Sotto la Tua guida - Capitolo 18

di
genere
dominazione

Avrete notato che, (a parte qualche ritardo di un giorno) per la prima volta dall'inizio di questo racconto, i capitoli non sono arrivati con la consueta puntualità.
Non è stata una dimenticanza o un ritardo da parte di Alice. Il motivo è tutt'altro che casuale.

Fino a questo momento, infatti, Alice aveva il compito di raccontarvi gli eventi che ci hanno condotti fin qui. Era necessario procedere rapidamente, senza soffermarsi troppo sul tempo che separava il racconto dalla realtà.

Quel compito è terminato e da oggi le cose cambiano.
I capitoli non seguiranno più il ritmo di una pubblicazione quotidiana. Seguiranno il ritmo degli eventi.

Questo significa che, a volte, dovrete aspettare qualche giorno prima di sapere cosa è accaduto. Altre volte l'attesa sarà più breve. Esattamente come accade ad Alice.

La pubblicazione dei nuovi capitoli avverrà quindi, di norma, durante il weekend, tra il sabato e la domenica. Eventuali variazioni non saranno dovute a dimenticanze, ma semplicemente al fatto che il racconto seguirà il naturale svolgersi degli eventi.

Perché il percorso che state leggendo non è fatto soltanto di ciò che succede. È fatto anche di attesa, di pazienza e di tempo, e il tempo, a volte, è uno strumento molto più efficace di qualunque altra lezione.

Vi consiglio quindi di non avere fretta. Alice ne sta imparando il valore del tempo.
Forse è arrivato il momento che lo impariate anche voi.

— Il Padrone

***

22 Luglio 2026
Ero tornata in città il 20 luglio, ma non avevo ancora avuto notizie da Marco. Non sapevo esattamente quando sarebbe tornato né quando avrebbe deciso di riprendere il nostro percorso. Così avevo continuato la mia routine, aspettando semplicemente un suo messaggio, che arrivò la sera del 22 luglio. Il telefono vibrò mentre ero a casa.
Lo presi immediatamente.

M. Marco:
"Sono rientrato, ma non ho intenzione di saltare questa settimana. Sabato 25 luglio, ore 11. Ti aspetto a casa. Tieniti libera tutto il giorno"

Sorrisi appena leggendo. Dopo due settimane avrei rivisto il Padrone.
Poi arrivò un'ultima comunicazione.

M. Marco:
"L'appuntamento con Monica è per venerdì 24 alle 7 del mattino. Non tardare, farà un'eccezione per te"

Rimasi sorpresa, non solo perché l'orario era insolito, ma perché capii che Marco aveva già organizzato tutto prima ancora di rivedermi.

Alice:
"Padrone, ho già fissato un appuntamento con Monica per la prossima settimana. In ogni caso sabato mi presenterò nella condizione giusta"

M. Marco:
"La prossima settimana non ti serve a niente. Ti serve ora, non dopo"

Era il suo modo di essere chiaro. Non c'era rabbia nelle sue parole, solo la certezza che per lui il momento stabilito avesse un significato preciso.

M. Marco:
"Venerdì alle 7. Presentati puntuale"

Lessi ancora una volta il messaggio e annuii tra me e me, anche se lui non poteva vedermi. Poi, dopo qualche minuto, riflettendoci meglio, mi accorsi di un dettaglio. Se dovevo essere da Monica alle 7 e il mio compito era alzarmi alle 6.45, sarebbe stato impossibile essere puntuale.
Presi di nuovo il telefono.

Alice:
"Padrone, però se devo alzarmi alle 6.45 non riuscirò mai ad arrivare puntuale"

M. Marco:
"Infatti la sveglia sarà alle 6.15...così avrai il tempo di mantenere ed eseguire i tuoi compiti prima di uscire"

Aveva già pensato anche a quello.


24 luglio 2026
La mattina mi alzai presto e rispettai l'appuntamento con Monica. Arrivai alle 7 in punto, ancora un po' assonnata per l'orario insolito. Mi accolse calorosamente, come sempre. Una volta sistemata sul lettino, mentre iniziavamo a parlare della mia vacanza si accorse che ero già ben sistemata.
«Ah, vedo che ti sei già sistemata bene da sola»
Annuii, ma non diedi particolare importanza alla sua osservazione. Per me era solo un commento come tanti, una semplice nota sul lavoro che avrebbe trovato meno impegnativo del solito.
Poi proseguimmo normalmente con il resto dei trattamenti. Un'ora e mezza dopo ero già fuori. Tornai a casa, mi preparai e poi andai al lavoro, aspettando il momento in cui avrei finalmente rivisto Marco dopo quelle settimane di distanza.

Quella notte dormii poco e il mattino seguente mi preparai con largo anticipo. Così largo che alle undici meno qualche minuto ero già davanti alla sua porta, ma attesi che il display segnasse le 11.00 precise per aprire la porta. Ero impaziente si, ma non abbastanza da rischiare d'iniziare quell'incontro con una punizione.
Entrai. La casa era silenziosa, troppo. Posai la borsa e le chiavi all'ingresso e raggiunsi il soggiorno e la cucina che era vuota. Proseguii verso la camera da letto, anch'essa vuota. Per un istante sentii una piccola delusione farsi strada dentro di me. Dopo quelle due settimane mi ero immaginata il momento del nostro incontro in modo diverso, con lui presente, ma mi sbagliavo.
Mi avvicinai all'armadio e come sempre, lasciai lì il vestito che avevo indossato per arrivare fin lì. Rimasi in intimo e tacchi, inspirando lentamente e cercando di calmare l'agitazione che continuava a crescere dentro di me. Mi inginocchiai sul tappeto davanti il letto e assunsi la posizione di attesa. Passarono molti minuti, poi sentii dei passi. Il cuore accelerò immediatamente. Marco entrò nella stanza senza fretta e si sedette direttamente sulla poltrona. Non disse nulla, mi osservò a lungo.
Io tenevo lo sguardo basso, ma sentivo il peso dei suoi occhi addosso. Poi finalmente parlò.
«Eri impaziente, mia cara Alice?»
Scossi la testa.
«No, Padrone»
«No?» lo disse con tono ironico.
«No, Padrone» confermai di nuovo, cercando di apparire sicura. Ero impaziente in realtà, ma non potevo dirglielo.
«Ne sei sicura?»
Annuii, lentamente. «Sì, Padrone»
«E allora perché sei arrivata in anticipo?» Il mio stomaco si contrasse a quelle parole. «E perché sei rimasta davanti alla porta ad aspettare che arrivassero le undici?»
Trattenni il respiro, dimenticandomi perfino di rispondere. Non era possibile, quando ero entrata la casa era vuota, ne ero certa.
«Che c'è? Ti ho stupita?»
Non risposi.
«Pensavi che non mi sarei accorto che eri qui prima dell'orario stabilito?»
Sentii il calore salirmi alle guance. Dovevo cercare di rimediare, ma non sapevo come.
«Io...» le parole morirono in gola.
Marco, invece, accennò un sorriso. «Ero qui, Alice. Ero nella villetta. Semplicemente non potevi vedermi»
Ora tutto aveva senso.
«Sai che dovrò punirti per questo, vero?»
Sentii il cuore accelerare ancora, non osai discutere, annuii soltanto.
«Sì, Padrone»
Allargò leggermente le gambe e indicò il pavimento davanti a sé. «Ora vieni qui, gattona verso di me»
Eseguii immediatamente, avanzando fino a fermarmi ai suoi piedi.
«Tira su il busto» mi ordinò. Poi con il piede mi invitò a divaricare le gambe.
Lo feci subito e lo vidi piegarsi leggermente verso di me, mentre una mano si avvicinava ai miei slip, che nel giro di qualche secondo furono spostati verso un lato, per permettere alla sua mano di toccare la mia figa. Di riflesso mossi il bacino.
«Allora dimmi, Alice... ti sono mancato?»
«Sì, Padrone, mi sei mancato» ammisi a bassa voce.
«Lo vedo. Né tu, né il tuo corpo siete stati particolarmente bravi a nasconderlo» disse togliendo la mano e avvicinandola alla mia bocca. Istintivamente la aprii convinta di doverle leccare.
«Sei ancora troppo impaziente, Alice. Dobbiamo lavorare su questo» disse seguendo il contorno delle mie labbra bagnandole dei miei umori.
Sentii il calore salirmi alle guance per quel gesto, mentre lui non smetteva come se si stesse godendo la mia difficoltà a sostenere quel momento. Poi le staccò e tornò ad appoggiarsi allo schienale della poltrona.
«Due settimane» parlò con calma. «Due settimane senza di me. Eppure eccoti, tra le mie gambe, così impaziente...e la cosa interessante…» fece una pausa dandomi il tempo di farmi sentire le parole «È che non sono stato assente, non ti ho lasciata sola. Ti ho mostrato di esserci, ti ho fatto sentire la mia presenza» Mi irrigidii appena, il respiro mi si fece più corto, il cuore accelerò senza che potessi controllarlo. Mi imposi di restare calma, di non tradire nulla. Ma era inutile, perché avevo già la sensazione che lui vedesse comunque la mia tensione e la mia impazienza.
«Eppure oggi sei qui, ancora impaziente, pronta a darti» aveva ragione. Non servii confermarlo. «Allora offriti, Alice, offriti a me» disse mentre iniziava a sganciare la cintura. Non era una richiesta, era un ordine «Offriti al tuo Padrone»
Mi mostrò il suo cazzo eretto e duro, e senza indugiare mi avvicinai e inizia a leccarlo da giù a su. Lo sentii rilassarsi contro la poltrona, mentre io continuavo a leccarlo. Passai sul glande lentamente, gli feci sentire tutta la mia lingua calda. Poi senza toccarlo con le mani, iniziai a prenderlo dentro e fuori, con un movimento su e giù lento. Lo sentii fremere e indurirsi ulteriormente, mentre scendevo sempre più giù. Risalii su, presi aria e scesi di nuovo, finché non sentii il primo conato, che riuscii a gestire per qualche secondo. Allentai un po' la presa risalendo e ripetei il gesto un paio di volte. Intanto lo sentivo gemere, mugolare. Ma io non smettevo, non finché non fosse stato lui a ordinarmelo. Dopo un po' di quel trattamento mi afferrò per la coda e mi sollevò la testa staccandola dal suo cazzo.
«Guardami» mi ordinò con voce roca. Era la prima volta da quando era entrato in quella stanza che il suo tono cambiava.
Sollevai lo sguardo. I suoi occhi erano fermi sui miei, intensi, diverso dal solito. Non riuscivo a decifrarli con chiarezza, sembravano trattenere desiderio e mentre cercavo di restare concentrata su di lui, con la coda dell’occhio percepii il movimento della sua mano sul cazzo, che andava progressivamente ad aumentare la velocità. Avrei voluto seguire attentamente quel gesto, quel movimento, invece mi sforzai di tenere lo sguardo nel suo, anche quando un primo schizzo mi arrivò sul naso. E a seguire gli altri: sugli occhi, sul mento, sul petto. In pochi secondi mi ritrovai sporca del suo piacere.
Marco si spostò dopo avermi osservata per qualche istante, lasciandomi immobile sul pavimento. Non sentii altro che il rumore dei cassetti che si aprivano e si richiudevano. Non riuscivo a vedere cosa stesse facendo, ma il semplice fatto di non saperlo aumentava la tensione. Quando tornò a parlare, la sua voce arrivò alle mie spalle.
«Vieni qui»
Mi avvicinai come mi era stato ordinato e mi fermai davanti a lui, ai piedi del letto.
«Togliti tutto e torna in attesa» lentamente eliminai l'intimo dal mio corpo e mi riposizionai in posizione. Con calma mi sfiorò i seni e afferrò i capezzoli in contemporanea facendoli indurire muovendoli leggermente tra le sue dita.
«Quello che sta per succedere...è la conseguenza della tua impazienza. È la punizione che hai meritato e non si esaurirà in pochi minuti» mi annunciò. «Non c'è nulla di sbagliato nel desiderare il proprio Padrone. Ma c'è qualcosa di sbagliato nel lasciare che quel desiderio ti faccia perdere il controllo e disobbedire agli ordini» Lasciò passare qualche secondo. «Ricordi cosa ti dissi la prima volta che arrivasti in anticipo?»
«Che dovevo essere puntuale. Nè un minuto prima, nè uno dopo» mormorai.
«Esattamente. Ma forse non ti è ancora chiaro» afferrò da una tasca la catena con le pinze e senza indugiare ne applicò prima una e poi l'altra. Io non feci una piega, non urlai, non gemetti e rimasi impassibile.
Marco inclinò appena la testa. «Tutto qui? Mi aspettavo una reazione diversa» disse sorpreso, poi continuò, mentre si assicurò che avessero la giusta tensione «Forse sono troppo poco per te?»
Scossi leggermente il capo. «No, Padrone»
«No?» Un leggero sorriso comparve sulle sue labbra. «Interessante» lo vidi studiarmi come se stesse prendendo nota di qualcosa. «Credo che ci siano ancora molte cose che devo scoprire su di te, Alice»
Afferrò la catenella e mi tirò verso di sé. Sentii una leggera tensione ai capezzoli e una smorfia mi attraversò il viso, ma nulla di più. La lasciò andare, poi ripeté il gesto, questa volta con più decisione.
«Giù!» e mentre continuava a tirare mi invitò a poggiare il busto sul bordo del letto accanto a lui, piegandomi a 90°. Si spostò dietro e mise una sua gamba tra le mie allargandole.
«Vediamo un po' qui…» toccò il mio culo «Che bel colorito che abbiamo, ma sarebbe meglio abbronzato tutto» commentò. Mi sentii arrossire per quel commento. Andavo fiera del mio segno dorato a brasiliana e non avevo mai neanche solo pensato, di abbronzarlo uniformemente tutto.
«Ma ora vediamo come siamo messi qui dietro» e allargò il culo esponendo alla sua visuale il buco. «Uhm...» mormorò «Dai tuoi racconti mi aspettavo una bella apertura naturale...è da molto che non lo usi?»
«Sì, Padrone»
«E da quando non ti occupi più di questa parte del tuo allenamento?» domandò continuando a valutarlo, passandoci un dito sopra. Istintivamente reagii contraendolo. In tutto ciò sentivo i capezzoli schiacciarsi, complici le pinze, contro il materasso e iniziavo a provare del dolore.
«Da quando ho chiuso col mio ex padrone...circa 6/7 mesi» mormorai.
«Lo noto. Ma non preoccuparti, rimedieremo senz'altro» poi lo sentii spostarsi. «Anzi, iniziamo subito»
Recuperò il barattolo di lubrificante e qualcosa, che ipotizzai essere un plug, da un altro cassetto, poi lo sentii riposizionarsi dietro di me. Allargò di nuovo il culo e con un dito recuperò una buona dose di lubrificante che iniziò a spalmare prima sulla parte esterna dell'ano, poi lentamente con solo la punta lo spinse dentro. Io iniziai subito a provare una piacevole sensazione. Riprese altro lubrificante e stavolta andò dritto verso l'entrata, spingendolo più in fondo. Gemetti quando lo sentii intrufolarsi e la mia figa reagì producendo i primi liquidi esterni. Al mio mugolio di piacere, Marco, disegnò dei cerchi ben definiti all'interno, permettendogli di allargarsi lentamente. Continuai a gemere. Lo tolse e recuperò altro lubrificante, dopo sentii due dita spingersi insieme contro l'apertura. Dopo un'iniziale e leggero tentennamento da parte del mio buco, li sentii farsi largo sempre più infondo. I miei gemiti aumentarono e presto si trasformarono in mugolii quando lo sentii arretrare quasi del tutto, per poi allargarli a V e ritornare in fondo senza mollare l'ampiezza «Cede bene devo dire e senza molta fatica. Ottimo»
Estrasse del tutto le dita e io smisi di gemere. Notò però il mio respirò accelerato «Non starai godendo vero?» chiese.
Rimasi in silenzio mordendomi il labbro per trattenere ogni altro suono potessi emettere. Marco non si accontentò del mio silenzio e portò la mano sulla figa che ahimè trovo bagnata «Sei fradicia, cazzo...per sole due dita» mormorò. Continuai a non fiatare «Non ci siamo, devi imparare a contenerti...non ti puoi bagnare per così poco! Per il momento ti prendi una piccola lezione, ma lavoreremo anche su questo» e mi mollò due schiaffi per natica di seguito. Urlai per la sorpresa «Silenzio!» e arrivarono altri due schiaffi a lato di seguito. Stavolta trattenni il fiato mordendomi le labbra. «Così»
Qualche minuto dopo sentii qualcosa di freddo e umido poggiarsi sul mio ano, sembrava una punta. Capii senza difficoltà cosa fosse e ne ebbi la certezza quando lo sentii far cedere le pareti senza troppe difficoltà fino a sentirlo risucchiato dentro. In pochi minuti mi sentii il culo tappato da un 'mini' plug.
«Questa misura basterà a farti riabituare al momento» mi chiesi quale avesse inserito, ma la sensazione ricordava quella che ero abituata a usare, ovvero la small, così non mi allarmai.
Mi fece rialzare e mi ordinò di seguirlo. Attraversammo il corridoio e raggiungemmo la cucina, poi mi indicò un punto preciso, posto tra l'isola e la porta finestra.
«In attesa»
Rimasi ferma, lo sguardo basso, mentre lui iniziava a muoversi tra i fornelli. Non disse nulla, si limitò a cucinare. Io invece finii per osservarlo, cercando di farlo senza dare nell'occhio. Indossava solo dei boxer grigi che definivano bene il contorno di ciò che nascondeva li dentro. Osservai il suo fisico ambrato perfetto, nonostante non fosse più un ragazzino. Inoltre si muoveva con naturalezza, come se era abituato da sempre a cucinare...chissà se era davvero così. Ogni tanto alzava lo sguardo verso di me, per brevi controlli ma sufficienti a ricordarmi che non ero affatto invisibile, oppure si avvicinava per ruotare quella piccola rotella sulle pinze, stringendo maggiormente. E più stringeva, più iniziavo a gemere per il dolore che iniziavo a sentire quando venivano mosse.
Dopo un po' posò alcuni oggetti sull'isola e si avvicinò per muovere la catena. Strinsi i denti e strizzai gli occhi.
«Apparecchia» mi ordinò come se non gli importasse del dolore che iniziavo a sentire.
«Si, Padrone»
Mi mossi subito, ma con attenzione. A ogni passo sentivo il plug spingersi all'interno e la catena che dondolava mi ricordava delle pinze nel caso mi fosse sfuggito il particolare.
Sistemai piatti, posate e bicchieri sul tavolo. Marco nel frattempo completò ciò che stava preparando e raggiunse il tavolo con in mano due piatti di pasta che posò nei rispettivi posti.
«Bene» commentò forse il risultato. Poi portò le mani su entrambe le pinze e senza allentare la pressione dalla rotella, che a quel punto era ben stretta, premette direttamente sulla pinza che si aprì improvvisamente.
Trattenni l'urlo che mi uscì in quanto la gommina di protezione si era attaccata al capezzolo. Mi osservò un attimo, con un mezzo sorriso soddisfatto, poi ripeté il gesto per l'altro. Ancora una volta trattenni l'urlo, ma allo stesso tempo dovetti tenermi al bordo del tavolo perché il dolore e il bruciore ai capezzoli erano intensi.
«Tutto bene?» mi chiese sincerandosi delle mie condizioni visto il mio gesto.
Annuii incapace di parlare. Mi osservò ancora un attimo come ad averne certezza, poi mi invitò a sedermi al mio posto, mentre lui posò la catena sul tavolo, in modo da averla presente ai miei occhi.

Mangiammo in silenzio, ma sentivo il suo sguardo soffermarsi su di me spesso. Lo vidi osservare soprattutto i miei capezzoli che da bianchi e schiacciati, lentamente ritornavano al loro colorito e alla loro forma naturale. Finì prima di me e rimase a osservarmi, mentre io finivo di mangiare gli ultimi bocconi.
Prima di alzarsi, recuperò le pinze tenendole ben in vista, poi si avvicinò alla mia sedia. Capii subito il prossimo passo. Non parlò, ma afferrò i miei capezzoli uno alla volta e applicò di nuovo le pinze. I capezzoli erano ancora sensibili, quindi mi morsi le labbra, per cercare di gestire il piccolo lamento che fuoriusciva dalle mie labbra.
«A terra» mi ordinò non appena ebbe finito. Eseguii posizionandomi tra lui e la sedia, ma rimasi poco in quella posizione, troppo poco direi. Non appena la sedia fu libera, Marco notò una piccola chiazza di umori. Afferrò la catena tirandola verso di lui, strinsi gli occhi per il dolore che avvertivo ormai, mentre i capezzoli iniziavano ad allungarsi per via della trazione.
«Guardami!» il cambio di tono improvviso mi fece irrigidire e anche il suo sguardo che diventò duro. Mi afferrò la coda e mi voltò la testa verso la sedia su cui ero seduta pochi minuti prima «Lo vedi cosa hai combinato, vero?»
Osservai la macchia «Sì, Padrone. Scusami»
Ignorò le mie scuse «Se hai rovinato la seduta con i tuoi sporchi umori, la pagherai cara...ora inizia a leccarli. Voglio che tu la pulisca e che torni esattamente come l'hai trovata»
Annuii e subito mi avvicinai, imbarazzata per quel gesto, iniziando a leccare ogni singolo residuo che era uscito dalla mia figa mentre mangiavo. Conoscevo la causa di quel danno e lo conosceva anche lui, ne ero sicura. Ma questo non sarebbe stata una giustificazione adeguata.
Quando finii mi spostai e controllò il lavoro svolto. «Bene»
Poi mi fece alzare e piegare sul tavolo, da dietro portò una mano sulla mia figa e controllò le condizioni anche di quella. Ovviamente non si stupì quando la trovò fradicia «Siamo ancora allo stesso punto» abbassai lo sguardo, anche se non poteva vedermi. «Non è una cosa che correggeremo oggi, però da questo momento hai un nuovo compito...per le prossime due settimane osserveremo come procede questa situazione. Ti controllerò senza preavviso, in momenti diversi, scelti da me»
Sentii lo stomaco contrarsi. «Sì, Padrone»
«Torniamo a noi. Giù a quattro zampe» e mi fece cenno di seguirlo fino alla camera. Obbedii in silenzio.

Una volta arrivati, mi indicò il letto e aspettò che assumessi la posizione che aveva richiesto, ovvero sdraiata supina con la gambe divaricate. Rimase in piedi, davanti a me. Il suo sguardo sembrava ripercorrere il mio corpo, ma sembrava sul punto di dire qualcosa, poi si sedette con calma ai piedi del letto.
«Ieri, dopo pranzo, ho preso un caffè con Monica» disse con tono calmo, portando una mano sul mio piede e sganciando la scarpa.
Sbarrai gli occhi. Non sapevo nemmeno che si conoscessero così bene da vedersi fuori dal suo studio. Per un attimo cercai di capire se fosse una frase detta solo per osservare la mia reazione, ma il suo sguardo non lasciava spazio a dubbi.
«Mi ha raccontato come ti ha trovata ieri mattina»
Lo fissai senza riuscire a nascondere lo stupore.
«Ti sorprende?» nel mentre la mano salì lungo tutta la gamba.
Annuii appena, cercando di concentrarmi sul suo discorso e non sulle sensazioni che iniziavo a provare al suo tocco. «Sì, Padrone»
«Monica ha il dovere di riferirmi qualsiasi dettaglio riguardi la mia sottomessa» fece una paura «In realtà quel particolare lo avevo già notato durante la tua vacanza»
Sentii un nodo chiudermi lo stomaco.
«Vuoi spiegarmi?»
Non vedevo ancora quale fosse il problema.
«Prima di partire sono andata dalla mia vecchia estetista» Lo dissi con semplicità, convinta che fosse una spiegazione sufficiente.
Marco rimase in silenzio, senza interrompermi, ma capii dal suo sguardo che quella risposta non era quella che si aspettava.
«Perché?» chiese mentre vidi la mano proseguire il viaggio sulla pancia e lentamente afferrare la catenella.
Esitai appena. «Mi sembrava solo una necessità prima della vacanza, Padrone»
«E hai ritenuto più opportuno decidere da sola, invece che chiedere al tuo Padrone come comportarti» afferma e la tira verso se procurandomi del dolore. Gemetti mentre i capezzoli si allungavano e il mio corpo si muoveva alla ricerca di sollievo.
«Pensavo...» sussurrai «...pensavo non fosse importante da chi andassi»
«Davvero?» sembrò sorpreso, ma era ovvio fosse ironico. Mollò la presa della catena e avvicinò le dita alla rondella della pinza, allentandola un minimo. Sospirai di sollievo «Hai dimenticato che sei autorizzata a farti sistemare soltanto da chi scelgo io?»
Abbassai lo sguardo e non risposi. A quel punto rincarò la dose, ma prima tirò velocemente la catena su un lato permettendo alla pinza di allungare il capezzolo e staccarsi. Urlai per il dolore e mi tirai su im po' il busto mentre istintivamente feci per portare una mano sul seno per darmi conforto.
Mano che Marco bloccò subito allontanandola. «Non osare o ti lego le mani» mi intimò.
Arretrai la mano e cercai di non pensare al dolore che proveniva dal capezzolo. Ma era difficile.
«Allora...hai deciso che, in questo caso, quella regola non valesse?»
Scossi la testa cercando di controllare il respiro irregolare.
«No, Padrone» sussurrai con voce rotta «Non l'ho deciso...semplicemente non ci ho pensato»
Sorrise, mentre afferrò l'altro pezzo di catena e lo tirò leggermente. Chiusi gli occhi e tremai preparandomi al peggio. Lui invece la lasciò così, tirata quando bastava a tenermi sulle spine.
«Ed è proprio questo il problema. Hai stabilito da sola che quella scelta appartenesse ancora alla tua vita privata. Non hai chiesto, non mi hai informato, hai semplicemente deciso»
Solo in quel momento iniziai a vedere la situazione da un'altra prospettiva: per me quella ceretta era stata soltanto una necessità pratica prima della partenza, non avevo pensato che quella necessità potesse riguardare il nostro rapporto.
Marco sembrò accorgersi del mio cambiamento d'espressione, nonostante le mie smorfie di dolore.
«Adesso stai iniziando a capire, vero?»
«Credo di sì, Padrone» bisbigliai con voce insicura.
«No, lo credi soltanto. Lo capirai davvero quando, la prossima volta, il tuo primo impulso sarà chiedere invece di decidere. E sai perché chiederai?»
Scossi la testa, negando.
«Perché da oggi questa lezione avrà un peso. E quel peso ti ricorderà di chiedere, prima di decidere da sola» e tirò di nuovo la catena fino a staccarla dal capezzolo. Urlai di nuovo e tremai sul letto. Non potendo toccarmi il seno, strinsi i pugni sulle lenzuola cercando di gestire il dolore.
Marco si alzò, lasciandomi il tempo di riprendermi. Lo vidi recuperare il barattolino di prima e portarlo di nuovo sul letto, poi mi ordinò di voltarmi. Lo feci col respiro ancora corto.
Mi sollevò il sedere da sotto e lo avvicinò a lui «Ferma così»
Il diamantino tondo verde del plug si mostrò ai suoi occhi. Allargò un po' le natiche scuotendole leggermente, poi mollò la presa e afferrò con tre dita il plug tirandolo leggermente. Avendolo indossato da qualche oretta, quella zona si era asciugata, quindi mugolai. Marco percependo la resistenza del plug ci giocò mollando e tirando più volte, io dal mio canto iniziavo a godere di quel gesto, continuai a mugolare e percepii dei liquidi fuoriuscire dalla mia figa. Ero sicura che anche lui li avesse notati, ma non disse o fece nulla di diverso. Continuò il suo gioco, poi lo mollò e sentii aprire il barattolo. Pochi istanti dopo avvertii tre dita tirare di nuovo il plug e altre due dita, probabilmente dell'altra mano, spalmare il gel dalla consistenza densa del lubrificante attorno l'ano. Man mano che spalmava tirava e mollava più velocemente il plug, che in pochi minuti uscì fuori. Il tutto accompagnato dai miei gemiti di piacere.
«Uhm» mormorò allargando le natiche per permettere al buco di dilatarsi e constatarne il risultato. «Non lo usi da un po', ma reagisce ancora bene. Qui potremmo passare direttamente alla misura successiva»
Mollò le natiche che si richiusero e mi ordinò di sostituire le sue mani con le mie. Allungai le mani verso giù e le sostituii. Nel frattempo percepii di nuovo le sue dita sporche del gel girare attorno al buco dell'ano, e prelevato altro gel ne sentii entrare direttamente due dentro. Mugolai e mi godetti quelle dita che lavoravano il buco.
«Ti sta piacendo questo trattamento, vero?»
Mugolai in risposta.
«Rispondimi, fammi sentire la tua voce che ne gode»
«Uhm…si…Padrone» dissi mugolando.
«Lo vedo, ma guai a te se vieni»
«Si…si, Padrone»
Marco continuò diversi minuti, lubrificando bene l'interno e l'esterno dell'ano, poi recuperò il plug e lo fece scivolare senza problemi all'interno, tappandomi nuovamente. In tutto ciò io stavo provando un enorme piacere, continuavo a gemere e se solo avessi potuto sarei venuta anche senza il suo permesso, ma con grande fatica resistetti. Avevo capito che per quel giorno non mi era permesso commettere altri errori, o le conseguenze sarebbero state elevate.

All'improvviso mi voltò supina e mi allargò le gambe avvicinandosi pericolosamente alla mia figa. Non fiatò, ma il suo sguardo incastrato nel mio diceva tutto. Era un avvertimento silenzioso, netto. Mi stava facendo capire che conosceva perfettamente ciò che stava accadendo dentro di me e che non avrebbe tollerato un solo passo oltre il limite che aveva deciso lui.
Mantenni il suo sguardo, ma tremai non appena lo vidi avvicinarsi a pochi millimetri dalle mie labbra e uscire la lingua. Pregai che non stesse per fare ciò che immaginai. Ma le mie preghiere silenziose durarono poco, perché la sentì posarsi sulla vagina e senza staccare lo sguardo dal mio salire lentamente a lingua piatta fino al clitoride. Per me fu immensamente difficile non scoppiare nel godimento che tanto stavo ardendo. Gemendo, mi morsi il labbro inferire fino a farmi male, chiusi gli occhi e strinsi le lenzuola più che potetti cercando col bacino di allontanarmi da quella dolce tortura che stavo vivendo. Marco si staccò subito e mi guardò soddisfatto quando si accorse che ero riuscita a trattenere il piacere, ma io dentro di me stavo impazzendo e lui lo sapeva.
«Brava. Questo è il controllo che voglio vedere» la sua voce e il suo sguardo trasmettevano tutta la sua soddisfazione.
Si alzò e mi invitò a fare lo stesso, poi mi fece assumere la mia posizione di attesa ai piedi del letto. Lui restò alzato davanti a me, il che mi costrinse a guardarlo dal basso verso l'alto mentre iniziò a parlare.
«Ciò nonostante, ultimamente hai iniziato a prenderti qualche libertà di troppo»
Abbassai lo sguardo.
«Guardami! Non ti è permesso abbassare lo sguardo mentre ti parlo al momento»
Lo risollevai timorosa. Lui continuò.
«Prima le mail, poi la vacanza, adesso Monica. Ogni volta non c'è cattiveria nelle tue intenzioni, Alice. Ma c'è una cosa che non mi piace. Stai iniziando a decidere da sola dove finiscono i miei ordini e dove cominciano le tue scelte»
Mi scusai con lo sguardo. Ma per lui cambiò poco.
«Credo sia arrivato il momento di rimetterti un po' in riga» Lo disse come una semplice constatazione. «Dalla prossima settimana ci sarà un cambiamento nel nostro percorso. Ti spiegherò tutto a tempo debito»
Sentii riaffiorare la curiosità per quelle parole, ma capii subito che non doveva essere nulla di piacevole.
«Martedì mattina ti presenterai qui»
Sbarrai gli occhi «Padrone... martedì mattina lavoro» dissi subito. Lo sapeva, era scritto nel mio piano bi-settimana che gli mandavo.
Marco annuì appena. «Lo so, ma è un mio ordine. Martedì mattina prima dell'inizio del tuo turno sarai qui. Niente obiezioni»
Sospirai «Come vuoi Padrone»
Recuperò i miei vestiti dall'armadio e me li porse senza fretta. Mi aiutò a rimettermi in ordine, con quella calma che spesso mi destabilizzava più di qualsiasi rimprovero.
Quando ebbi finito, lo guardai.
«Posso toglierlo il plug, Padrone?»
Mi osservò «Non mi sembra di avertelo ordinato»
Annuii, ma non capivo. Nella mia testa continuavo a ripetermi che non potevo davvero uscire da lì in quel modo, ma lui sembrava completamente tranquillo. Mi accompagnò verso la porta.
Rimasi ferma per qualche istante davanti a questa aperta.
«Qual è il problema?» chiese.
Esitai prima di rispondere. «Il plug, Padrone»
Marco comprese immediatamente a cosa mi riferivo, ma non disse nulla, si limitò a indicarmi l'uscita.
Feci qualche passo sull'uscio, ancora incerta.
«Non pensarci troppo, Alice» mi disse da dietro.

Raggiunsi la macchina con mille pensieri in testa. La cosa più difficile non era ciò che stava accadendo, ma il non sapere cosa avesse in mente. Per un istante pensai di aspettare soltanto di essere fuori dal cancello per fare di testa mia, anche se sapevo che sarebbe andato contro lui.
Poi sentii la sua voce chiamarmi da dietro. Mi fermai.
«Non voltarti» mi ordinò.
Rimasi immobile. Quando si avvicinò, la sua voce arrivò bassa e calma al mio orecchio.
«Hai qualcosa che mi appartiene. E lo sai» disse.
Chiusi gli occhi per un istante. Non capivo perché avesse aspettato fino a quel momento. Non capivo perché non mi avesse semplicemente detto cosa fare prima. Ma forse era proprio quello il punto.
Marco non voleva soltanto che obbedissi. Voleva che imparassi a fidarmi anche quando non comprendevo ancora il motivo delle sue scelte.
Nel frattempo mi piegò a 90° sulla macchina e si abbassò e sollevò la gonna.
Sbarrai gli occhi. Per un istante non riuscii nemmeno a capire cosa stesse succedendo.
«Padrone...» La mia voce uscì più bassa di quanto avessi voluto, ma lui non rispose, fece solo cadere lo slip ai miei piedi.
Rimase in silenzio, e quel silenzio mi mise ancora più in difficoltà. Mi guardai intorno istintivamente. Ero ancora nel cortile di casa sua, ma era pieno giorno. Le villette intorno non erano proprio vicine e non c'erano palazzi alti che permettessero di vedere direttamente all'interno, eppure il pensiero che qualcuno potesse accorgersi di qualcosa continuava a passarmi per la testa.
«Che fai...? Ti prego...» mi allarmai. Non era paura di lui, era la sensazione di non riuscire a comprendere fino in fondo cosa avesse in mente. «Non qui...» sussurrai.
Marco non disse nulla. Rimase concentrato e afferrò come prima la base del plug.
«Padrone, per favore...» lo supplicai, mentre lui lo tirò lentamente, permettendo al mio ano di allargarsi e far uscire il plug. Gemetti col cuore accelerato, non appena fu fuori. E nello stesso istante sentii l'ano contrarsi.
Mi rialzò lo slip, rialzandosi anche lui, mi riportò nella mia posizione normale e prima di abbassare la gonna mi sussurrò «Devi fidarti di me, Alice. Sempre» e mi lasciò contro la natica destra una sculacciata, che mi colse di sorpresa.
Si allontanò e voltandomi per guardarlo, vidi che era il solito Marco, calmo, controllato.
«Ora vai. Buona serata»
Salii in macchina con la testa piena di pensieri. Ero confusa, ancora agitata per tutto quello che era successo, ma soprattutto continuavo a ripensare a quelle poche parole.
Devi fidarti di me, Alice. Sempre.
E mentre mi avviavo verso casa, capii che forse era proprio quella la lezione più difficile da imparare.

Dopo qualche minuto, quando ormai avevo lasciato la sua strada alle spalle, il telefono vibrò. Ma lo lessi solo una volta tornata a casa.

M. Marco:
"Non serve ricordarti che il tuo piacere dovrà rimanere lì dov'è incatenato al momento e che ti è assolutamente vietato prendere alcuna decisione in merito. Giusto, mia piccola Alice?"

Rimasi a fissare lo schermo per qualche secondo. Era incredibile come riuscisse ancora a farmi fermare, anche a distanza. Non c'era bisogno che fosse lì davanti a me. Bastavano poche parole per riportarmi esattamente al punto in cui voleva che fossi.

Alice:
"Sì, Padrone"
scritto il
2026-07-26
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