In the Goblin Cave - 2
di
Spidey
genere
gay
Armilien resta disteso sulla sabbia calda della grande caverna, polsi e caviglie ancora legati ai quattro pioli. Il corpo trema di residui di piacere e di dolore. Il buco, da poco richiuso magicamente, pulsa ancora. Centinaia di occhi gialli lo divorano. Il mormurio affamato della marmaglia cresce, diventa un ruggito basso. I goblin più vicini si spingono, si arrampicano quasi l’uno sull’altro, cazzi già duri e nodosi che dondolano.
Il vecchio capo si chiama Gorzak.
È più alto della media dei suoi simili, la schiena un po’ curva, il muso solcato da cicatrici antiche, un occhio semi-chiuso da una vecchia ferita. Detesta la marmaglia. La disprezza. Li guarda con disgusto mentre si affollano famelici intorno all’elfo.
«Indietro, feccia!» ruggisce.
Sferra frustate. La frusta di cuoio intrecciato e spine si abbatte sulle schiene verdi, sui musi, sui cazzi turgidi. Dà calci, bastonate con il manico della frusta. Colpisce con precisione crudele. Vuole che lascino all’elfo il tempo di rigenerarsi. Vuole proseguire il tormento con ordine, con lentezza, assaporando ogni sverginamento.
«Aspettate che torni vergine, idioti! Altrimenti che gusto c’è?»
Riesce a mantenere l’ordine solo per la prima ventina di inculate.
Uno dopo l’altro i goblin scelti da lui si avvicinano, si inginocchiano tra le cosce spalancate di Armilien e lo sverginano. Ogni volta il buco si richiude magicamente dopo che il seme è stato scaricato. Ogni volta Armilien urla e trema. Gli occhi smeraldo si velano di piacere e di dolore. L’angoscia per la missione gli morde il petto. La vergogna gli brucia il viso. E il desiderio lo fa spingere indietro le anche nonostante i legami.
Alla ventunesima inculata Gorzak rinuncia.
Guarda la marmaglia che non si controlla più, che si spinge, che prova a saltare il turno, che si masturba aspettando. Sbuffa, getta la frusta sulla sabbia e si allontana senza dire una parola. Non è capo per nulla se non sa quando farsi da parte. È l’unico goblin che fa lavorare il cervello, e proprio per questo resta il loro capo: sa sparire al momento giusto, così nessuno gli disubbidisce apertamente.
Mentre se ne va, Gorzak pensa.
Quell’elfo non è un prigioniero qualsiasi. Ha visto il modo in cui reggeva la spada, ha notato la qualità delle cinture spezzate, il portamento. È un principe. Vale oro se lo vende agli orchetti delle montagne. Ma deve pazientare. Deve aspettare che il suo popolo si sfoghi fino alla nausea. Apparentemente si dimentica di Armilien. In realtà corre in segreto attraverso i cunicoli secondari per trattare con gli emissari degli orchi.
Passano tre giorni.
Quando Gorzak torna, la scena che trova lo fa quasi sorridere.
Armilien è ancora legato mani e piedi alla sabbia. La sabbia non assorbe più. Tra le sue gambe si è formato un lago denso e biancastro di sborra goblin. Il corpo è coperto di macchie, di seme seccato e fresco, di morsi e di graffi. L’elfo si è nutrito solo di sborra: i goblin gliel’hanno data da bere a forza, gliel’hanno versata in gola, gliel’hanno fatta leccare dal pavimento. Gli occhi smeraldo sono velati, le labbra gonfie e lucide. Eppure, quando sente i passi di Gorzak, il suo buco si contrae in un brivido di anticipazione.
Gorzak frusta selvaggiamente i goblin più vicini, aprendo la strada.
«Slegatelo. Subito.»
Lo sollevano. Armilien barcolla. Le gambe tremano. Dopo pochi passi qualcosa succede. Il corpo, finora piegato e umiliato, si raddrizza lentamente. La magia della pozione e la natura elfica fanno il resto. Torna ad essere ciò che è sempre stato: più bello di una ragazza, sogno proibito di femmine e di maschi, angelo provocante senza sesso definito. Viso delicato da eterno ragazzo, labbra carnose, capelli biondo-argento che ricadono in onde morbide. Il corpo è snello, dai fianchi stretti e dalle linee morbide, le spalle sottili, le natiche alte e rotonde. Anche coperto di sborra e di segni, emana una sensualità inquietante, come se fosse stato creato per essere guardato e distrutto.
Gorzak lo trascina nella sala del trono, una caverna laterale più alta, illuminata da torce e da un grezzo trono di ossa e pietra.
«Venite!» urla alla marmaglia. «Do uno spettacolo per tutti!»
Centinaia di goblin si riversano nella sala.
Al centro c’è un tronco abbattuto, grosso, sistemato in verticale e poi inclinato. Gorzak fa legare Armilien a squadra contro quel tronco: polsi e caviglie tirati con legami di cuoio, il petto contro il legno ruvido, le natiche esposte e sollevate. Poi si china, apre le chiappe dell’elfo con le dita e controlla. Il buco è di nuovo perfettamente chiuso, roseo, stretto. Vergine.
Gorzak sorride e alza la voce:
«Chiamate il troll.»
I goblin impazziscono. Urlano, battono i piedi, si spingono.
Dalla galleria più larga entra lui.
Il troll è una montagna di carne grigia e verrucosa. Alto quasi quattro metri, spalle larghe come un carro da guerra, braccia lunghe fino a terra, muso bestiale con zanne inferiori che sporgono verso l’alto. Tra le gambe gli pende il cazzo: lungo un metro intero e largo quasi quanto il torso dell’elfo. È una massa oscena, pesante, coperta di nodi, verruche e vene grosse come cordami. Il cappuccio è enorme, equino, scuro, già umido. A ogni passo quel mostro di carne dondola e batte contro le cosce del troll.
Armilien lo vede e il terrore lo squarcia.
Ma il desiderio è più forte. Nonostante l’angoscia, nonostante la vergogna, nonostante la missione che sta andando in pezzi, solleva il culo. Lo offre. Le natiche si aprono, il buchino vergine che si contrae in un invito disperato e umiliante. Gli occhi smeraldo, già velati, si fanno ancora più scuri di piacere e di paura.
Il troll grugnisce. Si posiziona dietro di lui. Le mani enormi gli chiudono i fianchi e lo sollevano, usandolo come una cosa. Poi spinge.
Prima entra solo il cappuccio.
La grossa testa equina preme, forza, e penetra con un suono umido e strappato. Armilien urla. Il corpo snello si tende tutto, la schiena si inarca. Gli occhi smeraldo si spalancano e subito si velano di un piacere atroce e di un dolore altrettanto forte. Il cappuccio scompare d’un colpo nel culetto stretto. Il troll grugnisce forte, sofferente: quel buco è troppo stretto anche per lui. Le vene del suo cazzo pulsano visibilmente prima di sparire dentro la carne dell’elfo.
Con un grugno di sforzo il troll dà una spinta poderosa. Altri venti centimetri di cazzo entrano in culo.
Armilien emette un suono strozzato. Si vede il rigonfiamento salire sotto la pelle del ventre. Gli occhi smeraldo lacrimano, velati fino quasi a chiudersi dal contrasto insostenibile di sensazioni. Il troll soffre per la strettezza, avanza a forza, le mani che stringono i fianchi dell’elfo come se stesse usando una sega di carne sul suo membro mostruoso.
Un’altra spinta. Una spanna intera di fusto verrucoso scompare in Armiel.
Il rigonfiamento sotto la pelle si fa più evidente. Armilien piange a denti stretti. Gli occhi smeraldo, spalancati e lucidi per dolore, vergogna, angoscia e piacere. Il troll grugnisce dal male e dallo sforzo, continua a infilarlo con colpi pesanti.
Alla spinta successiva un'altra spanna affonda di scatto.
La pressione interna diventa troppo forte. Armilien piscia. Un getto caldo e incontrollato esce dall'uccello rosa e bagna dondolando in giro ai colpi che lo devastano. Gli occhi smeraldo si rovesciano quasi, velati da uno sguardo perso tra il dolore e un piacere che non riesce più a contenere.
Ancora una spinta poderosa. Quasi tutto il cazzo è dentro.
Il troll ruggisce per lo sforzo. Le mani enormi chiudono i fianchi di Armilien e lo usano davvero come una sega, usandolo a cappuccio sul membro mostruoso. Vene e rigonfiamenti spariscono e riappaiono a ogni movimento. Armilien può solo cedere.
Il palo si ritira, torna indietro, scorrono nuovamenete sull'anno dilatato tutte le vene e verruche e per Armillien è deliquio. solo l'enorme cappela non esce, un plug sagomato più grosso di una noce di cocco. Il troll lo afferra per le cosce e lo comprime, una spinta inarrestabile che spalanca la bella bocca dell'elfo. nemmeno così e dentro tutto. Il troll è incazzato carica la spinta e la botta sfonderebbe il cancello degli orchi.
Gli enormi coglioni gli battono contro le natiche.
Armilien è impalato sul cazzo di carne calda, il bel ventre deformato da una protuberanza oscena.
Il troll grugnisce soddisfatto, ha aperto la fighetta elfa, ora può scoparla davvero. Cozzi e botte bestiali nel culetto di Armillien. I troll odiano quelle fighette degli elfi e questo principino è troppo bello, lo fa incazzare di brutto. lo scopa soddisfatto del suo cazzone mostruoso, una mazza che abbatte le mura delle città degli uomini e i culetti stretti dei prigionieri.
Armilien incassa ogni botta che lo squassa e lo comprime come una giusta punizione.
Poi sente sborrare. con l'ano teso sente scorrere la sborra dentro il cazzone che gli vibra dentro
Getti enormi sotto pressione lo invadono.
Il ventre di Armilien si gonfia come se fosse incinto, l’ombelico si tende fino quasi a sparire. La sborra risale, gli invade lo stomaco e gli arriva in gola. Armilien vomita sborra a ondate spesse ed appicicole mentre il troll continua a pompare dentro di lui. Gli occhi smeraldo restano aperti e velati, fissi nel vuoto, mentre il corpo viene riempito oltre ogni limite.
Alla fine il troll estrae il cazzo che sbatte esausto sulla pietra con un suono pesante, di guerriero abbattuto.
Armilien viene slegato e crolla a terra. Dal buco a caverna colano litri di sborra densa che si spargono sulla pietra. Peggio che morto, non riesce a muovere nemmeno un muscolo. Vomita due ultime boccate di sborra di troll e riprende a respirare.
Sotto gli occhi gialli dei goblin la magia elfica comincia a ricostruirlo.
Gorzak lo guarda e sorride, le zanne appuntite esposte. Si tocca il cazzo.
'Sì… questo principino gli orchi me lo pagheranno oro.'
Il vecchio capo si chiama Gorzak.
È più alto della media dei suoi simili, la schiena un po’ curva, il muso solcato da cicatrici antiche, un occhio semi-chiuso da una vecchia ferita. Detesta la marmaglia. La disprezza. Li guarda con disgusto mentre si affollano famelici intorno all’elfo.
«Indietro, feccia!» ruggisce.
Sferra frustate. La frusta di cuoio intrecciato e spine si abbatte sulle schiene verdi, sui musi, sui cazzi turgidi. Dà calci, bastonate con il manico della frusta. Colpisce con precisione crudele. Vuole che lascino all’elfo il tempo di rigenerarsi. Vuole proseguire il tormento con ordine, con lentezza, assaporando ogni sverginamento.
«Aspettate che torni vergine, idioti! Altrimenti che gusto c’è?»
Riesce a mantenere l’ordine solo per la prima ventina di inculate.
Uno dopo l’altro i goblin scelti da lui si avvicinano, si inginocchiano tra le cosce spalancate di Armilien e lo sverginano. Ogni volta il buco si richiude magicamente dopo che il seme è stato scaricato. Ogni volta Armilien urla e trema. Gli occhi smeraldo si velano di piacere e di dolore. L’angoscia per la missione gli morde il petto. La vergogna gli brucia il viso. E il desiderio lo fa spingere indietro le anche nonostante i legami.
Alla ventunesima inculata Gorzak rinuncia.
Guarda la marmaglia che non si controlla più, che si spinge, che prova a saltare il turno, che si masturba aspettando. Sbuffa, getta la frusta sulla sabbia e si allontana senza dire una parola. Non è capo per nulla se non sa quando farsi da parte. È l’unico goblin che fa lavorare il cervello, e proprio per questo resta il loro capo: sa sparire al momento giusto, così nessuno gli disubbidisce apertamente.
Mentre se ne va, Gorzak pensa.
Quell’elfo non è un prigioniero qualsiasi. Ha visto il modo in cui reggeva la spada, ha notato la qualità delle cinture spezzate, il portamento. È un principe. Vale oro se lo vende agli orchetti delle montagne. Ma deve pazientare. Deve aspettare che il suo popolo si sfoghi fino alla nausea. Apparentemente si dimentica di Armilien. In realtà corre in segreto attraverso i cunicoli secondari per trattare con gli emissari degli orchi.
Passano tre giorni.
Quando Gorzak torna, la scena che trova lo fa quasi sorridere.
Armilien è ancora legato mani e piedi alla sabbia. La sabbia non assorbe più. Tra le sue gambe si è formato un lago denso e biancastro di sborra goblin. Il corpo è coperto di macchie, di seme seccato e fresco, di morsi e di graffi. L’elfo si è nutrito solo di sborra: i goblin gliel’hanno data da bere a forza, gliel’hanno versata in gola, gliel’hanno fatta leccare dal pavimento. Gli occhi smeraldo sono velati, le labbra gonfie e lucide. Eppure, quando sente i passi di Gorzak, il suo buco si contrae in un brivido di anticipazione.
Gorzak frusta selvaggiamente i goblin più vicini, aprendo la strada.
«Slegatelo. Subito.»
Lo sollevano. Armilien barcolla. Le gambe tremano. Dopo pochi passi qualcosa succede. Il corpo, finora piegato e umiliato, si raddrizza lentamente. La magia della pozione e la natura elfica fanno il resto. Torna ad essere ciò che è sempre stato: più bello di una ragazza, sogno proibito di femmine e di maschi, angelo provocante senza sesso definito. Viso delicato da eterno ragazzo, labbra carnose, capelli biondo-argento che ricadono in onde morbide. Il corpo è snello, dai fianchi stretti e dalle linee morbide, le spalle sottili, le natiche alte e rotonde. Anche coperto di sborra e di segni, emana una sensualità inquietante, come se fosse stato creato per essere guardato e distrutto.
Gorzak lo trascina nella sala del trono, una caverna laterale più alta, illuminata da torce e da un grezzo trono di ossa e pietra.
«Venite!» urla alla marmaglia. «Do uno spettacolo per tutti!»
Centinaia di goblin si riversano nella sala.
Al centro c’è un tronco abbattuto, grosso, sistemato in verticale e poi inclinato. Gorzak fa legare Armilien a squadra contro quel tronco: polsi e caviglie tirati con legami di cuoio, il petto contro il legno ruvido, le natiche esposte e sollevate. Poi si china, apre le chiappe dell’elfo con le dita e controlla. Il buco è di nuovo perfettamente chiuso, roseo, stretto. Vergine.
Gorzak sorride e alza la voce:
«Chiamate il troll.»
I goblin impazziscono. Urlano, battono i piedi, si spingono.
Dalla galleria più larga entra lui.
Il troll è una montagna di carne grigia e verrucosa. Alto quasi quattro metri, spalle larghe come un carro da guerra, braccia lunghe fino a terra, muso bestiale con zanne inferiori che sporgono verso l’alto. Tra le gambe gli pende il cazzo: lungo un metro intero e largo quasi quanto il torso dell’elfo. È una massa oscena, pesante, coperta di nodi, verruche e vene grosse come cordami. Il cappuccio è enorme, equino, scuro, già umido. A ogni passo quel mostro di carne dondola e batte contro le cosce del troll.
Armilien lo vede e il terrore lo squarcia.
Ma il desiderio è più forte. Nonostante l’angoscia, nonostante la vergogna, nonostante la missione che sta andando in pezzi, solleva il culo. Lo offre. Le natiche si aprono, il buchino vergine che si contrae in un invito disperato e umiliante. Gli occhi smeraldo, già velati, si fanno ancora più scuri di piacere e di paura.
Il troll grugnisce. Si posiziona dietro di lui. Le mani enormi gli chiudono i fianchi e lo sollevano, usandolo come una cosa. Poi spinge.
Prima entra solo il cappuccio.
La grossa testa equina preme, forza, e penetra con un suono umido e strappato. Armilien urla. Il corpo snello si tende tutto, la schiena si inarca. Gli occhi smeraldo si spalancano e subito si velano di un piacere atroce e di un dolore altrettanto forte. Il cappuccio scompare d’un colpo nel culetto stretto. Il troll grugnisce forte, sofferente: quel buco è troppo stretto anche per lui. Le vene del suo cazzo pulsano visibilmente prima di sparire dentro la carne dell’elfo.
Con un grugno di sforzo il troll dà una spinta poderosa. Altri venti centimetri di cazzo entrano in culo.
Armilien emette un suono strozzato. Si vede il rigonfiamento salire sotto la pelle del ventre. Gli occhi smeraldo lacrimano, velati fino quasi a chiudersi dal contrasto insostenibile di sensazioni. Il troll soffre per la strettezza, avanza a forza, le mani che stringono i fianchi dell’elfo come se stesse usando una sega di carne sul suo membro mostruoso.
Un’altra spinta. Una spanna intera di fusto verrucoso scompare in Armiel.
Il rigonfiamento sotto la pelle si fa più evidente. Armilien piange a denti stretti. Gli occhi smeraldo, spalancati e lucidi per dolore, vergogna, angoscia e piacere. Il troll grugnisce dal male e dallo sforzo, continua a infilarlo con colpi pesanti.
Alla spinta successiva un'altra spanna affonda di scatto.
La pressione interna diventa troppo forte. Armilien piscia. Un getto caldo e incontrollato esce dall'uccello rosa e bagna dondolando in giro ai colpi che lo devastano. Gli occhi smeraldo si rovesciano quasi, velati da uno sguardo perso tra il dolore e un piacere che non riesce più a contenere.
Ancora una spinta poderosa. Quasi tutto il cazzo è dentro.
Il troll ruggisce per lo sforzo. Le mani enormi chiudono i fianchi di Armilien e lo usano davvero come una sega, usandolo a cappuccio sul membro mostruoso. Vene e rigonfiamenti spariscono e riappaiono a ogni movimento. Armilien può solo cedere.
Il palo si ritira, torna indietro, scorrono nuovamenete sull'anno dilatato tutte le vene e verruche e per Armillien è deliquio. solo l'enorme cappela non esce, un plug sagomato più grosso di una noce di cocco. Il troll lo afferra per le cosce e lo comprime, una spinta inarrestabile che spalanca la bella bocca dell'elfo. nemmeno così e dentro tutto. Il troll è incazzato carica la spinta e la botta sfonderebbe il cancello degli orchi.
Gli enormi coglioni gli battono contro le natiche.
Armilien è impalato sul cazzo di carne calda, il bel ventre deformato da una protuberanza oscena.
Il troll grugnisce soddisfatto, ha aperto la fighetta elfa, ora può scoparla davvero. Cozzi e botte bestiali nel culetto di Armillien. I troll odiano quelle fighette degli elfi e questo principino è troppo bello, lo fa incazzare di brutto. lo scopa soddisfatto del suo cazzone mostruoso, una mazza che abbatte le mura delle città degli uomini e i culetti stretti dei prigionieri.
Armilien incassa ogni botta che lo squassa e lo comprime come una giusta punizione.
Poi sente sborrare. con l'ano teso sente scorrere la sborra dentro il cazzone che gli vibra dentro
Getti enormi sotto pressione lo invadono.
Il ventre di Armilien si gonfia come se fosse incinto, l’ombelico si tende fino quasi a sparire. La sborra risale, gli invade lo stomaco e gli arriva in gola. Armilien vomita sborra a ondate spesse ed appicicole mentre il troll continua a pompare dentro di lui. Gli occhi smeraldo restano aperti e velati, fissi nel vuoto, mentre il corpo viene riempito oltre ogni limite.
Alla fine il troll estrae il cazzo che sbatte esausto sulla pietra con un suono pesante, di guerriero abbattuto.
Armilien viene slegato e crolla a terra. Dal buco a caverna colano litri di sborra densa che si spargono sulla pietra. Peggio che morto, non riesce a muovere nemmeno un muscolo. Vomita due ultime boccate di sborra di troll e riprende a respirare.
Sotto gli occhi gialli dei goblin la magia elfica comincia a ricostruirlo.
Gorzak lo guarda e sorride, le zanne appuntite esposte. Si tocca il cazzo.
'Sì… questo principino gli orchi me lo pagheranno oro.'
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