
La bella vita dura tre giorni e io ho materiale da pubblicare per dieci anni. Si lasciano guidare, accettano di spostarsi alla luce giusta, in cabine, ponte e plancia, e mi scopano cazzo a vista. Tre ce l’hanno xxxl da pornostar. Beh, non sempre il girato va come previsto, alla fine sono pirati stupratori, ma io comunque voglio realismo totale (e in realtà ho poco da scegliere).
Dopo tre giorni siamo inseguiti da una fregata militare. Un lungo inseguimento che dà loro il tempo di farmi tutti il culo e, questa volta, senza riprese. È un casino di sirene e spari. I pirati fuggono all’ultimo sui loro velocissimi gommoni.
Due marines salgono per primi, mi trovano così, riverso gambe aperte, sborra che cola. Mi ricopro dolorante con quel che resta dei miei pantaloncini dopo tre giorni tra i pirati: strappati, sfilacciati, ridotti a poco più di un pezzo di stoffa che mi ciondola sui fianchi, aperti su un lato, l’elastico allentato che lascia scoperto quasi tutto il pube e metà chiappa.
Prima di farmi trasferire a bordo della fregata chiedo cinque secondi. Mi metto in mezzo a loro. Uno a destra, uno a sinistra, entrambi alti, braccia grosse. Io al centro, con quei miei pantaloncini sbrindellati che a malapena mi coprono, una coscia quasi tutta fuori, il tessuto così rovinato che sono trasparenti. Sguardo un po’ stanco, labbra ancora gonfie, petto nudo. Una mano di uno dei due marines è dietro di me: non si vede, ma si capisce perfettamente dal modo in cui il mio bacino è spinto leggermente in avanti. Le dita sono chiaramente affondate tra le chiappe. Luce del sole basso dà corpo alla mia pelle ed esalta la tensione tra i tre corpi.
Scatto il selfie col bastone.
In un’ora ventimila like.
Il resto, senza tagli, solo su OnlyFans.
Su Instagram posto sempre così: foto in mutande strette di fronte allo specchio del bagno, luce naturale, culo di profilo mentre mi allaccio le scarpe, selfie a letto con la mano che mi copre appena il cazzo semiduro, Stories in cui mi olio il petto e scendo lentamente fino all’ombelico, o magari abbracciato a un amico. Su TikTok è più movimento: balli lenti in slip, camera che scende dalla faccia al pacco, video in cui mi alleno a corpo libero, squat in palestra e flessioni con i ciclisti infilati profondi tra le chiappe rotonde, clip di dieci secondi in cui mi tolgo la maglietta e resto solo col costume bagnato. Niente nudo totale, ma abbastanza perché la gente sudi.
Su X invece uso tutto per farmi pubblicità per OnlyFans. Posto foto del cazzo duro contro lo specchio, goccia di sborra sulla punta, e soprattutto brevi clip di sesso gay: io in ginocchio che succhio un cazzo grosso fino in gola, che mi faccio scopare a quattro zampe con la faccia contro il materasso, un ragazzo che mi riempie di sborra e me la fa leccare, io che mi sego mentre mi mettono due dita in culo. Clip di venti-trenta secondi, sempre con il link in bio e la didascalia “Il resto senza tagli solo su OF, link in bio”. Like a migliaia, messaggi che chiedono di più, e ogni post mi porta nuovi iscritti.
Su OnlyFans sono soldi veri. Dodici euro al mese, trecentoventimila iscritti. Posto tutto: video lunghi in cui mi preparo con le dita, mi metto il plug e vado in giro per casa, live in cui mi faccio scopare dal coinquilino mentre rispondo ai commenti, custom dove mi pisciano in bocca o mi riempiono di sborra e me la faccio colare. Guadagno tra i quarantamila e i sessantamila al mese. Collaborazioni con pornostar, con un ex calciatore e con una trans, Black Anaconda. La gente mi chiede di tutto e io lo faccio non tanto perché guadagno da schifo. Mi piace essere visto e desiderato, sono un esibizionista patologico, non nego.
Una sera mi scrive Andrea, cinquantadue anni, riccone, Rolex e yacht di cinquanta metri. Mi propone una crociera di tre giorni. Mi paga il volo fino a Gibuti e da lì salpiamo nel Golfo di Aden, al largo dello Yemen. Accetto al volo dopo il bonifico.
Mi usa come se avesse comprato il mio culo all’asta. “Mirko, hai un buco da hotel di lusso.”
È sesso duro con lui, di quello serio. Manette, cinghie, bavaglio e altri giocattoli parecchio impegnative. Ama il sesso porco da dominatore, ha fantasia e attrezzatura da vendere. Lascio fare, ha pagato bene e godo a modo mio.
La seconda sera siamo in mare aperto. Non capisco un cazzo, sento mitragliate, ci stanno assalendo i pirati. Andrea e tutto l’equipaggio saltano sulla scialuppa sull’altro lato e fuggono a motori al massimo. Rimango solo io. Il capo mi guarda. “Il bastardo è scappato, ma ci ha lasciato il regalo.”
Sono nove pirati di colore, in mare da chissù quanto tempo, io un twink biondino che non si sono mai sognati. Ho poco da ribellarmi e, porca puttana, sono un esibizionista patologico. Mi dimostro subito collaborativo ciucciando il cazzo del loro capitano, un nero con una verga da negro. I ragazzi si calmano, capiscono che con me non serve la violenza e mi violentano addirittura ungendosi i cazzi. È qualcosa che ho già vissuto (più in piccolo) e mi scatta il business. Passo il mio cellulare a quello più vicino che comincia a riprendermi.
È una maratona. Nove cazzi per un totale di minimo due metri di cazzo nero, diciotto palle giovani e cariche, diciotto braccia, diciotto cosce, sono ottocento chili di toro da monta sulla schiena, sedici metri quadri di pelle da leccare, litro di sudore, decine e decine di schizzate potenti che mi sparano in culo almeno mezzo litro di sborra calda.
Uno mi racconta che sono in mare da tre settimane. All’alba mi sborrano ancora in culo, ma almeno adesso sono solo uno per volta. Per fortuna ho anche la telecamera, il cellulare è ormai scarico.
Appena si addormentano, appena mi lasciano un po’ libero, scarico nel PC i file, faccio un velocissimo riassunto con le scene migliori e lo pubblico su OF. Questi coglioni non conoscono il mondo, sono ancora nell’età della pietra, nemmeno s’immaginano come si fanno i soldi in questo secolo. O sono semplicemente indolenti, magnifici ragazzi che si vogliono godere la bella vita su uno yacht di lusso con su tutto, champagne e puttanello servizievole compresi.
La bella vita dura tre giorni e io ho materiale da pubblicare per dieci anni. Si lasciano guidare, accettano di spostarsi alla luce giusta, in cabine, ponte e plancia, e mi scopano cazzo a vista. Tre ce l’hanno xxxl da pornostar. Beh, non sempre il girato va come previsto, alla fine sono pirati stupratori, ma io comunque voglio realismo totale (e in realtà ho poco da scegliere).
Dopo tre giorni siamo inseguiti da una fregata militare. Un lungo inseguimento che dà loro il tempo di farmi tutti il culo e, questa volta, senza riprese. È un casino di sirene e spari. I pirati fuggono all’ultimo sui loro velocissimi gommoni.
Due marines salgono per primi, mi trovano così, riverso gambe aperte, sborra che cola. Mi ricopro dolorante con quel che resta dei miei pantaloncini dopo tre giorni tra i pirati: strappati, sfilacciati, ridotti a poco più di un pezzo di stoffa che mi ciondola sui fianchi, aperti su un lato, l’elastico allentato che lascia scoperto quasi tutto il pube e metà chiappa.
Prima di farmi trasferire a bordo della fregata chiedo cinque secondi. Mi metto in mezzo a loro. Uno a destra, uno a sinistra, entrambi alti, braccia grosse. Io al centro, con quei miei pantaloncini sbrindellati che a malapena mi coprono, una coscia quasi tutta fuori, il tessuto così rovinato che sono trasparenti. Sguardo un po’ stanco, labbra ancora gonfie, petto nudo. Una mano di uno dei due marines è dietro di me: non si vede, ma si capisce perfettamente dal modo in cui il mio bacino è spinto leggermente in avanti. Le dita sono chiaramente affondate tra le chiappe. Luce del sole basso dà corpo alla mia pelle ed esalta la tensione tra i tre corpi.
Scatto il selfie col bastone.
In un’ora ventimila like.
Il resto, senza tagli, solo su OnlyFans.
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