In the Goblin Cave
di
Spidey
genere
gay
Mirion avanza sotto le volte oscure del Bosco delle Spine Lunari, dove la luce del sole filtra a stento tra rami contorti e foglie color argento sporco. Ha una missione: raggiungere la Torre di Cristallo Nero prima che la luna nuova sorga, e consegnare il sigillo degli Antichi Guardiani. Senza quel sigillo, le porte del reame elfico resteranno socchiuse all’ombra che avanza da oriente.
È bellissimo in un modo che fa male agli occhi. Eterno efebo. Pelle ambrata dal sole, calda e dorata come miele antico, tesa su un corpo snello e perfetto. Capelli lunghi e liquidi di un biondo quasi bianco che gli scendono fino in fondo alla schiena. Viso di adolescente sospeso per sempre sulla soglia della giovinezza: zigomi alti, labbra carnose, occhi color smeraldo intenso. Spalle sottili ma forti, vita strettissima, fianchi stretti, cosce lunghe e toniche. È coperto solo da un perizoma di cuoio scuro allacciato sui fianchi nudi, che lascia scoperte le natiche sode e la linea dei muscoli bassi della schiena. Sul torace ambrato porta soltanto due cinture di cuoio incrociate: una regge la spada sottile, l’altra la faretra piena di frecce piumate. Nient’altro. La pelle dorata brilla ovunque la luce riesca a toccarla.
La torma lo assale senza preavviso.
Escono dalla terra e dalle radici come una marea di ombre verdi: goblin bassi, muscolosi, dalla pelle color muschio scuro, occhi gialli e zanne sporche. Sono almeno una ventina. Mirion sguaina la lama di luce lunare e si batte da eroe. Uccide i primi tre con colpi precisi, schiva lance avvelenate, spezza un braccio a un quarto con il calcio della spada. Si muove come il vento tra gli alberi, i capelli bianchi che volano dietro di lui. Ma sono troppi. Una rete grezza, intessuta di fibre nere e spine, gli cade addosso dall’alto. Si avvolge intorno al suo corpo come un serpente vivo, lo stringe, lo trascina a terra. Cade tra le foglie umide, ancora che si divincola con forza disperata.
I goblin lo circondano. Risate gutturali, lingue che leccano zanne. Lo toccano già, vogliosi. Mani ruvide gli scorrono sulla pelle ambrata delle cosce, sul ventre piatto, sulle natiche ancora coperte dal perizoma. Uno gli afferra i capelli e tira indietro la testa.
Mirion si ribella da leone. Riesce a liberare un braccio, colpisce uno di loro in pieno volto, ne azzanna un altro alla mano. Urla insulti nella lingua antica, si dimena con una furia che fa indietreggiare per un attimo i più vili. Ma il capo della torma avanza. È più grosso degli altri, le spalle larghe, un collare di ossa intorno al collo. Con una forza brutale gli blocca la mascella e gli caccia in gola una fiala di vetro scuro.
«Bevi, principino.»
La pozione gli scende bruciante. Per un istante Mirion sente il mondo inclinarsi. Poi qualcosa dentro di lui si allenta, si scioglie, si apre. I muscoli si rilassano contro la sua volontà. Il respiro gli si fa più profondo. Gli occhi, prima pieni di odio, si velano di una confusione calda e pericolosa.
Lo spogliano con mani frettolose. Il perizoma viene strappato via, le cinture del torace spezzate. Il corpo nudo dell’elfo brilla sotto la scarsa luce del bosco: pelle ambrata, natiche sode e perfette, sesso quieto tra le cosce lunghe. Il primo goblin lo volta a pancia sotto, gli apre le gambe e lo penetra con un colpo solo.
Il cazzo è enorme per la sua statura: grosso, nodoso, coperto di venature verdi e di piccole protuberanze carnose. Entra fino in fondo.
Mirion emette un suono che non è più un grido di rabbia. È un gemito lungo, stupito, spaventato. Il piacere lo attraversa come una lama di fuoco dolce e impossibile. Il corpo gli si contrae e, contro ogni logica, gode. Sborra con violenza sulla terra umida mentre il goblin lo scopa con spinte corte e brutali. Gli occhi smeraldo si allargano per lo sgomento.
Ma il piacere non si ferma. Quando il primo goblin sborra dentro di lui con un grugnito selvaggio, un secondo prende il suo posto e lo riapre con la stessa ferocia. Mirion urla, ma l’urlo si spezza in un gemito di puro piacere. Viene di nuovo. Il terzo goblin lo penetra mentre ancora trema per l’orgasmo precedente. Il quarto lo usa insieme a un quinto, uno nel culo e uno che gli costringe la bocca. Mirion li accoglie tutti. Il corpo ambrato trema, suda, si contorce. Ogni nuova penetrazione gli strappa un orgasmo più forte del precedente. Il piacere è talmente intenso da diventare quasi dolore, eppure lui continua a venire, il seme elfico che schizza a ripetizione mentre i goblin lo martellano senza pietà.
Diventa insaziabile. Spinge indietro le anche, cerca i cazzi, li implora con gemiti rochi. I goblin si passano il suo corpo come una preda preziosa. Lo sollevano, lo piegano, lo conficcano su membri nodosi e sproporzionati. Due lo tengono per le gambe spalancate mentre un terzo lo penetra a fondo. Un altro gli si siede sul petto e gli scopa la bocca. Mirion gira gli occhi per il piacere impossibile, la schiena inarcata, i capelli bianchi sporchi di terra e di sborra. Viene ancora. E ancora. Ogni scarica dei goblin dentro di lui gli provoca un nuovo orgasmo devastante.
Poi arriva il capo.
Il suo cazzo è mostruoso: lungo e spesso quanto l’avambraccio di un uomo, ricoperto di nodi e di creste carnose, già grondante. Quando lo conficca dentro Mirion, l’elfo urla a gola spiegata. Lo apre in due. La penetrazione è lenta solo per crudele divertimento, poi diventa un martellare selvaggio e spietato. Ogni spinta sembra arrivare fino allo stomaco. Mirion viene quasi subito, poi di nuovo, poi ancora, il corpo scosso da orgasmi che non gli lasciano respiro. Il piacere è talmente violento che gli fa venire le lacrime. Il capo lo usa a lungo e quando finalmente sborra in profondità lo riempie fino a farlo colare in modo osceno.
Quando si ritira, i goblin si fermano tutti. Guardano tra le natiche dell’elfo. Il buco, che un attimo prima era stato allargato e abusato, si sta richiudendo. In pochi secondi torna stretto, roseo, perfetto. Magicamente vergine di nuovo.
Il capo grugnisce, poi ride.
«Non lo uccidiamo. Questo è un dono. Portatelo nelle caverne.»
Mirion viene spinto e trascinato attraverso lunghi cunicoli umidi e stretti. Le pareti di roccia sudano, i funghi fosforescenti gettano ombre verdi sul suo corpo ambrato ancora grondante di seme. I goblin lo urtano, gli graffiano le natiche, gli infilano dita nel buco ancora caldo. Lui cammina barcollando, i polsi legati dietro la schiena. Dentro di sé brucia ancora la missione: la Torre di Cristallo Nero, il sigillo, la luna nuova. Deve arrivare. Deve. Ma il corpo tradisce ogni pensiero. Angoscia, vergogna e desiderio gli si intrecciano nelle viscere.
I cunicoli si aprono all’improvviso in un’immensa caverna alta come una cattedrale. Centinaia di torce conficcate nelle pareti la illuminano di una luce rossastra e tremante. Il pavimento di sabbia scura e le pareti brulicano di mostriciattoli verdi. Sono centinaia. Goblin di ogni età e dimensione, occhi gialli che brillano. Un mormurio affamato si alza quando lo vedono entrare, nudo, la pelle dorata sporca di terra e di sborra.
Il capo lo trascina al centro della caverna. Si china sul suo orecchio:
«La pozione dura un ciclo della luna. Oggi è luna piena. Alla prossima luna piena si spegnerà. Fino ad allora il tuo culo tornerà vergine ogni volta che lo useremo. Un mese intero, principino. Un mese di sverginamenti.»
Mirion prova ad agitarsi, ma le mani dei goblin lo tengono fermo. La vergogna gli brucia il viso ambrato. L’angoscia per la missione gli stringe il petto. E sotto tutto questo, il desiderio caldo e umiliante già lo morde.
Lo gettano a pancia sotto sulla sabbia calda. Gli allargano le braccia e le gambe. Quattro pioli di legno nero vengono conficcati nella sabbia e i suoi polsi e le caviglie legati con cinghie di cuoio grezzo. Resta teso, esposto, le natiche sollevate, il buco chiuso e roseo che si contrae sotto gli sguardi di centinaia di creature.
Un goblin anziano si fa avanti. È magro, la pelle rugosa. Tra le gambe gli pende un cazzo vecchio e terribile: rugoso, coperto di verruche carnose e nodi induriti, spaventosamente grosso, con due coglioni pendenti grandi come bocce. Si inginocchia tra le cosce spalancate di Mirion, gli apre le natiche e si conficca dentro con una sola spinta bestiale.
Il dolore è pazzesco.
Mirion urla. Il membro rugoso e verrucoso lo squarcia, le protuberanze gli grattano le pareti interne come pietre vive, i coglioni enormi gli sbattano contro il perineo. Eppure, nello stesso istante, il piacere impossibile della pozione lo travolge. Gode. Il corpo ambrato si contrae contro i legami e sborra sulla sabbia mentre l’anziano lo penetra fino in fondo.
L’anziano lo scopa senza tempo, cattivo, crudele. Spinge lento e a fondo, poi accelera con colpi secchi che fanno ondeggiare i suoi coglioni enormi. Le verruche del cazzo mandano Mirion in un deliquio di piacere e sofferenza. L’elfo tira i legami, la schiena inarcata, la bocca aperta. Viene di nuovo. E ancora. Ogni spinta gli strappa un orgasmo più profondo e più umiliante. La vergogna lo divora: sta godendo come una puttana mentre centinaia di mostri lo guardano. L’angoscia per la missione si mescola al desiderio viscerale di essere riempito ancora.
L’anziano grugnisce e sborra come un cavallo. Getti densi e abbondanti che sembrano non finire mai. Quando finalmente si ritira, il buco di Mirion resta aperto e pulsante per pochi secondi… poi, lentamente, magicamente, si richiude. Torna stretto, roseo, vergine.
Mirion è devastato. Il corpo trema. Eppure non è sazio. Tira il collo in avanti, le labbra dischiuse, cercando con gli occhi un cazzo qualsiasi da ciucciare. La lingua gli esce quasi da sola. La vergogna lo brucia, ma il desiderio è più forte.
Il capo gli arriva addosso e gli sferra una frustata secca sulla natica destra.
«Porta pazienza, ragazzo. Un minuto e il tuo culetto tornerà vergine… Un mese lunare, ricorda. Sarai sverginato un mese di seguito.»
Mirion chiude gli occhi, la guancia premuta contro la sabbia calda. L’angoscia per la missione fallita gli stringe il petto. La vergogna per quanto ha appena goduto gli brucia le viscere. E sotto tutto questo, più forte di ogni altra cosa, il desiderio caldo e umiliante di essere carne da cazzi verdi.
Intorno a lui la caverna brulica. Centinaia di occhi gialli lo fissano. E il mese lunare è appena cominciato, non ci pensa, la pelle gli si è già rigenerata. Sono spariti i segni di frustate, le natiche sono lisce e perfette, il corpo lucido come un eterno efebo. E il buchetto gli pulsa stretto, perfettamente circolare e roseo. Mirion non pensa anulla, desidera soltanto.
Sììì!
Un altro cazzzo verrucoso gli cala in culo.
fatemi sapere se devo continuare
milano3687@proton.me
È bellissimo in un modo che fa male agli occhi. Eterno efebo. Pelle ambrata dal sole, calda e dorata come miele antico, tesa su un corpo snello e perfetto. Capelli lunghi e liquidi di un biondo quasi bianco che gli scendono fino in fondo alla schiena. Viso di adolescente sospeso per sempre sulla soglia della giovinezza: zigomi alti, labbra carnose, occhi color smeraldo intenso. Spalle sottili ma forti, vita strettissima, fianchi stretti, cosce lunghe e toniche. È coperto solo da un perizoma di cuoio scuro allacciato sui fianchi nudi, che lascia scoperte le natiche sode e la linea dei muscoli bassi della schiena. Sul torace ambrato porta soltanto due cinture di cuoio incrociate: una regge la spada sottile, l’altra la faretra piena di frecce piumate. Nient’altro. La pelle dorata brilla ovunque la luce riesca a toccarla.
La torma lo assale senza preavviso.
Escono dalla terra e dalle radici come una marea di ombre verdi: goblin bassi, muscolosi, dalla pelle color muschio scuro, occhi gialli e zanne sporche. Sono almeno una ventina. Mirion sguaina la lama di luce lunare e si batte da eroe. Uccide i primi tre con colpi precisi, schiva lance avvelenate, spezza un braccio a un quarto con il calcio della spada. Si muove come il vento tra gli alberi, i capelli bianchi che volano dietro di lui. Ma sono troppi. Una rete grezza, intessuta di fibre nere e spine, gli cade addosso dall’alto. Si avvolge intorno al suo corpo come un serpente vivo, lo stringe, lo trascina a terra. Cade tra le foglie umide, ancora che si divincola con forza disperata.
I goblin lo circondano. Risate gutturali, lingue che leccano zanne. Lo toccano già, vogliosi. Mani ruvide gli scorrono sulla pelle ambrata delle cosce, sul ventre piatto, sulle natiche ancora coperte dal perizoma. Uno gli afferra i capelli e tira indietro la testa.
Mirion si ribella da leone. Riesce a liberare un braccio, colpisce uno di loro in pieno volto, ne azzanna un altro alla mano. Urla insulti nella lingua antica, si dimena con una furia che fa indietreggiare per un attimo i più vili. Ma il capo della torma avanza. È più grosso degli altri, le spalle larghe, un collare di ossa intorno al collo. Con una forza brutale gli blocca la mascella e gli caccia in gola una fiala di vetro scuro.
«Bevi, principino.»
La pozione gli scende bruciante. Per un istante Mirion sente il mondo inclinarsi. Poi qualcosa dentro di lui si allenta, si scioglie, si apre. I muscoli si rilassano contro la sua volontà. Il respiro gli si fa più profondo. Gli occhi, prima pieni di odio, si velano di una confusione calda e pericolosa.
Lo spogliano con mani frettolose. Il perizoma viene strappato via, le cinture del torace spezzate. Il corpo nudo dell’elfo brilla sotto la scarsa luce del bosco: pelle ambrata, natiche sode e perfette, sesso quieto tra le cosce lunghe. Il primo goblin lo volta a pancia sotto, gli apre le gambe e lo penetra con un colpo solo.
Il cazzo è enorme per la sua statura: grosso, nodoso, coperto di venature verdi e di piccole protuberanze carnose. Entra fino in fondo.
Mirion emette un suono che non è più un grido di rabbia. È un gemito lungo, stupito, spaventato. Il piacere lo attraversa come una lama di fuoco dolce e impossibile. Il corpo gli si contrae e, contro ogni logica, gode. Sborra con violenza sulla terra umida mentre il goblin lo scopa con spinte corte e brutali. Gli occhi smeraldo si allargano per lo sgomento.
Ma il piacere non si ferma. Quando il primo goblin sborra dentro di lui con un grugnito selvaggio, un secondo prende il suo posto e lo riapre con la stessa ferocia. Mirion urla, ma l’urlo si spezza in un gemito di puro piacere. Viene di nuovo. Il terzo goblin lo penetra mentre ancora trema per l’orgasmo precedente. Il quarto lo usa insieme a un quinto, uno nel culo e uno che gli costringe la bocca. Mirion li accoglie tutti. Il corpo ambrato trema, suda, si contorce. Ogni nuova penetrazione gli strappa un orgasmo più forte del precedente. Il piacere è talmente intenso da diventare quasi dolore, eppure lui continua a venire, il seme elfico che schizza a ripetizione mentre i goblin lo martellano senza pietà.
Diventa insaziabile. Spinge indietro le anche, cerca i cazzi, li implora con gemiti rochi. I goblin si passano il suo corpo come una preda preziosa. Lo sollevano, lo piegano, lo conficcano su membri nodosi e sproporzionati. Due lo tengono per le gambe spalancate mentre un terzo lo penetra a fondo. Un altro gli si siede sul petto e gli scopa la bocca. Mirion gira gli occhi per il piacere impossibile, la schiena inarcata, i capelli bianchi sporchi di terra e di sborra. Viene ancora. E ancora. Ogni scarica dei goblin dentro di lui gli provoca un nuovo orgasmo devastante.
Poi arriva il capo.
Il suo cazzo è mostruoso: lungo e spesso quanto l’avambraccio di un uomo, ricoperto di nodi e di creste carnose, già grondante. Quando lo conficca dentro Mirion, l’elfo urla a gola spiegata. Lo apre in due. La penetrazione è lenta solo per crudele divertimento, poi diventa un martellare selvaggio e spietato. Ogni spinta sembra arrivare fino allo stomaco. Mirion viene quasi subito, poi di nuovo, poi ancora, il corpo scosso da orgasmi che non gli lasciano respiro. Il piacere è talmente violento che gli fa venire le lacrime. Il capo lo usa a lungo e quando finalmente sborra in profondità lo riempie fino a farlo colare in modo osceno.
Quando si ritira, i goblin si fermano tutti. Guardano tra le natiche dell’elfo. Il buco, che un attimo prima era stato allargato e abusato, si sta richiudendo. In pochi secondi torna stretto, roseo, perfetto. Magicamente vergine di nuovo.
Il capo grugnisce, poi ride.
«Non lo uccidiamo. Questo è un dono. Portatelo nelle caverne.»
Mirion viene spinto e trascinato attraverso lunghi cunicoli umidi e stretti. Le pareti di roccia sudano, i funghi fosforescenti gettano ombre verdi sul suo corpo ambrato ancora grondante di seme. I goblin lo urtano, gli graffiano le natiche, gli infilano dita nel buco ancora caldo. Lui cammina barcollando, i polsi legati dietro la schiena. Dentro di sé brucia ancora la missione: la Torre di Cristallo Nero, il sigillo, la luna nuova. Deve arrivare. Deve. Ma il corpo tradisce ogni pensiero. Angoscia, vergogna e desiderio gli si intrecciano nelle viscere.
I cunicoli si aprono all’improvviso in un’immensa caverna alta come una cattedrale. Centinaia di torce conficcate nelle pareti la illuminano di una luce rossastra e tremante. Il pavimento di sabbia scura e le pareti brulicano di mostriciattoli verdi. Sono centinaia. Goblin di ogni età e dimensione, occhi gialli che brillano. Un mormurio affamato si alza quando lo vedono entrare, nudo, la pelle dorata sporca di terra e di sborra.
Il capo lo trascina al centro della caverna. Si china sul suo orecchio:
«La pozione dura un ciclo della luna. Oggi è luna piena. Alla prossima luna piena si spegnerà. Fino ad allora il tuo culo tornerà vergine ogni volta che lo useremo. Un mese intero, principino. Un mese di sverginamenti.»
Mirion prova ad agitarsi, ma le mani dei goblin lo tengono fermo. La vergogna gli brucia il viso ambrato. L’angoscia per la missione gli stringe il petto. E sotto tutto questo, il desiderio caldo e umiliante già lo morde.
Lo gettano a pancia sotto sulla sabbia calda. Gli allargano le braccia e le gambe. Quattro pioli di legno nero vengono conficcati nella sabbia e i suoi polsi e le caviglie legati con cinghie di cuoio grezzo. Resta teso, esposto, le natiche sollevate, il buco chiuso e roseo che si contrae sotto gli sguardi di centinaia di creature.
Un goblin anziano si fa avanti. È magro, la pelle rugosa. Tra le gambe gli pende un cazzo vecchio e terribile: rugoso, coperto di verruche carnose e nodi induriti, spaventosamente grosso, con due coglioni pendenti grandi come bocce. Si inginocchia tra le cosce spalancate di Mirion, gli apre le natiche e si conficca dentro con una sola spinta bestiale.
Il dolore è pazzesco.
Mirion urla. Il membro rugoso e verrucoso lo squarcia, le protuberanze gli grattano le pareti interne come pietre vive, i coglioni enormi gli sbattano contro il perineo. Eppure, nello stesso istante, il piacere impossibile della pozione lo travolge. Gode. Il corpo ambrato si contrae contro i legami e sborra sulla sabbia mentre l’anziano lo penetra fino in fondo.
L’anziano lo scopa senza tempo, cattivo, crudele. Spinge lento e a fondo, poi accelera con colpi secchi che fanno ondeggiare i suoi coglioni enormi. Le verruche del cazzo mandano Mirion in un deliquio di piacere e sofferenza. L’elfo tira i legami, la schiena inarcata, la bocca aperta. Viene di nuovo. E ancora. Ogni spinta gli strappa un orgasmo più profondo e più umiliante. La vergogna lo divora: sta godendo come una puttana mentre centinaia di mostri lo guardano. L’angoscia per la missione si mescola al desiderio viscerale di essere riempito ancora.
L’anziano grugnisce e sborra come un cavallo. Getti densi e abbondanti che sembrano non finire mai. Quando finalmente si ritira, il buco di Mirion resta aperto e pulsante per pochi secondi… poi, lentamente, magicamente, si richiude. Torna stretto, roseo, vergine.
Mirion è devastato. Il corpo trema. Eppure non è sazio. Tira il collo in avanti, le labbra dischiuse, cercando con gli occhi un cazzo qualsiasi da ciucciare. La lingua gli esce quasi da sola. La vergogna lo brucia, ma il desiderio è più forte.
Il capo gli arriva addosso e gli sferra una frustata secca sulla natica destra.
«Porta pazienza, ragazzo. Un minuto e il tuo culetto tornerà vergine… Un mese lunare, ricorda. Sarai sverginato un mese di seguito.»
Mirion chiude gli occhi, la guancia premuta contro la sabbia calda. L’angoscia per la missione fallita gli stringe il petto. La vergogna per quanto ha appena goduto gli brucia le viscere. E sotto tutto questo, più forte di ogni altra cosa, il desiderio caldo e umiliante di essere carne da cazzi verdi.
Intorno a lui la caverna brulica. Centinaia di occhi gialli lo fissano. E il mese lunare è appena cominciato, non ci pensa, la pelle gli si è già rigenerata. Sono spariti i segni di frustate, le natiche sono lisce e perfette, il corpo lucido come un eterno efebo. E il buchetto gli pulsa stretto, perfettamente circolare e roseo. Mirion non pensa anulla, desidera soltanto.
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