Villa Mimosa: Ludovica e il Commendatore.

scritto il 2026-10-05 tempo di lettura 22 min

di
genere
masturbazione
cura
B

Quando Ludovica entrò in casa era stanca, dopo una giornata passata in università tra lezioni e studio per l’ultimo esame dell’anno. Poi ci sarebbe stata la pausa estiva e, finalmente, la vacanza organizzata con Federico: due settimane a Dubai da alcuni amici di lui e poi a Mykonos, dove avrebbero trascorso il resto dell'estate.
Mettendo piede in casa, però, ad attenderla c’era qualcos'altro: la furia di sua madre. Ludovica avrebbe tollerato tutto, tranne l'ennesima ramanzina da parte di Mariagrazia.
«Adesso noi due facciamo i conti, signorina!» disse la donna parandosi davanti a lei con le mani sui fianchi, senza nemmeno darle il tempo di togliersi lo zainetto dalle spalle.
«Cosa ho fatto?» le chiese la ragazza, stringendosi nelle spalle.
«Non si era detto di darsi una calmata con lo shopping?» Il tono di Mariagrazia era teso, isterico. Non che fossero in crisi finanziaria, i soldi in casa di Ludovica non erano mai mancati; la donna era furiosa perché, nemmeno una settimana prima, il padre della ragazza si era lamentato con lei per le loro spese esagerate tra negozi , parrucchiere, ed estetista. Quella discussione l’aveva mortificata, soprattutto perché l'uomo, spinto dalla rabbia e con un pizzico di meschinità, le aveva ricordato che in quella casa era l'unico a provvedere a tutto con il proprio lavoro.
«Ma se non ho speso un centesimo, di recente!» protestò Ludovica. Stava mentendo: sul fondo del suo armadio erano nascosti degli stivali nuovi, presi in saldo a una cifra che aveva fatto tremare il suo conto in banca.
«Non fare la furba con me, ragazzina!» sbottò Mariagrazia, picchiettando la suola della scarpa sul pavimento di marmo.
«Mamma, sei isterica, io non ho comprato niente!»
«E allora come mi spieghi tutti quei pacchi di là in camera tua?» le disse, indicandole le scale in fondo al corridoio che portavano al piano di sopra.
«Ma che cazzo...?!»
Il cuore di Ludovica mancò di un battito non appena spinse la porta della sua stanza. Disposti con geometrica precisione sopra le coperte c'erano sette pacchi. Non scatole qualunque, ma le inconfondibili confezioni istituzionali di una nota casa di moda Milanese la sua maison preferita in assoluto. Rimase immobile sulla soglia, esterrefatta, mentre la borsa le scivolava dalle dita senza che se ne rendesse conto. Chi poteva averle mandato tutto quel lusso?
Fece un passo avanti, quasi timorosa che quella visione potesse svanire. Si avvicinò al letto e sfiorò la superficie della prima scatola regalo: il cartone ad alto spessore era interamente nero opaco, incredibilmente liscio ed elegante al tatto. Al centro di ogni coperchio campeggiava, solenne, il logo stampato in argento a contrasto. Ciascun volume era sigillato da un nastro in tessuto jacquard nero personalizzato, stretto in un fiocco perfetto.
Con le mani che le tremavano leggermente per l'eccitazione e lo stupore, Ludovica sciolse il primo nastro e sollevò il coperchio rigido. Una finissima carta velina nera, sigillata da un adesivo logato coordinato, custodiva il contenuto. Accanto, in una busta nera, c'erano i documenti di autenticità.
Mossa da una curiosità irrefrenabile, aprì i pacchi uno dopo l'altro, scartando le veline e sfilando gli articoli dalle morbide dust bag in tessuto nero. Dalla scatola più grande emerse un meraviglioso abito tubino midi in pizzo Chantilly nero, completamente trasparente, drappeggiato con una sensualità squisitamente siciliana. In un'altra confezione, protetto dalla sacca antipolvere, c'era il pezzo forte: una borsa Sicily in pelle Dauphine nera con la targhetta logata dorata, un classico intramontabile che desiderava da anni. Poco distante, una scatola più sottile rivelò un audace body halter interamente in pizzo nero trasparente, che sembrava disegnato più per valorizzare le curve e le linee intime del corpo che per celarle.
Fu poi il turno delle calzature e dei gioielli: un paio di sandali in vernice nera lucida con tacco a spillo, che facevano male alle caviglie solo a guardarli, caratterizzati dal monogramma dorato posizionato sul plantare, proprio sotto al tallone. «Ginevra le adorerebbe», pensò, per poi riempirsi subito di malinconia al pensiero che ormai la loro amicizia fosse da considerarsi chiusa.
Sospirò, poi aprì un piccolo astuccio. Dentro c'era uno sfavillante paio di orecchini a cerchio con grandi pendenti a croce barocca, tempestati di cristalli neri. Infine, le ultime due scatole rigide racchiudevano un choker in velluto nero con un grande cuore ex-voto dorato impreziosito da perle e una coppia di bracciali rigidi dorati, rifiniti con luminosi castoni arancioni.
Ludovica si sedette sul bordo del letto, cercando di ricordarsi di respirare, circondata da quel trionfo di pizzo, pelle e oro. Guardò i sette capolavori disposti intorno a lei, mentre il profumo tipico della boutique già riempiva la stanza. Il suo brand del cuore era lì, ma il mistero dietro a quel regalo principesco la lasciava completamente senza parole.
«Allora?!» le chiese la madre, in quel momento era più gelosa, che arrabbiata, perché a lei veniva negato il permesso di spendere i soldi del marito, che arrabbiata con la figlia per aver disobbedito all'ordine del padre; dopotutto, l’invito a essere più morigerate nelle spese era stato rivolto a entrambe.
«Ti giuro, non so che dire.»
«Non sa che dire...» ridacchiò isterica la donna. «Ho fatto i conti, sai? Sono andata sul sito dello store» aggiunse con aria accusatoria. «Tra le scarpe, il vestito, la borsa e i gioielli, fanno 9.330 euro!» le disse, mostrandole il display del suo iPhone su cui stava la cifra, come se fosse la prova schiacciante della sua colpevolezza.
Ludovica trasalì. Era quasi la metà di quello che le rimaneva sul conto corrente. Certo, a volte era un po' compulsiva nei suoi acquisti, ma non avrebbe mai speso tutti quei soldi in una volta sola.
«Mamma, ti prego credimi. Anche volendo, non avrei mai potuto!» le disse, decisamente più preoccupata per il mistero che si celava dietro a quel regalo inatteso che per la furia di sua madre.
«E allora chi te li ha mandati?» chiese Mariagrazia, cogliendo nello sguardo della figlia una sincerità impossibile da negare.
«Non lo so.» disse lei passando la mano sul tessuto del vestito.
«Beh, vedi di scoprirlo, perché c’era anche questo!» le disse la madre, sparendo per un attimo e tornando subito dopo con un altro pacchetto.
Era una scatolina 15x15 che non apparteneva alla casa di moda da cui arrivavano gli altri articoli, ma che ne esprimeva la stessa raffinata eleganza grazie al velluto nero che la ricopriva interamente. Ludovica notò un certo disagio nello sguardo di sua madre. Non che Mariagrazia fosse una bigotta o una donna timida, anzi: il suo immancabile esibizionismo era stato una fonte di ispirazione per la ragazza durante la crescita. Eppure, qualunque cosa fosse contenuta in quell’ultimo, misterioso pacchetto, riusciva a metterla visibilmente in imbarazzo.
«L’hai aperto!» protestò Ludovica.
«Certo che l’ho aperto!» le rispose lei, incrociando le braccia al petto per non perdere il ruolo di inquisitrice che si era faticosamente ricavata a inizio discussione.
Ludovica scoperchiò la scatola. Adagiato su un letto di raffinatissima seta rossa c’era, inconfondibile, un ovetto vibrante interamente placcato d'oro.
«Manca il telecomando», la anticipò la madre.
«Sì, lo vedo», rispose lei. Ludovica sapeva benissimo quale fosse lo scopo di quell’oggetto: ne aveva già uno nel cassetto del comodino accanto al letto, insieme ad altri accessori per il piacere personale, ma questo sembrava di una fattura nettamente superiore, un vero e proprio gioiello di design.
Senza farsi notare dalla madre, scorse all'interno del coperchio una piccola busta da lettere, nera anch'essa, inserita in modo così discreto da risultare quasi invisibile. Ludovica non disse nulla, intuendo che lì dentro avrebbe finalmente trovato la soluzione al mistero di quel pomeriggio.
«Beh... chi potrebbe mai mandarti tutta questa roba?» le chiese Mariagrazia, con una nota di nervosismo nella voce. Il padre della ragazza non solo trascurava i doveri coniugali da mesi, ma non le faceva un regalo piccante da un secolo; veder recapitare una cosa del genere alla figlia le provocava una sottile punta di invidia.
«Federico», le rispose Ludovica per tranquillizzarla, anche se in cuor suo ne dubitava fortemente. Per quanto il fidanzato fosse agiato, non si sarebbe mai spinto a spendere una cifra simile per farle un regalo. Non ancora, almeno, dato che la loro relazione andava avanti da meno di un anno.
«Beh... allora devi sposarlo!»
«Ma smettila!» rise lei.
«Dico sul serio, Ludovica. Se non lo sposi, convincerò tuo padre a escluderti dal testamento!» esclamò la donna.
«Mamma, esci per favore», le disse la ragazza, accompagnandola gentilmente verso l’uscita.
«Dico sul serio, Ludo, guarda che non scherzo!» le ripeté Mariagrazia, mentre la figlia le chiudeva la porta della camera alle spalle.
«Sabato sera, ore 20:00. Non farmi attendere.
L'abito racconterà i tuoi segreti a chiunque ti guardi, ma il segreto più profondo vibrerà solo per me...
F.P.»
Lesse la ragazza sul bigliettino bianco di carta pesante, su cui una calligrafia decisa ma elegante aveva tracciato quell’invito. Trattenne il fiato. poggiando la schiena contro la porta alle sue spalle dietro la quale poteva sentirà ancora sua madre borbottare.
F.P., pensò. C’era solo un uomo nella sua vita che portava quelle iniziali: Filippo Palazzi, il Commendatore. Il nonno di Federico.
Guardando i vestiti sul letto ,tutto quel lusso fatto di gioielli, scarpe col tacco alto e stoffe preziose , nella mente di Ludovica si accese la fantasia. All'idea di ciò che quell'uomo le avrebbe chiesto, anzi no, preteso da lei, un calore prese a scaldarle il basso ventre. All'inizio era solo un rivolo sotterraneo, una sorgente timida che spingeva per risalire in superficie. Poi, però, quel flusso trovò la sua via, trasformandosi in una corrente calda che le scorreva sotto la pelle, fluida e costante. Ormai non c'erano più argini capaci di contenerla: il desiderio era diventato una piena che la travolgeva da dentro.
"Mise le mani tra le cosce, sopra il tessuto dove il calore andava facendosi più intenso. Adorava quei dannati jeans, scoloriti, un pò strappati a vita bassa, con un bottone davanti costantemente lasciato aperto volutamente, permettendo di intravedere la fattura e il colore delle sue mutandine.
Li aveva indossati tutto il giorno: l'elasticità della tela le fasciava le gambe ed esaltava, sollevandola, la curva del sedere. Indossarli le dava potere; amava attirare gli sguardi su quello che aveva sempre considerato il suo pezzo forte, il suo magnifico, culo. Si nutriva dei commenti più o meno velati sussurrati nei corridoi, nelle aule e negli uffici, tra colleghi di facoltà, assistenti, docenti e personale non docente. Era come se ognuno di loro le cedesse un po' della propria energia.
Persino Salvatore, compagno di studi, amico dal primo giorno di università, quel giorno, si era fatto audace. Seduti sui loro sgabelli dietro i tecnigrafi, mentre cercavano di seguire la noiosa lezione di urbanistica di un docente più annoiato di loro, lui aveva notato un dettaglio: dal bordo dei jeans, esposto tra i fianchi e le natiche, spuntava il capo di intimo. Aveva iniziato a tormentarla, tirando l'elastico e facendolo schioccare sulla carne nuda. Ludovica, divertita da quell'attenzione, aveva cercato di farlo smettere, ma girandosi verso di lui non aveva fatto che stuzzicarlo di più. Salvatore aveva notato che la patta era tenuta chiusa solo da due dei cinque bottoni d'ottone e, dopo molte insistenze, aveva preteso di leggere la scritta stampata a lettere dorate sul pannello anteriore del suo perizoma leopardato.
“TASTY”, aveva letto il ragazzo a voce bassa.
Ludovica non aveva avuto nemmeno il tempo di collaborare. Salvatore l'aveva fatta alzare di scatto, spingendola contro il muro dietro di loro e, tenendola ferma con una mano attorno alla gola, aveva tirato il tessuto fuori dai jeans fino a esporlo completamente.
“Io qui starei facendo lezione”, li aveva interrotti la voce del docente.
“Sì, scusi professore”, avevano risposto all'unisono, tornando a sedersi con il fiato corto.
Era stato eccitante, sì. Ma non era niente in confronto a ciò che lei, da sola nella sua stanza, provava in quel momento. Divorata da un bisogno sempre più urgente, ora quel denim le dava una claustrofobica sensazione di costrizione. La intrappolava, arginando a fatica un flusso caldo che cominciava a colare dalla sua carne e che spingeva disperatamente per liberarsi.
Senza concedersi il lusso di arrivare al letto, dove sarebbe stata più comoda, spinse giù il denim fino a metà coscia. Spostando di lato il perizoma, cercò affannosamente ciò che si serbava tra le pieghe intime e pretendeva la sua attenzione. Le gambe, leggermente divaricate, erano imprigionate da quella morsa di tela spessa. Cercando un sostegno per non cedere alla debolezza che le invadeva le ginocchia, poggiò la schiena contro il legno freddo della porta.
“Ludovica, cosa vuoi per cena?” le urlò la madre dalle scale.
“Niente!” sussurrò lei, già travolta dall’estasi.
“Mi hai sentito?” insistette Mariagrazia.
“NIENTE, MAMMA LASCIAMI IN PACE!” le urlò allora, con una frustrazione così acuta da attirare lo sguardo del vicino, intento a leggere il giornale sul balcone di fronte. Ma non era di cibo che aveva bisogno in quel momento.
“Che carattere… io mi ordino il sushi” borbottò la donna, allontanandosi.
Ludovica riprese esattamente lì dove era stata interrotta. Quella costrizione forzata, tra la porta dietro di lei, e i jeans sempre più stretti, anziché fermarla, finì per concentrare ogni sensazione nel centro del suo bacino. Le sue cosce si strinsero, attanagliando la mano per un istante, per poi spalancarsi di colpo e lasciarla libera di muoversi veloce, senza più freni. Intrappolata in piedi, isolata nella piena luce della stanza, continuò a fissare tutto quel lusso sparso sul letto. Davanti alle promesse e alle pretese che vi erano legate, Ludovica sentì il flusso caldo farsi ancora più denso, pronto a rompere gli ultimi argini.
Le dita si muovevano ormai con un ritmo cieco, frenetico, dettato solo dall'urgenza. Sotto lo sguardo muto di quei gioielli e delle stoffe preziose, la mente di Ludovica cedette del tutto alla fantasia di quell'uomo, alla violenza della sua pretesa.
In un attimo di lucidità , guardando verso la finestra aperta della sua camera, si era resa conto che il vicino, l’anziano dottor Luzzi, senza essere invitato, si era fatto testimone di quel suo momento privato.
Ludovica non era più in grado di ricorrere al trucco del pudore ,della decenza, anzi essere violata nella sua privacy in quel modo, le diete un ulteriore spinta, la pressione nel basso ventre divenne insostenibile, un accumulo di energia che premeva contro pareti troppo fragili per contenerlo ancora.
Poi, in un gemito soffocato a stento, l'argine crollò.
Non ci fu modo di trattenerlo: la marea sotterranea ruppe i freni e si trasformò in una cascata violenta, un'onda di piena che le travolse il petto e le tolse il respiro. Ludovica inarcò la schiena contro la porta, sollevò il pube, le dita contratte nella carne, mentre una scossa liquida e caldissima dilagava dentro di lei, erompendo in un arco liquido tra le pieghe della sua fica, un getto liquido e vitale che zampillò oltre i confini della pelle, bagnandole le dita e la carne, gli slip ,i jeans e il pavimento sotto di lei, Non era urina quella che aveva lasciato il corpo di Ludovica, ma la sua anima in forma liquida.
In un tempo che fu eterno, l’orgasmo irradiandosi fino alla punta dei piedi imprigionati nel denim, le spezzo le ginocchia, facendola crollare al suolo, seduta sulla pozza che aveva lasciato sotto di se.
La testa le cadde all'indietro, gli occhi socchiusi e incrociati da un oblio improvviso, le labbra si schiusero morse dai denti, in un gemito muto che andò a morire contro il legno. Rimase così per qualche istante, sospesa, gli ultimi flussi dell'onda si ritiravano lentamente, lasciandola tremante, esausta, svuotata.
Quando si sollevò, un applauso raggiunse le sue orecchi ,il signor Luzzi, si era goduto tutto lo spettacolo e in quel gesto l’apprezzava.
Ludovica corse alla finestra, poi prima di abbassare la persiana, gli sorrise e fece un leggero inchino.
Erano vicini da anni, non era la prima volta che lui faceva sua la sua privacy e lei, non ne era disturbata.
Ad ogni voyeur serve una musa.
Quando l'iPhone di Federico suonò, il ragazzo era in palestra, intento a fare trazioni alla sbarra. Avviò la videochiamata.
«Piccola, proprio a te stavo pensando!» disse tutto sudato e con il fiato corto.
«Ti piace?» chiese lei, posando lo smartphone sul comodino accanto al letto e mostrando l’abito che indossava.
«Cavolo, Lu, sei caldissima» esclamò lui.
«E queste scarpe?» aggiunse lei, sollevando il piede per mostrare le décolleté dal tacco vertiginoso.
«Favolose.»
«Gli orecchini, i bracciali, il choker...» continuò, mostrando ognuno di quei preziosi.
«Sono bellissimi e ti stanno d’incanto», disse lui sincero.
«E questo?» chiese sfilandosi il vestito a fatica, visto che il taglio aderiva al corpo come una seconda pelle. Mostrò il body che indossava sotto, che sembrava dipinto direttamente sulle sue forme e lasciava del tutto scoperte le natiche sode.
«Amore… così mi uccidi», le disse il ragazzo.
«Me li ha mandati tuo nonno!» rivelò lei.
Federico scoppiò a ridere.
«Che cazzo ridi?» chiese lei, mettendo un adorabile broncio.
«Quel vecchio mandrillo!» esclamò lui.
«E mi ha mandato anche un invito per sabato sera», aggiunse lei, omettendo l'oggetto a cui era stato allegato il biglietto.
«Ah sì, la festa a Como! Doveva andarci con la Enrica, ma la nonna ha di nuovo il suo mal di schiena. Ha pensato che a te avrebbe fatto piacere accompagnarlo!» le spiegò. Sul viso di Ludovica si dipinse un'aria sorpresa.
«Dovresti vedere che faccia hai, tata!» ridacchiò il ragazzo.
«Ma quindi è stata una tua idea?»
«Beh, sì.»
«E ti pare normale che mi chieda di vestirmi così?»
«È sempre stato esigente con le donne, vedessi come faceva vestire la nonna quando era più giovane!» disse lui. «Ma perché, ti dispiace? Se vuoi lo chiamo e disdico.»
«No!» si affrettò a dirgli lei, forse con un po’ troppa enfasi. «Se a te sta bene, ci vado», rispose.
Quella di Ludovica, però, era tutta una messinscena. Moriva dalla voglia di andare all’appuntamento con il signor Filippo dopo quello che era successo nel suo studio. Aveva fantasticato parecchio su un loro nuovo incontro , un segreto che aveva rigorosamente taciuto al fidanzato, e in cuor suo si era persino lamentata del fatto che l’uomo avesse atteso così a lungo prima di rivolgerle un altro invito.
«Sei sicura?» chiese Federico.
«Sì», lo assicurò lei.
«Allora perché questa telefonata?» domandò perplesso il ragazzo.
«Niente… volevo solo farti vedere quanto fossi carina con addosso questa robina», disse lei, assumendo un’aria ingenua.
«me lo fai venire duro quando parli così», le disse Federico. «Ma adesso sto facendo gli esercizi e devo restare concentrato. Tu domani vacci, sono sicuro che ti divertirai.»
«Dici?»
«Sì, vedrai. Il nonno sembra burbero, ma sa anche essere divertente.»
«Lo immagino», disse lei, mentre i ricordi volavano a quando lui, chinato tra le sue gambe, le aveva fatto provare con la bocca emozioni mai provate prima.
«Adesso vado», disse Federico, preoccupato di perdere il ritmo dell'allenamento.
«Sì, ciao tato. E mi raccomando, pompa bene!» gli disse lei, maliziosa.
«Lo farò pensando a te», le rispose lui.
Il ticchettio dell'orologio sulla scrivania scandiva i minuti con una precisione spietata. Mancavano esattamente otto minuti prima che i Filippo passasse a prenderla.
Attraverso la porta socchiusa della camera da letto, la voce di sua madre risuonò limpida,
“Ludovica, guarda che sono quasi le otto!” l’avviso la madre urlando dalle scale.
“Sono pronta!!” le rispose lei.
Si voltò verso lo specchio a figura intera, concedendosi un ultimo sguardo d'insieme. Il parrucchiere, quel pomeriggio, aveva fatto un lavoro superbo, i suoi capelli neri erano spariti sostituiti, dal castano e dai riflessi dorati della nuova tinta brillavano sotto la luce morbida della stanza, non ne era stata sicura, si era lasciata convincere da Valerie, il suo hairstyle di fiducia e l’effetto finale era piacevole.
Raccolti in un'acconciatura morbida e mossa, impreziosita da piccole perle che richiamavano i dettagli del choker in velluto nero con il cuore sacro.
Tutto era impeccabile. Il vestito in pizzo Chantilly nero fasciava le sue forme con studiata eleganza, accarezzando la linea dei sandali con il tacco a spillo lucido. Sotto la trasparenza del pizzo, il body intimo ricamato aderiva come una seconda pelle. Sul letto, la borsa Sicily nera e il bracciale rigido con i cristalli arancioni aspettavano solo di essere presi.
Ludovica inclinò leggermente la testa all'indietro di fronte allo specchio, chiudendo gli occhi per un lungo istante per valutare l'effetto finale del trucco. Quando li riaprì, un sorriso di sommessa soddisfazione le illuminò il viso: il risultato era esattamente quello che sperava, un mix perfetto di audacia e sofisticata eleganza.
Sulle palpebre, la texture shimmer color bronzo e oro glitterato catturava la luce artificiale della stanza ad ogni minimo movimento, creando riflessi metallici intensi che si sposavano magnificamente con le sfumature dorate della sua nuova tinta. Le ciglia, allungate e rese folte dal mascara nero, incorniciavano lo sguardo insieme alle sopracciglia pettinate verso l'alto, conferendole un'aria magnetica e vagamente fiera.
Abbassando lo sguardo sulla bocca, sfiorò con l'indice il contorno perfettamente delineato dalla matita marrone calda. Il rossetto nude, avvolto da un generoso velo di gloss a effetto specchio, brillava con una consistenza ultra-lucida e voluttuosa. Quell'accento così lucido sulle labbra non solo dava un volume incredibile, ma spezzava con raffinata malizia la texture opaca e drammatica del pizzo nero del vestito.




. Ma la parte più intensa del piano non si trovava in mostra.
Con un respiro profondo, Ludovica prese l’ovetto vibrante wireless che riposava sul comodino. lo esaminò per un istante, era più pesante e grosso rispetto a quell oche usava di solito lei, si chiese se quello che brillava sulla superfice non fosse oro vero a 24k ,non era da escludere, non sembrava affatto, qualcosa che si potesse comprare su uno store di shopping online, ma la testimonianza di un lusso che si concedeva ogni possibile capriccio.
La superficie metallica, lucida ed elegante, era fredda al tatto, un contrasto netto con il calore delle sue dita. Le tornò in mente l'immagine di Filippo, con il suo fascino maturo e inflessibile, l'uomo che, quella sera avrebbe guidato il gioco.
Mancavano meno di quattro minuti alle venti. Consapevole del pochissimo tempo rimasto, Ludovica prese la sedia della scrivania, la posizionò davanti allo specchio, ci si sedette sopra e applicò poche gocce di lubrificante sulla punta del dispositivo. Sollevò con cura l'orlo del vestito di pizzo e, allargando le cosce per facilitare il movimento, scostò il leggero tessuto del body, schiuse le labbra della vagina, già umida, e prese a inserirlo. All'inizio il contatto con il metallo fu una scossa gelida contro la pelle sensibile, un brivido che le fece sfuggire un piccolo sospiro.
Con delicatezza, spinse l'ovetto all'interno. Complici l'anticipazione mentale e l'eccitazione che le faceva già battere il cuore a mille, le pareti interne erano calde e accoglienti, pronte a stringersi attorno alla forma liscia del dispositivo. Prima che sparisse del tutto, da brava ragazza kinky qual era, prese lo smartphone e si riprese com'era: esposta, dilatata, umida e con l'ovetto che faceva capolino, un souvenir forse da mostrare a Federico, forse da tenere per sé come ricordo privato.
L'eccitazione salì in fretta, la carne calda boccheggiava umida come un pesciolino rosa affamato.
“Carina,” sorrise, osservando l'immagine catturata. Poi, con indice e anulare, completò l'opera, spingendolo più in fondo, finché non fu completamente nascosto e posizionato contro il punto G. Il metallo iniziò subito ad assorbire la temperatura del suo corpo, scomparendo alla vista e, in parte, al tatto.
Si ricompose, assaggiando le dita umide e lisciando il pizzo del vestito. L'ovetto era spento, eppure un brivido le corse lungo la schiena; la sensazione di pienezza all'interno le ricordava che, per una volta, non era lei a controllare il suo piacere.
“Sono pronta,” disse scendendo le scale.
“Oh, era ora!” esclamò la mamma, guardandola e ammirando quanto la figlia fosse bella.
“Mamma stai calma, sei più nervosa di me,” le rispose, mentre infilava gli orecchini a croce con i cristalli neri. Fu proprio in quel momento, senza alcun preavviso, un attimo dopo che l'orologio in salone aveva suonato le 20 in punto, che il suo corpo fu scosso da un fremito violento. Vacillò.
“Cos'hai, tesoro?” chiese Mariagrazia, preoccupata.
“Niente, un capogiro,” la rassicurò lei, mentre l'ovetto tra le sue gambe vibrava a una frequenza che avrebbe steso un peso massimo per KO.
“Devo andare,” aggiunse, facendo appello a tutte le sue forze per restare in piedi.
“Ma non ha suonato nessuno,” le fece notare la madre.
Il commendatore era arrivato eccome. Quello era il suo modo di annunciarsi: evidentemente quell'aggeggio doveva avere una portata di parecchi metri e una potenza notevole per superare i muri e lo spazio che la separava dalla strada, dove una berlina nera con i vetri oscurati si era appena fermata.
“Cos'è questo rumore?” domandò Mariagrazia; il suo udito era migliore di quanto la figlia avesse sperato.
“Torno tardi, non aspettarmi alzata,” tagliò corto Ludovica. Affrettando il passo per non perdere l'equilibrio, afferrò la borsa e si diresse rapidamente verso la porta.
87
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Villa Minosa: Vittorio e Caterina

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.