Sotto la Tua guida - Capitolo 13 - Parte 2

di
genere
dominazione

Quel pomeriggio continuai a ripensare alla mattina. Alle attrezzature e al modo in cui avevo eseguito ogni ordine sotto il suo sguardo, compreso il gattonare e la sua relativa punizione. Più cercavo di lasciarmi tutto alle spalle, più alcuni dettagli tornavano con precisione quasi fastidiosa. A volte mi fermavo nel mezzo di quello che stavo facendo e mi rendevo conto che stavo pensando di nuovo a lui e la cosa peggiore era che non riuscivo neanche più a capire se quella tensione mi mettesse a disagio oppure no. La notte dormii poco, continuai a girarmi nel letto più volte e quando finalmente chiusi gli occhi, le immagini tornarono comunque.

10 Giugno 2026
La mattina seguente cercai di comportarmi normalmente: colazione, lezione di pilates, alcune commissioni veloci prima del lavoro. Ma sotto tutto il resto continuava a esserci quella sensazione costante, come se una parte di me fosse rimasta ancora lì.
Verso l’ora di pranzo, mentre consumavo il mio pasto al tavolino del bar vicino il negozio, il telefono vibrò.

M. Marco:
“Alle 17, vieni da me”

Quel giorno ero sarei uscita un'ora prima dal lavoro e lui ne era a conoscenza.

M. Marco:
“Puntuale”

Un secondo messaggio, che non mi diede il tempo di rispondere al primo.

Alice:
“Lo farò, Padrone”

Sentii immediatamente lo stomaco stringersi, percependo la sensazione che quella non sarebbe stata una semplice visita.

Quando mi trovai davanti all’ingresso, notai la porta socchiusa. Entrai piano, richiudendo la porta alle mie spalle. Uno strano silenzio mi avvolse subito. Qualche minuto prima avevo ricevuto un suo messaggio con un suo ordine. Così lo eseguii.
Mi mossi senza esitazioni e raggiunsi la camera, mi spogliai lentamente, lasciando addosso solo l’intimo. Mi sistemai sul tappeto nella posizione che ormai il mio corpo riconosceva senza pensarci e rimasi lì, in attesa.
All’inizio cercai di controllare il respiro, ma bastarono pochi secondi perché iniziasse a cambiare. Sentii dei passi provenire dal corridoio e il mio corpo reagì subito. Un leggero tremore mi attraversò.
Poi lo sentii fermarsi. Non lo vedevo, ma percepivo la sua presenza, sentivo che mi stava osservando. Non sapevo se potevo o dovevo salutarlo, così rimasi immobile, lo sguardo basso.
Lo sentii riprendere a camminare, finché si fermò davanti a me e le sue scarpe entrarono nel mio campo visivo, ma non alzai lo sguardo. Poco dopo una mano mi sfiorò la guancia, lentamente. Un tocco leggero, quasi distratto, che però mi fece trattenere il respiro. Subito dopo si allontanò.
Percepii il suono di una fibbia che si apriva e il mio respiro cambiò ritmo. Vidi la cintura cadere a terra, seguita dai suoi pantaloni neri. Deglutii, senza muovermi.
«Sei agitata?»
Annuii appena. «Sì, Padrone…»
Si avvicinò ancora un po’. Una sua mano afferrò la mia, con decisione ma senza fretta. La guidò, senza darmi il tempo di pensare. Il cuore batteva forte, le dita tremavano leggermente, mentre realizzavo davvero quello che stava succedendo.
Non era la prima volta per me. Sapevo cosa stavo facendo e cosa stavo toccando. Non c’era ingenuità o inesperienza. Solo che era la prima volta che sfioravo lui, che sfioravo la pelle del suo cazzo.
«Respira. Non pensare» mi disse, mentre le nostre mani erano ancora lì, ferme. Obbedii e lasciai che fosse la mia esperienza ad agire, non la mia testa. Respirai e iniziai a muovere lentamente la mano sul suo cazzo. Iniziò a essere eccitato, lo sentivo, e questo non gli impedì di prendere più vigore man mano che la mia mano si muoveva.
«Brava, così» mi incitò abbassando la voce, mentre spostava la sua mano, permettendomi di muovermi senza ostacoli.
Continuai così per qualche minuto, poi sentii una sua mano afferrarmi il mento, portando il mio sguardo dove voleva lui, sul suo cazzo. I miei occhi si fermarono lì, il respiro si bloccò per un istante. Non l’avevo ancora visto così esposto. Il suo cazzo era delle giuste dimensioni, sicuramente più grande di quelli a cui ero abituata con i miei coetanei, che spesso erano più piccoli o sottili. Osservavo ogni sua leggera vena, che potevo percepire anche sotto la mia mano.
Il prepuzio, ormai ritirato dopo la mia lenta masturbazione, mi permetteva di vedere il suo glande. Il calore mi salì alle guance, mentre fui colta da un’improvvisa voglia di leccarlo, di passarci la lingua. Mi morsi leggermente il labbro interno, cercando di trattenermi.
Marco mi osservava dall’alto, in silenzio. Mi lasciò il tempo di guardare, di abituarmi, di prendere confidenza con qualcosa che ormai non riuscivo più a ignorare. Sentivo il suo sguardo attento, quasi divertito dalla mia reazione.
«Ti piace o ti imbarazza, mia piccola Alice?» chiese, sorridendo. Lo percepii dal suo tono.
La domanda mi colpì più di quanto avrei voluto. Sospirai, tenendo fermo lo sguardo. «Entrambe, Padrone»
Rimase a osservarmi in silenzio, lasciandomi addosso il peso di ogni esitazione e di ogni pensiero che cercavo di nascondere. Poi si mosse lentamente, avvicinandosi.
La sua mano si posò tra i miei capelli con fermezza, guidandomi in avanti senza fretta. Il respiro mi cambiò all’istante. Non servivano altre parole per capire cosa volesse. Mi guidò con decisione, riducendo la distanza tra noi.
«E questo che desideravi, vero?»
Un brivido mi attraversò la schiena. Non risposi subito, la risposta chiara.
La sua voce si abbassò appena. «È tuo. Leccalo, assaggialo»
Non esitai e mi lasciai guidare dal desiderio. La mia mano non tremava più, la punta della lingua si mosse senza timore sul glande, perché era vero...lo stavo desiderando, lo avevo desiderato fin dal momento in cui l’avevo visto.
Un sospiro di Marco mi raggiunse, mentre le sue mani guidavano ancora la mia testa, mantenendomi esattamente nella posizione. Non smisi di giocare, di muovere quella lingua a volte piatta, a volte solo la punta su quel glande, mentre con la mano lo masturbavo un minimo lungo il cazzo.
Lui rimase in silenzio a lungo, osservandomi, senza interferire. Ogni tanto lo sentivo sospirare e ai suoi aggiungevo i miei gemiti di piacere.
«Apri la bocca» mi disse all'improvviso con voce bassa.
Obbedii subito e sentii il suo cazzo entrare lentamente. Un mugolio gli sfuggì quando le mie labbra si chiusero attorno al suo glande. Marco spostò le mani dalla mia testa, mentre io iniziavo a muovere le labbra lentamente avanti e indietro.
«Guardami» ordinò. Alzai lo sguardo e i nostri occhi si incontrarono. Il suo sguardo era attento e intenso. Sentii un brivido corrermi lungo la schiena.
«Così lentamente…voglio sentire le tue labbra» aggiunse. E io continuai a fargli sentire le mie labbra mentre succhiavo avanti e indietro quel pezzo iniziale. Poi mi ordinò di scendere un po’ più giù, di sentire ogni centimetro. Non mi teneva la testa, non mi guidava...ero io a dettare il ritmo. Mi stava concedendo il controllo solo perché voleva conoscere quanto fossi esperta e io sentivo che quello era tutto un gioco di fiducia.
Scesi più giù, accogliendo dentro la mia bocca un altro pezzo del suo cazzo fino al punto in cui riuscii a sostenerlo. Senti gli occhi iniziare a lacrimare come sempre. I suoi sospiri si fecero, invece, più evidenti e il mio corpo reagiva istintivamente. Spostai la mia bocca e guardandolo negli occhi, iniziai a masturbarlo con la mano. Un movimento lento, che partiva da giù e saliva lentamente fino al grande, e giù di nuovo nel senso contrario. Percepivo il suo respiro accelerare, il suo sguardo diventare sempre più intenso, le sue labbra stringersi. Il suo cazzo crescere e irrigidirsi sotto la mia mano. Non disse nulla, lasciò ancora a me il controllo. Senza spostare lo sguardo lo ripresi in bocca, stavolta andai un po' più giù direttamente. Avvertii una sua mano posarsi sui miei capelli, ma non fece nulla. Aumentai un po' il movimento, finché non sentii che stava per venire. Istintivamente si spostò, lo sentii grugnire e mi venne sul petto.
Il suo respiro si stabilizzò lentamente. Rimase in piedi davanti a me per qualche secondo, osservandomi in silenzio, come se stesse mettendo insieme ogni dettaglio di quello che era appena successo. Mi porse la mano e mi aiutò ad alzarmi, lentamente, senza fretta.
«Sai perché ti ho lasciata fare?»
Scossi appena la testa. «No, Padrone»
«Perché volevo conoscerti. Capire come reagisci, cosa riesci a sostenere e dove ti fermi» Fece una pausa. «Sei stata brava, Alice. Molto, ma...»
Il mio stomaco si strinse leggermente. Quel “ma” pesava più di tutto il resto.
«A un certo punto ho percepito un limite. È così?»
Abbassai lo sguardo per un istante «Sì…ho un limite. Non riesco a superarlo»
Marco annuì lentamente, senza sorpresa. «L’ho capito e va bene così»
Quelle parole mi colpirono. Sollevai lo sguardo, confusa per un attimo.
«Ci lavoreremo insieme, hai tutto il potenziale. Devi solo lasciarti andare e fidarti»
Quasi senza pensarci, continuai a parlare con voce incerta, come se stessi cercando di giustificarmi.
«Il mio vecchio Padrone mi faceva allenare tutti i giorni. Ci provavo, davvero, ma non riuscivo ad andare oltre, mi fermavo sempre a metà» Feci una pausa. «L’unico progresso era un centimetro in più, forse. Poi iniziavano i conati e dovevo fermarmi per paura»
Marco mi lasciò parlare. Quando vide che mi fermai, si avvicinò e per la prima volta, il suo gesto fu diverso da tutti quelli precedenti: la sua mano sfiorò la mia guancia in una carezza lenta.
«Alice…» disse piano. Alzai lo sguardo verso di lui. «Non sei tu il problema. Non è qualcosa che si forza, ma si costruisce» i suoi occhi rimasero nei miei. «E non lo farai da sola»
«Voglio riuscirci…» sussurrai, più a me stessa che a lui.
«Ci riuscirai» non c’era dubbio nella sua voce «Ora girati»
Mi voltai dandogli la schiena. Sentii il suo corpo avvicinarsi al mio, il calore dietro di me. Poi si appoggiò appena, abbastanza da farmi percepire la sua presenza. Le sue mani iniziarono a muoversi su di me con lentezza, sfiorando le spalle, le braccia, i fianchi. Un contatto calmo ma preciso, che mi fece chiudere gli occhi per un istante.
«Devi imparare a sentire» mormorò vicino al mio orecchio. Il suo respiro caldo mi fece tremare leggermente. «Non solo eseguire»
Io rimasi immobile, ma il mio corpo reagiva da solo a ogni minimo tocco.
«Rilassati»
Il mio respiro si fece più lento, le spalle si abbassarono appena. Le sue mani tornarono su di me con maggiore decisione. Passarono lungo il tessuto del reggiseno, indugiando un istante prima di spostarsi dietro la mia schiena. Sentii un piccolo movimento, poi il gancio si aprì e il reggiseno scivolò via.
Ebbi appena il tempo di realizzare la sensazione della pelle esposta all’aria che le sue mani tornarono subito su di me, senza ostacoli. Il primo contatto fu leggero, poi più deciso, mentre seguivano la forma del mio corpo con calma assoluta. Chiusi gli occhi per un istante.
«Li senti?» mormorò vicino al mio orecchio. «Senti i brividi, il modo in cui il tuo corpo reagisce al mio contatto?»
Non risposi. Non serviva: il mio corpo lo stava già facendo per me.
Le sue mani si spostarono lentamente, osando di più. Si spostarono sui miei capezzoli accarezzandoli leggermente, lì sentii subito reagire diventando turgidi. Poi cambiò movimento e pressione, iniziò ad accarezzarli in senso circolare sempre con quella lentezza che mi disarmava. Un piccolo sussulto mi sfuggì quando li pizzicò leggermente, seguito da un respiro più profondo. Marco lo percepì subito, lo sentii dal modo in cui il suo respiro si fece più vicino.
Le sue mani continuarono a esplorare, scendendo lentamente lungo il mio addome piatto, senza fretta, senza mai perdere quel controllo silenzioso. Quando arrivarono al bordo degli slip, il mio respiro si spezzò. Proseguì comunque, scendendo sul pube sopra il tessuto. Le mie gambe, leggermente divaricate, cercarono istintivamente di chiudersi.
«No» disse con fermezza, bloccando il mio movimento con la mano.
Le sue dita si fermarono un istante, poi si chinò leggermente su di me e afferrando il bordo degli slip, li fece scivolare ai miei piedi. Si allontanò appena, osservandomi.
«Molto meglio di ciò che ho visto coperto» mormorò.
Una mano si posò sul pube, mentre un dito sfiorava le mie labbra ancora semi chiuse, senza penetrarmi. Sentii il suo respiro cambiare quando constatò che il dito si era inumidito.
«Sei già così bagnata, Alice» disse, ripetendo il gesto.
Istintivamente contrassi i muscoli, lasciandomi sfuggire un sospiro.
«A cosa stai pensando?» chiese.
Deglutii. «Questa calma…questa gentilezza» ammisi. «Non me lo aspettavo, quando ho accettato di essere la tua sottomessa»
Una breve risata, appena accennata. «È proprio per questo che devi imparare a conoscermi» rispose.
Le sue mani si allontanarono, e subito ne sentii la mancanza.
Un istante dopo mi fece girare e mi spinse delicatamente indietro sul letto. Rimase a osservarmi per qualche secondo, poi fece un piccolo cenno. «Indietro»
Obbedii, arretrando sul materasso mentre lui si toglieva la camicia, restando solo con i boxer.
«Oggi è il momento d'iniziare a conoscerci davvero, di capire i nostri corpi» disse, salendo sul letto. «Io non corro mai, Alice. Non sono il classico padrone che prende tutto e subito. Non all’inizio»
Continuò ad avvicinarsi lentamente, senza mai interrompere il contatto visivo. «Ci saranno momenti più difficili, momenti in cui ti chiederai perché hai accettato. Non sarà sempre semplice»
Si fermò tra le mie gambe, che si aprirono senza che opponessi resistenza. Piegò il busto verso il mio, mentre il mio respiro accelerava. «Ma se ti fidi di me, imparerai ad apprezzare anche quelli» concluse.
Le sue parole rimasero sospese, così come il suo viso. Potevo sentire il suo respiro sulle mie labbra. I miei occhi scivolarono proprio lì e per un istante smisi di pensare. L’istinto fu immediato: avvicinarmi e baciarlo, ma mi fermai, perché un dubbio mi attraversò la mente: una sottomessa non dovrebbe…non è così che funziona, non con un padrone.
Eppure Marco non era il classico padrone, lo aveva appena detto anche lui e in quel momento non mi sembrava più sbagliato, solo naturale.
«Dove sei finita?» La sua voce mi riportò indietro di colpo.
Deglutii, cercando di nascondere quel pensiero che mi aveva attraversato.
«Da nessuna parte» mentii, abbassando appena lo sguardo.
«No, non è vero» Il cuore accelerò. «Guardami» obbedii. «Cosa vuoi, adesso?»
La domanda mi spiazzò. Rimasi in silenzio per qualche secondo, combattuta.
«Niente…» provai ancora.
«Alice» mormorò, avvicinandosi appena. «Con me non funziona così»
Chiusi gli occhi per un istante, poi li riaprii.
«Vorrei…» esitai, sentendo le guance scaldarsi. «Baciarti»
Il silenzio che seguì fu diverso. Marco non rispose subito, mi osservò prendendosi il suo tempo, come se stesse pesando quella confessione. Poi si avvicinò lentamente, troppo lentamente.
Il cuore iniziò a battere forte, il respiro si fermò mentre le sue labbra si avvicinavano alle mie. Per un attimo fui certa che sarebbe successo davvero, che mi avrebbe baciata e il mio corpo fremette istintivamente. Ma all’ultimo momento deviò.
Le sue labbra sfiorarono appena la mia guancia, fermandosi vicino al mio orecchio.
«Quello…» sussurrò piano «dovrai meritartelo»
Un brivido mi attraversò la schiena e capii che lo volevo più di prima.
Marco si spostò appena, tornando a guardarmi in volto. Un sorriso compiaciuto gli attraversò le labbra. Io lo fissai, il respiro ancora irregolare, perché per un istante ci avevo creduto davvero.
Poi si chinò sul mio collo, sentii il suo respiro caldo sulla pelle e subito dopo i denti agganciare appena il collare. Il fiato mi si spezzò, mentre un altro brivido mi percorse la schiena mentre lui lasciava il collare e continuava lentamente lungo la spalla, soffermandosi con calma sulla mia pelle. Ogni gesto sembrava studiato per osservare la mia reazione.
Io cercavo di mantenere lo sguardo su di lui, ma il corpo reagiva da solo, teso, sensibile a ogni minimo contatto.
Continuò a sfiorarmi con quella stessa lentezza controllata, lasciandomi sempre più sospesa, sempre più consapevole del modo in cui il mio corpo rispondeva alla sua presenza. Il respiro diventò irregolare.
Sentivo crescere dentro di me quella tensione ormai impossibile da ignorare, e proprio quando iniziai davvero a lasciarmi andare, lui si fermò, di colpo. Il vuoto fu immediato.
Aprii gli occhi cercandolo, ancora sospesa in quella sensazione interrotta troppo presto.
Marco si era già allontanato e recuperava i suoi vestiti con tranquillità, come se nulla fosse successo.
«È la tua punizione» disse semplicemente, mentre si rivestiva. «Hai provato a mentirmi prima e con il tuo Padrone si è sempre onesti. L'hai già dimenticato?»
Rimasi immobile sul letto, il respiro ancora instabile.
E fu proprio quello a farmi capire quanto quella punizione avesse colpito nel punto giusto.
«Rivestiti» mi ordinò, mentre lui usciva dalla stanza.
Rimasi lì ancora qualche secondo, cercando di riprendere il controllo del respiro, del corpo, di me stessa. Poi mi mossi, mi rivestii in silenzio e lo raggiunsi in cucina, a testa bassa. Marco stava bevendo un sorso d’acqua.
Quando mi vide, mi porse un bicchiere anche a me.
Lo presi. «Grazie, Padrone»
Lui non rispose. Si allontanò per un attimo, poi tornò con un mazzo di chiavi in mano.
«Queste sono della casa» spiegò, porgendomele. «Ti serviranno per entrare e prepararti quando dovremo incontrarci qui e io non ci sarò ancora»
Le presi e le strinsi tra le mani. Poi sentii il bisogno di chiarire quello che era successo prima.
«Padrone…posso parlarti?» chiesi.
Marco alzò lo sguardo e annuì. «Puoi, Alice»
«Mi…mi dispiace» cominciai, con un nodo alla gola. «Non volevo mentirti, avevo paura di rovinare tutto dicendo la verità. So qual è il mio ruolo e temevo che…che tu pensassi che stessi andando oltre, dicendoti che desideravo baciarti»
Abbassai appena lo sguardo, poi aggiunsi: «E mi dispiace anche per i giorni scorsi. Per i messaggi ignorati e per aver capito troppo tardi cosa mi stavi chiedendo. Non era mia intenzione mancarti di rispetto»
Marco si avvicinò e mi prese delicatamente per le spalle.
«Alice, ascoltami. Non sono uno stronzo. Per me anche gli abbracci, le carezze contano. Sempre, dopo ogni sessione. Questo non significa che non ci saranno punizioni, né momenti difficili. Significa che prendermi cura di te è fondamentale. Cura e attenzione creano rispetto e fiducia, in entrambe le direzioni»
Annuii lentamente. Le sue parole penetrarono dentro di me, calmando la tensione.
Mi resi conto che, anche quando esitavo o avevo paura, Marco stava costruendo quel rapporto con me passo dopo passo.
«E se avessi un desiderio…posso dirtelo?» chiesi piano.
«Sempre, Alice. Ma prima di ottenerlo dovrai meritartelo»
Un brivido mi attraversò la schiena e per la prima volta sentii chiaramente una cosa: con lui non stavo solo seguendo regole. Stavo imparando un ritmo.
scritto il
2026-07-13
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