Capitolo 20 • I
di
Baby_Ali
genere
dominazione
Settimana dal 3 al 4 agosto.
- 3 Agosto 2026
Quella mattina ripresi la mia nuova routine come se fosse sempre esistita. La sveglia suonò presto, mi preparai in silenzio e raggiunsi casa di Marco prima di andare al lavoro. Ormai quei gesti mi venivano quasi spontanei. Non avevo più bisogno di ripassare mentalmente ogni passaggio o chiedermi se stessi dimenticando qualcosa. Sapevo esattamente cosa fare e, soprattutto, in quale ordine.
Marco se ne accorse. Non me lo disse apertamente, ma il fatto che non avesse dovuto correggermi nemmeno una volta valeva più di qualsiasi complimento.
Terminato il nostro incontro, mi fermai come sempre al bar del centro commerciale per fare colazione, poi raggiunsi il negozio e affrontai il turno. La sera rientrai a casa stanca, ma con la consapevolezza che, il mattino seguente, tutto sarebbe ricominciato da capo.
- 4 Agosto 2026
Quel martedì la sveglia suonò alla stessa ora del giorno precedente. Ormai non mi sembrava più così strano alzarmi presto.
La cosa più difficile, però, non era più la sveglia, erano le domande dei miei genitori. Avevano iniziato a notare che da qualche giorno mi alzavo sempre molto prima del necessario, anche quando il turno di lavoro non iniziava così presto.
All'inizio avevo cercato di evitare l'argomento, ma quando le domande erano diventate più frequenti avevo dovuto trovare una spiegazione. Avevo detto loro che al lavoro c'erano alcune cose da sistemare prima dell'apertura e che, per questo, dovevo arrivare in anticipo anche nei giorni in cui non ero di turno.
La spiegazione non li aveva convinti del tutto, lo avevo capito dai loro sguardi e da qualche domanda in più, ma alla fine avevano deciso di fidarsi.
Cercavo di non pensarci. Sapevo che, se avessi iniziato a soffermarmi troppo su quei dubbi, avrei finito per agitarmi inutilmente, così mi concentrai semplicemente sulla mia routine.
Appena sveglia mandai la foto a Marco, senza nessuna dimenticanza. Poi mi preparai e con la mia solita borraccia d'acqua raggiunsi casa sua. Anche quella mattina tutto seguì il ritmo che ormai conoscevo.
Quando terminò il nostro incontro, mi congedò come sempre, lasciandomi il tempo necessario per raggiungere il bar e il lavoro.
Alle due, quando terminai il turno, tornai a casa, mi cambiai e alle 16 mi avviai per andare a prendere una a una le ragazze a casa. Avevamo organizzato un pomeriggio di shopping da qualche giorno e, dopo una settimana piena d'impegni, avevo voglia di trascorrere qualche ora semplicemente con loro ed essere solo Alice.
Non la ragazza che ogni mattina impostava una sveglia prima dell'alba o che aveva imparato a seguire una routine diversa.
Ma mi resi conto quasi subito che non era così semplice. Il contratto prevedeva che Marco potesse contattarmi in qualsiasi momento, e in effetti fu proprio quello che accadde.
Conoscendo i miei impegni, sapeva che quel pomeriggio sarei stata in giro con le ragazze. Non mi aveva chiesto di rinunciare ai miei programmi, né aveva mai messo in discussione il fatto che avessi una mia vita al di fuori di lui.
Il telefono vibrò mentre stavamo entrando nel secondo negozio, vidi il suo nome sullo smartwatch. Lo presi dalla borsa.
M. Marco:
"Dove sei?"
Guardai rapidamente intorno a me prima di rispondere. Le ragazze erano già entrate nel negozio e stavano guardando alcuni articoli sugli scaffali.
Alice:
"In un negozio sportivo, Padrone"
M. Marco:
"Quando uscite da lì, entra in un negozio di scarpe eleganti e prova il sandalo con il tacco più alto che trovi"
Sgranai leggermente gli occhi. Non mi aspettavo quella richiesta, soprattutto in quel momento. Mi guardai intorno istintivamente, quasi come se qualcuno potesse accorgersi di ciò che avevo appena letto. Le ragazze erano tranquille.
Alice:
"Va bene, Padrone. Lo farò appena usciamo da qui"
Non aggiunsi altro. Riposi il telefono nella borsa e tornai dalle ragazze cercando di comportarmi normalmente. Loro non si accorsero di nulla, continuarono a commentare quello che vedevano e a trascinarmi da un reparto all'altro. Io li seguivo anche se avevo già la mente al prossimo negozio. Non perché non volessi farlo, ma perché ancora una volta mi rendevo conto di quanto fosse particolare il modo in cui Marco riusciva a entrare anche nei momenti più normali della mia vita.
Alcuni minuti dopo, Emma e Giulia uscirono dal negozio soddisfatte ciascuna con una busta. Mentre ci incamminavamo lungo il corridoio del centro commerciale, notai un negozio di scarpe poco distante e le convinsi a entrare con la scusa che cercavo un paio di sandali. Le ragazze accettarono senza problemi ed entrammo tutte insieme. Come sempre accadeva in quei momenti, ci dividemmo quasi subito. Ognuna iniziò a guardare ciò che attirava maggiormente la propria attenzione. Io feci scorrere lo sguardo tra gli scaffali, cercando di non dare troppo peso al motivo per cui ero entrata proprio lì.
Dopo qualche minuto ne trovai un paio che corrispondeva a ciò che stavo cercando: molto alto e semplice, nero. Mi avvicinai alla commessa e chiesi la mia misura. Poco dopo tornò con la scatola. Mi sedetti per provarli proprio mentre Giulia si avvicinava con un altro paio tra le mani.
Quando li indossai, tutte e tre si fermarono a guardarli.
«Alice... ma sei sicura?»
Risi leggermente, anche se dentro di me sentivo già crescere un po' d'imbarazzo. «Perché?»
Emma indicò il sandalo. «Sono altissimi»
«Non pensavo fossero così alti quando li ho presi» provai a giustificarmi.
Giulia rise. «Certo, certo. Ti credo»
Sorrisi anch'io, cercando di sdrammatizzare. Dopo qualche secondo scossi la testa.
«Forse sono un po' troppo. Non credo che li prenderei davvero» poi, quasi per gioco, aggiunsi: «Però una foto la voglio fare. Almeno per ricordarmi di averli provati»
Le ragazze risero.
«Va bene, te la faccio io» disse Emma prendendo il telefono e scattando.
Solo quando uscimmo dal negozio, lontana dagli sguardi delle altre, recuperai il telefono e la mandai a Marco. La risposta non arrivò subito.
M. Marco:
"Chi ha scattato la foto?"
Non aveva commentato l'immagine, aveva notato un dettaglio diverso.
Alice:
"Emma, Padrone"
M. Marco:
"Bene"
Una parola soltanto. Eppure conoscevo abbastanza Marco da capire il significato che aveva per lui: era il fatto che avevo gestito la situazione senza nascondermi, senza agitarmi e senza dimenticare le persone che avevo accanto. Per qualche motivo, quella semplice approvazione mi fece sorridere.
Dopo quel momento, il pomeriggio continuò con una tranquillità quasi normale. Per un po' Marco non si fece più sentire e, stranamente, quella pausa mi permise di rilassarmi davvero. Continuammo a girare per i negozi, commentando quello che vedevamo, entrando anche solo per curiosare senza comprare nulla. Emma e Giulia erano quelle più entusiaste dei loro acquisti, mentre io e Beatrice le più tranquille.
A metà pomeriggio ci fermammo in gelateria. Ci sedemmo con le nostre coppette davanti e per me anche una bottiglietta d'acqua, parlando e ridendo per alcune situazioni successe durante la giornata.
Per qualche minuto dimenticai completamente il telefono. Poi, quando ci alzammo per riprendere il giro e ci fermammo vicino ai bagni del centro commerciale, lo sentii vibrare. Il nome sullo schermo fece tornare immediatamente quella sensazione familiare.
M. Marco:
"Compra un rossetto che ti renda sensuale"
La richiesta era diretta come sempre, ma ancora una volta mi trovavo davanti alla stessa sensazione: ero in mezzo alle mie amiche, in un pomeriggio qualunque, ma una parte di me era chiamata a concentrarsi su qualcosa che apparteneva solo a quel percorso.
Alice:
"Va bene, Padrone"
Dopo aver visitato svariati negozi di nostro interesse, entrammo in un negozio di make-up sotto mio suggerimento. Provammo diversi prodotti e ci divertimmo a confrontare le nostre scelte davanti agli specchi. Era uno di quei momenti semplici che avevo sempre vissuto con leggerezza. Alla fine uscimmo con qualche acquisto in più rispetto a quello che avevamo programmato. Solo quando fummo nuovamente nel corridoio del centro commerciale presi il telefono e scrissi a Marco.
Alice:
"L'ho comprato, Padrone. Ora stiamo entrando nell'ultimo negozio e poi torniamo a casa"
M. Marco:
"Domani lo indosserai, per me"
Lo lessi e non feci in tempo a rispondere che vidi che stava scrivendo, ancora.
M. Marco:
"Che negozio è?"
Alice:
"Abbigliamento, Padrone"
M. Marco:
"Ottimo. Cerca qualcosa che ti faccia uscire dalla tua zona di comfort. Provalo e fammi vedere cosa scegli"
Confermai che l'avrei fatto e insieme alle ragazze entrammo. Per loro era solo l'ultima tappa di un pomeriggio di shopping, per me era un'altra occasione di prova. Iniziammo a guardare gli abiti con la stessa leggerezza di tutto il pomeriggio, almeno loro. Beatrice e Giulia prendevano dei vestiti dagli espositori, li mostravano a me ed Emma e chiedevano opinioni. A volte bastava uno sguardo per farle capire che non faceva per loro, altre volte ridevamo davanti a scelte completamente diverse dai nostri soliti gusti. Anch'io iniziai a cercare qualcosa. Presi prima un vestito semplice e lo mostrai alle ragazze.
«Questo potrebbe essere carino» disse Beatrice.
Poi, continuando a guardare tra gli scaffali, il mio sguardo si fermò su un altro abito: bianco, ma di un tessuto molto leggero e trasparente. Uno scollo a V molto profondo e schiena totalmente scoperta. La parte alta era formata da due strisce che ricoprivano a stento il seno, ma riuscivano a lasciare lo stesso i laterali esposti. Mentre la gonna aveva uno spacco molto profondo sulla coscia destra che arrivava qualche centimetro più giù del fianco.
Era diverso da quelli che avrei scelto normalmente e mi chiesi se fosse ciò che chiedeva Marco. Decisi di provarlo ed entrai in camerino con l'abito tra le mani.
Una volta cambiata, prima ancora di uscire, presi il telefono, sapevo già cosa stavo facendo.
Gli mandai una foto, che visualizzò subito.
M. Marco:
"Chiamami"
Rimasi immobile, non mi aspettavo quella richiesta. Sentivo le voci delle ragazze poco lontane.
Alice:
"Adesso?"
M. Marco:
"Sì"
Inspirai lentamente. Provai a convincermi che era solo una chiamata, che non poteva chiedermi nulla di strano, probabilmente voleva solo dirmi a voce cosa ne pensava. E se qualcuno mi avesse sentita parlare, avrei detto che era mio fratello. Lo chiamai. Il telefono suonò appena uno squillo.
«Ciao Padrone» dissi a bassa voce, quando rispose.
Marco non ricambiò il saluto, mi diede direttamente un ordine.
«Hai scelto bene, ora mostralo alle tue amiche»
Sentii lo stomaco chiudersi e quasi mi cedettero le gambe.
«Co...come?» sussurrai.
«Mostraglielo, ora» ribadì. Rimasi in silenzio «Alice...ora» mi richiamò lui.
«D'accordo, Padrone» sussurrai «chiudo e le chiamo» dissi dopo un attimo di tentennamento.
La voce di Marco mi bloccò, però «Forse non ci siamo capiti. Chiama ora le tue amiche e mostragli il vestito. Voglio sentire cosa ne pensano loro» calcando bene la parola ora.
A quel punto mi sedetti sullo sgabello dietro di me, il cuore pompava forte, pensai per un attimo che potesse uscire dal petto.
«Padrone...»
«Non ho tutto il pomeriggio Alice. Sbrigati o dovrò punirti, e ti garantisco che non sarà una punizione facile, non posso accettare più i tuoi tentennamenti per cose così semplici»
Non riuscivo nemmeno a spiegare bene cosa provassi. Non era imbarazzo paura di essere osservata. Era la consapevolezza che, mentre per loro sarebbe stato solo un vestito, per me aveva un significato completamente diverso.
Proprio mentre cercavo di convincermi a uscire dal camerino, sentii chiamarmi dall'esterno.
«Alice?» era la voce di Beatrice. «Tutto bene? Quanto ci metti?»
Mi irrigidii. Per un istante ebbi la sensazione che il respiro si fosse fermato. Guardai il telefono, poi il vestito che indossavo e iniziavo a percepire anche l'esasperazione di Marco. Non potevo restare lì ancora a lungo.
Inspirai profondamente, poggiai il telefono sopra i miei vestiti, con lo schermo rivolto verso il basso, e scostai la tenda.
«Eccomi...Che ne dite?» chiesi cercando di apparire naturale. La verità è che la voce mi tremava appena e il cuore non smetteva di accelerare. Per enfatizzare la mia naturalezza, senza destare sospetti feci un giro su me stessa.
Emma, ignara di tutto, sorrise. «Beh... direi che è molto diverso dal solito»
Giulia rise. «Sì, infatti. Non è per niente il genere che ti vedo addosso. Un movimento banale e sei nuda»
Beatrice, non mancò di dire la sua «Ma chi sei e cosa hai fatto ad Alice?»
Scoppiarono tutte a ridere e io con loro, o almeno ci provai.
«Questo non è un vestito da aperitivo tra amiche. Hai qualche appuntamento segreto che non ci hai raccontato?» continuò Emma.
«Esatto!» aggiunse Giulia ridendo. «Confessa. Chi stai cercando d'impressionare?»
Sentii il viso scaldarsi. Scossi la testa, cercando di ridere insieme a loro.
«Nessuno. Mi ha incuriosita e basta»
Emma incrociò le braccia.
«Mah... secondo me non ce la racconti giusta»
«Oppure» intervenne Beatrice con tono scherzoso «stai semplicemente scoprendo di avere un lato che hai sempre nascosto»
Per un istante sentii il cuore fermarsi. Quelle parole, pronunciate con la leggerezza di una battuta, mi colpirono molto più di quanto lei potesse immaginare. Era come se, fossi stata colta in flagrante.
Naturalmente era impossibile. Nessuna di loro sapeva cosa stesse realmente succedendo nella mia vita, né avrebbe mai potuto immaginare il motivo per cui avevo scelto proprio quel vestito. Eppure, per qualche secondo, ebbi paura che il mio volto potesse tradirmi.
Così sorrisi, cercando di sembrare il più spontanea possibile.
«Ma figurati...» risposi ridendo. «L'ho visto e mi sono detta: tanto vale farsi due risate. Però direi che può tranquillamente tornare sulla gruccia»
Le ragazze scoppiarono nuovamente a ridere. Chiusi la tenda mentre si allontanavano e recuperai il telefono.
«Padrone...» sussurrai.
«Sei stata brava, Alice. Hai saputo reggere il gioco»
«Grazie, Padrone»
Poi mi permise di chiudere la telefonata e di cambiarmi. Ovviamente mi disse che non serviva comprare il vestito.
Una volta rivestita, raggiunsi Emma, Giulia e Beatrice, in cassa, dove quest'ultima si trovava per pagare un capo che aveva deciso di acquistare.
«Allora?» sorrise Beatrice. «Hai deciso se comprarlo?»
Scossi la testa «Direi proprio di no»
Dopo che uscimmo dal centro commerciale, accompagnai una dopo l'altra le ragazze a casa. Per loro era stato un pomeriggio di shopping, risate e qualche acquisto in più del previsto. Per me era stato molto di più.
Durante quelle poche ore avevo capito che Marco non aveva bisogno di essere presente accanto a me per mettermi alla prova, gli bastava conoscermi.
Sapeva esattamente quali situazioni mi avrebbero fatta sentire in difficoltà, quali mi avrebbero costretta a uscire dalla mia zona di comfort e quali, invece, mi avrebbero insegnato qualcosa su me stessa.
Quando rientrai a casa ero stanca, ma non una stanchezza fisica. Era stata la tensione continua a consumare gran parte delle mie energie.
Prima di andare a dormire appoggiai sul comodino il rossetto acquistato quel pomeriggio, lo osservai per qualche secondo.
Le parole di Marco mi tornarono immediatamente in mente.
'Domani lo indosserai per me'
Spensi la luce. Per un momento sperai che il giorno successivo fosse più semplice.
In fondo, però, avevo ormai imparato che con Marco le giornate semplici erano molto rare.
- 3 Agosto 2026
Quella mattina ripresi la mia nuova routine come se fosse sempre esistita. La sveglia suonò presto, mi preparai in silenzio e raggiunsi casa di Marco prima di andare al lavoro. Ormai quei gesti mi venivano quasi spontanei. Non avevo più bisogno di ripassare mentalmente ogni passaggio o chiedermi se stessi dimenticando qualcosa. Sapevo esattamente cosa fare e, soprattutto, in quale ordine.
Marco se ne accorse. Non me lo disse apertamente, ma il fatto che non avesse dovuto correggermi nemmeno una volta valeva più di qualsiasi complimento.
Terminato il nostro incontro, mi fermai come sempre al bar del centro commerciale per fare colazione, poi raggiunsi il negozio e affrontai il turno. La sera rientrai a casa stanca, ma con la consapevolezza che, il mattino seguente, tutto sarebbe ricominciato da capo.
- 4 Agosto 2026
Quel martedì la sveglia suonò alla stessa ora del giorno precedente. Ormai non mi sembrava più così strano alzarmi presto.
La cosa più difficile, però, non era più la sveglia, erano le domande dei miei genitori. Avevano iniziato a notare che da qualche giorno mi alzavo sempre molto prima del necessario, anche quando il turno di lavoro non iniziava così presto.
All'inizio avevo cercato di evitare l'argomento, ma quando le domande erano diventate più frequenti avevo dovuto trovare una spiegazione. Avevo detto loro che al lavoro c'erano alcune cose da sistemare prima dell'apertura e che, per questo, dovevo arrivare in anticipo anche nei giorni in cui non ero di turno.
La spiegazione non li aveva convinti del tutto, lo avevo capito dai loro sguardi e da qualche domanda in più, ma alla fine avevano deciso di fidarsi.
Cercavo di non pensarci. Sapevo che, se avessi iniziato a soffermarmi troppo su quei dubbi, avrei finito per agitarmi inutilmente, così mi concentrai semplicemente sulla mia routine.
Appena sveglia mandai la foto a Marco, senza nessuna dimenticanza. Poi mi preparai e con la mia solita borraccia d'acqua raggiunsi casa sua. Anche quella mattina tutto seguì il ritmo che ormai conoscevo.
Quando terminò il nostro incontro, mi congedò come sempre, lasciandomi il tempo necessario per raggiungere il bar e il lavoro.
Alle due, quando terminai il turno, tornai a casa, mi cambiai e alle 16 mi avviai per andare a prendere una a una le ragazze a casa. Avevamo organizzato un pomeriggio di shopping da qualche giorno e, dopo una settimana piena d'impegni, avevo voglia di trascorrere qualche ora semplicemente con loro ed essere solo Alice.
Non la ragazza che ogni mattina impostava una sveglia prima dell'alba o che aveva imparato a seguire una routine diversa.
Ma mi resi conto quasi subito che non era così semplice. Il contratto prevedeva che Marco potesse contattarmi in qualsiasi momento, e in effetti fu proprio quello che accadde.
Conoscendo i miei impegni, sapeva che quel pomeriggio sarei stata in giro con le ragazze. Non mi aveva chiesto di rinunciare ai miei programmi, né aveva mai messo in discussione il fatto che avessi una mia vita al di fuori di lui.
Il telefono vibrò mentre stavamo entrando nel secondo negozio, vidi il suo nome sullo smartwatch. Lo presi dalla borsa.
M. Marco:
"Dove sei?"
Guardai rapidamente intorno a me prima di rispondere. Le ragazze erano già entrate nel negozio e stavano guardando alcuni articoli sugli scaffali.
Alice:
"In un negozio sportivo, Padrone"
M. Marco:
"Quando uscite da lì, entra in un negozio di scarpe eleganti e prova il sandalo con il tacco più alto che trovi"
Sgranai leggermente gli occhi. Non mi aspettavo quella richiesta, soprattutto in quel momento. Mi guardai intorno istintivamente, quasi come se qualcuno potesse accorgersi di ciò che avevo appena letto. Le ragazze erano tranquille.
Alice:
"Va bene, Padrone. Lo farò appena usciamo da qui"
Non aggiunsi altro. Riposi il telefono nella borsa e tornai dalle ragazze cercando di comportarmi normalmente. Loro non si accorsero di nulla, continuarono a commentare quello che vedevano e a trascinarmi da un reparto all'altro. Io li seguivo anche se avevo già la mente al prossimo negozio. Non perché non volessi farlo, ma perché ancora una volta mi rendevo conto di quanto fosse particolare il modo in cui Marco riusciva a entrare anche nei momenti più normali della mia vita.
Alcuni minuti dopo, Emma e Giulia uscirono dal negozio soddisfatte ciascuna con una busta. Mentre ci incamminavamo lungo il corridoio del centro commerciale, notai un negozio di scarpe poco distante e le convinsi a entrare con la scusa che cercavo un paio di sandali. Le ragazze accettarono senza problemi ed entrammo tutte insieme. Come sempre accadeva in quei momenti, ci dividemmo quasi subito. Ognuna iniziò a guardare ciò che attirava maggiormente la propria attenzione. Io feci scorrere lo sguardo tra gli scaffali, cercando di non dare troppo peso al motivo per cui ero entrata proprio lì.
Dopo qualche minuto ne trovai un paio che corrispondeva a ciò che stavo cercando: molto alto e semplice, nero. Mi avvicinai alla commessa e chiesi la mia misura. Poco dopo tornò con la scatola. Mi sedetti per provarli proprio mentre Giulia si avvicinava con un altro paio tra le mani.
Quando li indossai, tutte e tre si fermarono a guardarli.
«Alice... ma sei sicura?»
Risi leggermente, anche se dentro di me sentivo già crescere un po' d'imbarazzo. «Perché?»
Emma indicò il sandalo. «Sono altissimi»
«Non pensavo fossero così alti quando li ho presi» provai a giustificarmi.
Giulia rise. «Certo, certo. Ti credo»
Sorrisi anch'io, cercando di sdrammatizzare. Dopo qualche secondo scossi la testa.
«Forse sono un po' troppo. Non credo che li prenderei davvero» poi, quasi per gioco, aggiunsi: «Però una foto la voglio fare. Almeno per ricordarmi di averli provati»
Le ragazze risero.
«Va bene, te la faccio io» disse Emma prendendo il telefono e scattando.
Solo quando uscimmo dal negozio, lontana dagli sguardi delle altre, recuperai il telefono e la mandai a Marco. La risposta non arrivò subito.
M. Marco:
"Chi ha scattato la foto?"
Non aveva commentato l'immagine, aveva notato un dettaglio diverso.
Alice:
"Emma, Padrone"
M. Marco:
"Bene"
Una parola soltanto. Eppure conoscevo abbastanza Marco da capire il significato che aveva per lui: era il fatto che avevo gestito la situazione senza nascondermi, senza agitarmi e senza dimenticare le persone che avevo accanto. Per qualche motivo, quella semplice approvazione mi fece sorridere.
Dopo quel momento, il pomeriggio continuò con una tranquillità quasi normale. Per un po' Marco non si fece più sentire e, stranamente, quella pausa mi permise di rilassarmi davvero. Continuammo a girare per i negozi, commentando quello che vedevamo, entrando anche solo per curiosare senza comprare nulla. Emma e Giulia erano quelle più entusiaste dei loro acquisti, mentre io e Beatrice le più tranquille.
A metà pomeriggio ci fermammo in gelateria. Ci sedemmo con le nostre coppette davanti e per me anche una bottiglietta d'acqua, parlando e ridendo per alcune situazioni successe durante la giornata.
Per qualche minuto dimenticai completamente il telefono. Poi, quando ci alzammo per riprendere il giro e ci fermammo vicino ai bagni del centro commerciale, lo sentii vibrare. Il nome sullo schermo fece tornare immediatamente quella sensazione familiare.
M. Marco:
"Compra un rossetto che ti renda sensuale"
La richiesta era diretta come sempre, ma ancora una volta mi trovavo davanti alla stessa sensazione: ero in mezzo alle mie amiche, in un pomeriggio qualunque, ma una parte di me era chiamata a concentrarsi su qualcosa che apparteneva solo a quel percorso.
Alice:
"Va bene, Padrone"
Dopo aver visitato svariati negozi di nostro interesse, entrammo in un negozio di make-up sotto mio suggerimento. Provammo diversi prodotti e ci divertimmo a confrontare le nostre scelte davanti agli specchi. Era uno di quei momenti semplici che avevo sempre vissuto con leggerezza. Alla fine uscimmo con qualche acquisto in più rispetto a quello che avevamo programmato. Solo quando fummo nuovamente nel corridoio del centro commerciale presi il telefono e scrissi a Marco.
Alice:
"L'ho comprato, Padrone. Ora stiamo entrando nell'ultimo negozio e poi torniamo a casa"
M. Marco:
"Domani lo indosserai, per me"
Lo lessi e non feci in tempo a rispondere che vidi che stava scrivendo, ancora.
M. Marco:
"Che negozio è?"
Alice:
"Abbigliamento, Padrone"
M. Marco:
"Ottimo. Cerca qualcosa che ti faccia uscire dalla tua zona di comfort. Provalo e fammi vedere cosa scegli"
Confermai che l'avrei fatto e insieme alle ragazze entrammo. Per loro era solo l'ultima tappa di un pomeriggio di shopping, per me era un'altra occasione di prova. Iniziammo a guardare gli abiti con la stessa leggerezza di tutto il pomeriggio, almeno loro. Beatrice e Giulia prendevano dei vestiti dagli espositori, li mostravano a me ed Emma e chiedevano opinioni. A volte bastava uno sguardo per farle capire che non faceva per loro, altre volte ridevamo davanti a scelte completamente diverse dai nostri soliti gusti. Anch'io iniziai a cercare qualcosa. Presi prima un vestito semplice e lo mostrai alle ragazze.
«Questo potrebbe essere carino» disse Beatrice.
Poi, continuando a guardare tra gli scaffali, il mio sguardo si fermò su un altro abito: bianco, ma di un tessuto molto leggero e trasparente. Uno scollo a V molto profondo e schiena totalmente scoperta. La parte alta era formata da due strisce che ricoprivano a stento il seno, ma riuscivano a lasciare lo stesso i laterali esposti. Mentre la gonna aveva uno spacco molto profondo sulla coscia destra che arrivava qualche centimetro più giù del fianco.
Era diverso da quelli che avrei scelto normalmente e mi chiesi se fosse ciò che chiedeva Marco. Decisi di provarlo ed entrai in camerino con l'abito tra le mani.
Una volta cambiata, prima ancora di uscire, presi il telefono, sapevo già cosa stavo facendo.
Gli mandai una foto, che visualizzò subito.
M. Marco:
"Chiamami"
Rimasi immobile, non mi aspettavo quella richiesta. Sentivo le voci delle ragazze poco lontane.
Alice:
"Adesso?"
M. Marco:
"Sì"
Inspirai lentamente. Provai a convincermi che era solo una chiamata, che non poteva chiedermi nulla di strano, probabilmente voleva solo dirmi a voce cosa ne pensava. E se qualcuno mi avesse sentita parlare, avrei detto che era mio fratello. Lo chiamai. Il telefono suonò appena uno squillo.
«Ciao Padrone» dissi a bassa voce, quando rispose.
Marco non ricambiò il saluto, mi diede direttamente un ordine.
«Hai scelto bene, ora mostralo alle tue amiche»
Sentii lo stomaco chiudersi e quasi mi cedettero le gambe.
«Co...come?» sussurrai.
«Mostraglielo, ora» ribadì. Rimasi in silenzio «Alice...ora» mi richiamò lui.
«D'accordo, Padrone» sussurrai «chiudo e le chiamo» dissi dopo un attimo di tentennamento.
La voce di Marco mi bloccò, però «Forse non ci siamo capiti. Chiama ora le tue amiche e mostragli il vestito. Voglio sentire cosa ne pensano loro» calcando bene la parola ora.
A quel punto mi sedetti sullo sgabello dietro di me, il cuore pompava forte, pensai per un attimo che potesse uscire dal petto.
«Padrone...»
«Non ho tutto il pomeriggio Alice. Sbrigati o dovrò punirti, e ti garantisco che non sarà una punizione facile, non posso accettare più i tuoi tentennamenti per cose così semplici»
Non riuscivo nemmeno a spiegare bene cosa provassi. Non era imbarazzo paura di essere osservata. Era la consapevolezza che, mentre per loro sarebbe stato solo un vestito, per me aveva un significato completamente diverso.
Proprio mentre cercavo di convincermi a uscire dal camerino, sentii chiamarmi dall'esterno.
«Alice?» era la voce di Beatrice. «Tutto bene? Quanto ci metti?»
Mi irrigidii. Per un istante ebbi la sensazione che il respiro si fosse fermato. Guardai il telefono, poi il vestito che indossavo e iniziavo a percepire anche l'esasperazione di Marco. Non potevo restare lì ancora a lungo.
Inspirai profondamente, poggiai il telefono sopra i miei vestiti, con lo schermo rivolto verso il basso, e scostai la tenda.
«Eccomi...Che ne dite?» chiesi cercando di apparire naturale. La verità è che la voce mi tremava appena e il cuore non smetteva di accelerare. Per enfatizzare la mia naturalezza, senza destare sospetti feci un giro su me stessa.
Emma, ignara di tutto, sorrise. «Beh... direi che è molto diverso dal solito»
Giulia rise. «Sì, infatti. Non è per niente il genere che ti vedo addosso. Un movimento banale e sei nuda»
Beatrice, non mancò di dire la sua «Ma chi sei e cosa hai fatto ad Alice?»
Scoppiarono tutte a ridere e io con loro, o almeno ci provai.
«Questo non è un vestito da aperitivo tra amiche. Hai qualche appuntamento segreto che non ci hai raccontato?» continuò Emma.
«Esatto!» aggiunse Giulia ridendo. «Confessa. Chi stai cercando d'impressionare?»
Sentii il viso scaldarsi. Scossi la testa, cercando di ridere insieme a loro.
«Nessuno. Mi ha incuriosita e basta»
Emma incrociò le braccia.
«Mah... secondo me non ce la racconti giusta»
«Oppure» intervenne Beatrice con tono scherzoso «stai semplicemente scoprendo di avere un lato che hai sempre nascosto»
Per un istante sentii il cuore fermarsi. Quelle parole, pronunciate con la leggerezza di una battuta, mi colpirono molto più di quanto lei potesse immaginare. Era come se, fossi stata colta in flagrante.
Naturalmente era impossibile. Nessuna di loro sapeva cosa stesse realmente succedendo nella mia vita, né avrebbe mai potuto immaginare il motivo per cui avevo scelto proprio quel vestito. Eppure, per qualche secondo, ebbi paura che il mio volto potesse tradirmi.
Così sorrisi, cercando di sembrare il più spontanea possibile.
«Ma figurati...» risposi ridendo. «L'ho visto e mi sono detta: tanto vale farsi due risate. Però direi che può tranquillamente tornare sulla gruccia»
Le ragazze scoppiarono nuovamente a ridere. Chiusi la tenda mentre si allontanavano e recuperai il telefono.
«Padrone...» sussurrai.
«Sei stata brava, Alice. Hai saputo reggere il gioco»
«Grazie, Padrone»
Poi mi permise di chiudere la telefonata e di cambiarmi. Ovviamente mi disse che non serviva comprare il vestito.
Una volta rivestita, raggiunsi Emma, Giulia e Beatrice, in cassa, dove quest'ultima si trovava per pagare un capo che aveva deciso di acquistare.
«Allora?» sorrise Beatrice. «Hai deciso se comprarlo?»
Scossi la testa «Direi proprio di no»
Dopo che uscimmo dal centro commerciale, accompagnai una dopo l'altra le ragazze a casa. Per loro era stato un pomeriggio di shopping, risate e qualche acquisto in più del previsto. Per me era stato molto di più.
Durante quelle poche ore avevo capito che Marco non aveva bisogno di essere presente accanto a me per mettermi alla prova, gli bastava conoscermi.
Sapeva esattamente quali situazioni mi avrebbero fatta sentire in difficoltà, quali mi avrebbero costretta a uscire dalla mia zona di comfort e quali, invece, mi avrebbero insegnato qualcosa su me stessa.
Quando rientrai a casa ero stanca, ma non una stanchezza fisica. Era stata la tensione continua a consumare gran parte delle mie energie.
Prima di andare a dormire appoggiai sul comodino il rossetto acquistato quel pomeriggio, lo osservai per qualche secondo.
Le parole di Marco mi tornarono immediatamente in mente.
'Domani lo indosserai per me'
Spensi la luce. Per un momento sperai che il giorno successivo fosse più semplice.
In fondo, però, avevo ormai imparato che con Marco le giornate semplici erano molto rare.
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