Sotto la Tua guida - Capitolo 12
di
Baby_Ali
genere
dominazione
01 Giugno 2026
Dopo il week end trascorso, questo lunedì non mi è sembrato un giorno qualunque. Per la prima volta non stavo semplicemente vivendo la mia settimana, la stavo aspettando.
Un’attesa strana, silenziosa. Come se una parte di me stesse contando le ore senza volerlo ammettere davvero. Continuavo a guardare l’orario sul telefono anche se non sapevo nemmeno se sarebbe arrivato un messaggio. Però quando lo schermo ha segnato le 00:00 del nuovo giorno, i miei occhi erano già lì. E infatti il telefono si è illuminato quasi subito.
M. Marco:
"Domani è festa. Non ci vedremo, ma questo non cambia nulla. La giornata procede esattamente come stabilito."
Sono rimasta a fissare quelle parole per diversi secondi ed è stato in quel momento che ho capito davvero cosa significasse iniziare un rapporto di sottomissione con lui. O meglio, col Padrone. Non aveva a che fare solo con il vedersi, non riguardava la sua presenza fisica e nemmeno quello che succedeva dentro quella casa. Era altro. Qualcosa che iniziava anche quando lui non c’era, qualcosa che continuava comunque, perché da adesso non ero più io a decidere quando entrare o uscire da quel ruolo.
2 Giugno 2026
La notte è passata veloce e quando la sveglia ha suonato alle 6:45 ho aperto subito gli occhi. Era uno degli ordini: non svegliarmi oltre quell’orario. La prima cosa che ho fatto è stata prendere il telefono. Nessun suo messaggio, ma non mi ha sorpresa.
Alice:
“Buongiorno, Padrone.”
Poi mi sono seduta a terra davanti allo specchio. La posizione ormai la conosco molto bene: seduta sui talloni, schiena dritta, mani sulle cosce, sguardo fisso davanti a me. Cinque minuti ogni mattina. All’inizio, settimane fa, mi sembrava quasi una recita, un gioco mentale. Adesso invece no, adesso quei cinque minuti mi fanno sentire davvero la differenza tra Alice e la parte di me che appartiene a lui. E stamattina l’ho sentita più del solito, perché mentre restavo ferma davanti al mio riflesso continuavo a pensare alla giornata di sabato. Alla sua voce, a come mi aveva guardata, al modo in cui riusciva a farmi sentire osservata anche senza toccarmi davvero. Mi accorgevo che una parte di me stava già aspettando il prossimo ordine.
Quando il telefono vibrò per segnalare la fine dei minuti sollevai subito lo sguardo sulla chat. Aveva visualizzato.
Quella mattina avevo organizzato una colazione al bar con Emma e altre due amiche. Eravamo tutte libere, essendo la Festa della Repubblica, e da giorni parlavamo di vederci. Prima, però, avevo deciso di fare una corsa e allenarmi al parco. La palestra era chiusa, ma non avevo nessuna intenzione di saltare l'allenamento.
Ho aperto l’armadio e scelto un completino sportivo nero: il top era aderente, corto, con delle piccole aperture sui fianchi. L’ho indossato e per un momento mi sono osservata allo specchio. La cosa assurda è che ormai, mentre scelgo cosa mettere, penso automaticamente anche a lui, a cosa noterebbe, a cosa approverebbe. Ho scattato una prima foto. Poi mi sono coperta con felpa e pantaloni della tuta, ho fatto una treccia morbida e inviato anche la seconda.
Alice:
"Vado a correre e poi mi allenerò al parco. Dopo colazione al bar con Emma e altre due amiche, Padrone. Come da programma."
Il parco era già sorprendentemente pieno nonostante fosse ancora presto. C'erano famiglie con i bambini, persone che passeggiavano e diversi ragazzi che correvano lungo il percorso. Mi infilai le cuffie e iniziai la mia corsa, lasciandomi alle spalle il vociare che riempiva i vialetti.
Per i primi minuti cercai di concentrarmi soltanto sul ritmo. Il corpo si muoveva quasi da solo e, per un attimo, mi sembrò una mattina normale. Terminati i chilometri che mi ero prefissata, raggiunsi l'area attrezzata del parco, appoggiai lo zaino su una panchina e iniziai il resto dell'allenamento. All'improvviso il telefono ha vibrato e la musica nelle cuffie si è interrotta.
Il cuore ha fatto un piccolo salto.
M. Marco:
“Hai mangiato prima di allenarti?”
Sono rimasta un secondo a fissare lo schermo, rallentando il passo senza accorgermene. Ho risposto quasi subito, senza pensarci troppo.
Alice:
“Solo acqua e una merendina mentre uscivo di casa. Poi farò colazione con le altre.”
Sono passati pochi secondi, che è arrivata la risposta.
M. Marco:
“No”
Mi sono fermata del tutto, non riuscendo a capire come interpretare il suo tono. Era arrabbiato? La sua risposta è arrivata qualche secondo dopo, come se mi stava leggendo dentro.
M. Marco:
"La merendina industriale non è una colazione. Soprattutto prima di allenarti."
Ho deglutito piano, stringendo il telefono tra le dita. Sono rimasta un attimo a fissare lo schermo, come se stessi cercando di capire se avessi davvero fatto qualcosa di sbagliato. Ho scritto qualcosa d’istinto, poi l’ho cancellato subito. Ma lui deve averlo notato, perché ha continuato.
M. Marco:
“Se ti alleni e poi devi reggere una giornata, mangi bene. Non improvvisi.”
Sono rimasta ferma qualche secondo in più del necessario. Non era solo una correzione sul cibo, era il modo in cui lo diceva. Ho rimesso le cuffie senza rispondere e ho ripreso ad allenarmi.
L'allenamento risultò più lungo del previsto. Solo quando sentii davvero la stanchezza mi fermai. Fu allora che controllai il telefono e notai il messaggio.
M. Marco:
“Rispondi quando leggi.”
Quando lo lessi capii subito che quello non era un semplice messaggio. Rimasi ferma qualche secondo seduta sulla panchina dell'area attrezzata, con il telefono ancora tra le mani, mentre attorno a me le persone continuavano ad allenarsi o a passeggiare. Avevo sbagliato e la cosa peggiore era che lo avevo capito già nel momento esatto in cui avevo deciso di continuare l'allenamento senza rispondere.
Inspirai lentamente e abbassai lo sguardo sullo schermo.
Alice:
“Perdonami, Padrone. Stavo terminando l’allenamento.”
Visualizzò quasi subito, ma non rispose e questo mi preoccupò.
Terminato l'allenamento tornai a casa per una doccia veloce e per cambiarmi. Indossai un paio di jeans chiari e una maglietta semplice, raccolsi di nuovo i capelli e uscii quasi subito.
Quando arrivai al bar le altre erano già sedute. Sentii subito il suono delle loro voci. Mi avvicinai sorridendo, come se nulla fosse. «Finalmente» disse Emma appena mi vide arrivare. «Pensavamo ti fossi persa al parco.»
Sorrisi. «Ho tirato un po' più del previsto. Poi sono passata da casa a farmi una doccia.»
Mi sedetti con loro e per i primi minuti cercai di seguire la conversazione. Parlavano di lavoro e di programmi per il week end. Io mi comportavo normalmente, ma ogni tanto mi rendevo conto che la mia attenzione scivolava via e il perché lo sapevo, non ero arrivata davvero normale. Ero arrivata cercando di sembrarlo.
Il telefono vibrò sul tavolo qualche istante dopo, abbassai lo sguardo quasi automaticamente.
M. Marco:
“Mi hai fatto aspettare 43 minuti.”
Sentii lo stomaco stringersi, ma ancora una volta non risposi subito. Emma stava raccontando qualcosa del lavoro e le altre ridevano, così cercai di restare dentro la conversazione, di sembrare normale. Ma il telefono vibrò ancora.
M. Marco:
“Adesso fai colazione e stavolta mangi qualcosa di vero”
Abbassai lentamente gli occhi sul menù, poi alzai una mano verso il cameriere che stava passando.
«Scusi…» lo fermai con un sorriso cortese. «Posso avere una brioche semplice e un cappuccino?»
«Certo, arrivo subito»
Tornai a sedermi mentre le altre continuavano a parlare tra loro, ignare. Il telefono vibrò di nuovo e lo sguardo mi cadde sullo schermo.
M. Marco:
“E una foto, come prova.”
Mi immobilizzai per un istante. Fotografavo cieli, tramonti, mari e altro..ma fotografare il cibo non era una cosa che avevo mai fatto e non con loro presenti, oltretutto. Sentii subito un piccolo nodo allo stomaco. Sollevai appena gli occhi. Emma stava parlando, una delle ragazze stava ridendo. Nessuna mi stava guardando davvero in quel momento, ma la sensazione era diversa. Come se stessi per fare qualcosa che si vedeva anche quando non si guardava.
Alice:
“Con loro davanti?”
La risposta arrivò quasi subito.
M. Marco:
“Sì”
Alice:
“Non l'ho mai fatto in loro presenza”
M. Marco:
“È proprio questo il punto. La prossima volta ci penserai due volte a non rispondere subito.”
Deglutii piano. Sentii il calore salire alle guance mentre lasciavo il telefono sul tavolo con lo schermo rivolto verso il basso.
La colazione arrivò qualche minuto dopo, presi il telefono tra le mani e scattai la foto cercando di mantenerla quasi casuale. Ma il gesto non lo era affatto.
«Stai facendo una foto?» chiese Emma.
Alzai lo sguardo troppo in fretta.
«Sì…» risposi, cercando di sorridere. «Mi va di farla.»
Per un istante nessuna disse nulla. Emma mi guardò con un’espressione leggermente perplessa, come se la cosa le sembrasse insolita ma non abbastanza da farci un discorso sopra. Una delle altre ragazze invece accennò un sorriso breve, confuso.
«Adesso fai anche le foto alla colazione?» scherzò piano.
Risi appena, troppo poco convinta per risultare naturale. «Ogni tanto»
Il telefono vibrò di nuovo sotto le dita.
M. Marco:
“Brava. Adesso mangia tutto.”
Lessi quelle parole mentre avevo ancora Emma che mi guardava con aria curiosa. Abbassai subito il telefono e presi la brioche tra le mani, cercando di sembrare naturale, ma dentro sentivo ancora addosso il peso di quella foto. Non per la foto in sé, per il fatto che lui avesse scelto proprio quello: costringermi a fare una cosa così semplice davanti agli altri, sapendo perfettamente quanto mi avrebbe messa a disagio.
Presi un sorso di cappuccino mentre le altre tornarono lentamente a parlare. Cercai di rientrare nella conversazione, annuendo ogni tanto, sorridendo. Ma una parte di me continuava a restare lì, sul telefono poggiato accanto al piattino.
Dopo qualche minuto vibrò ancora, abbassai gli occhi quasi subito.
M. Marco:
“Non mi piace averti dovuta correggere due volte nella stessa mattina.”
Il respiro rallentò appena. Emma stava dicendo qualcosa riguardo al sabato sera, ma le sue parole iniziarono a confondersi in sottofondo.
Alice:
“Mi dispiace, Padrone.”
Visualizzato, nessuna risposta. E quella mancanza di risposta mi colpì più del messaggio precedente.
Continuai a mangiare lentamente la brioche che ormai si era raffreddata un po’, ma la finii comunque tutta. Quasi senza rendermene conto, perché adesso non sembrava più una semplice colazione. Sembrava qualcosa che dovevo portare a termine correttamente.
«Comunque oggi sei strana» disse Giulia all’improvviso.
Alzai subito lo sguardo. «Strana?»
«Sì… non so» scrollò le spalle. «Più silenziosa del solito»
Emma annuì appena. «È vero. Però magari è solo stanca»
Accennai un sorriso veloce. «Ho dormito poco»
Tecnicamente non era neanche una bugia.
Per il resto della giornata Marco non si fece sentire più e proprio quel silenzio iniziò lentamente a pesarmi più del previsto.
Continuai la giornata normalmente. Tornai a casa e passai il pomeriggio tra qualche faccenda e un po' di tempo sul divano, senza riuscire davvero a rilassarmi. Ogni tanto il mio sguardo scivolava verso il telefono. Aspettavo qualcosa. Un messaggio qualsiasi o anche solo un ordine.
Quando il telefono vibrò erano quasi le dieci di sera, lo afferrai immediatamente.
M. Marco:
“Cos’hai mangiato dopo la colazione?”
Lessi il messaggio una seconda volta. Non era una domanda casuale, lo capii subito.
Alice:
“A pranzo riso con zucchine e pollo, Padrone. E uno yogurt nel pomeriggio e stasera salmone con insalata”
Visualizzato. Rimasi in attesa con il telefono ancora tra le mani, poi arrivò un altro messaggio.
M. Marco:
“Acqua?”
Abbassai istintivamente lo sguardo verso la prima bottiglia da 1l, quasi vuota sulla scrivania.
Alice:
“Quasi un litro, Padrone”
M. Marco:
“Non ci siamo. Avevo chiesto almeno un litro e mezzo. Te ne manca più di mezzo litro e stai per andare a letto.”
Sentii lo stomaco stringersi immediatamente.
Alice:
“Scusami, Padrone. Pensavo di bere più tardi... e poi ho continuato a rimandare senza accorgermene"
M. Marco:
“Eppure non mi sembra un ordine difficile.”
Abbassai lentamente gli occhi sul telefono. Il problema non era l’acqua. Era il fatto che avevo sbagliato di nuovo.
Alice:
“No, Padrone.”
M. Marco:
“Adesso finisci quello che manca. E domani non dovrò più ripetermi.”
Il tono era calmo, ma proprio per questo mi colpì ancora di più.
Alice:
“Sì, Padrone.”
Dopo quasi un minuto arrivò un ultimo messaggio.
M. Marco:
“Domani alle 16. Puntuale.”
Sentii qualcosa dentro rilassarsi immediatamente. Non me ne resi conto subito, ma fino a quel momento ero rimasta in tensione tutto il giorno.
Alice:
“Sì, Padrone.”
Dopo aver inviato il messaggio, posai il telefono sul comodino e recuperai la bottiglia aperta svuotandola subito, poi presi la seconda e inizia a berla a piccoli sorsi, camminando in camera. All’inizio fu facile, ma dopo qualche sorso iniziai quasi a forzarmi. Sentivo già lo stomaco pieno e il fastidio aumentare. Sentii l’acqua muoversi dentro di me a ogni passo. Mi infilai sotto le coperte pensando che almeno la giornata fosse finita lì.
Mi sbagliavo. Dopo neanche mezz’ora fui costretta ad alzarmi per andare in bagno e la stessa cosa successe ancora più tardi, nel pieno della notte. La terza volta attraversai il corridoio mezza addormentata, stanca e infastidita da quella sensazione continua di vescica piena. Seduta sul bordo del letto, dopo essere tornata in camera, guardai per qualche secondo il buio davanti a me ed è lì che lo capii davvero. Non era l’acqua il punto. Il punto era che se avessi semplicemente eseguito l’ordine durante la giornata, senza ignorarlo o rimandarlo, non mi sarei ritrovata in quella situazione nel cuore della notte.
Marco non mi aveva imposto qualcosa di assurdo. Mi aveva chiesto una cosa semplice e io, ancora una volta, avevo pensato di poterci arrivare “dopo”.
Chiusi gli occhi appoggiando lentamente la testa al cuscino. Per la prima volta iniziai a capire che con lui il problema non era soltanto eseguire, era imparare a non rimandare.
3 Giugno 2026
Nonostante la notte movimentata e i continui viaggi in bagno per colpa di tutta quell’acqua bevuta prima di dormire, la mattina mi svegliai comunque di buon umore, perché dentro di me c’era un pensiero molto semplice: quel pomeriggio avrei visto il Padrone e avrei potuto rimediare. Mi bastava quello. Mi alzai lentamente dal letto e appena poggiai i piedi a terra sentii subito la vescica protestare ancora. Sbuffai piano dirigendomi di nuovo in bagno e fu proprio lì, mentre aspettavo con la testa appoggiata al muro freddo, che realizzai quanto fosse stata stupida l’idea di bere tutta quell’acqua in una volta sola. Ma aveva ragione lui, non era solo bere, era imparare a gestirmi prima di arrivare al punto di dover rimediare male e all’ultimo momento.
Quando tornai in camera mi preparai per uscire. Avevo una lezione di pilates nella prima mattinata e per tutto il tempo mentre mi avviai continuai a ripetermi che nel pomeriggio avrei finalmente potuto guardarlo negli occhi e chiedergli scusa come si deve.
La lezione finì poco prima di mezzogiorno. Per tutta l’ora ero riuscita a pensare soltanto agli esercizi, al respiro, ai movimenti lenti. E forse mi aveva fatto bene, per la prima volta da ieri sera la testa si era svuotata un po’. Rientrai nello spogliatoio insieme a Giulia, recuperai il telefono dall’armadietto quasi senza pensarci davvero e li vidi la notifica. Il cuore accelerò immediatamente.
M. Marco:
“Oggi avevamo un appuntamento.”
Sentii qualcosa stringersi nello stomaco mentre sbloccavo il telefono.
Alice:
“Sì, Padrone, alle 16”
M. Marco:
“Non ci sarà più.”
Rimasi immobile a fissare lo schermo. Per un attimo non sentii più neanche i rumori attorno a me.
“Mamma mia, che faccia” commentò Giulia poco distante, infilando la felpa. “È successo qualcosa?”
Alzai gli occhi troppo in fretta. “No”
Ma la voce mi uscì meno naturale di quanto volessi. Abbassai di nuovo lo sguardo sul telefono.
M. Marco:
“Una sottomessa che ignora un messaggio del suo Padrone non merita il suo tempo il giorno dopo.”
E fu in quel momento che sentii davvero la punizione. Non per l’appuntamento saltato, ma perché fino a quel momento avevo dato per scontato che lui ci sarebbe stato comunque. Deglutii lentamente mentre il petto iniziava a tendersi.
Alice:
“Mi dispiace, Padrone. Ho sbagliato.”
Visualizzato. Nient’altro.
Per il resto della giornata Marco non si fece sentire più. Nessun ordine, nessun messaggio, nemmeno una sola parola e fu questo a farmi capire davvero quanto mi avesse colpita quella punizione. Continuai la giornata normalmente, o almeno ci provai. Tornai a casa, mangiai qualcosa senza fame, sistemai alcune cose in camera, ma ogni volta il mio sguardo tornava al telefono. Aspettavo.
Non un nuovo appuntamento, ma anche solo un segno che non fosse davvero arrabbiato con me. Ma quel messaggio non arrivò.
E la parte peggiore era che più passavano le ore, più mi rendevo conto di quanto desiderassi la sua presenza. Anche solo attraverso uno schermo.
Dopo il week end trascorso, questo lunedì non mi è sembrato un giorno qualunque. Per la prima volta non stavo semplicemente vivendo la mia settimana, la stavo aspettando.
Un’attesa strana, silenziosa. Come se una parte di me stesse contando le ore senza volerlo ammettere davvero. Continuavo a guardare l’orario sul telefono anche se non sapevo nemmeno se sarebbe arrivato un messaggio. Però quando lo schermo ha segnato le 00:00 del nuovo giorno, i miei occhi erano già lì. E infatti il telefono si è illuminato quasi subito.
M. Marco:
"Domani è festa. Non ci vedremo, ma questo non cambia nulla. La giornata procede esattamente come stabilito."
Sono rimasta a fissare quelle parole per diversi secondi ed è stato in quel momento che ho capito davvero cosa significasse iniziare un rapporto di sottomissione con lui. O meglio, col Padrone. Non aveva a che fare solo con il vedersi, non riguardava la sua presenza fisica e nemmeno quello che succedeva dentro quella casa. Era altro. Qualcosa che iniziava anche quando lui non c’era, qualcosa che continuava comunque, perché da adesso non ero più io a decidere quando entrare o uscire da quel ruolo.
2 Giugno 2026
La notte è passata veloce e quando la sveglia ha suonato alle 6:45 ho aperto subito gli occhi. Era uno degli ordini: non svegliarmi oltre quell’orario. La prima cosa che ho fatto è stata prendere il telefono. Nessun suo messaggio, ma non mi ha sorpresa.
Alice:
“Buongiorno, Padrone.”
Poi mi sono seduta a terra davanti allo specchio. La posizione ormai la conosco molto bene: seduta sui talloni, schiena dritta, mani sulle cosce, sguardo fisso davanti a me. Cinque minuti ogni mattina. All’inizio, settimane fa, mi sembrava quasi una recita, un gioco mentale. Adesso invece no, adesso quei cinque minuti mi fanno sentire davvero la differenza tra Alice e la parte di me che appartiene a lui. E stamattina l’ho sentita più del solito, perché mentre restavo ferma davanti al mio riflesso continuavo a pensare alla giornata di sabato. Alla sua voce, a come mi aveva guardata, al modo in cui riusciva a farmi sentire osservata anche senza toccarmi davvero. Mi accorgevo che una parte di me stava già aspettando il prossimo ordine.
Quando il telefono vibrò per segnalare la fine dei minuti sollevai subito lo sguardo sulla chat. Aveva visualizzato.
Quella mattina avevo organizzato una colazione al bar con Emma e altre due amiche. Eravamo tutte libere, essendo la Festa della Repubblica, e da giorni parlavamo di vederci. Prima, però, avevo deciso di fare una corsa e allenarmi al parco. La palestra era chiusa, ma non avevo nessuna intenzione di saltare l'allenamento.
Ho aperto l’armadio e scelto un completino sportivo nero: il top era aderente, corto, con delle piccole aperture sui fianchi. L’ho indossato e per un momento mi sono osservata allo specchio. La cosa assurda è che ormai, mentre scelgo cosa mettere, penso automaticamente anche a lui, a cosa noterebbe, a cosa approverebbe. Ho scattato una prima foto. Poi mi sono coperta con felpa e pantaloni della tuta, ho fatto una treccia morbida e inviato anche la seconda.
Alice:
"Vado a correre e poi mi allenerò al parco. Dopo colazione al bar con Emma e altre due amiche, Padrone. Come da programma."
Il parco era già sorprendentemente pieno nonostante fosse ancora presto. C'erano famiglie con i bambini, persone che passeggiavano e diversi ragazzi che correvano lungo il percorso. Mi infilai le cuffie e iniziai la mia corsa, lasciandomi alle spalle il vociare che riempiva i vialetti.
Per i primi minuti cercai di concentrarmi soltanto sul ritmo. Il corpo si muoveva quasi da solo e, per un attimo, mi sembrò una mattina normale. Terminati i chilometri che mi ero prefissata, raggiunsi l'area attrezzata del parco, appoggiai lo zaino su una panchina e iniziai il resto dell'allenamento. All'improvviso il telefono ha vibrato e la musica nelle cuffie si è interrotta.
Il cuore ha fatto un piccolo salto.
M. Marco:
“Hai mangiato prima di allenarti?”
Sono rimasta un secondo a fissare lo schermo, rallentando il passo senza accorgermene. Ho risposto quasi subito, senza pensarci troppo.
Alice:
“Solo acqua e una merendina mentre uscivo di casa. Poi farò colazione con le altre.”
Sono passati pochi secondi, che è arrivata la risposta.
M. Marco:
“No”
Mi sono fermata del tutto, non riuscendo a capire come interpretare il suo tono. Era arrabbiato? La sua risposta è arrivata qualche secondo dopo, come se mi stava leggendo dentro.
M. Marco:
"La merendina industriale non è una colazione. Soprattutto prima di allenarti."
Ho deglutito piano, stringendo il telefono tra le dita. Sono rimasta un attimo a fissare lo schermo, come se stessi cercando di capire se avessi davvero fatto qualcosa di sbagliato. Ho scritto qualcosa d’istinto, poi l’ho cancellato subito. Ma lui deve averlo notato, perché ha continuato.
M. Marco:
“Se ti alleni e poi devi reggere una giornata, mangi bene. Non improvvisi.”
Sono rimasta ferma qualche secondo in più del necessario. Non era solo una correzione sul cibo, era il modo in cui lo diceva. Ho rimesso le cuffie senza rispondere e ho ripreso ad allenarmi.
L'allenamento risultò più lungo del previsto. Solo quando sentii davvero la stanchezza mi fermai. Fu allora che controllai il telefono e notai il messaggio.
M. Marco:
“Rispondi quando leggi.”
Quando lo lessi capii subito che quello non era un semplice messaggio. Rimasi ferma qualche secondo seduta sulla panchina dell'area attrezzata, con il telefono ancora tra le mani, mentre attorno a me le persone continuavano ad allenarsi o a passeggiare. Avevo sbagliato e la cosa peggiore era che lo avevo capito già nel momento esatto in cui avevo deciso di continuare l'allenamento senza rispondere.
Inspirai lentamente e abbassai lo sguardo sullo schermo.
Alice:
“Perdonami, Padrone. Stavo terminando l’allenamento.”
Visualizzò quasi subito, ma non rispose e questo mi preoccupò.
Terminato l'allenamento tornai a casa per una doccia veloce e per cambiarmi. Indossai un paio di jeans chiari e una maglietta semplice, raccolsi di nuovo i capelli e uscii quasi subito.
Quando arrivai al bar le altre erano già sedute. Sentii subito il suono delle loro voci. Mi avvicinai sorridendo, come se nulla fosse. «Finalmente» disse Emma appena mi vide arrivare. «Pensavamo ti fossi persa al parco.»
Sorrisi. «Ho tirato un po' più del previsto. Poi sono passata da casa a farmi una doccia.»
Mi sedetti con loro e per i primi minuti cercai di seguire la conversazione. Parlavano di lavoro e di programmi per il week end. Io mi comportavo normalmente, ma ogni tanto mi rendevo conto che la mia attenzione scivolava via e il perché lo sapevo, non ero arrivata davvero normale. Ero arrivata cercando di sembrarlo.
Il telefono vibrò sul tavolo qualche istante dopo, abbassai lo sguardo quasi automaticamente.
M. Marco:
“Mi hai fatto aspettare 43 minuti.”
Sentii lo stomaco stringersi, ma ancora una volta non risposi subito. Emma stava raccontando qualcosa del lavoro e le altre ridevano, così cercai di restare dentro la conversazione, di sembrare normale. Ma il telefono vibrò ancora.
M. Marco:
“Adesso fai colazione e stavolta mangi qualcosa di vero”
Abbassai lentamente gli occhi sul menù, poi alzai una mano verso il cameriere che stava passando.
«Scusi…» lo fermai con un sorriso cortese. «Posso avere una brioche semplice e un cappuccino?»
«Certo, arrivo subito»
Tornai a sedermi mentre le altre continuavano a parlare tra loro, ignare. Il telefono vibrò di nuovo e lo sguardo mi cadde sullo schermo.
M. Marco:
“E una foto, come prova.”
Mi immobilizzai per un istante. Fotografavo cieli, tramonti, mari e altro..ma fotografare il cibo non era una cosa che avevo mai fatto e non con loro presenti, oltretutto. Sentii subito un piccolo nodo allo stomaco. Sollevai appena gli occhi. Emma stava parlando, una delle ragazze stava ridendo. Nessuna mi stava guardando davvero in quel momento, ma la sensazione era diversa. Come se stessi per fare qualcosa che si vedeva anche quando non si guardava.
Alice:
“Con loro davanti?”
La risposta arrivò quasi subito.
M. Marco:
“Sì”
Alice:
“Non l'ho mai fatto in loro presenza”
M. Marco:
“È proprio questo il punto. La prossima volta ci penserai due volte a non rispondere subito.”
Deglutii piano. Sentii il calore salire alle guance mentre lasciavo il telefono sul tavolo con lo schermo rivolto verso il basso.
La colazione arrivò qualche minuto dopo, presi il telefono tra le mani e scattai la foto cercando di mantenerla quasi casuale. Ma il gesto non lo era affatto.
«Stai facendo una foto?» chiese Emma.
Alzai lo sguardo troppo in fretta.
«Sì…» risposi, cercando di sorridere. «Mi va di farla.»
Per un istante nessuna disse nulla. Emma mi guardò con un’espressione leggermente perplessa, come se la cosa le sembrasse insolita ma non abbastanza da farci un discorso sopra. Una delle altre ragazze invece accennò un sorriso breve, confuso.
«Adesso fai anche le foto alla colazione?» scherzò piano.
Risi appena, troppo poco convinta per risultare naturale. «Ogni tanto»
Il telefono vibrò di nuovo sotto le dita.
M. Marco:
“Brava. Adesso mangia tutto.”
Lessi quelle parole mentre avevo ancora Emma che mi guardava con aria curiosa. Abbassai subito il telefono e presi la brioche tra le mani, cercando di sembrare naturale, ma dentro sentivo ancora addosso il peso di quella foto. Non per la foto in sé, per il fatto che lui avesse scelto proprio quello: costringermi a fare una cosa così semplice davanti agli altri, sapendo perfettamente quanto mi avrebbe messa a disagio.
Presi un sorso di cappuccino mentre le altre tornarono lentamente a parlare. Cercai di rientrare nella conversazione, annuendo ogni tanto, sorridendo. Ma una parte di me continuava a restare lì, sul telefono poggiato accanto al piattino.
Dopo qualche minuto vibrò ancora, abbassai gli occhi quasi subito.
M. Marco:
“Non mi piace averti dovuta correggere due volte nella stessa mattina.”
Il respiro rallentò appena. Emma stava dicendo qualcosa riguardo al sabato sera, ma le sue parole iniziarono a confondersi in sottofondo.
Alice:
“Mi dispiace, Padrone.”
Visualizzato, nessuna risposta. E quella mancanza di risposta mi colpì più del messaggio precedente.
Continuai a mangiare lentamente la brioche che ormai si era raffreddata un po’, ma la finii comunque tutta. Quasi senza rendermene conto, perché adesso non sembrava più una semplice colazione. Sembrava qualcosa che dovevo portare a termine correttamente.
«Comunque oggi sei strana» disse Giulia all’improvviso.
Alzai subito lo sguardo. «Strana?»
«Sì… non so» scrollò le spalle. «Più silenziosa del solito»
Emma annuì appena. «È vero. Però magari è solo stanca»
Accennai un sorriso veloce. «Ho dormito poco»
Tecnicamente non era neanche una bugia.
Per il resto della giornata Marco non si fece sentire più e proprio quel silenzio iniziò lentamente a pesarmi più del previsto.
Continuai la giornata normalmente. Tornai a casa e passai il pomeriggio tra qualche faccenda e un po' di tempo sul divano, senza riuscire davvero a rilassarmi. Ogni tanto il mio sguardo scivolava verso il telefono. Aspettavo qualcosa. Un messaggio qualsiasi o anche solo un ordine.
Quando il telefono vibrò erano quasi le dieci di sera, lo afferrai immediatamente.
M. Marco:
“Cos’hai mangiato dopo la colazione?”
Lessi il messaggio una seconda volta. Non era una domanda casuale, lo capii subito.
Alice:
“A pranzo riso con zucchine e pollo, Padrone. E uno yogurt nel pomeriggio e stasera salmone con insalata”
Visualizzato. Rimasi in attesa con il telefono ancora tra le mani, poi arrivò un altro messaggio.
M. Marco:
“Acqua?”
Abbassai istintivamente lo sguardo verso la prima bottiglia da 1l, quasi vuota sulla scrivania.
Alice:
“Quasi un litro, Padrone”
M. Marco:
“Non ci siamo. Avevo chiesto almeno un litro e mezzo. Te ne manca più di mezzo litro e stai per andare a letto.”
Sentii lo stomaco stringersi immediatamente.
Alice:
“Scusami, Padrone. Pensavo di bere più tardi... e poi ho continuato a rimandare senza accorgermene"
M. Marco:
“Eppure non mi sembra un ordine difficile.”
Abbassai lentamente gli occhi sul telefono. Il problema non era l’acqua. Era il fatto che avevo sbagliato di nuovo.
Alice:
“No, Padrone.”
M. Marco:
“Adesso finisci quello che manca. E domani non dovrò più ripetermi.”
Il tono era calmo, ma proprio per questo mi colpì ancora di più.
Alice:
“Sì, Padrone.”
Dopo quasi un minuto arrivò un ultimo messaggio.
M. Marco:
“Domani alle 16. Puntuale.”
Sentii qualcosa dentro rilassarsi immediatamente. Non me ne resi conto subito, ma fino a quel momento ero rimasta in tensione tutto il giorno.
Alice:
“Sì, Padrone.”
Dopo aver inviato il messaggio, posai il telefono sul comodino e recuperai la bottiglia aperta svuotandola subito, poi presi la seconda e inizia a berla a piccoli sorsi, camminando in camera. All’inizio fu facile, ma dopo qualche sorso iniziai quasi a forzarmi. Sentivo già lo stomaco pieno e il fastidio aumentare. Sentii l’acqua muoversi dentro di me a ogni passo. Mi infilai sotto le coperte pensando che almeno la giornata fosse finita lì.
Mi sbagliavo. Dopo neanche mezz’ora fui costretta ad alzarmi per andare in bagno e la stessa cosa successe ancora più tardi, nel pieno della notte. La terza volta attraversai il corridoio mezza addormentata, stanca e infastidita da quella sensazione continua di vescica piena. Seduta sul bordo del letto, dopo essere tornata in camera, guardai per qualche secondo il buio davanti a me ed è lì che lo capii davvero. Non era l’acqua il punto. Il punto era che se avessi semplicemente eseguito l’ordine durante la giornata, senza ignorarlo o rimandarlo, non mi sarei ritrovata in quella situazione nel cuore della notte.
Marco non mi aveva imposto qualcosa di assurdo. Mi aveva chiesto una cosa semplice e io, ancora una volta, avevo pensato di poterci arrivare “dopo”.
Chiusi gli occhi appoggiando lentamente la testa al cuscino. Per la prima volta iniziai a capire che con lui il problema non era soltanto eseguire, era imparare a non rimandare.
3 Giugno 2026
Nonostante la notte movimentata e i continui viaggi in bagno per colpa di tutta quell’acqua bevuta prima di dormire, la mattina mi svegliai comunque di buon umore, perché dentro di me c’era un pensiero molto semplice: quel pomeriggio avrei visto il Padrone e avrei potuto rimediare. Mi bastava quello. Mi alzai lentamente dal letto e appena poggiai i piedi a terra sentii subito la vescica protestare ancora. Sbuffai piano dirigendomi di nuovo in bagno e fu proprio lì, mentre aspettavo con la testa appoggiata al muro freddo, che realizzai quanto fosse stata stupida l’idea di bere tutta quell’acqua in una volta sola. Ma aveva ragione lui, non era solo bere, era imparare a gestirmi prima di arrivare al punto di dover rimediare male e all’ultimo momento.
Quando tornai in camera mi preparai per uscire. Avevo una lezione di pilates nella prima mattinata e per tutto il tempo mentre mi avviai continuai a ripetermi che nel pomeriggio avrei finalmente potuto guardarlo negli occhi e chiedergli scusa come si deve.
La lezione finì poco prima di mezzogiorno. Per tutta l’ora ero riuscita a pensare soltanto agli esercizi, al respiro, ai movimenti lenti. E forse mi aveva fatto bene, per la prima volta da ieri sera la testa si era svuotata un po’. Rientrai nello spogliatoio insieme a Giulia, recuperai il telefono dall’armadietto quasi senza pensarci davvero e li vidi la notifica. Il cuore accelerò immediatamente.
M. Marco:
“Oggi avevamo un appuntamento.”
Sentii qualcosa stringersi nello stomaco mentre sbloccavo il telefono.
Alice:
“Sì, Padrone, alle 16”
M. Marco:
“Non ci sarà più.”
Rimasi immobile a fissare lo schermo. Per un attimo non sentii più neanche i rumori attorno a me.
“Mamma mia, che faccia” commentò Giulia poco distante, infilando la felpa. “È successo qualcosa?”
Alzai gli occhi troppo in fretta. “No”
Ma la voce mi uscì meno naturale di quanto volessi. Abbassai di nuovo lo sguardo sul telefono.
M. Marco:
“Una sottomessa che ignora un messaggio del suo Padrone non merita il suo tempo il giorno dopo.”
E fu in quel momento che sentii davvero la punizione. Non per l’appuntamento saltato, ma perché fino a quel momento avevo dato per scontato che lui ci sarebbe stato comunque. Deglutii lentamente mentre il petto iniziava a tendersi.
Alice:
“Mi dispiace, Padrone. Ho sbagliato.”
Visualizzato. Nient’altro.
Per il resto della giornata Marco non si fece sentire più. Nessun ordine, nessun messaggio, nemmeno una sola parola e fu questo a farmi capire davvero quanto mi avesse colpita quella punizione. Continuai la giornata normalmente, o almeno ci provai. Tornai a casa, mangiai qualcosa senza fame, sistemai alcune cose in camera, ma ogni volta il mio sguardo tornava al telefono. Aspettavo.
Non un nuovo appuntamento, ma anche solo un segno che non fosse davvero arrabbiato con me. Ma quel messaggio non arrivò.
E la parte peggiore era che più passavano le ore, più mi rendevo conto di quanto desiderassi la sua presenza. Anche solo attraverso uno schermo.
1
voti
voti
valutazione
1
1
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Sotto la Tua guida - Capitolo 11 - Parte 2
Commenti dei lettori al racconto erotico