Sotto la Tua guida - Capitolo 13 - Parte 1

di
genere
dominazione

8 Giugno 2026
Marco non si fece sentire per il resto della settimana. All’inizio controllavo il telefono continuamente. Bastava una vibrazione qualsiasi per farmi voltare di scatto, poi lentamente smisi di aspettarmi davvero un messaggio, ma non smisi mai di controllare.
Continuai comunque a seguire tutto quello che mi aveva chiesto. I pasti fatti bene, la sveglia alle 6:45, l’acqua appena sveglia e ogni sera il messaggio con la conferma. Lui visualizzava sempre, ma non aggiungeva altro. Nessun complimento, nessuna correzione, nessuna punizione. Solo silenzio ed era assurdo quanto questo riuscisse a pesarmi addosso. Più passavano i giorni, più mi rendevo conto che il problema non era soltanto non vederlo, era non sentirmi vista da lui.
Il lunedì sera, poco dopo le ventidue, il telefono vibrò mentre ero sul letto con il computer aperto davanti. Il cuore accelerò immediatamente.
M. Marco:
“Domani alle 16. Confermato.”
Rimasi a fissare il messaggio qualche secondo di troppo. Solo quello, nient’altro. Eppure bastò per farmi sentire improvvisamente il respiro più leggero.
Alice:
“Va bene, Padrone.”
Quella notte feci fatica ad addormentarmi, perché sapevo che il giorno dopo lo avrei rivisto per la prima volta dopo la punizione e soprattutto perché non avevo idea di come mi avrebbe guardata.

9 Giugno 2026
La mattina seguente, sentii addosso una tensione costante, che non riuscivo davvero a sciogliere. Continuavo a ripensare agli ultimi giorni, ai messaggi ignorati, al silenzio che ne era seguito. E più si avvicinava l’orario dell’appuntamento, più cresceva dentro di me la paura di aver davvero deluso Marco.
Quando parcheggiai davanti casa sua, respirai profondamente prima di scendere. Fu lui ad aprirmi la porta.
Appena lo vidi abbassai quasi subito lo sguardo.
«Buon pomeriggio Padrone»
«Entra» La sua voce era calma, forse persino troppo.
Obbedii in silenzio, entrando in casa. Il rumore della porta che si richiudeva alle mie spalle mi fece stringere lo stomaco.
Marco mi osservò qualche secondo senza dire nulla. Io rimasi ferma davanti a lui con lo sguardo basso e le mani intrecciate dietro la schiena quasi automaticamente. Non riuscivo a guardarlo negli occhi.
«Guardami»
Sentii il cuore accelerare immediatamente. Sollevai lentamente il viso e riuscii a sostenere il suo sguardo appena pochi secondi prima di abbassarlo di nuovo. Marco lo notò subito.
«Hai paura di guardarmi adesso?»
Deglutii appena «Sì…Padrone»
«Perché?»
Ci misi qualche secondo a rispondere. «Perché ho sbagliato»
«E cosa hai imparato da questa punizione?»
Inspirai profondamente cercando di mettere ordine nei pensieri. «Che non posso decidere io quando rispondere o quando ascoltare un ordine» La voce mi uscì bassa «E che se sbaglio ci saranno conseguenze»
Marco mi osservò e si avvicinò lentamente fino a fermarsi davanti a me.
«Esatto. Da oggi ogni volta che sbaglierai, ne pagherai le conseguenze»
Sentii il corpo irrigidirsi appena.
«Ti ho addestrata per quattro settimane, Alice. Non tollererò sbagli»
Abbassai immediatamente lo sguardo ancora di più. «Sì, Padrone. Scusami»
Per qualche secondo nella stanza rimase soltanto silenzio, poi Marco si allontanò di un passo.
«Seguimi»
Lo seguii lungo il corridoio fino alla stanza da letto. Quando entrai mi accorsi subito di due scatole appoggiate sul letto.
Marco mi guardò. «Spogliati»
Portai lentamente le mani al maglioncino che avevo scelto quella mattina. Era il completo bianco e blu che avevo comprato qualche settimana prima pensando alla primavera. Il tessuto morbido cadeva aderente sul busto, con le maniche lunghe e il ricamo intrecciato sul davanti. Sotto il colletto bianco c’erano tre piccoli bottoni che iniziai ad aprire uno alla volta. La gonna seguiva morbida le gambe mentre la lasciai scivolare lentamente a terra.
Sotto indossavo il completino intimo bianco che avevo scelto con attenzione prima di uscire: reggiseno a triangolo e un perizoma molto sgambato. Le autoreggenti nude restavano perfettamente tese lungo le cosce e ai piedi avevo ancora i tacchi blu. Sentivo il suo sguardo addosso mentre restavo lì immobile. Iniziò a girarmi lentamente attorno.
«Questa stanza è il luogo dove io decido. Qui dentro ogni cosa accade quando lo voglio io, non quando lo desideri tu»
Sentii un brivido attraversarmi la schiena. Poi si fermò davanti a me e mi guardò negli occhi. «Qui dentro, su quel letto ti scoperò»
Quelle parole entrarono dentro.
Indicò un punto preciso della stanza. «Lì»
Seguii il suo gesto con lo sguardo. Indicava un tappeto ai piedi del letto.
«Quel punto è per la tua posizione di attesa. Ogni volta che entrerai qui, andrai lì e aspetterai, in silenzio. Fino a un mio ordine»
Annuii. Con un semplice movimento della mano mi fece cenno di avvicinarmi. Obbedii subito e raggiunsi il tappeto, posizionandomi come richiesto.
«Testa bassa sempre, quando sei qui. A meno che non ti venga detto il contrario»
Abbassai immediatamente lo sguardo. Il cuore batteva più forte, ma il corpo rimaneva immobile. Marco mi passò accanto dirigendosi verso il letto. Sentii il rumore delle scatole che venivano spostate, poi quello dei suoi passi. Non alzai lo sguardo, ma percepii ogni movimento mentre le sistemava accanto alla poltrona nell’angolo della stanza. Solo dopo si sedette, accavallando una gamba. La sua voce arrivò improvvisa. Alzai lentamente lo sguardo, incrociando il suo. Sentii un leggero nodo allo stomaco, come ogni volta che mi era concesso farlo.
«Queste» disse indicando le scatole «sono per te»
«Per me, Padrone?» chiesi piano.
«Sì...è' un regalo»
Quelle parole mi colpirono subito. Un altro regalo da lui.
«Riguarda la tua educazione, il tuo percorso»
Avvertii curiosità, ma anche tensione. Perché se veniva da lui, sapevo che non sarebbe stato qualcosa di semplice.
«Avvicinati»
Non ebbi neanche il tempo di alzarmi che continuò «Gattonando»
A quella parola il mio corpo si irrigidì. Per un istante rimasi immobile. Quella parola l’avevo letta ovunque, a volte anche immaginata, ma sentirmela dire, non era più un pensiero, era reale. Il cuore accelerò. Marco mi osservava in silenzio, aspettando.
Vedendo che non mi muovevo, ripeté: «Avvicinati, gattonando»
Questa volta il tono era più deciso.
Deglutii piano, poi abbassai lo sguardo. Lentamente portai le mani a terra, seguite dalle ginocchia. Il primo movimento fu incerto, quasi rigido, poi un altro e un altro ancora.
Ogni gesto mi faceva sentire diversa, esposta in un modo nuovo. Raggiunsi la scatola e mi fermai davanti a essa, il respiro leggermente irregolare.
«Aprila»
Portai le mani sul coperchio. Esitai solo un istante, poi lo sollevai. All’interno c’erano diverse scatoline e buste disposte con ordine. Non ci misi molto a capire cosa fossero.
«Uno alla volta tira fuori tutto. Li guarderemo insieme»
Abbassai lo sguardo sul contenuto e allungai la mano verso la prima scatolina. Riconobbi subito l’oggetto appena lo tirai fuori. Erano due pinze collegate da una sottile catena nera.
«Le conosci queste. Descrivile»
Osservai. «Sono due pinze separate, collegate da una catena. Il materiale è freddo»
«Bene. Due pinze collegate. Sai cosa significa questo?»
Non parlai. Non ero sicura di saper dare la risposta giusta, così continuò lui. «Controllo, tensione. Dipendenza da ciò che le unisce»
Le sue parole mi fecero stringere leggermente le dita attorno alla catena.
«Con me non userai mai nulla senza capirne il senso. E il senso non è nell’oggetto, è in quello che ti fa provare e in come io decido di usarlo»
Il respiro si fece più corto.
«Ora ascoltami bene. Ogni oggetto che esce da questa scatola sarà una tua responsabilità. Li porterai nei cassetti che ti indicherò, uno alla volta»
«Come vuoi, Padrone»
«Questi non sono semplici oggetti. Sono strumenti del tuo addestramento continuo»
Sentire quelle parole mi confermò che ormai stavo entrando sempre più dentro il mio ruolo.
«Dopo ogni utilizzo sarai tu a occuparti della loro pulizia, della loro manutenzione e del loro ordine. Se qualcosa sarà fuori posto, rovinato o non curato come voglio io, sarai tu a pagarne le conseguenze»
Un brivido mi attraversò lentamente la schiena. «Chiaro?»
Inspirai profondamente. «Sì, Padrone»
Accennò appena un cenno del capo. «Secondo cassettino della cassettiera, a destra»
Feci per alzarmi, ma la sua voce mi fermò subito.
«Fermati!»
Mi bloccai a metà del movimento, lo sguardo che tornava su di lui. «Non hai ancora capito, qui dentro ti muoverai come decido io. Raggiungerai il cassetto gattonando e ti alzerai solo quando sarai lì davanti. Poserai l’oggetto e poi tornerai qui nello stesso modo, così inizierai a prendere confidenza con la posizione»
Lo guardai un attimo, cercando di capire se fosse uno scherzo, ma la sua tranquillità nello sguardo mi fece capire che non lo era. Portai le mani a terra e lo guardai immobile, qualcosa dentro di me si era fermata.
«Non…non è necessario, Padrone» dissi.
Marco mi guardò, i suoi occhi si strinsero leggermente «Ripeti»
Deglutii. «Non è necessario, Padrone» sussurrai sapendo di aver sbagliato.
«Bene» disse spiazzandomi. «Allora lo faremo diventare necessario»
Lo guardai con una leggera paura.
«Rimani così in posizione e guardami»
Eseguii per non so quanto, forse qualche minuto. Sentii la schiena cedere leggermente verso il basso.
«Schiena dritta» mi disse. Mi raddrizzai subito, mentre continuava a guardarmi in silenzio. Non sapevo cosa pensasse lui, ma io sì. Mi maledissi per averlo contraddetto quando il diritto di decisione non riguardava me.
All’improvviso tornò a parlare. «Questa è la differenza tra prima e adesso. Prima potevi scegliere, adesso no. Resterai così finché non sarò io a dirti di muoverti»
Deglutii, ma non parlai. Sapevo che se avessi parlato avrei aggravato la situazione.
Passarono altri secondi, più lunghi. Le ginocchia iniziavano a farmi male e le braccia a cedere.
«Ora, portalo nel cassetto»
Raccolsi lentamente la scatolina tra le mani e ripresi a muovermi gattonando verso la cassettiera. Arrivata davanti alla cassettiera, aprii il secondo cassetto sulla destra. Era vuoto, ordinato, preparato apposta.
Uscii l'oggetto dalla scatolina e lo posai con attenzione.
«Chiudi e torna qui»
Eseguii. Mi voltai e ripresi a gattonare verso di lui. Stavolta il movimento risultò leggermente meno rigido. Quando tornai davanti alla poltrona, mi fermai aspettando.
Marco mi osservò. «Sai qual è la differenza tra obbedire e sottomettersi davvero?»
Lo guardai in attesa di una spiegazione. «Obbedire è eseguire un ordine. Sottomettersi è imparare a restare dentro quell’ordine anche mentre ti mette a disagio»
Sentii qualcosa stringersi lentamente nello stomaco, perché aveva ragione. Non era stato gattonare a colpirmi, era stato il modo in cui mi ero sentita mentre lo facevo: vulnerabile, osservata e costretta a convivere con quella sensazione senza poterla evitare.
Marco si piegò leggermente in avanti.
«E tu adesso sei esattamente lì» indicò la scatola. «Continua»
Allungai lentamente la mano verso la seconda confezione. La aprii con attenzione, sentendo ancora addosso il peso della punizione appena ricevuta.
«Descrivi»
Deglutii leggermente. «Sono polsini in pelle nera, Padrone. Hanno fibbie regolabili e anelli per essere collegati»
Annuì. «A cosa servono?»
La domanda mi colpì. Esitai appena. «A… limitare i movimenti»
«Non solo. Servono a toglierti controllo. Quando li indosserai, non sarai tu a decidere dove andare, come muoverti o quanto»
«Lo capisci?»
«Sì, Padrone»
«Vedremo. Dove vanno?»
Abbassai lo sguardo sugli oggetti. «Ai polsi e alle caviglie, Padrone»
«E il cassetto?»
Esitai un secondo. «Lo dirai tu quale, Padrone»
«Cominci a capire» Quelle parole mi attraversarono. «Quarto cassetto della cassettiera»
Portai subito le mani a terra e gattonai senza fermarmi. Ormai i movimenti erano più sciolti. Afferrai il terzo oggetto e questa volta era qualcosa di più pesante. Lo osservai per qualche secondo, cercando di riconoscerlo davvero.
«Descrivilo» La sua voce arrivò puntuale.
«È… un dispositivo vibrante, Padrone»
Marco non rispose. Si sporse leggermente verso la scatola e ne prese un altro porgendomelo. Esitai un istante, poi allungai la mano e lo presi.
«Adesso dimmi la differenza»
Abbassai lo sguardo su entrambi e li osservai con più attenzione. Il peso, la forma, la struttura. Il respiro si fece più lento mentre cercavo le parole giuste.
Deglutii. «Non saprei, Padrone. Li ho visti, ma non li ho mai usati» Il mio unico vibratore era un modello classico, che usavo per la stimolazione interna o sul clitoride. Questi erano totalmente diversi.
Si sistemò leggermente sulla poltrona. «Allora ascolta»
Indicò quello con la punta più larga. «Questo è un wand, un massaggiatore per stimolare più punti esterni. La sua vibrazione si disperde» Lo osservai mentre parlava. Poi indicò l’altro «Questo invece no, è diretto. Un solo punto, ma proprio per questo più difficile da ignorare»
Deglutii, mentre le dita stringevano leggermente gli oggetti.
«Uno serve a distrarti, l’altro a prenderti. E a quale fa riferimento uno e a quale l’altro lo scoprirai più avanti»
Annuii.
«Terzo a destra e quinto cassetto»
Eseguii. Aprendo il terzo cassetto notai che era stato diviso in due parti. Tornai alle scatole, che erano ancora piene di altri oggetti. Pian piano ne tirai fuori altri: un set di tre plug neri della stessa forma, ma di dimensioni diverse. Li conoscevo bene, anche se mi ero fermata alla misura più piccola, poi ero passata ad altro genere.
«Quelli dovremo capire quale fa al caso tuo… o se dobbiamo usarli tutti» disse mentre li prendevo.
Li collocai al loro posto, poi continuai a estrarre oggetti, uno dopo l’altro: una benda rossa, dei guanti in lattice, un barattolo di lubrificante anale, tre bottiglie di detergente per pulire i giocattoli. Un paio di pinze con un piumino nero. Per ogni oggetto mi indicava dove posizionarlo e io eseguivo.
Quando infilai di nuovo la mano nella scatola, le dita incontrarono qualcosa di diverso: freddo e sottile, una forbice. Mi bloccai. Il respiro si fermò per un istante mentre guardavo l’oggetto tra le mie mani. Non me l’aspettavo, non in mezzo a tutto il resto. «Padrone…» La voce mi uscì incerta.
Marco parlò subito. «Guardami. Quella serve per la tua sicurezza, solo in caso di emergenza. Non sono uno sprovveduto»
Sentii il corpo rilassarsi. «Qui dentro ogni cosa ha un senso, Alice. Anche questa»
«Sì, Padrone»
«Nel comodino a destra»
Tornai agli oggetti e tirai fuori una pompetta nera, che mi spiegò essere una doccia anale, da usare due o tre ore prima a casa, ogni volta che ci saremmo incontrati. Poi un ovetto vibrante, senza darmi ulteriori spiegazioni.
Quando tirai fuori una ball gag, esitai. Non l’avevo mai usata e mi terrorizzava l’idea di non riuscire a respirare.
Lui, con la sua solita calma, mi spiegò che i fori servivano proprio a quello e aggiunse «Con me non userai nulla che non sia pensato anche per la tua sicurezza»
Non so quante volte avevo fatto avanti e indietro tra le scatole e i cassetti quella mattina. Tirai fuori gli ultimi due oggetti. Sapevo cosa fossero: due fruste, che sperai di non dover mai provare. Ma la mia speranza vacillò subito.
«Quelli imparerai a conoscerli»
Quando le scatole si svuotarono, rimasi ferma, in ginocchio davanti a lui, in attesa.
«Alzati» mi portai in piedi davanti a lui. Il suo sguardo si spostò lentamente verso il polso, sull’orologio. Lo osservò per qualche secondo, come se stesse calcolando qualcosa, poi tornò su di me. Solo in quel momento realizzai davvero che dovevo andare al lavoro e che lui lo sapeva.
Il mio respiro si fece più attento. «Avvicinati»
Mi fermai a pochi centimetri da lui. Il cuore batteva più forte, senza un motivo preciso. Marco si inclinò appena, la sua mano si posò sopra il tessuto degli slip, tra le gambe.
Il mio corpo reagì immediatamente: i muscoli si contrassero sotto il contatto e un respiro spezzato mi sfuggì dalle labbra. Cercai di mantenere il respiro calmo, senza riuscirci.
Ritirò la mano. «Non serve altro. Lo sento»
«Cosa…» sussurrai, più a me stessa che a lui. Abbassai lo sguardo, il viso caldo.
Lui colse la mia domanda e rispose: «Sei già bagnata»
Deglutii piano.
Marco mi indicò l’orologio sul muro. «Vai, sei già in ritardo»
Mi voltai e sgranai gli occhi. Avevo meno di un’ora per tornare a casa, cambiarmi, regolarizzare il battito e arrivare al lavoro. Recuperai le mie cose in fretta e uscii. Ma quella mattinata mi rimase addosso tutto il giorno.
scritto il
2026-07-11
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