Una delle mie notti

di
genere
incesti

È il giorno più lungo della mia vita.
Stasera Gabriele verrà a cena da noi. È mio fratello.
Non so cosa succederà, ma succederà.
-
Io sono Daniela.
Sono Daniela anche quando sono con lui.
Marco vuole solo il mio corpo. La mia figa, i miei seni, i miei orgasmi. Lo amo alla follia, ho bisogno di lui come l’aria, mi sodomizza l’anima.
Come ci sono arrivata.
Gli uomini che mi hanno avuta prima di lui li conto sulle dita di una mano e mi avanzano dita. Dico storie di passione. Il primo, a vent’anni, quando sono scappata di casa. Credevo di cercare la libertà e ho trovato solo un letto stretto e un uomo che mi scopava come un temporale si abbatte sulla collina. Mi prendeva la faccia tra le mani e mi diceva «sei mia» e mi entrava ancora, e io credevo di essere sua davvero. Mi ha lasciato con le valigie ancora aperte e un sapore di metallo in bocca.
Poi ce ne sono stati altri due. Storie pietose, come le chiamo io quando le racconto. Uomini che volevano tutto e non sapevano tenersi niente. Uno mi toccava con delicatezza e mi chiedeva se stavo bene, se mi piaceva, se era stato troppo rude. Mi faceva sentire importante ma mi toglieva il respiro: la vita con lui era un peso complicato.
L’altro era già più giusto. Mi legava i polsi con la sua cravatta e mi scopava senza guardarmi in faccia, con la passione di un puttaniere che ha trovato una bella figa. È finita che lui non voleva una puttana e io non volevo un puttaniere. E non volevo essere una bella figa.
Sono magra, ho le curve giuste, posso scegliere chi avere tra le cosce. Tre storie mi erano bastate. È allora che mi sono divertita.
Quelli di una botta e via. I ragazzi, quasi ragazzi, quelli che mi hanno presa ubriaca o mi hanno ubriacata apposta. I migliori, in fondo. Perché sono spariti. Non hanno lasciato numeri, non hanno mandato messaggi il giorno dopo, non hanno chiesto se stavo bene. Mi hanno trovato in un locale, o a una festa, o per strada dopo la mezzanotte, e non serviva farmi bere per portarmi a letto.
Ma mezza ubriaca avevo una scusa. Ed era facile. Con due sotto un portone. Con tre nei corridoi dei cessi.
Con uno mi sono finta sbronza persa, o forse lo ero davvero perché il suo cazzo mi confondeva, e avevo già una bella esperienza in materia. Lo tenevo stretto in mano, non l’ho mollato un secondo, in auto mentre cercava un posto. Ho recitato bene. Mi ha violentata in culo come si fa solo con una cagna ubriaca.
Non mi hanno tolto niente perché non avevano niente da prendere. Non volevano la mia storia, non volevano il mio nome, non volevano sapermi. Volevano solo un buco caldo in cui scaricarsi i coglioni. E io glieli davo. Sesso per fare sesso. Niente di più. E per questo sono i migliori. Perché dopo sono spariti e mi hanno lasciata intera, o almeno quello che restava dopo avermi presa mezz’ora o una notte.
Loro mi hanno dato un corpo, il sapore del loro seme, la sensazione di essere piena e poi vuota, gli orgasmi mai nel momento giusto. Mi davano la conferma che posso farmi scegliere, che posso mettermi in ginocchio e farli venire in gola, che posso aprirmi e lasciarli entrare dove vogliono. Mi hanno dato la prova che il mio corpo è desiderato, che funziona, che risponde, che mi basta cederlo.
Cosa mi hanno tolto.
La possibilità di stare intera. Ogni volta che uno se ne andava portava via un pezzo che non sapevo di avere. La capacità di dire no senza sentirmi in colpa. L’illusione che l’amore fosse qualcosa di reciproco, di dolce, di parlato. Mi hanno tolto la pazienza per le domande gentili, per le mani che esitano, per i «ti amo» detti a luce accesa. Mi hanno tolto la voglia di essere amata tra le lenzuola.
Con mio fratello è stato diverso.
Tra noi erano masturbazioni da carcerati, da vittime del lockdown. Gabriele preparava la maturità, io avevo perso il mio posto in palestra. Per lui ho smesso di essere sua sorella nel momento esatto in cui gli ho tirato la prima sega. Aveva bisogno e io dovevo stringere in mano. Le settimane erano infinite, le strade vuote, i giorni tutti uguali, l’eccitazione sempre presente.
Non una parola tra noi due. Tutto automaticamente, come quando vuoi masturbarti. Senza parole non c’è colpa. Gli mettevo la mano nelle mutande, mi palpava il culo, entrava in camera e me lo metteva in bocca e facevamo. Sul letto solo il tempo di fare sesso, poi ognuno nella sua camera. Solo una volta ha parlato: «Non l’ho mai messo in culo». Meglio. Non ho dovuto chiederlo io, e la cosa era così porca che mi dimenticavo dell’incesto. E non ci vedevamo in viso.
E poi è entrato Marco.
Nel mio corpo, nella mia vita.
Marco non mi ha tolto niente. Mi ha preso tutto e me l’ha lasciato addosso, trasformato. Mi ha fatto capire che cercavo, senza saperlo, esattamente questo: essere la sua figa, la sua bocca, i suoi cinquantaquattro chili da usare e rivendere se vuole. Cercavo qualcuno che non mi chiedesse se stavo bene, che non mi chiedesse il permesso, che mi legasse e mi lasciasse lì a sentire il tempo passare finché il corpo non decideva da solo di venire. Cercavo l’unico tabù che conta: la noia. E la sua assenza.
Non sapevo di cercarlo. Credevo di cercare qualcuno che mi amasse. Invece cercavo qualcuno che mi usasse fino a farmi sparire, e che nel farmi sparire mi facesse sentire, finalmente, al posto giusto. Gli altri mi avevano dato pezzi di sesso e pezzi di tenerezza. I ragazzi ubriachi mi avevano dato la purezza del sparire subito dopo. Lele mi aveva dato il bisogno nudo, il dover scaricarsi, e la prova che potevo smettere di essere sorella e diventare solo una funzione.
Marco mi ha dato la possibilità di non dover più scegliere. Di essere solo quello che lui decide che io sia.
-
È il giorno più lungo della mia vita. Eppure corre velocissimo.
Non ho resistito. Mi sono masturbata disperata a metà mattina, il clitoride gonfio e dolorante per la tensione. Marco mi fa soffrire: nessuna chiamata. Arriva solo nel tardo pomeriggio. Ha le borse della spesa e prende possesso della mia cucina. Dice che preparerà del pesce, vuole stare leggero. Infatti non mi scopa, non me lo mette in gola. Ma ce l’ha duro, glielo vedo spingere contro i pantaloni mentre sistema tira fuori le pentole.
Vuole insegnarmi come si cucina. Gli sto accanto. Scalza, nuda dalla vita in giù, con una felpa di cotone e niente sotto. Si pulisce le mani contro la figa, le dita scivolano tra le labbra già aperte, raccolgono il mio umido e lo strofinano sulle cosce. Mi sono fatta la ceretta ieri sera, per lui. Per lui a cui non importa un cazzo. Si pulisce da olio e sugo. Il peperoncino è solo l’aperitivo di quello che mi aspetta.
Mi fa sentire la bottiglia del vino ghiacciato sotto la felpa, sul ventre teso, sui capezzoli chiodati. Sfuma veloce. Mi passa la bottiglia e rigira il soffritto nella pentola. Un solo sguardo con l’angolo dell’occhio. È una bottiglia affusolata di vino bianco, senza collo. La prendo a due mani, allargo le gambe, me la infilo lentamente. È una liberazione: finalmente penetrata. Anche se è fredda, gelida, senza anima. Ma è dura e mi dà sollievo dal peperoncino. Mordo il labbro. Mi allarga tanto che devo divaricare ancora di più le cosce. Mi tremano le gambe, sono in punta di piedi, il vetro che batte contro il pube a ogni respiro.
Marco allontana la pentola dalla piastra. Mi prende la bottiglia. È al mio fianco. Mi fa chinare la schiena in avanti con un dito dietro al collo, fino a quarantacinque gradi, e mi ferma. Non ha le mie paure. Me la poggia sotto, tra le natiche, contro l’ano già contratto, e me la ficca con la forza di un uomo. È più la sorpresa del dolore. Non c’è piacere. C’è solo adesso, mentre racconto. Il vetro freddo mi dilata, mi spacca, mi riempie. Mi prendo una bottiglia in culo e non urlo per così poco. Urlo dentro, come Marco vuole che faccia. Il vino comincia a filtrare, gelido, mi frigge le budella.
Non resisto. Mi piego sul tavolino. È quello che vuole. Alza ancora la bottiglia e il liquido mi invade. Ubriaca il mio corpo rotto.
«Pulisci. Arriva tra un’ora.»
Corro prima in bagno, il vino che cola caldo tra le cosce, poi in cucina, inginocchiata con lo straccio. Mai fatto prima. Gli lecco le scarpe scamosciate, la lingua che raccoglie polvere e olio, il sapore amaro che mi confonde con il mio. Deve essere così.
Gabriele suona in orario. Vado ad aprire io. Sono in tubino nero come a una festa, capelli stirati, poco trucco luminoso. Sotto non ho nulla. Ho la testa vuota, ma quando entra mio fratello so cosa voglio: voglio porre fine a questa attesa. Gli premo la mano fra le gambe, sento il calore, la durezza già pronta.
Si ritrae spaventato.
Insisto, lo spingo contro la porta, gli premo contro anche i seni. Una piccola soddisfazione: mio fratello ha già il cazzo duro. Mi pensava. Come fanno gli uomini.
«Non preoccuparti. So già tutto», dice Marco dietro di me e mi porta via con due dita alla nuca. «Non sai che voglia aveva Daniela di rivederti.»
Con due parloe Marco ha detto tutto. Mi mette le manette. Di plastica morbida, ma non finte. E mi mette la benda sugli occhi anche se non serve. Non ho coraggio di guardare più in alto delle scarpe di mio fratello.
Mi conduce cieca per il percorso che ho fatto cento volte, quello che finisce nel letto. «Preferisci rimanere solo con lei?» Lo sento chiedere.
No. Lele ha troppa urgenza per mandare via Marco. Ho il suo bel cazzo in bocca, il sapore caldo e salato, e dopo un paio di scomodi movimenti in fica, per bagnarselo, e subito in culo. Lo fa liberamente, non teme più di farmi male. È veloce, veloce come i maschi a cui mi cede Marco, sborra potente, è ormai uomo fatto. Poi c’è Marco che desidera il suo pezzo di carne.

Mi ha legata incaprettata, mani e caviglie contorte su un bastone. Sul letto, al buio. Ma dalla porta aperta entra la debole luce della cucina. Gli sta raccontando di me come fossi un’estranea. E lo sono.
Ora anche per mio fratello
Finita la cena torneranno da me.
Sarà una delle mie notti.
scritto il
2026-09-26
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