La cessione di Annette - Storia di una coppia (parte 13)
di
Kugher
genere
sadomaso
Matteo passò il guinzaglio a Sergio.
Lei non sapeva nulla di quell’uomo ma, ugualmente, riuscì a leggere tristezza nei suoi occhi. Tuttavia questo non le interessava, ancora meno di conoscere le storie delle persone davanti alle quali veniva esibita. Matteo e Sergio erano solo gli strumenti per la sua esibizione, affinché lei potesse essere esposta. Erano coloro che denudavano la sua anima ma erano le persone sedute ai tavoli ad osservarla, a guardarla nuda nel suo profondo, dove la sua sottomissione veniva urlata nel silenzio delle sue movenze delicate.
Sergio aveva notato la forte intesa tra Fausto e Annette. Aveva anche intuito che quella non era l’unica esperienza e, tuttavia, il loro rapporto era ancora fortissimo. Cercava i loro sguardi incrociati per avere conferma di quella forza che gli sembrava di avere letto. Si scoprì quasi a provare invidia per una cosa così grande anche se, nel suo profondo, i rapporti gli facevano paura per il male che avrebbero potuto procurare.
Il Padrone la fece inginocchiare davanti ad una donna, anche lei sola, come la precedente.
Questa smise di mangiare e si girò, pur stando seduta verso di lei.
Annette cercò su di lei elementi tali da consentirle di darle una storia. Aveva una collana di perle, perle grosse che sembravano vere, di dimensioni tali apposta per essere viste e notate. L’abbigliamento era decisamente più costoso rispetto a quello dell’insegnante di prima, ma la scarsa cura nell'abbinamento dei colori le dichiarò una persona senza gusto che utilizzava i vestiti e gli accessori solo per mostrare la sua disponibilità economica. Si immaginò di trovarsi di fronte ad una dirigente, arcigna, cattiva, che godeva a mettere in difficoltà i sottoposti, quasi a voler compensare le umiliazioni che doveva avere vissuto da giovane, prima che si arricchisse.
Sergio spostò un’altra sedia al medesimo tavolo e si sedette davanti alla schiava esposta. Le torturò i capezzoli, torcendoglieli con le dite che strinse forte. Il male era tanto e Annette cercò di piegarsi in avanti per tentare inutilmente di coprire la parte esposta.
Sergio la prese per i capelli tirandole indietro la testa, così da farle recuperare la postura eretta della schiena. In una frazione di secondo Annette riuscì a vedere gli occhi di Fausto, sempre attaccati a lei, come se non avesse smesso un attimo di guardarla. Nonostante fosse inginocchiato e incatenato col guinzaglio alla parete, si sentì protetta dalla sua presenza.
Per lamentarsi aprì leggermente la bocca.
“Aprila di più”.
Il male ai capezzoli non accennava a diminuire ma riuscì comunque ad obbedire. L’uomo si alzò quel tanto che fosse necessario per far cadere un po’ della sua saliva nella sua bocca.
Quando le lasciò i capelli ricevette l’ordine da parte della dirigente arcigna.
“Guardami!”.
Nei suoi occhi vide il piacere per la sua umiliazione ed il dolore che era costretta a subire. Non c’era eleganza nelle sue movenze. Non era il corpo sovrappeso a negare la grazia, era, invece, la sua spigolosità dell’anima.
La megera la guardava con occhi soddisfatti della situazione della schiava trovando piacere nel contrasto con la propria, quella di persona seduta a guardare l’altrui difficoltà.
Annette si sentì scavata dentro, disprezzata, più che nuda. Odiava quella donna e sognava di stare accucciata ai piedi dell’insegnante.
Nel creare la sua storia vide quella megera quale sua superiore sul luogo di lavoro, una donna odiata da tutti i dipendeti, famosa per non riuscire ad avere rapporti sessuali perché senza pagamento non avrebbe trovato nessuno disposto a scopare quel blocco di ghiaccio.
Immaginava che, dopo la giornata alle prese con quella arpia, con la tensione allo stomaco per quanto avrebbe potuto farle, si sarebbe recata dall'insegnante per accoccolarsi ai suoi piedi. Le aveva costruito un'immagine di donna severa ma giusta, esigente ma che non puniva se non fosse necessario.
Per la dirigente la punizione era fonte di piacere. Per l’insegnante, invece, la punizione serviva solo per rimediare ad un errore e ottenere disciplina.
In quel momento, davanti a quella megera i cui occhi erano desiderosi della sua umiliazione e del suo dolore, scoprì il piacere della disciplina, del servizio nei confronti di una persona severa ma giusta, capace di punire per ottenere il meglio ma anche di fare accoccolare a terra ai suoi piedi per premiare.
Finalmente venne fatta alzare e portata via.
Lei non sapeva nulla di quell’uomo ma, ugualmente, riuscì a leggere tristezza nei suoi occhi. Tuttavia questo non le interessava, ancora meno di conoscere le storie delle persone davanti alle quali veniva esibita. Matteo e Sergio erano solo gli strumenti per la sua esibizione, affinché lei potesse essere esposta. Erano coloro che denudavano la sua anima ma erano le persone sedute ai tavoli ad osservarla, a guardarla nuda nel suo profondo, dove la sua sottomissione veniva urlata nel silenzio delle sue movenze delicate.
Sergio aveva notato la forte intesa tra Fausto e Annette. Aveva anche intuito che quella non era l’unica esperienza e, tuttavia, il loro rapporto era ancora fortissimo. Cercava i loro sguardi incrociati per avere conferma di quella forza che gli sembrava di avere letto. Si scoprì quasi a provare invidia per una cosa così grande anche se, nel suo profondo, i rapporti gli facevano paura per il male che avrebbero potuto procurare.
Il Padrone la fece inginocchiare davanti ad una donna, anche lei sola, come la precedente.
Questa smise di mangiare e si girò, pur stando seduta verso di lei.
Annette cercò su di lei elementi tali da consentirle di darle una storia. Aveva una collana di perle, perle grosse che sembravano vere, di dimensioni tali apposta per essere viste e notate. L’abbigliamento era decisamente più costoso rispetto a quello dell’insegnante di prima, ma la scarsa cura nell'abbinamento dei colori le dichiarò una persona senza gusto che utilizzava i vestiti e gli accessori solo per mostrare la sua disponibilità economica. Si immaginò di trovarsi di fronte ad una dirigente, arcigna, cattiva, che godeva a mettere in difficoltà i sottoposti, quasi a voler compensare le umiliazioni che doveva avere vissuto da giovane, prima che si arricchisse.
Sergio spostò un’altra sedia al medesimo tavolo e si sedette davanti alla schiava esposta. Le torturò i capezzoli, torcendoglieli con le dite che strinse forte. Il male era tanto e Annette cercò di piegarsi in avanti per tentare inutilmente di coprire la parte esposta.
Sergio la prese per i capelli tirandole indietro la testa, così da farle recuperare la postura eretta della schiena. In una frazione di secondo Annette riuscì a vedere gli occhi di Fausto, sempre attaccati a lei, come se non avesse smesso un attimo di guardarla. Nonostante fosse inginocchiato e incatenato col guinzaglio alla parete, si sentì protetta dalla sua presenza.
Per lamentarsi aprì leggermente la bocca.
“Aprila di più”.
Il male ai capezzoli non accennava a diminuire ma riuscì comunque ad obbedire. L’uomo si alzò quel tanto che fosse necessario per far cadere un po’ della sua saliva nella sua bocca.
Quando le lasciò i capelli ricevette l’ordine da parte della dirigente arcigna.
“Guardami!”.
Nei suoi occhi vide il piacere per la sua umiliazione ed il dolore che era costretta a subire. Non c’era eleganza nelle sue movenze. Non era il corpo sovrappeso a negare la grazia, era, invece, la sua spigolosità dell’anima.
La megera la guardava con occhi soddisfatti della situazione della schiava trovando piacere nel contrasto con la propria, quella di persona seduta a guardare l’altrui difficoltà.
Annette si sentì scavata dentro, disprezzata, più che nuda. Odiava quella donna e sognava di stare accucciata ai piedi dell’insegnante.
Nel creare la sua storia vide quella megera quale sua superiore sul luogo di lavoro, una donna odiata da tutti i dipendeti, famosa per non riuscire ad avere rapporti sessuali perché senza pagamento non avrebbe trovato nessuno disposto a scopare quel blocco di ghiaccio.
Immaginava che, dopo la giornata alle prese con quella arpia, con la tensione allo stomaco per quanto avrebbe potuto farle, si sarebbe recata dall'insegnante per accoccolarsi ai suoi piedi. Le aveva costruito un'immagine di donna severa ma giusta, esigente ma che non puniva se non fosse necessario.
Per la dirigente la punizione era fonte di piacere. Per l’insegnante, invece, la punizione serviva solo per rimediare ad un errore e ottenere disciplina.
In quel momento, davanti a quella megera i cui occhi erano desiderosi della sua umiliazione e del suo dolore, scoprì il piacere della disciplina, del servizio nei confronti di una persona severa ma giusta, capace di punire per ottenere il meglio ma anche di fare accoccolare a terra ai suoi piedi per premiare.
Finalmente venne fatta alzare e portata via.
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