Sotto la Tua guida - Capitolo 19 • III
di
Baby_Ali
genere
dominazione
Quando terminai il turno tornai direttamente a casa. La gastronomia era stata soltanto una scusa per rispondere ad Andrea senza spiegare il vero motivo per cui sarei rientrata prima.
Una volta entrata, mangiai un panino velocemente e controllai che in casa fosse tutto al suo posto, poi inizia a prepararmi per accoglierlo. Raccolsi i capelli come sapevo che lui preferiva e scelsi con cura cosa indossare. Non optai per nessun vestito, solo un completo intimo blu elettrico. Non lo stavo facendo perché me lo avesse ordinato, volevo semplicemente farmi trovare pronta.
In tutto ciò guardai l'orologio, più volte del necessario.
Quando il telefono vibrò, capii che era arrivato. Andai ad aprire la porta e la lasciai appena accostata, poi feci un passo indietro e mi spostai ai piedi della scala, quasi di fronte all'ingresso. Assunsi la posizione di attesa, perché quello era semplicemente diventato il mio modo di accoglierlo.
Dopo qualche istante la porta si aprì lentamente. Marco entrò con la consueta calma, richiudendosela alle spalle. Mi osservò da lontano.
«Buon pomeriggio, Padrone»
Non rispose subito. Il suo sguardo si soffermò su di me, sui capelli raccolti, sull'abbigliamento che avevo scelto e sulla posizione in cui mi trovavo, sembrava valutare ogni dettaglio. Dopo qualche secondo accennò un lieve cenno di saluto col capo. «Molto bene»
Quelle due parole bastarono a farmi rilassare leggermente.
«Sai perché sono venuto qui oggi?» chiese avanzando verso il divano, sulla quale poggiò una zaino in pelle maschile.
Scossi la testa «No, Padrone»
«Perché la nostra giornata non poteva concludersi questa mattina, con un pompino»
Lo guardai senza comprendere. Lui continuò con la consueta calma.
«So che questa sera hai un aperitivo con i tuoi amici»
Annuii. «Sì, Padrone»
«Avrei potuto chiederti di tornare da me, ma avresti passato il pomeriggio a correre da una parte all'altra, rischiando di arrivare in ritardo sia da me che dai tuoi amici»
Rimasi in silenzio. In effetti aveva ragione.
«Così ho preferito fare il contrario. Oggi sono venuto io da te»
Sorrisi appena. «Grazie, Padrone»
«Non ringraziarmi. Non credere che questo renda le cose più semplici» lo osservai senza capire. «Essere qui, a casa tua, è molto diverso dal riceverti a casa mia»
Abbassai leggermente lo sguardo, aspettando che continuasse.
«Qui non controlliamo tutto. È la casa che condividi con la tua famiglia, c'è chi può rientrare prima del previsto, chi può cambiare programma all'ultimo momento. Gli imprevisti fanno parte dell'ambiente in cui vivi»
Annuii lentamente.
«Per questo motivo,» proseguì con calma, «non vivrai questo incontro con la stessa tranquillità con cui vivi quelli a casa mia»
Sentii lo stomaco contrarsi appena. In effetti, da quando avevo ricevuto il suo messaggio, una parte di me continuava a pensare ad Andrea, ai miei genitori, al rumore di una macchina che si fermava davanti al cancello o a una chiave infilata nella serratura.
Marco sembrò intuire i miei pensieri.
«Ed è proprio questo il punto» lo guardai. «Voglio vedere come ti comporti anche quando il contesto è diverso. La disciplina non vale soltanto quando tutto è perfetto e prevedibile. Deve rimanere anche quando c'è la possibilità che qualcosa cambi da un momento all'altro»
Quelle parole mi fecero comprendere il vero motivo della sua scelta. Non era venuto a casa mia per evitarmi un viaggio, era venuto perché, anche quel pomeriggio, aveva deciso d'insegnarmi qualcosa.
Marco si avvicinò lentamente sfiorando il completo che avevo indossato.
«Indossavi questo stamattina?»
Abbassai appena gli occhi.
«No, Padrone. Mi sono cambiata prima del tuo arrivo»
Marco osservò ancora per qualche istante il completo.
«Ti sta bene, è ordinato ed è adatto all'occasione» tirai un leggero sospiro di sollievo, ma durò poco. «solo...sbaglio o questa mattina ti avevo dato un'indicazione precisa?»
Il cuore mi si strinse. Annuii lentamente. «Sì, Padrone»
«Ripetila»
«Mi aveva detto di non cambiare...» La voce mi si affievolì. «…gli slip»
«Eppure l'hai fatto»
«Scusami, Padrone»
Marco scosse la testa «Vai a recuperare quello che hai tolto»
Annuii. «Sì, Padrone»
Mi voltai e mi sollevai, pronta a salire il primo gradino, quando la voce di Marco mi fermò.
«Torna giù, voglio vederti gattonare»
Annuii e tornando in ginocchio, salii le scale gattonando.
Quando tornai, lui era seduto sul divano ad aspettarmi. Gli consegnai ciò che mi aveva chiesto. Marco lo osservò qualche istante, poi lo annusò.
«Il tuo slip racconta molto» lo guardai sorpresa. «Profuma ancora del tuo piacere, oltre al fatto che è ancora umido. Ti sei eccitata per il mio arrivo qui?»
Abbassai lo sguardo e annuii senza riuscire a dire una parola.
«Bene...alzati e togli lo slip» mi ordinò. Eseguii mostrandomi interamente a lui e sfilandolo «In posizione d'ispezione, subito»
continuò.
Quella richiesta mi fece tornare alla mente un episodio precedente, uno di quei momenti in cui avevo capito quanto fosse cambiato il modo in cui vivevo la sua presenza. Portai, quindi, le mani dietro la testa e divaricai il più possibile le gambe.
Marco accennò un sorriso e allungò una mano verso lo slip a terra, afferrandolo. Lo controllò.
«Te ne servirebbe uno al minuto» disse notando una goccia di lucido. Poi lo gettò sul divano e portò la mano a contatto con la figa «Adoro il modo in cui il tuo corpo reagisce, ma questo è anche un punto a tuo svantaggio. Dovrei punirti per ogni volta che ti bagni»
Sentii una leggera fitta allo stomaco. Non volevo essere punita, ma non riuscivo a controllare questa situazione.
«Valuterò più avanti, in ogni caso»
Sospirai per il sollievo. Se avessi imparato a gestire la situazione, forse non l'avrei deluso.
In compenso tirò fuori dallo zaino due oggetti che ultimamente conoscevo bene. «Ora è il momento del tuo allenamento. Pensavi forse che mi fossi dimentico?»
«No, Padrone» risposi subito. La verità è che ero io ad aver dato per scontato che non ci sarebbe stato.
Lui annuì «Piegati sul divano» eseguii poggiando le mani sulla seduta del divano, così da piegare il busto «Non così. Ginocchia sulla seduta e braccia sullo schienale» seguii le sue istruzioni «Così brava. Esponilo e divarica le gambe un po'»
Quando fui nella posizione che desiderava, iniziò quello che ormai era il solito protocollo. Mi allargò prima la natiche per osservare bene il progresso del buchino, poi applicò il lubrificate con le sue dita e successivamente il plug. Anche stavolta, come il giorno prima avvertii un po' di fastidio durante l'inserimento, ma alla fine lo fece scivolare dentro abbastanza velocemente. La stanza si riempii subito dei miei mugolii di piacere, che Marco provò a zittire con una sculacciata. Poi riprese a muovere il plug cercando di allargare l'apertura. I gesti erano sempre uguali: movimenti circolari, spinte, uscite, aggiunta di lubrificante.
A un tratto il campanello suonò.
Il mio corpo si irrigidì all'istante e sbarrai gli occhi, mentre il cuore iniziò a battermi così forte che ebbi la sensazione di sentirlo nelle orecchie. Istintivamente mi voltai e guardai Marco. Lui, al contrario, rimase perfettamente immobile con plug inserito a metà.
Con lo sguardo e un sussurro mi ordinò di non muovermi «Ferma»
Rimasi dove mi trovavo, cercando di controllare il respiro e il battito.
Per qualche secondo l'unico suono in casa era quello dei nostri respiri, il mio più accelerato del suo che continuava a essere calmo. Il campanello non suonò più e io provai a convincermi che chiunque fosse avrebbe rinunciato. Stavo per comunicarlo a Marco, quando il campanello suonò di nuovo.
Questa volta sentii il panico salirmi fino alla gola. Marco tolse il plug, lo poggiò sul divano e si avvicinò con calma alla porta d'ingresso, guardando attraverso lo spioncino.
Rimase qualche secondo in silenzio, poi tornò da me.
«È una donna» sussurrò.
Mi bastò quella frase per capire.
«Dev'essere la vicina...» sussurrai.
Lo guardai quasi implorandolo. «Padrone...»
Lui comprese immediatamente il mio stato d'animo. «Ascoltami»
Annuii, cercando di concentrarmi sulle sue parole.
«Vai di sopra. Recupera un accappatoio, indossalo e apri la porta come se ti avessero interrotta mentre ti stavi preparando»
«Sì, Padrone»
Feci come mi disse, ma mi fermò da un polso prima di salire su. Lo guardai.
«Respira» mi sussurrò.
Quelle poche parole riuscirono a farmi recuperare un minimo di lucidità. Salii rapidamente le scale, indossai l'accappatoio qualsiasi e tornai all'ingresso, dove il campanello aveva suonato per la terza volta.
Nel frattempo Marco si era spostato nella stanza accanto, fuori dalla visuale di chiunque fosse sulla porta. Inspirai profondamente, poi aprii.
«Ciao, Alice! Scusami se disturbo...»
Era la signora Anna, la vicina. Accennai un sorriso, cercando di sembrare naturale.
«Si figurati, ero...sotto la doccia»
«Oh perdonami cara…» disse mortificata «Ti volevo chiedere una cortesia. Per caso hai due uova? Stavo cucinando una torta e sono finite a terra mentre le prendevo dal frigo» mi spiegò.
Sentii il cuore rallentare, non era nulla di urgente. Almeno dal mio punto di vista. In quel momento, però, la maledissi per l'interruzione.
«Sì, certo. Aspetti un attimo»
Andai in cucina, recuperai le due uova mettendole in una ciotola e gliela consegnai.
«Grazie mille! Te li riporto appena faccio la spesa»
«Non si preoccupi»
Ci salutammo e richiusi lentamente la porta. Appena la serratura scattò, mi appoggiai con la schiena al muro ed espirai tutto il fiato che avevo trattenuto. Solo allora Marco uscì dalla stanza. Mi osservò per qualche istante.
«Hai tremato per tutto il tempo»
Abbassai lo sguardo.
«Pensavo ci avessero scoperti» ammisi.
Lui si avvicinò, afferrò le mie mani «Eppure sei riuscita a mantenere il controllo»
Scossi appena la testa. «Solo perché mi hai detto cosa fare»
Marco accennò un lieve sorriso.
«No. Perché hai smesso di farti guidare dal panico e hai iniziato a ragionare» rimasi in silenzio «Ricordatelo: gli imprevisti arriveranno sempre, la differenza la farà il modo in cui li affronterai»
Lo guardai e annuii. Mi guidò con calma fino al divano.
«Rimettiti dov'eri»
Eseguii senza dire una parola, riprendendo la posizione che avevo assunto prima che il campanello interrompesse tutto.
«Vedi? È proprio questo che intendevo quando ti parlavo degli imprevisti. Non sono gli eventi a metterti in difficoltà, è il modo in cui reagisci nei primi istanti»
Aveva ragione. Era bastata una semplice richiesta della vicina per farmi capire quanto facilmente il panico potesse prendere il sopravvento.
Recuperò dal divano il plug che lubrificò, ma non fece in tempo a poggiarlo sull'apertura, che dalla figa vide colare dei filamenti.
«Ma guarda un po'. Non solo ti ecciti mentre ti allargo, ma non ti ferma neanche il pericolo di essere scoperta» esclamò.
In quel momento l'imbarazzo prese il sopravvento e volli sparire. Col due dita recuperò quei filamenti e li portò davanti la mia bocca «Assaggia»
Aprii la bocca e li succhiai insieme alle dita. Marco gemette.
«Sei proprio una piccola ingorda» sussurrò.
Poi tornò dietro e continuò a giocare col plug. Dopo una ventina di minuti da quando avevamo ripreso, lo so perché guardai l'orologio posto quasi di fronte a me che segnava le 17.25, Marco si spostò smettendo di giocare e sganciò anche il reggiseno, lasciandomi nuda al suo sguardo.
«Fammi vedere cosa hai intenzione d'indossare questa sera» disse permettendomi di sollevarmi.
Lo accompagnai al piano superiore, entrando nella mia camera. Sul letto avevo già appoggiato i vestiti che avevo scelto per l'aperitivo: un paio di pantaloni chiari e una maglia leggera.
Marco li osservò appena.
«No»
Rimasi sorpresa.
Lui aprì l'anta dell'armadio e iniziò a scorrere lentamente gli abiti appesi. Dopo qualche secondo ne estrasse uno e me lo porse.
«Metti questo»
Lo guardai. Era un vestitino svasato semplice, celeste con piccoli fiorellini bianchi. Il sopra era arricciato sul seno e aveva due lacci con fiocchi al posto delle classiche bretelle.
«Padrone...»
Lui intercettò subito il mio sguardo.
«Con questo sarà tutto più semplice»
Aggrottai leggermente la fronte. «In che senso?»
Marco accennò appena un sorriso.
«Lo capirai più tardi»
Attesi qualche secondo, sperando che aggiungesse altro. Invece indicò il bagno.
«Vai a prepararti»
Feci un passo verso la porta, poi mi voltai.
«E tu, Padrone?»
«Ti aspetto qui»
Sbarrai gli occhi.
«Qui... in camera?»
«Sì»
Per un istante rimasi immobile. L'idea che Marco fosse nella mia stanza mentre io ero a due stanze di distanza mi metteva addosso una strana agitazione. Non tanto per lui, quanto per il pensiero che qualcuno potesse rientrare prima del previsto. Lui sembrò intuire il motivo della mia esitazione.
«Non perdere tempo, se non vuoi che mi trovino qui»
Annuii e raggiungi il bagno. Mi lavai più velocemente del solito e per tutto il tempo continuai ad ascoltare ogni minimo rumore proveniente dall'interno della casa.
Quando uscii, con i capelli ancora leggermente umidi, Marco era seduto sul bordo del letto, che aspettava in silenzio. Non appena i nostri sguardi si incrociarono, si limitò ad accennare un lieve cenno del capo.
«Bene» la sua calma contrastava completamente con l'agitazione che continuavo a sentire dentro di me.
Rimasi immobile davanti l'uscio della mia camera, mi sembrava strano vederlo seduto sul mio letto.
«Sei agitata»
Non era una domanda. Abbassai lo sguardo.
«Un po', Padrone»
«Perché?»
Esitai qualche secondo.
«Ho continuato a pensare che qualcuno potesse rientrare da un momento all'altro»
«Lo so» la sua risposta arrivò con estrema tranquillità. «Eppure sei rimasta lucida»
Ripensai al campanello, alla vicina, alla paura di non sapere come gestire quella situazione.
«Non mi sentivo affatto lucida»
Marco scosse appena il capo. «E invece lo sei stata»
Lo guardai senza capire.
«Essere lucidi non significa non avere paura, Alice. Significa riuscire a pensare anche quando la paura arriva»
Ripensai a quei pochi minuti di panico. In effetti non ero fuggita, non avevo perso completamente il controllo. Avevo ascoltato lui e avevo fatto esattamente ciò che mi aveva chiesto.
«Tra poco ti darò un compito» Le sue parole interruppero il flusso dei miei pensieri e sentii lo stomaco contrarsi. «Un compito che ti accompagnerà per tutta la serata e ti metterà alla prova. Ti farà pensare a me anche quando sarò lontano e, per qualche momento, metterà in discussione le tue certezze»
Inspirai lentamente.
«Ed è proprio per questo che voglio una cosa sola da te» attesi che continuasse. «Resta lucida»
Pronunciò quelle due parole con la stessa calma con cui le aveva dette pochi minuti prima.
«Non prendere iniziative, non lasciarti guidare dall'ansia. Se sentirai il bisogno di fare qualcosa, fermati e chiediti se stai ragionando... oppure se stai reagendo d'istinto»
Annuii lentamente «Sì, Padrone»
Marco mi osservò e mi fece cenno di avvicinarmi. Fece cadere a terra il telo che copriva il mio corpo bagnato e mi mostrò il plug.
«Lo indosserai per tutta la serata»
«Per tutta la sera, Padrone?» chiesi sentendo l'agitazione crescere.
Lui annuì. «Fino a quando rientrerai a casa»
Sentii lo stomaco contrarsi leggermente. La mia mente iniziò immediatamente a rincorrere ogni possibile scenario.
E se qualcuno se ne fosse accorto? E se avessi fatto qualcosa di strano senza rendermene conto?
Marco non disse nulla, ma sembrava aspettare proprio quella reazione.
Abbassai lo sguardo.
«Padrone...» esitai qualche istante. «Ogni volta che mi è capitato di affrontare una situazione del genere non sono mai riuscita a viverla serenamente, ma l'ho fatto con paura. Con la tensione di essere scoperta, con l'ansia che qualcuno si accorgesse che c'era qualcosa di diverso in me. E quando qualcuno notava che ero strana, cercavo sempre una scusa»
«Ed è lì che sbagli» lo guardai. «Sei convinta che tutti ti stiano osservando. La verità è che la maggior parte delle persone è troppo impegnata a vivere la propria serata per analizzare ogni tua espressione. E se qualcuno dovesse chiederti se stai bene...tu respiri e rispondi con naturalezza» annuii. «Ricorda che più proverai a nascondere qualcosa, più finirai per attirare l'attenzione»
Prendendomi per il polso mi piegò sul letto e a quel punto procedette con la solita routine d'inserimento. Ormai era sempre la stessa, come la stessa era la mia reazione. Quando il plug fu dentro mi rialzò e mi porse il completino intimo che avevo indossato per lui quel pomeriggio, lo indossai.
A quel punto Marco si alzò. «È ora che io vada e tu finisca di prepararti» guardai la svegli sul comodino, mancavano tre minuti alle 18.10 «Accompagnami alla porta»
Annuii istintivamente e mi voltai verso il letto per recuperare il vestito che avevo scelto. Feci appena in tempo ad afferrarlo.
«Lascialo» mi bloccai. «Va bene così come sei»
Esitai un istante, poi annuii. Con un semplice gesto della mano mi fece cenno di precederlo. Uscii dalla camera e iniziai a scendere le scale. Sentivo i suoi passi dietro di me, lenti e tranquilli, mentre io cercavo di mantenere il respiro regolare. Dopo qualche gradino iniziai a rallentare e stringere il culo.
«È tutto a posto?»
La sua voce era calma ed ebbi quasi la sensazione che sapesse perfettamente cosa mi avesse fatta esitare.
«Sì... credo di sì, Padrone» la risposta mi uscì meno sicura di quanto avrei voluto. La verità è che era la prima volta che mi muovevo con quella dimensione di plug e a ogni passo sentivo la differenza, era come se l'esperienza passata si fosse cancellata e stessi ricominciando da capo. Percepivo il peso del plug spingere contro l'apertura e istintivamente stringevo le natiche per evitare che uscisse, anche se ero ben consapevole che ciò non potesse succedere. E quella contrazione che attivavo istintivamente, si riversava sulla figa. Cercai di non pensarci e continuai a scendere.
Arrivati al piano di sotto, Marco recuperò il suo zaino, rimasto sul divano, poi raggiungemmo l'ingresso.
Per qualche secondo nessuno dei due parlò. Mi voltai verso di lui.
«Buona serata, Padrone»
Lui accennò un lieve sorriso.
«Fai la brava»
«Sì, Padrone»
Abbassai la maniglia e aprii la porta. Mi spostai dietro quest'ultima lasciandogli lo spazio per uscire, ma soprattutto per riparami da eventuali sguardi indiscreti. Solo quando sentii i suoi passi allontanarsi richiusi lentamente la porta.
Una volta rimasta sola salii in camera e terminai di prepararmi davanti allo specchio, cercando di convincermi che sarebbe stata una serata come tutte le altre. Eppure sapevo che non lo sarebbe stata, perché ogni volta che mi muovevo percepivo il plug dentro di me. Era una presenza costante, come se quel plug fosse in realtà Marco.
Quaranta minuti dopo raggiunsi gli altri. L'aperitivo era stato organizzato in uno dei locali del centro città e, quando arrivai, c'erano già tutti. Lorenzo fu il primo a salutarmi.
«Finalmente! Pensavamo ci avessi dato buca»
Sorrisi. «Cinque minuti di ritardo non sono una tragedia»
«Detto da una che di solito arriva sempre in anticipo...» commentò ridendo Giulia.
Mi sedetti accanto a loro, cercando di lasciarmi coinvolgere dalle conversazioni.
All'inizio sembrò funzionare, e tra una battuta e l'altra iniziarono ad arrivare i vassoi dell'aperitivo
che avevamo ordinato. Proprio mentre stavo per portare alla bocca un pezzo di focaccia, sentii il telefono vibrare nella borsa.
Il cuore accelerò all'istante e mi immobilizzai per una frazione di secondo. Respirai lentamente e mi imposi di continuare la conversazione, mentre con un gesto naturale presi il telefono dalla borsetta, abbassai per un istante lo sguardo sul display e lessi il nome di Marco comparire sullo schermo.
Il mio cuore accelerò ancora una volta. Il messaggio, però, era molto più semplice di quanto mi aspettassi.
M. Marco:
"Come procede?"
Sentii le spalle rilassarsi appena. Per un istante ebbi quasi l'impressione che volesse semplicemente sapere come stessi, ma sapevo che non era quello. Voleva sapere come stavo vivendo la serata col plug dentro.
Alice:
"Tutto bene, Padrone. È una presenza costante, ma sto cercando di rimanere lucida"
Premetti invio e rimisi il telefono nella borsa. Quando rialzai lo sguardo, Lorenzo stava raccontando un episodio che gli capitò ieri e il resto del tavolo scoppiò a ridere. Risi anch'io, lasciandomi trascinare da quei discorsi.
Tra una battuta e l'altra mi alzai per raggiungere il bancone e ordinare un altro vassoio di patatine da dividere con gli altri. Mentre aspettavo che il ragazzo del locale preparasse l'ordinazione, il telefono vibrò nelle mie mani. Si, l'avevo portato con me.
M. Marco:
"Trova una scusa. Alzati dal tavolo e vai in bagno"
Per un istante sentii il cuore accelerare così tanto che dovetti appoggiarmi allo sgabello alle mie spalle per ritrovare un minimo di equilibrio. Inspirai lentamente. Le sue parole erano chiare.
Il ragazzo del bancone, nel frattempo, mi porse il vassoio.
«Grazie» sorrisi e lo afferrai cercando di sembrare il più naturale possibile e tornai verso il tavolo.
«Ecco le patatine!» dissi appoggiando il vassoio al centro.
Qualcuno allungò subito una mano per prenderne una.
«Scusatemi un attimo... torno subito»
Feci appena per allontanarmi quando sentii la voce di Giulia. «Dove vai?»
Mi voltai. «Un attimo in bagno»
Si alzò appena dalla sedia. «Ti accompagno?»
Scossi subito la testa, accennando un sorriso. «No, tranquilla. Faccio in un attimo»
Per un istante ebbi paura che insistesse, così aggiunsi la prima scusa che mi venne in mente. «Devo solo lavarmi le mani»
«Va bene»
Quando fui abbastanza lontana dal tavolo lasciai uscire lentamente il respiro che stavo trattenendo. Un ostacolo era stato superato, adesso ero sicura che ne rimaneva un altro.
Una volta in bagno, chiusi la porta alle mie spalle.
Alice:
"Sono in bagno, Padrone"
La risposta arrivò quasi subito.
Marco:
"Bene. Scosta lo slip e mostrami il plug"
Dopo un iniziale tentennamento per capire come fare, sollevai il vestito fermando il tessuto sul seno così che avessi la parte di sotto libera. Con una mano spostai lo slip di lato e con l'altra feci una foto al plug, inviandola poi a Marco.
M. Marco:
"Togli lo slip e mostrami come lo ripulisci dai tuoi umori"
Sbarrai gli occhi non appena lo lessi. Come faceva...ma non ebbi neanche il tempo di completare il pensiero che ne arrivo un secondo.
M. Marco:
"So cosa stai pensando. Ti stai chiedendo come faccio a sapere che il tuo slip ha una macchia abbondate al centro che cola dalle labbra. Sei la mia sottomessa e io il tuo Padrone, conosco ogni tua singola reazione. Ora esegui o i tuoi amici verranno a cercarti"
Sentii lo stomaco chiudersi. Per un istante rimasi immobile, con il telefono tra le mani. Non era tanto ciò che mi veniva chiesto a spaventarmi, era il luogo. Un bagno pubblico, a pochi metri da persone che conoscevo. Mi appoggiai con la schiena alla porta chiusa, cercando di rallentare il respiro. Una parte di me avrebbe voluto rimandare, trovare una spiegazione da dare, ma sapevo già che sarebbe stata soltanto un'altra giustificazione. Negli ultimi tempi avevo esitato troppe volte, avevo messo in discussione il suo ruolo, e ne stavo ancora affrontando le conseguenze. Chiusi gli occhi per qualche secondo, non volevo deluderlo ancora.
Inspirai profondamente ed eseguii il suo ordine. Sfilai lo slip con una mano, lo portai alla bocca e con la lingua inizia a leccare gli abbondanti umori che erano fuoriusciti. Proprio come aveva immaginato Marco. Registrai tutto e lo inviai.
M. Marco:
"Brava. Ricomponiti e torna dagli altri"
Lessi quelle parole con un misto di sollievo e imbarazzo. Mi sistemai e aprii la porta. Fuori una ragazza poco più grande di me, aspettava il suo turno per entrare. Per un istante ebbi la sensazione che potesse leggermi dentro, che potesse capire cosa era successo lì dentro. Le rivolsi un sorriso appena accennato, più per educazione che per naturalezza, e mi spostai per lasciarle il posto.
Prima di uscire, alzai lo sguardo verso lo specchio. Osservai attentamente il mio riflesso, cercando un qualcosa che potesse tradire ciò che avevo ancora dentro. Ma il respiro era tornato regolare e le guance avevano quasi ripreso il loro colore.
Mi concessi un ultimo istante per convincermi che, almeno all'esterno, nessuno avrebbe potuto intuire ciò che stavo provando. Poi mi incamminai verso il tavolo, mancavano pochi passi quando il telefono vibrò di nuovo.
M. Marco:
"Quando ti siedi, solleva il vestito e appoggia le natiche alla sedia. Il tuo culetto deve aderire perfettamente con la seduta. E mantieni le gambe larghe"
Mi fermai tra i tavoli mentre lo lessi, col cuore accelerato. Alzai lo sguardo e vidi Lorenzo osservarmi con uno sguardo interrogativo. Gli sorrisi, posai il telefono e tornai al tavolo. Prima di sedermi, lascia un bacio sulla guancia di Lorenzo, come per rassicurarlo e mi sedetti. A quel punto, con molta delicatezza per non farmi notare, sfilai il tessuto da sotto e lo lascia svolazzante, mentre il mio culetto si appoggiava al legno della sedia, poi allargai le gambe e tornai a conversare con loro.
L'aperitivo si concluse più tardi del previsto. Una volta a casa, dopo aver chiacchierato un po' con i miei, mandai un messaggio a Marco.
Alice:
"Sono rientrata, Padrone"
Marco lesse il messaggio e mi chiese come fosse andata. Ripensai a tutta la serata, ai momenti in cui avevo cercato di concentrarmi sulle conversazioni, sulle risate e alle continue interruzioni dei suoi messaggi, sino alla paura costante di perdere la lucidità davanti a loro. Cosa che per fortuna ero riuscita a controllare. Poi gli confessai una cosa che, in realtà, lui aveva già intuito. Per quanto avessi cercato di vivere quella serata con naturalezza, il mio corpo non era rimasto indifferente. Il camminare in un luogo pubblico e circondata dai miei amici, con il plug dentro, mi aveva eccitata a dismisura. Tanto che mi balenò in testa il desiderio di andare a dormire col plug nel culo. Marco mi scrisse che non era ancora il momento per quello e che avrei dovuto video chiamarlo per poterlo togliere. E così feci.
M. Marco:
"Adesso vai a dormire. Domattina ti aspetto presto e porta con te il diamantino"
30 - 31 Luglio 2026
I due giorni successivi trascorsero con un ritmo ormai familiare. La sveglia continuò a suonare presto e ogni mattina mi preparavo in silenzio, raggiungevo casa di Marco e portavo a termine il compito che aveva stabilito. Ormai quei gesti stavano diventando parte della mia routine, erano diventati un appuntamento fisso attorno al quale imparavo a organizzare tutto il resto. Terminato l'incontro, tornavo alla mia quotidianità: il lavoro, la casa, gli amici e gli impegni.
Il sabato e la domenica, invece, non dovetti presentarmi da lui. Per la prima volta dopo diversi giorni, la sveglia non suonò così presto e le mie mattine tornarono ad avere un ritmo più lento.
Eppure mi accorsi che quella pausa non significava affatto che il percorso si fosse fermato, era solo il tempo necessario prima dell'inizio di una nuova settimana.
Una volta entrata, mangiai un panino velocemente e controllai che in casa fosse tutto al suo posto, poi inizia a prepararmi per accoglierlo. Raccolsi i capelli come sapevo che lui preferiva e scelsi con cura cosa indossare. Non optai per nessun vestito, solo un completo intimo blu elettrico. Non lo stavo facendo perché me lo avesse ordinato, volevo semplicemente farmi trovare pronta.
In tutto ciò guardai l'orologio, più volte del necessario.
Quando il telefono vibrò, capii che era arrivato. Andai ad aprire la porta e la lasciai appena accostata, poi feci un passo indietro e mi spostai ai piedi della scala, quasi di fronte all'ingresso. Assunsi la posizione di attesa, perché quello era semplicemente diventato il mio modo di accoglierlo.
Dopo qualche istante la porta si aprì lentamente. Marco entrò con la consueta calma, richiudendosela alle spalle. Mi osservò da lontano.
«Buon pomeriggio, Padrone»
Non rispose subito. Il suo sguardo si soffermò su di me, sui capelli raccolti, sull'abbigliamento che avevo scelto e sulla posizione in cui mi trovavo, sembrava valutare ogni dettaglio. Dopo qualche secondo accennò un lieve cenno di saluto col capo. «Molto bene»
Quelle due parole bastarono a farmi rilassare leggermente.
«Sai perché sono venuto qui oggi?» chiese avanzando verso il divano, sulla quale poggiò una zaino in pelle maschile.
Scossi la testa «No, Padrone»
«Perché la nostra giornata non poteva concludersi questa mattina, con un pompino»
Lo guardai senza comprendere. Lui continuò con la consueta calma.
«So che questa sera hai un aperitivo con i tuoi amici»
Annuii. «Sì, Padrone»
«Avrei potuto chiederti di tornare da me, ma avresti passato il pomeriggio a correre da una parte all'altra, rischiando di arrivare in ritardo sia da me che dai tuoi amici»
Rimasi in silenzio. In effetti aveva ragione.
«Così ho preferito fare il contrario. Oggi sono venuto io da te»
Sorrisi appena. «Grazie, Padrone»
«Non ringraziarmi. Non credere che questo renda le cose più semplici» lo osservai senza capire. «Essere qui, a casa tua, è molto diverso dal riceverti a casa mia»
Abbassai leggermente lo sguardo, aspettando che continuasse.
«Qui non controlliamo tutto. È la casa che condividi con la tua famiglia, c'è chi può rientrare prima del previsto, chi può cambiare programma all'ultimo momento. Gli imprevisti fanno parte dell'ambiente in cui vivi»
Annuii lentamente.
«Per questo motivo,» proseguì con calma, «non vivrai questo incontro con la stessa tranquillità con cui vivi quelli a casa mia»
Sentii lo stomaco contrarsi appena. In effetti, da quando avevo ricevuto il suo messaggio, una parte di me continuava a pensare ad Andrea, ai miei genitori, al rumore di una macchina che si fermava davanti al cancello o a una chiave infilata nella serratura.
Marco sembrò intuire i miei pensieri.
«Ed è proprio questo il punto» lo guardai. «Voglio vedere come ti comporti anche quando il contesto è diverso. La disciplina non vale soltanto quando tutto è perfetto e prevedibile. Deve rimanere anche quando c'è la possibilità che qualcosa cambi da un momento all'altro»
Quelle parole mi fecero comprendere il vero motivo della sua scelta. Non era venuto a casa mia per evitarmi un viaggio, era venuto perché, anche quel pomeriggio, aveva deciso d'insegnarmi qualcosa.
Marco si avvicinò lentamente sfiorando il completo che avevo indossato.
«Indossavi questo stamattina?»
Abbassai appena gli occhi.
«No, Padrone. Mi sono cambiata prima del tuo arrivo»
Marco osservò ancora per qualche istante il completo.
«Ti sta bene, è ordinato ed è adatto all'occasione» tirai un leggero sospiro di sollievo, ma durò poco. «solo...sbaglio o questa mattina ti avevo dato un'indicazione precisa?»
Il cuore mi si strinse. Annuii lentamente. «Sì, Padrone»
«Ripetila»
«Mi aveva detto di non cambiare...» La voce mi si affievolì. «…gli slip»
«Eppure l'hai fatto»
«Scusami, Padrone»
Marco scosse la testa «Vai a recuperare quello che hai tolto»
Annuii. «Sì, Padrone»
Mi voltai e mi sollevai, pronta a salire il primo gradino, quando la voce di Marco mi fermò.
«Torna giù, voglio vederti gattonare»
Annuii e tornando in ginocchio, salii le scale gattonando.
Quando tornai, lui era seduto sul divano ad aspettarmi. Gli consegnai ciò che mi aveva chiesto. Marco lo osservò qualche istante, poi lo annusò.
«Il tuo slip racconta molto» lo guardai sorpresa. «Profuma ancora del tuo piacere, oltre al fatto che è ancora umido. Ti sei eccitata per il mio arrivo qui?»
Abbassai lo sguardo e annuii senza riuscire a dire una parola.
«Bene...alzati e togli lo slip» mi ordinò. Eseguii mostrandomi interamente a lui e sfilandolo «In posizione d'ispezione, subito»
continuò.
Quella richiesta mi fece tornare alla mente un episodio precedente, uno di quei momenti in cui avevo capito quanto fosse cambiato il modo in cui vivevo la sua presenza. Portai, quindi, le mani dietro la testa e divaricai il più possibile le gambe.
Marco accennò un sorriso e allungò una mano verso lo slip a terra, afferrandolo. Lo controllò.
«Te ne servirebbe uno al minuto» disse notando una goccia di lucido. Poi lo gettò sul divano e portò la mano a contatto con la figa «Adoro il modo in cui il tuo corpo reagisce, ma questo è anche un punto a tuo svantaggio. Dovrei punirti per ogni volta che ti bagni»
Sentii una leggera fitta allo stomaco. Non volevo essere punita, ma non riuscivo a controllare questa situazione.
«Valuterò più avanti, in ogni caso»
Sospirai per il sollievo. Se avessi imparato a gestire la situazione, forse non l'avrei deluso.
In compenso tirò fuori dallo zaino due oggetti che ultimamente conoscevo bene. «Ora è il momento del tuo allenamento. Pensavi forse che mi fossi dimentico?»
«No, Padrone» risposi subito. La verità è che ero io ad aver dato per scontato che non ci sarebbe stato.
Lui annuì «Piegati sul divano» eseguii poggiando le mani sulla seduta del divano, così da piegare il busto «Non così. Ginocchia sulla seduta e braccia sullo schienale» seguii le sue istruzioni «Così brava. Esponilo e divarica le gambe un po'»
Quando fui nella posizione che desiderava, iniziò quello che ormai era il solito protocollo. Mi allargò prima la natiche per osservare bene il progresso del buchino, poi applicò il lubrificate con le sue dita e successivamente il plug. Anche stavolta, come il giorno prima avvertii un po' di fastidio durante l'inserimento, ma alla fine lo fece scivolare dentro abbastanza velocemente. La stanza si riempii subito dei miei mugolii di piacere, che Marco provò a zittire con una sculacciata. Poi riprese a muovere il plug cercando di allargare l'apertura. I gesti erano sempre uguali: movimenti circolari, spinte, uscite, aggiunta di lubrificante.
A un tratto il campanello suonò.
Il mio corpo si irrigidì all'istante e sbarrai gli occhi, mentre il cuore iniziò a battermi così forte che ebbi la sensazione di sentirlo nelle orecchie. Istintivamente mi voltai e guardai Marco. Lui, al contrario, rimase perfettamente immobile con plug inserito a metà.
Con lo sguardo e un sussurro mi ordinò di non muovermi «Ferma»
Rimasi dove mi trovavo, cercando di controllare il respiro e il battito.
Per qualche secondo l'unico suono in casa era quello dei nostri respiri, il mio più accelerato del suo che continuava a essere calmo. Il campanello non suonò più e io provai a convincermi che chiunque fosse avrebbe rinunciato. Stavo per comunicarlo a Marco, quando il campanello suonò di nuovo.
Questa volta sentii il panico salirmi fino alla gola. Marco tolse il plug, lo poggiò sul divano e si avvicinò con calma alla porta d'ingresso, guardando attraverso lo spioncino.
Rimase qualche secondo in silenzio, poi tornò da me.
«È una donna» sussurrò.
Mi bastò quella frase per capire.
«Dev'essere la vicina...» sussurrai.
Lo guardai quasi implorandolo. «Padrone...»
Lui comprese immediatamente il mio stato d'animo. «Ascoltami»
Annuii, cercando di concentrarmi sulle sue parole.
«Vai di sopra. Recupera un accappatoio, indossalo e apri la porta come se ti avessero interrotta mentre ti stavi preparando»
«Sì, Padrone»
Feci come mi disse, ma mi fermò da un polso prima di salire su. Lo guardai.
«Respira» mi sussurrò.
Quelle poche parole riuscirono a farmi recuperare un minimo di lucidità. Salii rapidamente le scale, indossai l'accappatoio qualsiasi e tornai all'ingresso, dove il campanello aveva suonato per la terza volta.
Nel frattempo Marco si era spostato nella stanza accanto, fuori dalla visuale di chiunque fosse sulla porta. Inspirai profondamente, poi aprii.
«Ciao, Alice! Scusami se disturbo...»
Era la signora Anna, la vicina. Accennai un sorriso, cercando di sembrare naturale.
«Si figurati, ero...sotto la doccia»
«Oh perdonami cara…» disse mortificata «Ti volevo chiedere una cortesia. Per caso hai due uova? Stavo cucinando una torta e sono finite a terra mentre le prendevo dal frigo» mi spiegò.
Sentii il cuore rallentare, non era nulla di urgente. Almeno dal mio punto di vista. In quel momento, però, la maledissi per l'interruzione.
«Sì, certo. Aspetti un attimo»
Andai in cucina, recuperai le due uova mettendole in una ciotola e gliela consegnai.
«Grazie mille! Te li riporto appena faccio la spesa»
«Non si preoccupi»
Ci salutammo e richiusi lentamente la porta. Appena la serratura scattò, mi appoggiai con la schiena al muro ed espirai tutto il fiato che avevo trattenuto. Solo allora Marco uscì dalla stanza. Mi osservò per qualche istante.
«Hai tremato per tutto il tempo»
Abbassai lo sguardo.
«Pensavo ci avessero scoperti» ammisi.
Lui si avvicinò, afferrò le mie mani «Eppure sei riuscita a mantenere il controllo»
Scossi appena la testa. «Solo perché mi hai detto cosa fare»
Marco accennò un lieve sorriso.
«No. Perché hai smesso di farti guidare dal panico e hai iniziato a ragionare» rimasi in silenzio «Ricordatelo: gli imprevisti arriveranno sempre, la differenza la farà il modo in cui li affronterai»
Lo guardai e annuii. Mi guidò con calma fino al divano.
«Rimettiti dov'eri»
Eseguii senza dire una parola, riprendendo la posizione che avevo assunto prima che il campanello interrompesse tutto.
«Vedi? È proprio questo che intendevo quando ti parlavo degli imprevisti. Non sono gli eventi a metterti in difficoltà, è il modo in cui reagisci nei primi istanti»
Aveva ragione. Era bastata una semplice richiesta della vicina per farmi capire quanto facilmente il panico potesse prendere il sopravvento.
Recuperò dal divano il plug che lubrificò, ma non fece in tempo a poggiarlo sull'apertura, che dalla figa vide colare dei filamenti.
«Ma guarda un po'. Non solo ti ecciti mentre ti allargo, ma non ti ferma neanche il pericolo di essere scoperta» esclamò.
In quel momento l'imbarazzo prese il sopravvento e volli sparire. Col due dita recuperò quei filamenti e li portò davanti la mia bocca «Assaggia»
Aprii la bocca e li succhiai insieme alle dita. Marco gemette.
«Sei proprio una piccola ingorda» sussurrò.
Poi tornò dietro e continuò a giocare col plug. Dopo una ventina di minuti da quando avevamo ripreso, lo so perché guardai l'orologio posto quasi di fronte a me che segnava le 17.25, Marco si spostò smettendo di giocare e sganciò anche il reggiseno, lasciandomi nuda al suo sguardo.
«Fammi vedere cosa hai intenzione d'indossare questa sera» disse permettendomi di sollevarmi.
Lo accompagnai al piano superiore, entrando nella mia camera. Sul letto avevo già appoggiato i vestiti che avevo scelto per l'aperitivo: un paio di pantaloni chiari e una maglia leggera.
Marco li osservò appena.
«No»
Rimasi sorpresa.
Lui aprì l'anta dell'armadio e iniziò a scorrere lentamente gli abiti appesi. Dopo qualche secondo ne estrasse uno e me lo porse.
«Metti questo»
Lo guardai. Era un vestitino svasato semplice, celeste con piccoli fiorellini bianchi. Il sopra era arricciato sul seno e aveva due lacci con fiocchi al posto delle classiche bretelle.
«Padrone...»
Lui intercettò subito il mio sguardo.
«Con questo sarà tutto più semplice»
Aggrottai leggermente la fronte. «In che senso?»
Marco accennò appena un sorriso.
«Lo capirai più tardi»
Attesi qualche secondo, sperando che aggiungesse altro. Invece indicò il bagno.
«Vai a prepararti»
Feci un passo verso la porta, poi mi voltai.
«E tu, Padrone?»
«Ti aspetto qui»
Sbarrai gli occhi.
«Qui... in camera?»
«Sì»
Per un istante rimasi immobile. L'idea che Marco fosse nella mia stanza mentre io ero a due stanze di distanza mi metteva addosso una strana agitazione. Non tanto per lui, quanto per il pensiero che qualcuno potesse rientrare prima del previsto. Lui sembrò intuire il motivo della mia esitazione.
«Non perdere tempo, se non vuoi che mi trovino qui»
Annuii e raggiungi il bagno. Mi lavai più velocemente del solito e per tutto il tempo continuai ad ascoltare ogni minimo rumore proveniente dall'interno della casa.
Quando uscii, con i capelli ancora leggermente umidi, Marco era seduto sul bordo del letto, che aspettava in silenzio. Non appena i nostri sguardi si incrociarono, si limitò ad accennare un lieve cenno del capo.
«Bene» la sua calma contrastava completamente con l'agitazione che continuavo a sentire dentro di me.
Rimasi immobile davanti l'uscio della mia camera, mi sembrava strano vederlo seduto sul mio letto.
«Sei agitata»
Non era una domanda. Abbassai lo sguardo.
«Un po', Padrone»
«Perché?»
Esitai qualche secondo.
«Ho continuato a pensare che qualcuno potesse rientrare da un momento all'altro»
«Lo so» la sua risposta arrivò con estrema tranquillità. «Eppure sei rimasta lucida»
Ripensai al campanello, alla vicina, alla paura di non sapere come gestire quella situazione.
«Non mi sentivo affatto lucida»
Marco scosse appena il capo. «E invece lo sei stata»
Lo guardai senza capire.
«Essere lucidi non significa non avere paura, Alice. Significa riuscire a pensare anche quando la paura arriva»
Ripensai a quei pochi minuti di panico. In effetti non ero fuggita, non avevo perso completamente il controllo. Avevo ascoltato lui e avevo fatto esattamente ciò che mi aveva chiesto.
«Tra poco ti darò un compito» Le sue parole interruppero il flusso dei miei pensieri e sentii lo stomaco contrarsi. «Un compito che ti accompagnerà per tutta la serata e ti metterà alla prova. Ti farà pensare a me anche quando sarò lontano e, per qualche momento, metterà in discussione le tue certezze»
Inspirai lentamente.
«Ed è proprio per questo che voglio una cosa sola da te» attesi che continuasse. «Resta lucida»
Pronunciò quelle due parole con la stessa calma con cui le aveva dette pochi minuti prima.
«Non prendere iniziative, non lasciarti guidare dall'ansia. Se sentirai il bisogno di fare qualcosa, fermati e chiediti se stai ragionando... oppure se stai reagendo d'istinto»
Annuii lentamente «Sì, Padrone»
Marco mi osservò e mi fece cenno di avvicinarmi. Fece cadere a terra il telo che copriva il mio corpo bagnato e mi mostrò il plug.
«Lo indosserai per tutta la serata»
«Per tutta la sera, Padrone?» chiesi sentendo l'agitazione crescere.
Lui annuì. «Fino a quando rientrerai a casa»
Sentii lo stomaco contrarsi leggermente. La mia mente iniziò immediatamente a rincorrere ogni possibile scenario.
E se qualcuno se ne fosse accorto? E se avessi fatto qualcosa di strano senza rendermene conto?
Marco non disse nulla, ma sembrava aspettare proprio quella reazione.
Abbassai lo sguardo.
«Padrone...» esitai qualche istante. «Ogni volta che mi è capitato di affrontare una situazione del genere non sono mai riuscita a viverla serenamente, ma l'ho fatto con paura. Con la tensione di essere scoperta, con l'ansia che qualcuno si accorgesse che c'era qualcosa di diverso in me. E quando qualcuno notava che ero strana, cercavo sempre una scusa»
«Ed è lì che sbagli» lo guardai. «Sei convinta che tutti ti stiano osservando. La verità è che la maggior parte delle persone è troppo impegnata a vivere la propria serata per analizzare ogni tua espressione. E se qualcuno dovesse chiederti se stai bene...tu respiri e rispondi con naturalezza» annuii. «Ricorda che più proverai a nascondere qualcosa, più finirai per attirare l'attenzione»
Prendendomi per il polso mi piegò sul letto e a quel punto procedette con la solita routine d'inserimento. Ormai era sempre la stessa, come la stessa era la mia reazione. Quando il plug fu dentro mi rialzò e mi porse il completino intimo che avevo indossato per lui quel pomeriggio, lo indossai.
A quel punto Marco si alzò. «È ora che io vada e tu finisca di prepararti» guardai la svegli sul comodino, mancavano tre minuti alle 18.10 «Accompagnami alla porta»
Annuii istintivamente e mi voltai verso il letto per recuperare il vestito che avevo scelto. Feci appena in tempo ad afferrarlo.
«Lascialo» mi bloccai. «Va bene così come sei»
Esitai un istante, poi annuii. Con un semplice gesto della mano mi fece cenno di precederlo. Uscii dalla camera e iniziai a scendere le scale. Sentivo i suoi passi dietro di me, lenti e tranquilli, mentre io cercavo di mantenere il respiro regolare. Dopo qualche gradino iniziai a rallentare e stringere il culo.
«È tutto a posto?»
La sua voce era calma ed ebbi quasi la sensazione che sapesse perfettamente cosa mi avesse fatta esitare.
«Sì... credo di sì, Padrone» la risposta mi uscì meno sicura di quanto avrei voluto. La verità è che era la prima volta che mi muovevo con quella dimensione di plug e a ogni passo sentivo la differenza, era come se l'esperienza passata si fosse cancellata e stessi ricominciando da capo. Percepivo il peso del plug spingere contro l'apertura e istintivamente stringevo le natiche per evitare che uscisse, anche se ero ben consapevole che ciò non potesse succedere. E quella contrazione che attivavo istintivamente, si riversava sulla figa. Cercai di non pensarci e continuai a scendere.
Arrivati al piano di sotto, Marco recuperò il suo zaino, rimasto sul divano, poi raggiungemmo l'ingresso.
Per qualche secondo nessuno dei due parlò. Mi voltai verso di lui.
«Buona serata, Padrone»
Lui accennò un lieve sorriso.
«Fai la brava»
«Sì, Padrone»
Abbassai la maniglia e aprii la porta. Mi spostai dietro quest'ultima lasciandogli lo spazio per uscire, ma soprattutto per riparami da eventuali sguardi indiscreti. Solo quando sentii i suoi passi allontanarsi richiusi lentamente la porta.
Una volta rimasta sola salii in camera e terminai di prepararmi davanti allo specchio, cercando di convincermi che sarebbe stata una serata come tutte le altre. Eppure sapevo che non lo sarebbe stata, perché ogni volta che mi muovevo percepivo il plug dentro di me. Era una presenza costante, come se quel plug fosse in realtà Marco.
Quaranta minuti dopo raggiunsi gli altri. L'aperitivo era stato organizzato in uno dei locali del centro città e, quando arrivai, c'erano già tutti. Lorenzo fu il primo a salutarmi.
«Finalmente! Pensavamo ci avessi dato buca»
Sorrisi. «Cinque minuti di ritardo non sono una tragedia»
«Detto da una che di solito arriva sempre in anticipo...» commentò ridendo Giulia.
Mi sedetti accanto a loro, cercando di lasciarmi coinvolgere dalle conversazioni.
All'inizio sembrò funzionare, e tra una battuta e l'altra iniziarono ad arrivare i vassoi dell'aperitivo
che avevamo ordinato. Proprio mentre stavo per portare alla bocca un pezzo di focaccia, sentii il telefono vibrare nella borsa.
Il cuore accelerò all'istante e mi immobilizzai per una frazione di secondo. Respirai lentamente e mi imposi di continuare la conversazione, mentre con un gesto naturale presi il telefono dalla borsetta, abbassai per un istante lo sguardo sul display e lessi il nome di Marco comparire sullo schermo.
Il mio cuore accelerò ancora una volta. Il messaggio, però, era molto più semplice di quanto mi aspettassi.
M. Marco:
"Come procede?"
Sentii le spalle rilassarsi appena. Per un istante ebbi quasi l'impressione che volesse semplicemente sapere come stessi, ma sapevo che non era quello. Voleva sapere come stavo vivendo la serata col plug dentro.
Alice:
"Tutto bene, Padrone. È una presenza costante, ma sto cercando di rimanere lucida"
Premetti invio e rimisi il telefono nella borsa. Quando rialzai lo sguardo, Lorenzo stava raccontando un episodio che gli capitò ieri e il resto del tavolo scoppiò a ridere. Risi anch'io, lasciandomi trascinare da quei discorsi.
Tra una battuta e l'altra mi alzai per raggiungere il bancone e ordinare un altro vassoio di patatine da dividere con gli altri. Mentre aspettavo che il ragazzo del locale preparasse l'ordinazione, il telefono vibrò nelle mie mani. Si, l'avevo portato con me.
M. Marco:
"Trova una scusa. Alzati dal tavolo e vai in bagno"
Per un istante sentii il cuore accelerare così tanto che dovetti appoggiarmi allo sgabello alle mie spalle per ritrovare un minimo di equilibrio. Inspirai lentamente. Le sue parole erano chiare.
Il ragazzo del bancone, nel frattempo, mi porse il vassoio.
«Grazie» sorrisi e lo afferrai cercando di sembrare il più naturale possibile e tornai verso il tavolo.
«Ecco le patatine!» dissi appoggiando il vassoio al centro.
Qualcuno allungò subito una mano per prenderne una.
«Scusatemi un attimo... torno subito»
Feci appena per allontanarmi quando sentii la voce di Giulia. «Dove vai?»
Mi voltai. «Un attimo in bagno»
Si alzò appena dalla sedia. «Ti accompagno?»
Scossi subito la testa, accennando un sorriso. «No, tranquilla. Faccio in un attimo»
Per un istante ebbi paura che insistesse, così aggiunsi la prima scusa che mi venne in mente. «Devo solo lavarmi le mani»
«Va bene»
Quando fui abbastanza lontana dal tavolo lasciai uscire lentamente il respiro che stavo trattenendo. Un ostacolo era stato superato, adesso ero sicura che ne rimaneva un altro.
Una volta in bagno, chiusi la porta alle mie spalle.
Alice:
"Sono in bagno, Padrone"
La risposta arrivò quasi subito.
Marco:
"Bene. Scosta lo slip e mostrami il plug"
Dopo un iniziale tentennamento per capire come fare, sollevai il vestito fermando il tessuto sul seno così che avessi la parte di sotto libera. Con una mano spostai lo slip di lato e con l'altra feci una foto al plug, inviandola poi a Marco.
M. Marco:
"Togli lo slip e mostrami come lo ripulisci dai tuoi umori"
Sbarrai gli occhi non appena lo lessi. Come faceva...ma non ebbi neanche il tempo di completare il pensiero che ne arrivo un secondo.
M. Marco:
"So cosa stai pensando. Ti stai chiedendo come faccio a sapere che il tuo slip ha una macchia abbondate al centro che cola dalle labbra. Sei la mia sottomessa e io il tuo Padrone, conosco ogni tua singola reazione. Ora esegui o i tuoi amici verranno a cercarti"
Sentii lo stomaco chiudersi. Per un istante rimasi immobile, con il telefono tra le mani. Non era tanto ciò che mi veniva chiesto a spaventarmi, era il luogo. Un bagno pubblico, a pochi metri da persone che conoscevo. Mi appoggiai con la schiena alla porta chiusa, cercando di rallentare il respiro. Una parte di me avrebbe voluto rimandare, trovare una spiegazione da dare, ma sapevo già che sarebbe stata soltanto un'altra giustificazione. Negli ultimi tempi avevo esitato troppe volte, avevo messo in discussione il suo ruolo, e ne stavo ancora affrontando le conseguenze. Chiusi gli occhi per qualche secondo, non volevo deluderlo ancora.
Inspirai profondamente ed eseguii il suo ordine. Sfilai lo slip con una mano, lo portai alla bocca e con la lingua inizia a leccare gli abbondanti umori che erano fuoriusciti. Proprio come aveva immaginato Marco. Registrai tutto e lo inviai.
M. Marco:
"Brava. Ricomponiti e torna dagli altri"
Lessi quelle parole con un misto di sollievo e imbarazzo. Mi sistemai e aprii la porta. Fuori una ragazza poco più grande di me, aspettava il suo turno per entrare. Per un istante ebbi la sensazione che potesse leggermi dentro, che potesse capire cosa era successo lì dentro. Le rivolsi un sorriso appena accennato, più per educazione che per naturalezza, e mi spostai per lasciarle il posto.
Prima di uscire, alzai lo sguardo verso lo specchio. Osservai attentamente il mio riflesso, cercando un qualcosa che potesse tradire ciò che avevo ancora dentro. Ma il respiro era tornato regolare e le guance avevano quasi ripreso il loro colore.
Mi concessi un ultimo istante per convincermi che, almeno all'esterno, nessuno avrebbe potuto intuire ciò che stavo provando. Poi mi incamminai verso il tavolo, mancavano pochi passi quando il telefono vibrò di nuovo.
M. Marco:
"Quando ti siedi, solleva il vestito e appoggia le natiche alla sedia. Il tuo culetto deve aderire perfettamente con la seduta. E mantieni le gambe larghe"
Mi fermai tra i tavoli mentre lo lessi, col cuore accelerato. Alzai lo sguardo e vidi Lorenzo osservarmi con uno sguardo interrogativo. Gli sorrisi, posai il telefono e tornai al tavolo. Prima di sedermi, lascia un bacio sulla guancia di Lorenzo, come per rassicurarlo e mi sedetti. A quel punto, con molta delicatezza per non farmi notare, sfilai il tessuto da sotto e lo lascia svolazzante, mentre il mio culetto si appoggiava al legno della sedia, poi allargai le gambe e tornai a conversare con loro.
L'aperitivo si concluse più tardi del previsto. Una volta a casa, dopo aver chiacchierato un po' con i miei, mandai un messaggio a Marco.
Alice:
"Sono rientrata, Padrone"
Marco lesse il messaggio e mi chiese come fosse andata. Ripensai a tutta la serata, ai momenti in cui avevo cercato di concentrarmi sulle conversazioni, sulle risate e alle continue interruzioni dei suoi messaggi, sino alla paura costante di perdere la lucidità davanti a loro. Cosa che per fortuna ero riuscita a controllare. Poi gli confessai una cosa che, in realtà, lui aveva già intuito. Per quanto avessi cercato di vivere quella serata con naturalezza, il mio corpo non era rimasto indifferente. Il camminare in un luogo pubblico e circondata dai miei amici, con il plug dentro, mi aveva eccitata a dismisura. Tanto che mi balenò in testa il desiderio di andare a dormire col plug nel culo. Marco mi scrisse che non era ancora il momento per quello e che avrei dovuto video chiamarlo per poterlo togliere. E così feci.
M. Marco:
"Adesso vai a dormire. Domattina ti aspetto presto e porta con te il diamantino"
30 - 31 Luglio 2026
I due giorni successivi trascorsero con un ritmo ormai familiare. La sveglia continuò a suonare presto e ogni mattina mi preparavo in silenzio, raggiungevo casa di Marco e portavo a termine il compito che aveva stabilito. Ormai quei gesti stavano diventando parte della mia routine, erano diventati un appuntamento fisso attorno al quale imparavo a organizzare tutto il resto. Terminato l'incontro, tornavo alla mia quotidianità: il lavoro, la casa, gli amici e gli impegni.
Il sabato e la domenica, invece, non dovetti presentarmi da lui. Per la prima volta dopo diversi giorni, la sveglia non suonò così presto e le mie mattine tornarono ad avere un ritmo più lento.
Eppure mi accorsi che quella pausa non significava affatto che il percorso si fosse fermato, era solo il tempo necessario prima dell'inizio di una nuova settimana.
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