La vita di Patty Capitolo 60

scritto il 2026-10-05 tempo di lettura 18 min

di
genere
dominazione
cura
C

Uscimmo quindi dal casinò, ma lì avvenne il primo intoppo. Migliaia di persone e taxi col contagocce. La fila era praticamente senza limiti. Il nostro hotel non era lontanissimo, ma avevo i tacchi a spillo. Era praticamente impossibile per qualunque donna farsi tre chilometri con quei tacchi. Ma non c'era altra soluzione. Se volevo arrivare in albergo dovevo armarmi di santa pazienza e camminare, oppure attendere un paio d'ore almeno lo smaltimento della fila di persone in attesa del taxi. Optai per la prima soluzione, e iniziammo il nostro viaggio di ritorno. Per me fare tre chilometri a piedi, anche fatti di corsa, era una sciocchezza, allenata com'ero, ma farli in quelle condizioni era veramente faticoso. Per i primi cinque/seicento metri tutto fu abbastanza semplice, ma poi dovemmo inoltrarci in quella specie di parco, e la situazione si fece ovviamente più complicata e i miei passi sempre più incerti. Accidenti a me. Avrei dovuto portarmi delle scarpe comode di riserva, come facevo a volte andando a matrimoni e feste del genere, quando l’unico modo per poter resistere e ballare fino a tardi era quello di togliersi i tacchi e rimanere con scarpe comode o, addirittura, a piedi nudi. Ma per quella sera non avevo pensato a una simile eventualità, convinta che avremmo preso un taxi per tornare in albergo. Convinzione errata, purtroppo.
Continuavamo comunque a camminare. Era ovviamente tutto buio e non c'era anima viva. Gli unici rumori erano quelli in lontananza del porto e quelli dei nostri passi. A volte si ha una specie di sesto senso per certe cose, e stranamente quella notte non mi sentivo tranquilla. La cosa strana era che avvertivo quel timore soprattutto nei confronti di Marco, mentre per me non avevo alcuna paura. Dopo esserci inoltrati per circa duecento metri in quel parco, la mia sensazione cominciò a farsi realtà. Sentivo distintamente altri passi oltre ai nostri. Mi dicevo che probabilmente erano altre persone che avevano scelto quel tragitto, ma intanto stringevo la mano di Marco che mi guardava silenzioso. Gli sorridevo e lo tranquillizzavo, ma il timore di fare brutti incontri era ormai ben radicato nella mia mente. Chissà cosa pensava mio marito in quel momento. Lo vedevo preoccupato quando, abitualmente, non era certo uno che si facesse prendere dal terrore. A parte quando mi vedeva arrabbiata e sapeva che lo stavo per picchiare. Forse la sua paura era per me. Ero vestita in modo da attirare gli sguardi, molto provocante, e le conseguenze potevano essere disastrose. Mi fermai e lo guardai negli occhi. Scappare era inutile. Avrei dovuto togliermi le scarpe e correre a piedi nudi su quel terreno. Praticamente impossibile. Inutile anche provarci, anche perché ormai quei rumori di passi erano vicinissimi.
"Qualsiasi cosa accada, non reagire", gli ordinai, afferrandogli saldamente la mano. Avevo paura di questo, della sua eventuale reazione. Ricominciammo a camminare normalmente per alcuni secondi, e poi l'inevitabile accadde. Due uomini, probabilmente di origine nordafricana, si materializzarono alle nostre spalle.
Era buio e non vedevo molto bene, ma le lame dei loro coltelli brillavano
nell'oscurità. Uno era alto più o meno come me senza tacchi, poco meno di un
metro e ottanta, e abbastanza robusto. Barba mal rasata, indossava un paio di
jeans e un giubbetto di jeans con la pelliccia sul collo. L'altro era più
basso, forse di poco superiore al metro e settanta, ma anche lui piuttosto
tarchiato anche se non grasso. Quello aveva la barba piuttosto folta,
indossava un jeans anche lui e un giubbetto di finta pelle con la cerniera
alzata. Credo che potrei ricordarmeli in quel modo anche fra trent'anni. Ci
fecero vedere i coltelli e poi quello alto si rivolse a mio marito.
"Danos el dinero." Era chiaro, volevano i soldi. Marco mi guardò. Ero io che
li avevo. Era comunque calmo mentre io ero invece molto agitata. Indicai loro
la borsa che avevo in mano.
"Solo un minuto. Busco en el bolso. Pero, por favor càllense." Dissi loro di
stare calmi e che avrei cercato i soldi nella borsa. La borsa era piccola,
quelle che si usano per le cerimonie, e avevo portato con me solo alcune
centinaia di euro, la maggior parte delle quali se ne erano andati tra la
cena, il locale e il casinò. Tutto il resto dei contanti li avevo lasciati nella cassetta di sicurezza della nostra camera. Non li contai ma non superavano i cento euro. Per una cifra del genere non valeva la pena muoversi.
Avevo con me naturalmente anche la carta di credito, ma dubito che ci avrebbero
potuto far qualcosa con quella. Diedi loro i soldi, ma era chiaro dalla smorfia
di quello basso che non si accontentavano. Si rivolsero a mio marito e
stavolta uno dei due, esattamente quello più basso con la barba, gli mise il
coltello alla gola.
"Ahora le toca a usted. Dé todo lo que tiene, incluido el reloj."
"Vogliono l'orologio e tutto quello che hai in tasca, Marco," tradussi per mio
Marito, che era completamente a digiuno di spagnolo. "Tira fuori tutto così ce ne andiamo in albergo, tesoro. Non fare l'eroe, mi raccomando."
Marco tirò fuori dalla tasca il portafogli e si tolse l'orologio che era uno dei regali che gli avevo fatto per il suo compleanno alcuni anni prima. Ma il suo portafogli era ancor più misero del mio e conteneva poche decine di euro. Mio marito ormai andava in giro solo con i pochi soldi che gli davo all'inizio di settimana, la paghetta praticamente, in quanto a tutto il resto provvedevo io.
Stavolta i due s'incazzarono di brutto e spinsero Marco addosso a un albero.
Non riuscivo a capire tutto quello che dicevano anche perché fra loro parlavano in arabo, ma iniziai ad avere paura, soprattutto per lui. Sapevo che non poteva finire in quel modo e ne ebbi la certezza quando quello alto mi si avvicinò
"No hay dinero? Paciencia! Pero tu eres muy hermosa y creo que vamos a tener
diversion tambien."
Il mio sesto senso non mi aveva delusa, purtroppo. I soldi erano pochi e non si accontentavano. Ed ero troppo bella per non desiderare di fare sesso con me. Quel bastardo aveva intenzione di violentarmi, e io non potevo muovermi. Quell'altro teneva sempre mio marito con il coltello alla gola ed eravamo distanti alcuni metri. Appena mi fossi mossa, mio marito sarebbe stato spacciato. Che fare? Marco iniziava a guardarmi. Voleva che ci pensassi io. Lui non era in grado di farlo, povero tesoro mio. Dovevo farlo io. Ma come? Non avevo paura della violenza in sé stessa, ma se anche mi fossi fatta scopare da quel malvivente, poi cosa avrebbero fatto? Ci avrebbero lasciati vivi? Ma, soprattutto, lo avrebbero fatto con Marco? Io ero in grado di difendermi, ma avevo timore che mio marito non avrebbe avuto possibilità.
Marco era tutt'altro che debole e non era un vigliacco, ma un coltello alla
gola era troppo per lui. Intanto, quello che aveva detto che si voleva
divertire con me mi era ormai di fronte. Sentivo l'odore sgradevole della sua
pelle malgrado fosse inverno. Mi faceva schifo. Ma io avevo irretito diversi
uomini fino ad allora. Sapevo come comportarmi e come manovrarli. Mi tolsi il
soprabito e lo lasciai cadere in terra con fare sensuale, gettai anche la
borsa a terra e mi appoggiai a lui, rimasto nel frattempo completamente
sbigottito dal mio comportamento. Se avessi voluto in quel momento lo avrei
potuto colpire ai testicoli con una ginocchiata e poi finirlo in tanti modi.
Ma quell'altro avrebbe tagliato la gola a mio marito. Lo feci quindi indietreggiare e avvicinare a Marco. Era allibito. Non poteva credere che la
sua vittima, invece di mettersi a frignare, stava prendendo in mano le redini
della situazione. Una delle sue mani mi stringeva il seno mentre l'altra aveva
ancora in mano il coltello e lo lasciava pendolare penzoloni al suo fianco.
Intanto ormai, a forza di farlo indietreggiare lentamente ero a portata anche
di quell'altro.
"Y tù no me quieres? No te gusto?" gli feci, facendo scivolare la mia mano su
di lui, prima sul braccio sinistro e poi sulla spalla. Gli avevo chiesto se
anche lui mi volesse e se gli piacevo. Anche quello rimase come il suo compare,
completamente a bocca aperta. Purtroppo non riuscivo ad arrivare al braccio
che teneva il coltello e, per farlo dovevo avvicinarmi un po' di più, ma
intanto quello alto si era ripreso dallo smarrimento e si stava leccando i
baffi. Mi prese per un braccio. Evidentemente, mi voleva tutta per sé. Dovetti
staccarmi e poi li guardai ammiccando.
"Quiero a los dos juntos." Vi voglio tutti e due insieme. Era ovviamente una
scusa per potermi avvicinare di nuovo a quello basso che teneva sempre la lama
sul collo di mio marito, e finalmente riuscii nel mio intento. Lo abbracciai con
fare sensuale e potevo agire. Il mio braccio era totalmente intorno
alla sua testa, ma le mie intenzioni non erano ovviamente di sedurlo. Strinsi
con tutta la forza che avevo e, contemporaneamente, tolsi il coltello dalla
gola di Marco che, nel frattempo, aveva capito le mie intenzioni e si stava
per scaraventare su quell'altro.
"Non provare a intrometterti. Questo è un problema mio. Pensa a metterti al
riparo", gli intimai. Non volevo che rischiasse nulla. Quell'altro aveva ancora
in mano il suo coltello e iniziava a puntarlo verso di me. Ma ormai io potevo
muovermi. Mentre tenevo saldamente la testa di quello basso che inutilmente
cercava di liberarsi e anzi, continuavo con la mia pressione per renderlo
completamente inoffensivo, con un calcio laterale dato con la gamba sinistra,
colpii il braccio destro dell'uomo alto, costringendo anche lui a lasciare il
coltello. A quel punto lasciai la presa su quello con la barba e sferrai con
tutta la mia forza un high kick al volto di quell'altro. Alla potenza del colpo si aggiunsero i miei deliziosi stiletti col tacco a spillo che gli aprirono una profonda ferita in faccia. L'uomo urlò per il dolore e volò un paio di metri indietro andando a sbattere con la testa addosso a un albero, scivolando poi a terra, apparentemente senza la forza per rialzarsi. Ora toccava a quell'altro che, nel frattempo, si era rialzato e aveva provato a raccogliere il coltello che gli avevo fatto cadere ma, appena mi resi conto delle sue intenzioni, colpii anche lui con un calcio, stavolta portato alle sue spalle con la gamba tesa. Credo di avergli procurato una ferita in quel momento, sempre per via dei miei stivaletti, ma il colpo forse era stato attutito dal suo giubbetto. Ad ogni modo, urlò e poi andò con la faccia in terra. Lo alzai per un braccio e, senza dargli il tempo di abbozzare una minima difesa, in pochi secondi lo riempii di pugni. Diretti, ganci, montanti, tutto il repertorio di anni di allenamento, dati con violenza, per la prima volta nella mia vita cercando di causare danni e dolore. L'uomo scivolò esanime per terra, ma ancora non ero sazia. Lo afferrai di nuovo.
"La prossima volta che pianti un coltello in gola a qualcuno, assicurati che
quel qualcuno non sia mio marito", gli urlai. Inutilmente perché non poteva
sentirmi. Osservai la sua faccia e notai con piacere i danni che gli avevo
procurato in pochissimi secondi. La sua barba nera era intrisa di sangue, gli
occhi erano tutti e due gonfi e chiusi, mentre dal naso scendeva tantissimo sangue.
Ma lo spettacolo era la bocca. Le labbra erano rotte e almeno due denti erano
volati. Lo lasciai cadere per terra con un misto di soddisfazione per quello
che avevo fatto e di rabbia per il fatto che fosse svenuto, e quindi per non
poterlo picchiare ancora. Ma c'era ancora quell'altro. Ero distante alcuni
metri da lui ed ero stata talmente presa nella mia opera di demolizione che lo
avevo perso di vista per alcuni secondi. Evidentemente, il mio calcio gli aveva
aperto una profonda ferita in quanto sanguinava copiosamente anche lui, ma non lo aveva fatto svenire del tutto, tanto che, pur a fatica, si era rimesso in piedi. Per fortuna mi ero accorta in tempo del suo tentativo di fuga e mi ero
piazzata di fronte a lui, braccia conserte, col mio sorriso più smagliante, di nuovo sicura dei miei mezzi.
"Ahora te mato con mis manos", lo minacciai. Gli avevo appena detto che lo avrei ucciso con le mie mani, e la minaccia doveva essere stata piuttosto credibile. In tutti quegli anni di dominazione con diversi uomini, avevo visto spesso nei loro occhi la paura, me ne ero nutrita di quella paura, ma quello che vidi negli occhi di quell'uomo, non lo avevo ancora mai visto. Probabilmente aveva potuto vedere come avevo ridotto il suo compare, e pensava che lo avrei ucciso veramente a mani nude. E forse in quel momento era quello che avevo intenzione di fare davvero. Lo colpii improvvisamente con un altro calcio al volto, stavolta portato con il collo del piede. Più esattamente lo presi in pieno sull'orecchio sinistro.
L'uomo barcollò per alcuni secondi e poi cadde a terra in ginocchio. Mi spostai leggermente sulla mia sinistra e lo finii con un altro calcio, stavolta sul mento, che lo scaraventò lungo disteso per terra.
"Levàntate! "gli urlai fuori di me. Volevo che si rialzasse ma non si muoveva. Lo presi allora per un braccio e lo poggiai di peso addosso all'albero sul quale aveva sbattuto prima, e iniziai a tempestarlo di pugni.
Non dava più segni di vita. Ciononostante, proseguivo a colpirlo violentemente. Ogni colpo gli apriva una nuova ferita, ogni pugno faceva schizzare del sangue, ogni volta scivolava giù, addosso al tronco, e ogni volta lo rialzavo. Non so cosa pensassi in quel momento. La mia rabbia era esplosa in maniera incredibile, non riuscivo a controllarmi. Le nocche delle mie mani mi facevano male per la violenza con la quale li avevo colpiti, e si erano addirittura spellate in alcuni punti. Presi l'uomo per il collo, intenzionata a sbattergli la testa contro l'albero, quando Marco mi venne incontro gridando.
"Nooo. Ferma, Padrona, così lo ammazza." Mi girai e vidi lo sguardo implorante
di mio marito, mentre ancora tenevo per il collo quel malvivente. Lo lasciai
cadere e Marco si abbracciò a me.
"La prego, Padrona, basta. E' stata grande, ha dimostrato la sua potenza, ma
se continua lo ammazza."
Lo accarezzai e lo baciai. "Nessuno può azzardarsi a minacciare mio marito e cercare di violentarmi. Nessuno!" Mi sentivo grande. Non tanto per aver sventato la minaccia di violenza nei miei confronti, quanto per aver difeso Marco. La sensazione che avevo in quel momento, di protezione nei suoi confronti, era l'ultimo tassello che mi mancava del tutto, quello che ancora non conoscevo. Lo avevo difeso altre volte, ma a parole, mai con i fatti. Ora sapevo che lui mi apparteneva davvero, che dipendeva completamente da me. Io ero la sua padrona e dovevo difenderlo. Era mio dovere.
Le parole che seguirono non fecero altro che moltiplicare quella mia sensazione.
"Non ho mai avuto paura, Padrona. Sapevo che c'era lei accanto a me, e quindi
non mi sarebbe potuto accadere niente."
Lo baciai di nuovo. Avrei avuto voglia di fare l'amore con lui in quel momento, e dovetti trattenermi per cacciare indietro quegli istinti.
"Hai ragione, tesoro. Non ti accadrà mai nulla se ci sarò io accanto a te."
Ora non ero più la semplice padrona, la dominatrice. Avevo ribaltato completamente i ruoli. Ero io che proteggevo mio marito, ero io che mi sarei presa la briga di difenderlo se mi fosse capitata di nuovo l'occasione. Era mio dovere farlo e lo avrei fatto con gioia. Forse per un uomo quella sensazione era normale, faceva parte del suo istinto proteggere la sua donna, ma per me invece era qualcosa di inspiegabile e di portentoso. Una donna, di solito, ama essere protetta, e quel ribaltamento aveva scatenato in me delle sensazioni di enorme portata. Sottomettere un uomo basandosi sul proprio fascino era un conto, farlo perché si era più forti era eccitante, ma comunque rientrava sempre in una specie di gioco consenziente, ma proteggere quell' uomo, dimostrandogli in quel modo il mio valore, dimostrargli che i miei ordini andavano eseguiti non solo perché io fossi più forte e quindi potevo punirlo, ma perché tra noi due ero io l'asse portante, quella che si prendeva cura dell'altro, non aveva eguali. Tutto questo si agitava nella mia testa e solo allora mi resi conto che la mia dominazione su Marco era qualcosa di diverso, di totalmente differente da qualunque altro tipo di dominazione nell'ambito di coppia. Quella che Marco aveva nei miei confronti era una sottomissione totale che faceva parte della sua indole, ma era nel contempo stima, orgoglio e adorazione. Lui si era sottomesso completamente a me perché aveva capito che mi meritavo tutto quello e anch’io ora ne avevo la certezza.

Ci riprendemmo i soldi e l'orologio e, dopo essermi accertata che quei due
fossero ancora vivi, ci dirigemmo verso l'albergo. Ero sporca di sangue su tutto il corpo, ma per fortuna il mio soprabito riusciva a nascondere tutto. Nel frattempo, il solito desiderio sessuale che provavo quando davo dimostrazione della mia forza e della mia bravura, era ancora più elevato delle altre volte. Avevo una voglia di cazzo che non avevo mai avuto prima in vita mia. Già dentro l’ascensore iniziai a baciare Marco mettendogli le sue mani sui miei seni, mentre io gli tirai giù la lampo per cercare avidamente il suo bel membro già sull’attenti. Ci trascinammo in camera sempre continuando a baciarci.
“Spogliati, subito!” gli ordinai, quasi in trance, aspettando il momento in cui sarei stata soddisfatta. Appena lo vidi nudo il desiderio si fece quasi tangibile. Gli afferrai il cazzo.
“P-Piano, Padrona. Altrimenti non posso soddisfarla come merita.”
“Di chi è questo? A chi appartiene?” gli chiesi, senza abbandonare la presa sul suo membro.
“A lei, Padrona. Io appartengo a lei. Sono suo. Ogni fibra del mio corpo le appartiene.”
“Certo che mi appartieni. Adesso però mi interessa il tuo cazzo. E la tua lingua. Comincia a leccarmela”, gli ordinai, facendo scendere il mio sensuale pantalone di lattice che aveva fatto rigirare tutti gli uomini che avevo incontrato. E a chissà quanti di loro era venuto dritto.
Si inginocchiò, e gli bastò leccare per pochi secondi il mio clitoride per farmi arrivare all’orgasmo. Ora cominciavo a essere un po’ più lucida, ma era solo la prima scena del nostro film. Lo spinsi sul letto.
“Adesso ti scopo.”
“P-Padrona,” balbettò Marco. “Non potrò resistere a lungo. L’ho desiderata per tutta la serata. E poi… Quello che ha fatto con quei due…”
“Te l’ha fatto venire ancora più duro.”
“Non posso negarlo. E mi ha reso orgoglioso di essere il suo schiavo.”
Lo baciai appassionatamente. “Stai tranquillo, non ti farò nulla. So che non puoi resistermi. Ma so anche che te lo farò diventare di nuovo dritto”, gli dissi, calmandolo e facendolo venire dopo pochi secondi. Come avevo previsto, mi bastarono pochi minuti per farglielo tornare duro. Nessuno poteva resistermi, e tantomeno poteva farlo Marco, completamente in mio potere, fisico, psicologico e sessuale.
Quella notte feci l'amore con lui in modo entusiasmante quasi fino al mattino. Persi completamente il conto degli orgasmi, mentre Marco lo feci venire per ben quattro volte. E se non mi fossi sentita stanca, esausta e soddisfatta, sarei riuscita a eccitarlo nuovamente. Ma quella notte fu un sesso diverso da quello che facevo abitualmente. Lo facemmo senza ordini, senza violenze, ma non per questo in modo meno dominante. Lo feci ancora molte altre volte in seguito, provando sempre la medesima piacevole sensazione. Non sempre, perché, come ho avuto modo di dire spesso, avevo bisogno anche di provare fisicamente quella superiorità, ma quella variante entrò di diritto nel nostro particolare modo di fare sesso. Variante che invece non usai mai con i miei amanti che continuarono a darsi sistematicamente il cambio nella mia vita. Ma il mio rapporto personale con mio marito esulava completamente dal numero di amanti che avevo in quel momento e che avrei avuto in seguito. Erano due sensazioni differenti e tali dovevano rimanere. Quel capodanno spagnolo quindi, mi fece capire due cose. La prima era che ero veramente forte e brava. Quei due non erano amanti che sbavavano per me, non era un gioco, e io li avevo praticamente distrutti. Ora conoscevo più a fondo le mie potenzialità fisiche, e sapevo con certezza che ben pochi uomini, e solo se bene allenati, si sarebbero potuti mettere contro di me con la speranza di potermi sconfiggere. La seconda invece riguardava la sensazione provata in quel frangente che avrei pagato di tasca mia per poter riprovare di nuovo. Da quel momento, ogni volta che camminavo per strade deserte in compagnia di mio marito, lui sapeva che non doveva temere nulla perché ci sarei stata io a difenderlo, perché la sua padrona non avrebbe permesso che qualcuno lo potesse aggredire. Ecco, quello era il mio modo di essere dominante: sadica e protettiva, intransigente e generosa, ma sempre completamente padrona.

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