Sotto la Tua guida - Capitolo 16 - Parte 1
di
Baby_Ali
genere
dominazione
Marco era tornato il giorno prima. Lo sapevo perché nel tardo pomeriggio avevo ricevuto un suo messaggio, con poche parole.
Master M.
"Domani. Solito orario"
Non aveva scritto nient'altro. Nessun commento sul racconto, nessun riferimento alla pubblicazione, nessuna domanda. Da quando avevo premuto quel tasto e avevo reso pubblico il primo capitolo della mia storia, non ci eravamo più sentiti.
A tal proposito… all'inizio avevo controllato il sito quasi ogni ora, aspettando che il racconto venisse approvato. E una volta pubblicato, continuavo ad aprire la pagina più volte al giorno. Perché? Perché ogni volta speravo di trovare qualcosa di nuovo, un segno che qualcuno fosse passato di lì. Invece non trovavo mai nulla. Eppure continuavo a tornarci e l'unica cosa che cambiava era il numero delle visualizzazioni. Aumentava lentamente e, ogni volta che cresceva, qualcosa dentro di me si contraeva. Perché sapevo cosa significava: qualcuno stava leggendo. Qualcuno stava entrando in una parte della mia vita che fino a poco tempo prima apparteneva soltanto a me... a noi.
Ma tutto finiva lì, nessuno lasciava traccia del proprio passaggio.
Provai a convincermi che fosse normale. Dopo tutti quei mesi di assenza, non potevo pretendere che qualcuno fosse rimasto lì ad aspettare il mio ritorno. Così, la mattina seguente, smisi di controllare il sito e mi concentrai soltanto su una cosa. L'incontro con Marco.
30 Giugno 2026
Quando arrivò il momento, mi presentai davanti alla sua porta esattamente all’orario stabilito. Non appena richiusi la porta alle mie spalle, notai che lui era già lì, seduto sulla poltrona del soggiorno, una gamba accavallata sull’altra e lo sguardo rivolto verso di me.
«Buonasera, Padrone»
«Buonasera, Alice. Avvicinati»
Attraversai il soggiorno e mi fermai davanti a lui. Istintivamente iniziai ad abbassarmi.
«No» mi bloccai a metà movimento. «Non lì»
Indicò il divano di fronte a sé. Rimasi un istante immobile, perché non era ciò che mi aspettavo.
«Accanto a me, Alice»
Mi sedetti dove mi aveva indicato, con le mani sulle ginocchia, le gambe unite e lo sguardo basso. Sentivo la sua presenza accanto a me più del solito, perché non era più quello che ero abituata a fare.
Non parlò subito, ma mi osservò a lungo, poi si alzò senza fretta fino a raggiungere la cucina. Senti il rumore del frigo che si apriva, rumori di bottiglie e bicchieri.
Quando tornò, versò del vino nei calici e me ne porse uno. Alzai un attimo lo sguardo e le dita mi sfiorarono appena la mano quando lo presi. Lo ringraziai mentre si sedette di nuovo al suo posto.
«Oggi voglio parlare con te»
La sua voce era calma, così come la sua postura rilassata, ma io sentii il mio corpo irrigidirsi, senza che potessi controllarlo.
«Da quando hai iniziato a pubblicare, come hai vissuto questi giorni?»
Rimasi in silenzio. Non avevo una risposta immediata, non perché non la conoscessi, ma perché ammetterla significava riconoscere qualcosa che in quei giorni avevo vissuto male.
«Non lo so, Padrone…» mormorai. Inspirai lentamente, come se questo potesse aiutarsi a trovare le parole giuste o semplicemente a prendere tempo.
Marco non disse nulla e fu proprio quel silenzio a costringermi a continuare, non avevo altra scelta se non espormi.
Abbassai lo sguardo sul bicchiere.
«All’inizio… ero solo concentrata sulla pubblicazione» Esitai un istante, cercando di ritrovare quella sensazione. «Aspettavo che il racconto venisse approvato per vederlo inserito nella mia pagina, tra i titoli precedenti»
«E quando l’hai visto pubblicato? Raccontami»
Per qualche secondo mi rividi lì, davanti alla pagina.
«Ero… emozionata» ammisi piano «in un modo che non avevo previsto»
Lui mi ascoltava, così continuai.
«E con quella stessa emozione ho aspettato i primi riscontri, solo che più passavano le ore… più notavo uno strano silenzio. All’inizio ho pensato fosse normale, che fosse troppo presto, così mi sono data qualche ora di tempo. Ma tutto è rimasto invariato, l'unica cosa che cambiava erano le visualizzazioni»
Abbassai la voce, mostrando la mia delusione iniziale. Ma Marco non intervenne.
«Mi dissi che era solo il primo capitolo, che forse non avevano capito e che si sarebbero accorti dopo» lo ammisi come se stessi cercando ancora di crederci.
«E per un attimo… ci ho creduto davvero, Padrone»
Silenzio. Marco non accennava a nulla, neanche un gesto o un'espressione. Restava fermo nella sua posizione ad ascoltarmi.
«Così il giorno dopo ho pubblicato il secondo e una volta pubblicato, la prima cosa che ho fatto è stata entrare nella mail. Aspettavo un segno, soprattutto da due lettori. Ero sicura che almeno loro si accorgessero del mio ritorno, ma non c’era nulla. Qualche ora dopo ho ricontrollato e...stessa cosa» sospirai.
«La sera stessa ho pubblicato il terzo capitolo. Più per dovere che per aspettativa, Padrone» ammisi. La sua espressione cambiò leggermente, ma non una parola.
«La mattina dopo, però... qualcosa è cambiato» un sorriso appena accennato mi attraversò il volto «quando ho aperto la posta ho trovato una nuova email e poco dopo, anche il primo commento sotto al racconto. Non erano tanti, però... mi hanno fatto capire che qualcuno c'era davvero, che quel silenzio non significava necessariamente indifferenza»
Accennai un piccolo sorriso.
«Credo di aver tirato il primo vero sospiro di sollievo da quando ho iniziato a pubblicare, Padrone»
Terminai di parlare e aspettai che fosse Marco a prendere parola. Dentro di me ero convinta che avrebbe capito, che chiunque, al posto mio, avrebbe vissuto quei giorni nello stesso modo.
Ma lui, invece, rimase immobile, portò con calma il bicchiere alle labbra e ne bevve un sorso. Solo dopo parlò.
«Hai finito?»
«Sì, Padrone»
«Bene. Allora permettimi di dirti cosa ho ascoltato io»
Sentii lo stomaco contrarsi.
«Io non ho sentito una donna soddisfatta di aver portato a termine un ordine»
Abbassai istintivamente lo sguardo.
«Ho sentito una donna che, dopo aver eseguito quell'ordine, ha iniziato ad aspettare che fossero degli sconosciuti a dirle se aveva fatto bene»
Quelle parole mi colpirono più di quanto avrei immaginato.
Istintivamente cercai di rispondere. «Non era questo che...»
«Lasciami finire» mi zittii immediatamente. «Quando ti ho ordinato di pubblicare quei capitoli, non l'ho fatto perché ricevessi dei complimenti. Non l'ho fatto perché qualcuno ti scrivesse una mail e nemmeno perché contassi commenti o visualizzazioni»
Incrociò il mio sguardo e notai che non era sereno.
«Ti ho dato un ordine e quell'ordine era già completo nel momento in cui l'hai eseguito»
Sentii il cuore accelerare.
«Da quel momento in poi, ciò che avrebbero fatto i lettori non era più sotto il tuo controllo, eppure hai scelto di legare il valore di ciò che avevi fatto alla loro risposta»
Deglutii. Non avevo mai guardato la situazione da quel punto di vista.
«Hai trasformato un mio ordine in un'attesa che io non ti avevo mai chiesto di vivere» abbassai lo sguardo verso il pavimento, sentendomi colpevole.
«Guardami» lo feci lentamente.
«Sono contento che siano arrivati una mail e un commento, ma avrei preferito che il tuo sorriso fosse nato nel momento in cui hai premuto "Pubblica", perché quello era l'unico momento che dipendeva davvero da te»
Li compresi che avevo consegnato il mio stato d'animo a qualcosa che non mi apparteneva.
Abbassai lo sguardo di nuovo. «Mi dispiace, Padrone» sussurrai. «Credo di aver dato troppo peso a qualcosa che non faceva parte del tuo ordine»
Marco non rispose, si limitò ad alzarsi e allontanarsi di qualche passo. Quando tornò, aveva in mano il tablet. Riprese posto sulla poltrona e smanettò qualche secondo.
«Questo dev'essere il commento» capii che doveva aver aperto il sito. Lo lesse ad alta voce, prima di muovere il dito sullo schermo. Non so cosa fece in quel momento, ma lo scoprì la sera stessa, quando mi collegai da casa mia. Aveva messo mi piace col mio account.
Qualche secondo dopo continuò a leggere scandendo ogni frase. Riconobbi immediatamente la mail. Ogni parola sembrava assumere un peso diverso pronunciata dalla sua voce.
Quando arrivò alla fine, lasciò il tablet sulle gambe e alzò gli occhi verso di me.
«La riconosci?»
Annuii appena.
«Alice, con me non si annuisce» il suo tono era fermo.
Inspirai. «Sì, Padrone»
«Vorresti rispondere, vero?»
«Sì, Padrone» abbassai lo sguardo.
«Guardami! Non te lo dirò più stasera» lo feci «E cosa gli avresti scritto?»
Ci pensai davvero. «Gli avrei detto la verità»
«Quale verità?»
«Che non l'ho ignorato perché non volessi rispondergli» deglutii. «Gli avrei spiegato che... non potevo perché non mi era permesso e... » mi bloccai un attimo «E gli avrei chiesto di non pensare che mi fossi dimenticata di lui»
Marco rimase a osservarmi per qualche istante, poi un angolo della sua bocca si sollevò appena.
«...di non pensare che ti fossi dimenticata di lui» ripeté lentamente, con una nota di divertimento nella voce. Scosse appena la testa.
«Alice...dimmi una cosa...chi è il tuo Padrone?»
Fui sorpresa da quella domanda e risposi con tutta la spontaneità possibile «Tu, Padrone»
Lui annuì. «Esatto» fece una pausa. «Quindi spiegami perché, da giorni, sei così preoccupata che uno o più sconosciuti possano pensare che ti sia dimenticata di loro...»
Il suo sguardo non lasciava il mio.
«...e non ti sei mai fermata a chiederti se fossi io soddisfatto di come avevi eseguito il mio ordine»
Rimasi senza parole. Non aveva torto, ma in realtà non mi resi conto di star dando importanza a loro e non al suo ordine.
«Tu continui a rivolgere la tua attenzione nella direzione sbagliata»
Indicò appena sé stesso. «L'unica opinione che dovrebbe interessarti, quando esegui un mio ordine, è la mia...non quella di un lettore. Non quella di chi ti scrive una mail e nemmeno quella di chi teme di essere stato dimenticato»
Lo guardai mortificata.
«Perché non sei tu a dover rassicurare lui, ma sei tu che hai scelto di affidarti a me»
Sentii lo stomaco stringersi in una morsa. Aveva ragione. In quei giorni avevo eseguito il suo ordine, ma poi avevo permesso che il mio stato d'animo dipendesse da qualcosa che lui non mi aveva mai chiesto. Abbassai lentamente lo sguardo.
«Perdonami, Padrone» la voce uscì appena sopra un sussurro. «Non me ne sono nemmeno resa conto»
Marco mi osservò, lasciando trascorrere qualche secondo, poi annuì appena.
«Lo so» riprese il tablet tra le mani «Per questo motivo continuerai a non rispondere»
«Sì, Padrone» immaginai quella scelta e la vidi quasi come una punizione
«Sei ancora troppo coinvolta emotivamente e quando sei coinvolta emotivamente...» continuò senza distogliere lo sguardo dallo schermo, «finisci per scrivere con l'unico scopo di rassicurare chi hai davanti»
Quelle parole mi colpirono, perché era esattamente quello che avrei fatto.
«Questa volta risponderò io»
Alzai immediatamente lo sguardo verso di lui. «Padrone...?»
«È giusto che sappia perché non riceverà risposta da parte tua»
Iniziò a trafficare con lo schermo. Lo osservavo in silenzio, cercando d'immaginare cosa potesse dire. In pochi minuti terminò e alzò lo sguardo verso di me.
«Vieni qui»
Per un istante non capii, ma lui non aggiunse altro.
Scivolai giù dal divano e, come ormai mi veniva naturale fare quando me lo chiedeva, raggiunsi la sua poltrona gattonando. Mi fermai davanti a lui.
«Più vicina»
Avanzai ancora di qualche passo, fino a sentire quasi le sue ginocchia davanti a me. Marco abbassò il tablet quel tanto che bastava perché potessi vedere lo schermo.
«Leggi»
Inspirai lentamente. La voce uscì più incerta di quanto avrei voluto.
«Buonasera.
Ho letto il suo messaggio. Alice non ha scelto d'ignorarla e non si è dimenticata di lei. In questo momento, però, le è espressamente vietato rispondere alle email personali. È un mio ordine. Continuerà a pubblicare i capitoli come previsto, ma fino a nuova disposizione ogni forma di corrispondenza privata resterà sospesa. Quando riterrò opportuno, sarò io stesso a revocare questo divieto. Ritenevo opportuno che ne fosse informato.
— Il Padrone»
Quando arrivai a leggere quelle ultime due parole, la mia voce si abbassò quasi impercettibilmente.
Fino a quel momento avevo sempre pensato a quella casella di posta come a qualcosa di mio. Uno spazio che avevo creato, dove avevo parlato con decine di lettori, risposto alle loro domande e condiviso una parte dei miei racconti. Ma adesso non era più soltanto così. Quelle poche righe lo avevano reso evidente. Anche lì, ormai, c'era lui.
Marco incrociò il mio sguardo per un istante, poi, davanti ai miei occhi, sfiorò il pulsante "Invia". Il messaggio scomparve dallo schermo. E mentre io rimasi immobile, Marco bloccò lo schermo del tablet e lo appoggiò con calma sul tavolino accanto alla poltrona. Poi tornò a guardarmi.
«Adesso...» disse con la stessa tranquillità con cui aveva parlato per tutta la sera. «...ricordiamoci chi è che guida questo percorso»
Si alzò lentamente dalla poltrona, mentre io rimasi immobile ai suoi piedi.
«Resta dove sei, non muoverti. E tieni lo sguardo basso finché non sarò di nuovo davanti a te»
«Sì, Padrone»
Sentii i suoi passi allontanarsi e il soggiorno immergersi nel silenzio.
Rimasi immobile, le mani appoggiate sulle gambe, cercando di controllare il respiro. Non sapevo dove fosse andato né quanto sarebbe rimasto via. Il tempo sembrava essersi dilatato.
Dentro di me, però, una certezza iniziava a prendere forma: il nostro dialogo non era finito. Qualunque decisione avesse preso, era chiaro che quella serata non si sarebbe conclusa con delle semplici parole.
Sentii di nuovo i suoi passi avvicinarsi. Istintivamente trattenni il fiato, ma non alzai lo sguardo. Avevo ricevuto un ordine e non avevo alcuna intenzione d'infrangerlo.
I passi si fermarono davanti a me, attesi in silenzio che fosse lui a parlare.
«Abbassa il busto sul tavolino» esegui silenziosamente «Tutto» scesi ancora di più, mentre il culo, coperto dalla gonna di jeans stretta che indossavo, si manteneva alto.
«È scomodo così, vero?»
Annuii «Un po', Padrone»
«Vedrai come lo sarà di più ora...» disse afferrandomi uno dei polsi. Subito dopo senti qualcosa di soffice, ma allo stesso tempo rigido, stringersi attorno. Avrei voluto guardare, ma non potevo. Lo stesso gesto fu ripetuto sull'altro polso e subito dopo lì portò dietro la schiena e li sentii agganciarsi e unirsi. La posizione non era delle più comode, ma quello mi fece capire cosa aveva appena applicato: delle polsiere.
Afferrò il bordo del vestito e lo sollevò adagiandolo sulla zona lombare. A un tratto mi ritrovai con i glutei esposti alla sua vista, pensai che il prossimo passo sarebbe stato quello di togliere il micro slip che indossavo: una brasiliana in pizzo. Invece per qualche minuto non sentii nulla, nessun gesto, nessuna parola. All'improvviso l'aria dietro di me fu sferzata da qualcosa che in men che non si dica mi colpi i glutei.
«Aaah» mi sfuggì d'istinto. Il corpo reagì subito muovendosi. Il tutto non per il dolore, ma per la sorpresa del colpo.
«Silenzio!» La sua voce era ferma, ma non arrabbiata. «Non voglio sentire i tuoi lamenti. Voglio che tu ascolti soltanto ciò che sto cercando d'insegnarti»
Deglutii e chiusi gli occhi, cercando di riprendere il controllo del respiro, mentre mi sferzava un secondo colpo. Stavolta trattenni il lamento mordendomi il labbro inferiore.
«Così» e giù il terzo. Ogni colpo non arrivava mai su un punto preciso, ma lo percepivo su tutta l'intera area del gluteo. «Sai come si chiama quello che sto usando?» mi chiese mentre lo lasciava scorrere dalla schiena fino a giù.
Scossi appena la testa. «No, Padrone»
«Si chiama flogger» La sua voce era tranquilla, come quella che usano i professori per spiegare un nuovo argomento. «È composto da più strisce, queste sono circa 30, per questo produce un rumore molto diverso da quello di altre fruste»
Fece una breve pausa, lasciando che assimilassi le sue parole.
«Non mi interessa punirti nel vero senso del termine. Mi interessa che tu ricordi questa serata» Inspirai lentamente.
«Perché non sarà l'oggetto in sé a insegnarti qualcosa… sarà il motivo per cui ho scelto di usarlo» io lo ascoltavo con quel classico senso di allarme mentre lui continuava ad accarezzarmi il corpo con quell'oggetto «Perché voglio che tu ricordi CHI guida questo percorso» e marcò bene quella parola. «Chiaro?»
Non feci in tempo a rispondere che un'altra sferzata mi colpì, strappandomi un gemito soffocato… Mormorai un si che però non fu capito.
«Non ho capito…» e giù un altro corpo «Chiaro, Alice?»
Con il corpo era completamente teso, inspirai a fatica «S-si...si, Padrone. È chiaro»
Lui annuì, credo. Non saprei dirlo con certezza perché gli davo le spalle e non riuscivo a vedere il suo volto. La sola cosa di cui ero certa era la lunga serie di sferzate che ho ricevuto subito dopo le mie parole. Una dietro l'altra, senza che riuscissi più a distinguerle. Persi quasi subito il conto. Rimasi concentrata soltanto sul respiro, cercando con tutte le mie forze di non emettere alcun suono.
Dopo alcuni istanti, sentii i suoi passi allontanarsi. Sollevai appena lo sguardo e lo vidi dirigersi verso la cucina, aprì il frigorifero, prese qualcosa e tornò verso di me. Abbassai subito lo sguardo per non farmi beccare.
«Non muoverti» mi disse una volta dietro di me.
Annuii appena.
Avvertii una sensazione fresca sfiorarmi la pelle dei glutei, seguita dal movimento lento delle sue mani. Un delicato profumo di cocco si diffuse nell'aria.
«Non avere paura» disse con la consueta calma. «È una crema che preparo io, aiuterà a far sparire il leggero rossore»
Lasciai che terminasse quel gesto con la stessa attenzione con cui aveva condotto l'intera serata.
Quando ebbe finito, mi aiutò ad alzarmi. La gonna ricadde al suo posto e, solo allora, trovai il coraggio di voltarmi verso di lui. Poi mi slegò le braccia. Fu a quel punto che per la prima volta notai le polsiere rosse con dettagli oro ai polsi. Li osservai attentamente mentre le toglieva.
Quando il suo sguardo incrociò il mio, mi osservò e senza dire una parola, portò una mano al mio viso e asciugò con il palmo le lacrime che ancora mi rigavano le guance.
«Guardami» Sollevai gli occhi su di lui. «Va tutto bene, il flogger non serve a procurare dolore o lesioni» attese che assimilassi quelle parole. «Il suo scopo era soltanto quello di ricordarti la lezione di questa sera»
Inspirai profondamente. Sentivo ancora il cuore battere forte, ma la tensione dei minuti precedenti iniziava lentamente a sciogliersi.
«Adesso, ogni volta che ti verrà da cercare altrove una conferma, ricorderai chi è che guida questo percorso?»
Annuii. «Sì, Padrone»
Per la prima volta da quando era iniziata quella sera, riuscii a sostenere il suo sguardo senza sentirmi sopraffatta. La mortificazione era ancora lì, ma insieme a essa c'era anche la consapevolezza di aver finalmente compreso ciò che aveva cercato d'insegnarmi.
Dopo questa parentesi, riprendemmo ognuno i propri posti. Io sul divano un po' in tensione e lui sulla poltrona rilassato.
«Questa settimana ti ho assegnato due compiti»
Annuii.
«Il primo era il racconto. E direi che lo hai portato fino in fondo»
Non sapevo se considerarlo un complimento, ma sentii comunque una parte di me rilassarsi.
«Non è stato semplice» ammisi.
«Lo so» Bevve un sorso di vino. «Se fosse stato semplice, non te l'avrei chiesto»
Rimasi in silenzio.
«Ma ce n'era anche un altro»
Sorrisi appena. «Sì, Padrone»
«Parliamone» posò il bicchiere sul tavolino. «Come sta andando?»
Esitai un istante. «Bene... credo»
«Credi?»
Abbassai lo sguardo. «L'ho eseguito ogni giorno»
«Sempre?»
«Sempre» confermai.
Marco rimase qualche secondo a osservarmi. «Anche quando eri stanca?»
Quella domanda mi riportò immediatamente a una sera in particolare. Accennai un sorriso.
Master M.
"Domani. Solito orario"
Non aveva scritto nient'altro. Nessun commento sul racconto, nessun riferimento alla pubblicazione, nessuna domanda. Da quando avevo premuto quel tasto e avevo reso pubblico il primo capitolo della mia storia, non ci eravamo più sentiti.
A tal proposito… all'inizio avevo controllato il sito quasi ogni ora, aspettando che il racconto venisse approvato. E una volta pubblicato, continuavo ad aprire la pagina più volte al giorno. Perché? Perché ogni volta speravo di trovare qualcosa di nuovo, un segno che qualcuno fosse passato di lì. Invece non trovavo mai nulla. Eppure continuavo a tornarci e l'unica cosa che cambiava era il numero delle visualizzazioni. Aumentava lentamente e, ogni volta che cresceva, qualcosa dentro di me si contraeva. Perché sapevo cosa significava: qualcuno stava leggendo. Qualcuno stava entrando in una parte della mia vita che fino a poco tempo prima apparteneva soltanto a me... a noi.
Ma tutto finiva lì, nessuno lasciava traccia del proprio passaggio.
Provai a convincermi che fosse normale. Dopo tutti quei mesi di assenza, non potevo pretendere che qualcuno fosse rimasto lì ad aspettare il mio ritorno. Così, la mattina seguente, smisi di controllare il sito e mi concentrai soltanto su una cosa. L'incontro con Marco.
30 Giugno 2026
Quando arrivò il momento, mi presentai davanti alla sua porta esattamente all’orario stabilito. Non appena richiusi la porta alle mie spalle, notai che lui era già lì, seduto sulla poltrona del soggiorno, una gamba accavallata sull’altra e lo sguardo rivolto verso di me.
«Buonasera, Padrone»
«Buonasera, Alice. Avvicinati»
Attraversai il soggiorno e mi fermai davanti a lui. Istintivamente iniziai ad abbassarmi.
«No» mi bloccai a metà movimento. «Non lì»
Indicò il divano di fronte a sé. Rimasi un istante immobile, perché non era ciò che mi aspettavo.
«Accanto a me, Alice»
Mi sedetti dove mi aveva indicato, con le mani sulle ginocchia, le gambe unite e lo sguardo basso. Sentivo la sua presenza accanto a me più del solito, perché non era più quello che ero abituata a fare.
Non parlò subito, ma mi osservò a lungo, poi si alzò senza fretta fino a raggiungere la cucina. Senti il rumore del frigo che si apriva, rumori di bottiglie e bicchieri.
Quando tornò, versò del vino nei calici e me ne porse uno. Alzai un attimo lo sguardo e le dita mi sfiorarono appena la mano quando lo presi. Lo ringraziai mentre si sedette di nuovo al suo posto.
«Oggi voglio parlare con te»
La sua voce era calma, così come la sua postura rilassata, ma io sentii il mio corpo irrigidirsi, senza che potessi controllarlo.
«Da quando hai iniziato a pubblicare, come hai vissuto questi giorni?»
Rimasi in silenzio. Non avevo una risposta immediata, non perché non la conoscessi, ma perché ammetterla significava riconoscere qualcosa che in quei giorni avevo vissuto male.
«Non lo so, Padrone…» mormorai. Inspirai lentamente, come se questo potesse aiutarsi a trovare le parole giuste o semplicemente a prendere tempo.
Marco non disse nulla e fu proprio quel silenzio a costringermi a continuare, non avevo altra scelta se non espormi.
Abbassai lo sguardo sul bicchiere.
«All’inizio… ero solo concentrata sulla pubblicazione» Esitai un istante, cercando di ritrovare quella sensazione. «Aspettavo che il racconto venisse approvato per vederlo inserito nella mia pagina, tra i titoli precedenti»
«E quando l’hai visto pubblicato? Raccontami»
Per qualche secondo mi rividi lì, davanti alla pagina.
«Ero… emozionata» ammisi piano «in un modo che non avevo previsto»
Lui mi ascoltava, così continuai.
«E con quella stessa emozione ho aspettato i primi riscontri, solo che più passavano le ore… più notavo uno strano silenzio. All’inizio ho pensato fosse normale, che fosse troppo presto, così mi sono data qualche ora di tempo. Ma tutto è rimasto invariato, l'unica cosa che cambiava erano le visualizzazioni»
Abbassai la voce, mostrando la mia delusione iniziale. Ma Marco non intervenne.
«Mi dissi che era solo il primo capitolo, che forse non avevano capito e che si sarebbero accorti dopo» lo ammisi come se stessi cercando ancora di crederci.
«E per un attimo… ci ho creduto davvero, Padrone»
Silenzio. Marco non accennava a nulla, neanche un gesto o un'espressione. Restava fermo nella sua posizione ad ascoltarmi.
«Così il giorno dopo ho pubblicato il secondo e una volta pubblicato, la prima cosa che ho fatto è stata entrare nella mail. Aspettavo un segno, soprattutto da due lettori. Ero sicura che almeno loro si accorgessero del mio ritorno, ma non c’era nulla. Qualche ora dopo ho ricontrollato e...stessa cosa» sospirai.
«La sera stessa ho pubblicato il terzo capitolo. Più per dovere che per aspettativa, Padrone» ammisi. La sua espressione cambiò leggermente, ma non una parola.
«La mattina dopo, però... qualcosa è cambiato» un sorriso appena accennato mi attraversò il volto «quando ho aperto la posta ho trovato una nuova email e poco dopo, anche il primo commento sotto al racconto. Non erano tanti, però... mi hanno fatto capire che qualcuno c'era davvero, che quel silenzio non significava necessariamente indifferenza»
Accennai un piccolo sorriso.
«Credo di aver tirato il primo vero sospiro di sollievo da quando ho iniziato a pubblicare, Padrone»
Terminai di parlare e aspettai che fosse Marco a prendere parola. Dentro di me ero convinta che avrebbe capito, che chiunque, al posto mio, avrebbe vissuto quei giorni nello stesso modo.
Ma lui, invece, rimase immobile, portò con calma il bicchiere alle labbra e ne bevve un sorso. Solo dopo parlò.
«Hai finito?»
«Sì, Padrone»
«Bene. Allora permettimi di dirti cosa ho ascoltato io»
Sentii lo stomaco contrarsi.
«Io non ho sentito una donna soddisfatta di aver portato a termine un ordine»
Abbassai istintivamente lo sguardo.
«Ho sentito una donna che, dopo aver eseguito quell'ordine, ha iniziato ad aspettare che fossero degli sconosciuti a dirle se aveva fatto bene»
Quelle parole mi colpirono più di quanto avrei immaginato.
Istintivamente cercai di rispondere. «Non era questo che...»
«Lasciami finire» mi zittii immediatamente. «Quando ti ho ordinato di pubblicare quei capitoli, non l'ho fatto perché ricevessi dei complimenti. Non l'ho fatto perché qualcuno ti scrivesse una mail e nemmeno perché contassi commenti o visualizzazioni»
Incrociò il mio sguardo e notai che non era sereno.
«Ti ho dato un ordine e quell'ordine era già completo nel momento in cui l'hai eseguito»
Sentii il cuore accelerare.
«Da quel momento in poi, ciò che avrebbero fatto i lettori non era più sotto il tuo controllo, eppure hai scelto di legare il valore di ciò che avevi fatto alla loro risposta»
Deglutii. Non avevo mai guardato la situazione da quel punto di vista.
«Hai trasformato un mio ordine in un'attesa che io non ti avevo mai chiesto di vivere» abbassai lo sguardo verso il pavimento, sentendomi colpevole.
«Guardami» lo feci lentamente.
«Sono contento che siano arrivati una mail e un commento, ma avrei preferito che il tuo sorriso fosse nato nel momento in cui hai premuto "Pubblica", perché quello era l'unico momento che dipendeva davvero da te»
Li compresi che avevo consegnato il mio stato d'animo a qualcosa che non mi apparteneva.
Abbassai lo sguardo di nuovo. «Mi dispiace, Padrone» sussurrai. «Credo di aver dato troppo peso a qualcosa che non faceva parte del tuo ordine»
Marco non rispose, si limitò ad alzarsi e allontanarsi di qualche passo. Quando tornò, aveva in mano il tablet. Riprese posto sulla poltrona e smanettò qualche secondo.
«Questo dev'essere il commento» capii che doveva aver aperto il sito. Lo lesse ad alta voce, prima di muovere il dito sullo schermo. Non so cosa fece in quel momento, ma lo scoprì la sera stessa, quando mi collegai da casa mia. Aveva messo mi piace col mio account.
Qualche secondo dopo continuò a leggere scandendo ogni frase. Riconobbi immediatamente la mail. Ogni parola sembrava assumere un peso diverso pronunciata dalla sua voce.
Quando arrivò alla fine, lasciò il tablet sulle gambe e alzò gli occhi verso di me.
«La riconosci?»
Annuii appena.
«Alice, con me non si annuisce» il suo tono era fermo.
Inspirai. «Sì, Padrone»
«Vorresti rispondere, vero?»
«Sì, Padrone» abbassai lo sguardo.
«Guardami! Non te lo dirò più stasera» lo feci «E cosa gli avresti scritto?»
Ci pensai davvero. «Gli avrei detto la verità»
«Quale verità?»
«Che non l'ho ignorato perché non volessi rispondergli» deglutii. «Gli avrei spiegato che... non potevo perché non mi era permesso e... » mi bloccai un attimo «E gli avrei chiesto di non pensare che mi fossi dimenticata di lui»
Marco rimase a osservarmi per qualche istante, poi un angolo della sua bocca si sollevò appena.
«...di non pensare che ti fossi dimenticata di lui» ripeté lentamente, con una nota di divertimento nella voce. Scosse appena la testa.
«Alice...dimmi una cosa...chi è il tuo Padrone?»
Fui sorpresa da quella domanda e risposi con tutta la spontaneità possibile «Tu, Padrone»
Lui annuì. «Esatto» fece una pausa. «Quindi spiegami perché, da giorni, sei così preoccupata che uno o più sconosciuti possano pensare che ti sia dimenticata di loro...»
Il suo sguardo non lasciava il mio.
«...e non ti sei mai fermata a chiederti se fossi io soddisfatto di come avevi eseguito il mio ordine»
Rimasi senza parole. Non aveva torto, ma in realtà non mi resi conto di star dando importanza a loro e non al suo ordine.
«Tu continui a rivolgere la tua attenzione nella direzione sbagliata»
Indicò appena sé stesso. «L'unica opinione che dovrebbe interessarti, quando esegui un mio ordine, è la mia...non quella di un lettore. Non quella di chi ti scrive una mail e nemmeno quella di chi teme di essere stato dimenticato»
Lo guardai mortificata.
«Perché non sei tu a dover rassicurare lui, ma sei tu che hai scelto di affidarti a me»
Sentii lo stomaco stringersi in una morsa. Aveva ragione. In quei giorni avevo eseguito il suo ordine, ma poi avevo permesso che il mio stato d'animo dipendesse da qualcosa che lui non mi aveva mai chiesto. Abbassai lentamente lo sguardo.
«Perdonami, Padrone» la voce uscì appena sopra un sussurro. «Non me ne sono nemmeno resa conto»
Marco mi osservò, lasciando trascorrere qualche secondo, poi annuì appena.
«Lo so» riprese il tablet tra le mani «Per questo motivo continuerai a non rispondere»
«Sì, Padrone» immaginai quella scelta e la vidi quasi come una punizione
«Sei ancora troppo coinvolta emotivamente e quando sei coinvolta emotivamente...» continuò senza distogliere lo sguardo dallo schermo, «finisci per scrivere con l'unico scopo di rassicurare chi hai davanti»
Quelle parole mi colpirono, perché era esattamente quello che avrei fatto.
«Questa volta risponderò io»
Alzai immediatamente lo sguardo verso di lui. «Padrone...?»
«È giusto che sappia perché non riceverà risposta da parte tua»
Iniziò a trafficare con lo schermo. Lo osservavo in silenzio, cercando d'immaginare cosa potesse dire. In pochi minuti terminò e alzò lo sguardo verso di me.
«Vieni qui»
Per un istante non capii, ma lui non aggiunse altro.
Scivolai giù dal divano e, come ormai mi veniva naturale fare quando me lo chiedeva, raggiunsi la sua poltrona gattonando. Mi fermai davanti a lui.
«Più vicina»
Avanzai ancora di qualche passo, fino a sentire quasi le sue ginocchia davanti a me. Marco abbassò il tablet quel tanto che bastava perché potessi vedere lo schermo.
«Leggi»
Inspirai lentamente. La voce uscì più incerta di quanto avrei voluto.
«Buonasera.
Ho letto il suo messaggio. Alice non ha scelto d'ignorarla e non si è dimenticata di lei. In questo momento, però, le è espressamente vietato rispondere alle email personali. È un mio ordine. Continuerà a pubblicare i capitoli come previsto, ma fino a nuova disposizione ogni forma di corrispondenza privata resterà sospesa. Quando riterrò opportuno, sarò io stesso a revocare questo divieto. Ritenevo opportuno che ne fosse informato.
— Il Padrone»
Quando arrivai a leggere quelle ultime due parole, la mia voce si abbassò quasi impercettibilmente.
Fino a quel momento avevo sempre pensato a quella casella di posta come a qualcosa di mio. Uno spazio che avevo creato, dove avevo parlato con decine di lettori, risposto alle loro domande e condiviso una parte dei miei racconti. Ma adesso non era più soltanto così. Quelle poche righe lo avevano reso evidente. Anche lì, ormai, c'era lui.
Marco incrociò il mio sguardo per un istante, poi, davanti ai miei occhi, sfiorò il pulsante "Invia". Il messaggio scomparve dallo schermo. E mentre io rimasi immobile, Marco bloccò lo schermo del tablet e lo appoggiò con calma sul tavolino accanto alla poltrona. Poi tornò a guardarmi.
«Adesso...» disse con la stessa tranquillità con cui aveva parlato per tutta la sera. «...ricordiamoci chi è che guida questo percorso»
Si alzò lentamente dalla poltrona, mentre io rimasi immobile ai suoi piedi.
«Resta dove sei, non muoverti. E tieni lo sguardo basso finché non sarò di nuovo davanti a te»
«Sì, Padrone»
Sentii i suoi passi allontanarsi e il soggiorno immergersi nel silenzio.
Rimasi immobile, le mani appoggiate sulle gambe, cercando di controllare il respiro. Non sapevo dove fosse andato né quanto sarebbe rimasto via. Il tempo sembrava essersi dilatato.
Dentro di me, però, una certezza iniziava a prendere forma: il nostro dialogo non era finito. Qualunque decisione avesse preso, era chiaro che quella serata non si sarebbe conclusa con delle semplici parole.
Sentii di nuovo i suoi passi avvicinarsi. Istintivamente trattenni il fiato, ma non alzai lo sguardo. Avevo ricevuto un ordine e non avevo alcuna intenzione d'infrangerlo.
I passi si fermarono davanti a me, attesi in silenzio che fosse lui a parlare.
«Abbassa il busto sul tavolino» esegui silenziosamente «Tutto» scesi ancora di più, mentre il culo, coperto dalla gonna di jeans stretta che indossavo, si manteneva alto.
«È scomodo così, vero?»
Annuii «Un po', Padrone»
«Vedrai come lo sarà di più ora...» disse afferrandomi uno dei polsi. Subito dopo senti qualcosa di soffice, ma allo stesso tempo rigido, stringersi attorno. Avrei voluto guardare, ma non potevo. Lo stesso gesto fu ripetuto sull'altro polso e subito dopo lì portò dietro la schiena e li sentii agganciarsi e unirsi. La posizione non era delle più comode, ma quello mi fece capire cosa aveva appena applicato: delle polsiere.
Afferrò il bordo del vestito e lo sollevò adagiandolo sulla zona lombare. A un tratto mi ritrovai con i glutei esposti alla sua vista, pensai che il prossimo passo sarebbe stato quello di togliere il micro slip che indossavo: una brasiliana in pizzo. Invece per qualche minuto non sentii nulla, nessun gesto, nessuna parola. All'improvviso l'aria dietro di me fu sferzata da qualcosa che in men che non si dica mi colpi i glutei.
«Aaah» mi sfuggì d'istinto. Il corpo reagì subito muovendosi. Il tutto non per il dolore, ma per la sorpresa del colpo.
«Silenzio!» La sua voce era ferma, ma non arrabbiata. «Non voglio sentire i tuoi lamenti. Voglio che tu ascolti soltanto ciò che sto cercando d'insegnarti»
Deglutii e chiusi gli occhi, cercando di riprendere il controllo del respiro, mentre mi sferzava un secondo colpo. Stavolta trattenni il lamento mordendomi il labbro inferiore.
«Così» e giù il terzo. Ogni colpo non arrivava mai su un punto preciso, ma lo percepivo su tutta l'intera area del gluteo. «Sai come si chiama quello che sto usando?» mi chiese mentre lo lasciava scorrere dalla schiena fino a giù.
Scossi appena la testa. «No, Padrone»
«Si chiama flogger» La sua voce era tranquilla, come quella che usano i professori per spiegare un nuovo argomento. «È composto da più strisce, queste sono circa 30, per questo produce un rumore molto diverso da quello di altre fruste»
Fece una breve pausa, lasciando che assimilassi le sue parole.
«Non mi interessa punirti nel vero senso del termine. Mi interessa che tu ricordi questa serata» Inspirai lentamente.
«Perché non sarà l'oggetto in sé a insegnarti qualcosa… sarà il motivo per cui ho scelto di usarlo» io lo ascoltavo con quel classico senso di allarme mentre lui continuava ad accarezzarmi il corpo con quell'oggetto «Perché voglio che tu ricordi CHI guida questo percorso» e marcò bene quella parola. «Chiaro?»
Non feci in tempo a rispondere che un'altra sferzata mi colpì, strappandomi un gemito soffocato… Mormorai un si che però non fu capito.
«Non ho capito…» e giù un altro corpo «Chiaro, Alice?»
Con il corpo era completamente teso, inspirai a fatica «S-si...si, Padrone. È chiaro»
Lui annuì, credo. Non saprei dirlo con certezza perché gli davo le spalle e non riuscivo a vedere il suo volto. La sola cosa di cui ero certa era la lunga serie di sferzate che ho ricevuto subito dopo le mie parole. Una dietro l'altra, senza che riuscissi più a distinguerle. Persi quasi subito il conto. Rimasi concentrata soltanto sul respiro, cercando con tutte le mie forze di non emettere alcun suono.
Dopo alcuni istanti, sentii i suoi passi allontanarsi. Sollevai appena lo sguardo e lo vidi dirigersi verso la cucina, aprì il frigorifero, prese qualcosa e tornò verso di me. Abbassai subito lo sguardo per non farmi beccare.
«Non muoverti» mi disse una volta dietro di me.
Annuii appena.
Avvertii una sensazione fresca sfiorarmi la pelle dei glutei, seguita dal movimento lento delle sue mani. Un delicato profumo di cocco si diffuse nell'aria.
«Non avere paura» disse con la consueta calma. «È una crema che preparo io, aiuterà a far sparire il leggero rossore»
Lasciai che terminasse quel gesto con la stessa attenzione con cui aveva condotto l'intera serata.
Quando ebbe finito, mi aiutò ad alzarmi. La gonna ricadde al suo posto e, solo allora, trovai il coraggio di voltarmi verso di lui. Poi mi slegò le braccia. Fu a quel punto che per la prima volta notai le polsiere rosse con dettagli oro ai polsi. Li osservai attentamente mentre le toglieva.
Quando il suo sguardo incrociò il mio, mi osservò e senza dire una parola, portò una mano al mio viso e asciugò con il palmo le lacrime che ancora mi rigavano le guance.
«Guardami» Sollevai gli occhi su di lui. «Va tutto bene, il flogger non serve a procurare dolore o lesioni» attese che assimilassi quelle parole. «Il suo scopo era soltanto quello di ricordarti la lezione di questa sera»
Inspirai profondamente. Sentivo ancora il cuore battere forte, ma la tensione dei minuti precedenti iniziava lentamente a sciogliersi.
«Adesso, ogni volta che ti verrà da cercare altrove una conferma, ricorderai chi è che guida questo percorso?»
Annuii. «Sì, Padrone»
Per la prima volta da quando era iniziata quella sera, riuscii a sostenere il suo sguardo senza sentirmi sopraffatta. La mortificazione era ancora lì, ma insieme a essa c'era anche la consapevolezza di aver finalmente compreso ciò che aveva cercato d'insegnarmi.
Dopo questa parentesi, riprendemmo ognuno i propri posti. Io sul divano un po' in tensione e lui sulla poltrona rilassato.
«Questa settimana ti ho assegnato due compiti»
Annuii.
«Il primo era il racconto. E direi che lo hai portato fino in fondo»
Non sapevo se considerarlo un complimento, ma sentii comunque una parte di me rilassarsi.
«Non è stato semplice» ammisi.
«Lo so» Bevve un sorso di vino. «Se fosse stato semplice, non te l'avrei chiesto»
Rimasi in silenzio.
«Ma ce n'era anche un altro»
Sorrisi appena. «Sì, Padrone»
«Parliamone» posò il bicchiere sul tavolino. «Come sta andando?»
Esitai un istante. «Bene... credo»
«Credi?»
Abbassai lo sguardo. «L'ho eseguito ogni giorno»
«Sempre?»
«Sempre» confermai.
Marco rimase qualche secondo a osservarmi. «Anche quando eri stanca?»
Quella domanda mi riportò immediatamente a una sera in particolare. Accennai un sorriso.
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