La preda cacciatrice (parte 1)

di
genere
etero

Ileana entrò in casa e, ancor prima di posare le chiavi sul tavolino, si tolse le scarpe con l’urgenza di chi, claustrofobico, finalmente ricomincia a respirare in ampi spazi, come se quell’atto desse conferma della chiusura di quel periodo che tanto l’aveva tormentata, consentendole, ora, di correre libera sentendo l’erba fresca sotto i piedi curati.
Quel giorno in ufficio si era concluso un problema che da tempo la privava del sonno, e la svestizione degli abiti indossati nell’ambiente formale dell’ufficio, rappresentava l’atto finale di liberazione.
Posò la borsa e, dirigendosi, verso la camera, sparse a terra la giacca scura e la camicetta bianca, formando un percorso iniziato appena dopo la porta con le scarpe ancora in posizione disordinata.
Si tolse la gonna facendola scivolare sulle lunghe gambe fino ai piedi, facendola quasi cadere mentre se la sfilava definitivamente, consentendole di ridere della sua stessa goffaggine.
Si gettò sul letto buttando le braccia all’indietro, sopra la testa, allargate quasi volesse urlare la gioia della sua ritrovata libertà dalle ansie che l’avevano costretta, come un corpetto troppo legato, in un ambiente eccessivamente piccolo privo di finestre e aria.
Si accarezzò riprendendo confidenza con quel corpo che da troppo tempo non esultava, dando e prendendo piacere.
La mano corse al pube depilato per ritrovare quell’umido che le era mancato e che subito le dita portarono alle labbra prima e alla bocca poi.
No! non era il momento, dopo, doveva attendere ancora qualche ora.
Prese il telefono e mandò un messaggio a Fulvio, che da troppo tempo aveva trascurato presa da altri pensieri ed al quale aveva dato buca agli ultimi due appuntamenti, quando all’ultimo aveva inventato una scusa non sostenibile perché la testa era troppo lontana dal corpo, circostanza che le impediva il vero piacere.
Mandò un messaggio all’uomo che, in quel momento, scoprì quanto le era mancato, lui ed i suoi occhi che, guardandola, la facevano sentire desiderata, così come le sue mani la facevano sentire viva quando perlustravano il suo corpo, mostrando quell’eccitazione che lei riusciva sempre a scatenargli con le sue movenze sensuali, calamita troppo forte per un ferro troppo leggero.
“Le scarpe rosse sono lucide”.
Sorrise mentre inviava il messaggio che conteneva la promessa di sesso, con quel linguaggio in codice tutto loro, costruito nel tempo, che anticipava la voglia di sesso, quello forte, irruente, liberatorio, in cui la passione era tale da rendere irrilevanti i minuti necessari per il raggiungimento del’orgasmo, minuti che avrebbero potuto essere tanti, spesi nella danza rituale dell’accoppiamento, fatto di atti sensuali che attiravano promettendo ciò che in quel momento non avrebbe potuto essere preso, giocando con il desiderio, oppure anche brevi, forti, irrinunciabili e non rinviabili che li costringevano a fare sesso ancora vestiti, iniziando ancor prima che la porta di casa fosse completamente chiusa.
“Questa sera vado in palestra”.
Si aspettava quella risposta, sapeva che lui era incazzato con lei, per essere stato trascurato. Non gli aveva detto delle sue tensioni, non riusciva, era una cosa troppo grossa che le tormentava l’anima al punto da impedirle di parlarne, perché il racconto avrebbe comportato troppe fitte dolorose. Sapeva che lo aveva lasciato ai margini con un comportamento che faceva rabbia anche a lei.
Sorrise perché sapeva, conoscendolo, che si sarebbe aperta la caccia, invertendo il gioco del corteggiamento, lasciando alla seduzione il compito di spandere nell’aria quel profumo irresistibile che lo avrebbe fatto capitolare.
“Le ho lucidate con la lingua”.
Si eccitò nel pensare all’eccitazione di Fulvio alla lettura di quel messaggio che sapeva di sottomissione, di forza anticipatrice del sesso.
Si accarezzò la figa, non potendo resistere mentre il suo stesso desiderio era pieno del pensiero del corpo di lui su di sé, del suo peso che la schiacciava mentra la scopava leccandole il collo e stringendole appena i capezzoli.
Sentì arrivare il suo messaggio ma non lo lesse, dirigendosi invece verso la doccia ed ammirando il suo corpo, come se lo vedesse dopo tanto, troppo tempo, quel corpo che aveva nuovamente bisogno di esultare e di gridare la voglia di vivere.
Sapeva che avrebbe ceduto, che avrebbe disdettato gli improbabili impegni che asseriva di avere, forte del potere che aveva su di lui, potere esercitato con sensuali movenze del corpo fasciato da vestiti il cui unico compito era quello di stimolare il desiderio di venderglieli togliere.
Mentre si dirigeva in auto al luogo dove avrebbero preso l'aperitivo, si prese il tempo ed il piacere di passare le dita sul bordo di quelle autoreggenti che le sembrava di avere indossato troppo tempo addietro, facendo venire a lei stessa l’eccitazione al pensiero dello sguardo di lui mentre, seduti al tavolino in piazzetta, avrebbe cercato di capire se stesse indossando le mutandine, cercando inutilmente di nascondere lo sguardo indagatore per non darle la soddisfazione, come se dovesse mantenere il broncio che lei sapeva di meritarsi tutto, disposta a “pagare” il prezzo per farglielo levare tanto le era mancata la sua presenza e la spensieratezza che le sapeva sempre far vivere, liberandola dalle inutili tensioni di una vita trascorsa da sola dopo essere scappata, giovanissima, dalla casa dei genitori.
Lei sapeva come muovere le gambe per non fargli vedere ciò che lei stessa aveva desiderio di rivelare, volendo lanciare un filo che lui avrebbe preso e che lei avrebbe tirato a sé, ansiosa di ritrovare le lebbra maschili sulle sue, sui suoi capezzoli e sul suo sesso avido della sua lingua.
Le sue promesse mute di farsi perdonare per un comportamento che la faceva sentire in colpa, ebbero il potere di accorciare quel filo e strappargli l’invito a cenare a casa sua con la promessa che sarebbe stata lei a cucinare i suoi piatti preferiti, colmando con il gusto quella distanza ormai breve che li separava dal sesso.
Raramente usavano l’ascensore per andare al primo piano dove la porta dell’appartamento avrebbe separato il loro piacere dal resto del mondo rumoroso. Ileana, nel salire le scale, stava davanti, così da spargere il miele per attirare l’orso.
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2026-09-28
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