Sotto la Tua guida - Capitolo 15 - Parte 2

di
genere
dominazione

26 Giugno 2026
La notte passò lentamente. Ogni volta che chiudevo gli occhi ripensavo alla stessa cosa: a lui che lo leggeva.
Quel pensiero mi accompagnò per tutta la mattinata e il silenzio rese l'attesa ancora più difficile.
Quando alle 14 in punto il telefono iniziò a squillare, il cuore accelerò ancora prima che riuscissi a guardare lo schermo. Lo presi mentre ero ancora nel parcheggio, appena salita in macchina. Per un istante rimasi a fissare il display illuminato, poi risposi.
«Padrone»
«Hai fatto esattamente quello che ti avevo chiesto, Alice» non era una domanda la sua.
«Sì, Padrone»
«L'ho letto»
Quelle tre parole bastarono a farmi irrigidire. Per due giorni avevo avuto paura di scrivere. Da quella mattina, invece, avevo paura di essere letta.
«Ora voglio sapere una cosa»
Attesi in silenzio.
«Cosa hai provato mentre lo scrivevi?»
Abbassai lo sguardo verso il volante. La domanda sembrava semplice, ma la risposta non lo era affatto.
«Non lo so...» ammisi.
«Sì che lo sai»
Chiusi gli occhi per un istante. «All'inizio paura...poi imbarazzo»
«E poi?»
Inspirai lentamente. «Mi sono ritrovata dentro quel ricordo»
«E questo cosa ha provocato in te?»
Esitai prima di rispondere. Forse esitai fin troppo per sembrare vero.
«Nulla Padrone»
«Sei sicura della tua risposta Alice?»
Ancora esitazione.
«Alice?» mi richiamò «Esigo una risposta»
«No» sussurrai.
«No cosa, Alice?»
«Non...non sono sicura»
«Allora cosa hai provato…»
«Mi sono...» continuai a esitare, ma non potevo più mentire. Strinsi le dita sul volante. «...eccitata, Padrone»
«Spiegati meglio»
Inspirai lentamente.
«Il respiro era aumentato...e il cuore con lui. Ho iniziato a sentire una sensazione di calore»
«Dove? Dove la sentivi, Alice?»
«Giù, Padrone»
«Giù dove, Alice. Dillo»
«In...figa, Padrone» sussurrai.
«Brava. E poi?»
Inspirai ancora. «Ho notato che ero bagnata»
Ci fu un attimo di silenzio.
«Cosa era bagnato? Continua»
«La mia figa, Padrone»
«Solo quella?»
Negai con la testa. «No, anche gli slip»
«Te lo aspettavi?»
«No, Padrone»
«Ed è stato il ricordo o il fatto di scriverlo?»
Mi bloccai. Non ci avevo pensato davvero.
«Alice» Il mio nome, pronunciato da lui, mi fece stringere le dita sul volante. «Rispondi»
Inspirai lentamente. «Entrambe.
Non si fermò con le domande.
«Te ne sei accorta mentre scrivevi?»
«No»
Fece una pausa, potevo quasi sentirlo pensare. «Quindi non te ne sei accorta subito e hai continuato a scrivere senza rendertene conto»
«Si, Padrone. Io...io non lo stavo cercando il piacere» ammisi.
«Questo è ancora più interessante» disse più a se stesso. «Sai perché?»
Non risposi.
«Perché significa che eri completamente dentro. Non stavi controllando niente, stavi solo vivendo il ricordo»
Chiusi gli occhi e inspirai profondamente, assimilando le sue parole. La sua voce però mi riportò alla realtà.
«Dove sei ora, Alice?»
«In macchina»
«Da sola?»
«Si»
«Bene. Chiudi gli occhi»
Mi guardai prima attorno. Il parcheggio era pieno, ma di sole auto vuote. Chiusi gli occhi.
«Non pensare a quello che ti chiederò...voglio che torna lì»
Inspirai e lasciai che la mente tornasse a quel ricordo. Provai a rivedere le scene, lo feci anche ripercorrendo ciò che avevo scritto. Marco rimase in silenzio, mi lasciò il tempo che serviva. Poi parlò piano.
«Ascolta il tuo corpo»
Un brivido mi attraversò la schiena, quando riuscii a entrare in una particolare scena. Marco ascoltò il mio respirò.
«Non aprire gli occhi» La sua voce si fece più bassa. «Finché non te lo dirò io»
Annuii istintivamente «Sì, Padrone»
«E ascolta solo me. Non pensare a dove sei o a cosa c’è intorno. Ci sono solo le mie parole»
Un brivido mi attraversò la schiena.
«Rilassati»
Inspirai lentamente. Le spalle si poggiarono contro il sedile.
«Sbottona i pantaloni»
Le labbra si schiusero appena, il respiro più profondo. Non pensai, lasciai solo che le dita vagassero sui pantaloni, sbottonando l'unico bottone.
«Metti una mano dentro» la sua voce era bassa mentre mi dava un ordine dietro l'altro. «Sfiora lo slip» la mia mano eseguiva senza protestare. Non ero lì, ero dentro quel sogno.
«Oltrepassalo» eseguii. Il respiro si fece più lento. «Dimmi cosa senti»
«Sento…» sussurrai. «Calore e...»
«Cos'altro» mi invitò a continuare.
«Bagnato»
«Tocca, dimmi cosa è bagnato, Alice»
Inspirai «Le labbra, Padrone»
«E di cosa lo sono»
«Di umori» dissi.
Silenzio. «No. Riprova»
«Della mia eccitazione, Padrone» mi corressi.
«Brava Alice» disse. «Vorresti masturbarti, vero?»
Inspirai più forte. Era vero, volevo farlo, desideravo masturbarmi «Si» ammisi senza esitazione.
«Apri gli occhi, ora» mi ordinò invece.
Lo feci e la realtà mi tornò davanti gli occhi. Istintivamente tolsi la mano da dentro i pantaloni e respirai in modo affannoso. Che stavo facendo, pensai.
«Non daremo spettacolo» continuò lui, giustificando quell'ordine. E dentro me, lo ringraziai per avermi fermata.
«Adesso mi ascolti bene» Il suo tono cambiò, mentre io annuii «Quello che hai scritto...non può restare solo tuo»
«Non è più solo mio…» mormorai piano. «È anche tuo, Padrone»
Lo percepii sorridere.
«Esatto» La sua voce era soddisfatta. «Ma non sarà più solo mio»
Il respiro si bloccò per un istante, aggrottai appena la fronte.
«Non capisco» dissi.
«Tra poco diventerà di tutti» disse senza esitazione. Continuai a non capire, o forse non volevo capire. Lui notò il mio silenzio e continuò. «Lo pubblicherai»
Il respiro si bloccò «Cosa? Padrone, io…» Non riuscii a finire la frase.
«Niente “ma”. Non è una richiesta, è un ordine» disse in tono autoritario. Deglutii. Il cuore martellava nel petto. «Stasera, voglio vederlo pubblicato, altrimenti farai i conti con le conseguenze»
Per la prima volta non avevo via di scampo.

Rimasi a lungo ferma in macchina dopo la chiamata, con il telefono ancora stretto tra le dita, mentre la mente correva senza riuscire a fermarsi su un pensiero preciso. Dovevo metabolizzare tutto quello che era appena successo.
Avevo rischiato di fare qualcosa di assurdo. Se Marco non mi avesse fermata, probabilmente mi sarei spinta molto oltre e poi c'era quell'ordine: "pubblica il racconto".
L'avevo già fatto altre volte. Avevo raccontato e pubblicato esperienze persino più forti di quella. Non era certo la prima volta che mettevo nero su bianco qualcosa d'intimo e lo condividevo con altre persone. Anzi, ogni volta ne avevo ricavato una strana soddisfazione. Mi era sempre piaciuta l'idea di mostrarmi senza mostrarmi davvero. Di esporre una parte di me che persino molte persone vicine ignoravano. Pensieri, emozioni, esperienze che normalmente restavano nascoste dietro un sorriso o una conversazione qualunque. Era una forma di esibizione, in fondo. Non del mio corpo, ma di ciò che ero.
Eppure questa volta era diverso. Non perché il racconto fosse particolarmente estremo, o forse lo era, ma non più di altri, e neanche perché mi vergognassi di ciò che avevo scritto. Il problema era che non ero stata io a scegliere di farlo.
Per la prima volta qualcuno mi stava chiedendo di condividere qualcosa che avrei preferito tenere per me, qualcosa che apparteneva al mio passato. Qualcosa che parlava di me molto più di quanto avessi mai raccontato pubblicamente.
Marco mi stava ordinando di farlo e forse era proprio questo a mettermi in difficoltà. Il sapere che la scelta non mi apparteneva più.
Il telefono squillò all'improvviso, strappandomi a quel vortice di pensieri.
«Alice? Ma dove diavolo sei finita?» La voce di Luca arrivò dall'altra parte della linea con un misto d'impazienza e preoccupazione. Guardai l'orologio sul display dell'auto. Le 15, ero in ritardo di mezz'ora.
«Scusa! Sto arrivando!» risposi immediatamente.
Chiusi la chiamata e lasciai ricadere il telefono sul sedile accanto a me. Inspirai profondamente, cercando di mettere da parte almeno per un po' tutto quello che Marco aveva smosso dentro di me. Misi in moto e mi avviai verso la palestra.
Quando arrivai, Luca era già davanti all'ingresso. «Finalmente!» esclamò appena mi vide.
Provai a sorridere, anche se la testa era ancora altrove. Mi cambiai velocemente e lo raggiunsi in sala.
Cominciammo il riscaldamento e poi passammo da un esercizio all'altro. Luca si allenava accanto a me come sempre, correggendomi qualche movimento quando perdevo la concentrazione e spronandomi a completare le serie più pesanti.
Più di una volta, però, mi ritrovai a fissare il vuoto tra una ripetizione e l'altra.
«Terra chiama Alice» commentò a un certo punto facendomi tornare immediatamente presente.
Scossi la testa e ripresi l'esercizio.
La verità era che, nonostante gli sforzi, una parte della mia mente continuava a tornare a tutto quello che avevo vissuto.
Quando terminammo l'allenamento e tornammo verso le auto, Luca mi lanciò uno sguardo divertito.
«Oggi eri decisamente con la testa da un'altra parte»
Accennai un sorriso. «Capita»
Lui annuì senza insistere oltre, per fortuna, perché non avrei saputo spiegargli dove fosse finita davvero la mia testa quel pomeriggio.

Dopo cena aspettai che i miei si sistemassero in salotto davanti alla televisione, come facevano ogni sera. Io invece mi chiusi in camera e accesi il computer, aprendo il sito che usavo per pubblicare i miei racconti.
Erano passati un paio di mesi dall'ultima volta che avevo scritto qualcosa. Un silenzio arrivato all'improvviso, senza spiegazioni. Con il tempo quasi tutti avevano smesso di chiedere, limitandosi ad accettare la mia assenza.
Solo poche persone, quelle con cui avevo parlato davvero, sapevano che il rapporto con il mio ex Padrone si era concluso. Nessuno, però, sapeva di Marco.
Inspirai profondamente e copiai il testo sul sito, sistemando la formattazione per renderlo più leggibile. Le dita scorrevano sulla tastiera quasi in automatico, mentre la mente continuava a vagare.
Chissà cosa penseranno i lettori.
Chissà se qualcuno è ancora lì ad aspettarmi o se si saranno dimenticati di me.
O se, al contrario, si accorgeranno subito che sono tornata e proprio con questo racconto.
Quando tutto fu pronto, scattai una foto alla schermata e la inviai a Marco come prova che stavo eseguendo il suo ordine. Poi, quasi senza accorgermene, premetti il pulsante di pubblicazione.
Nel giro di pochi secondi il racconto venne inviato al server. Qualche minuto dopo il telefono iniziò a squillare. Era una sua video chiamata.
Accettai con le mani leggermente tremanti, era la prima volta che mi chiamava in video.
«È sempre quello il sito?» mi chiese non appena il suo volto apparve sullo schermo.
«Sì, Padrone»
Lo vidi abbassare lo sguardo e digitare qualcosa al computer. Sentivo il rumore dei tasti mentre osservavo la sua espressione farsi più concentrata. Dopo qualche istante tornò a guardarmi.
«Non c'è» disse con un tono più freddo.
«Lo so»
«Che vuol dire che lo sai?» chiese con un'espressione confusa.
«Io...» esitai, intuendo immediatamente di aver commesso un errore.
«Parla»
«È in revisione» spiegai a bassa voce. «Sul sito impiegano qualche ora prima di renderlo visibile»
«E questo quando pensavi di dirmelo?»
Deglutii. «Pensavo che…»
Mi fermai senza riuscire a completare la frase.
«Pensavi male»
Il cuore accelerò. Non l'avevo mai sentito così duro nei miei confronti.
«Io non devo scoprire le cose, Alice. Sei tu che devi dirmele»
Abbassai lo sguardo. «Sì, Padrone»
Inspirò lentamente.
«Adesso sistemiamo questa cosa» Un brivido mi attraversò la schiena. «Appoggia il telefono»
Obbedii subito, posizionandolo in modo che potesse vedermi bene.
«In piedi e spogliati» lo guardai per un attimo, poi senza esitazione iniziai a togliermi la t-shirt che indossavo e sfilai i pantaloncini, mettendo tutto sul letto. Rimasi in intimo «Tutto» precisò.
Deglutii, con il cuore in gola e mi voltai un attimo verso la porta che era chiusa, ma ciò non impediva a chiunque di entrare se fosse stato necessario. Sospirai e lascia che anche l'intimo raggiungesse il resto dei vestiti.
Marco noto la mia leggera esitazione. «Per questa volta puoi chiudere la porta a chiave»
«Grazie, Padrone» risposi avviandomi velocemente a chiuderla, per poi tornare davanti a lui.
«Ma ascolta bene, la prossima volta la porta resta aperta»
Annuii «Sì, Padrone»
«Ora in ginocchio» Obbedii posizionandomi come ormai sapevo fare. «Allarga quelle gambe, voglio che ti mostri tutta»
«Questa è una punizione semplice» la sua voce era calma, ora. «Adesso rimani così e non ti muovi, finché non ti dico io quando puoi muoverti»
«Come desideri, Padrone»
Mi osservò. All'inizio pensai che sarebbe stato semplice, ma mi sbagliavo. I minuti iniziarono a passare lentamente.
A un certo punto lo vidi allontanarsi dallo schermo. Poco dopo tornò con un bicchiere in mano e si accomodò sul divano di un ufficio, osservandomi in silenzio mentre sorseggiava il suo drink.
Io rimasi immobile, non mi mossi quando le gambe iniziarono a formicolare e nemmeno quando sentii dei passi provenire dal corridoio. Probabilmente erano i miei genitori che si stavano preparando per andare a dormire.
Fu in quel momento che il respiro cambiò, mi irrigidii appena. Marco se ne accorse immediatamente, un lieve sorriso comparve sulle sue labbra.
«Ecco» disse con un lieve sorriso. «Vedi? Ti sei irrigidita lo stesso. Eppure sai che quella porta è chiusa, sai che nessuno entrerà. Adesso immagina se fosse rimasta aperta»
Quelle parole mi colpirono più della punizione stessa. Qualche minuto dopo mi diede finalmente il permesso d'interrompere l'esercizio.
Mi ordinò di rivestirmi e io obbedii immediatamente. Mentre recuperavo i vestiti, mi comunicò che ero stata brava e che avevo resistito esattamente quindici minuti.
Quando la chiamata terminò, mi alzai e andai a controllare il racconto. Era ancora in revisione, ma ormai non aveva più importanza, avevo eseguito l'ordine.
Mi infilai sotto le coperte con la consapevolezza addosso che fuori da quella stanza non era cambiato nulla. Dentro di me, invece, qualcosa aveva fatto un altro piccolo passo avanti.
scritto il
2026-07-17
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