La setta (parte 27)
di
Kugher
genere
sadomaso
Mattia era contento del comportamento di Simona.
Appena uscito il Notaio, si chinò ad accarezzarla ai suoi piedi.
“Brava, sei stata brava, sono contento di te”.
Passò ripetutamente il palmo sui segni frustate. La ragazza si mosse evidentemente soddisfatta del complimento senza essersi chiesta il motivo di quei colpi che, ormai, accettava come espressione della volontà del Padrone al quale si era abbandonata.
Uno degli adescatori della comunità, l’aveva trovata in un sito a carattere bdsm. Nico, il reclutatore, era bravo, quasi al pari di Franco, che gli aveva trovato Martina.
Nico era esperto in rete. Sapeva “vedere” le persone, le seguiva virtualmente, leggeva i commenti e cercava di inquadrarle. Poi, cominciava a chattare e, forte della conoscenza delle loro debolezze, piano piano si faceva amico, fino ad incontrarle.
Sino a quel momento aveva avuto ottimi successi.
“Cosa hai provato a succhiarmelo davanti al Notaio?”
A lei piaceva che le si parlasse mentre le veniva accarezzata la testa.
“E’ antipatico quell’uomo, non mi piace. E’ debole”
“Ti ho chiesto altro”.
Mattia odiava quando non si rispondeva direttamente. Smise di accarezzarla e le schiacciò forte il piede sul capo a terra.
“A me piace servirti e darti piacere. Il tuo cazzo in bocca mi appaga, mi riempie l’anima quando lo sento duro per merito mio. Starei a succhiartelo per ore…se tu resistessi”.
“Piccola impertinente!”
Ridendo, fece finta di vendicarsi della battuta schiacciando appena il piede che, subito dopo, tolse per tornare ad accarezzarla.
“Ho provato piacere anche nel vederlo soffrire, nel sapere che era eccitato per me ma che non mi avrebbe avuta. La presenza di altri quando mi usi sessualmente mi lascia indifferente. A me interessa il Padrone”.
“Come ti trovi in comunità? Ormai sei qui da tanti mesi”.
La ragazza si godeva quelle carezze che si destinano ai cani. Era evidente che stesse cercando la risposta giusta. Stava sempre molto attenta all’uso delle parole, le cercava, le valutava, le soppesava e fino a che non avesse trovato quella che meglio l’avrebbe descritta, pensava.
Simona voleva che chi la ascoltava non si dovesse perdere in troppe parole inutili ma, invece, che fosse messa in condizione di capirla bene.
Voleva essere “vista”, guardata dentro, capita, accolta. Adorava parlare di sé più per comunicare la sua anima che raccontare dei suoi avvenimenti.
Questa cosa piaceva molto a Mattia, il quale trovava che quella ragazza fosse un gradino più su, intellettualmente, della media delle sue coetanee.
Stava volentieri in sua compagnia. prima dell’arrivo di Martina, era lei ad essere destinata a diventare la sua schiava personale una volta che Elena sarebbe stata venduta.
Intellettualmente preferiva lei, ma Martina lo eccitava troppo.
Tuttavia, al pari di tutti gli altri nella comunità, preferiva essere ascoltata piuttosto che ascoltare, cercare le verità con gli occhi. Se lo avesse fatto, probabilmente in quel momento non si sarebbe trovata ai piedi di un uomo che l’aveva appena frustata.
“Torneresti a studiare lettere?”
“Come faccio? Ormai ho 25 anni”.
“Non è tardi”.
“Qui sto bene”.
La risposta era il frutto della rinunzia a cercare, leggere, ascoltare, guardare oltre le cose, appagata dell’essere ascoltata, avvolta, capita, rincuorata sul fatto che non fosse lei a sbagliare ma gli altri, quelli della sua famiglia che l’avevano lasciata sola e che non l’avevano mai punita quando faceva cose sbagliate per attirare la loro attenzione. Inconsciamente arrabbiata con loro perché non avevano capito le sue debolezze.
Il tono era sconsolato, tipico di persona arresa.
A Mattia non interessava dei suoi studi. Voleva solo capire se avesse ancora ambizioni. Quella era merce buona. Oltre che bella, giovane ed intelligente, aveva la sottomissione nella sua sessualità. Martina lo era diventata, come Elena, ma lei no, lo era già, aveva solo dovuto accoglierla, farla sentire bene, strapparla dai suoi genitori che l’avevano costretta a frequentare ingegneria per proseguire l’attività del padre.
Odiava quelle materie. Non ci capiva niente nei numeri. Li vedeva come un ammasso di formule che non la portavano da nessuna parte. Il risultato era solo un altro numero. A lei interessavano gli scrittori, i poeti, persone che facevano provare emozioni e, alla fine della lettura, non restituivano solo un freddo numero, ma lasciavano un pensiero nuovo.
“Iscriviti all’università. Ce ne sono on line, anche. La frequenti da qui”.
Questo consentiva a Mattia di legare quella ragazza al campo. Le avrebbe fatto intuire la libertà senza toglierle la protezione del campo. Non avrebbe avuto desideri di uscire e l’università l’avrebbe fatta restare lì per lungo tempo o, almeno, la preparava psicologicamente a restare in comunità. I genitori le avevano detto che non le avrebbero pagato un'altra università, dopo che lei aveva mentito sul superamento degli esami, raccontando che gliene mancavano solo due, mentre in realtà solo due ne aveva dati.
“Come mi mantengo agli studi?”
“Ti manteniamo noi, siamo una comunità. Ci si aiuta a vicenda. Terminate le ore di studio, puoi lavorare per il gruppo, come fai adesso. Pulisci le case, porti la legna, vai in lavanderia. Questo sarà il tuo modo di ripagare la comunità che investe in te e nei tuoi studi”.
La ragazza non rispondeva. Avevano già affrontato quei discorsi ma lei era scettica. Si vedeva “vecchia” per riprendere gli studi. Si vedeva abbandonata dalla famiglia che le aveva tolto ogni sostentamento quando aveva capito la grande menzogna.
Lei era abituata ad una vita dispendiosa coi soldi dei genitori.
Mattia sapeva che era ricca e, una volta consolidata la sua presenza lì con la motivazione dello studio, avrebbe anche iniziato a chiederle di fare versamenti in danari. In un modo o nell’altro i suoi genitori glieli avrebbero dati.
Nelle lunghe serate, dopo che la ragazza aveva fatto godere i Padroni, parlavano di lei, con lei, per lei. La facevano sentire accolta e le avevano dato una diversa prospettiva. Adesso non cercava più i divertimenti ma le attenzioni, dopo che si era sentita abbandonata dai genitori. Il padre le aveva tolto la parola ed il saluto, oltre che i soldi.
Sotto le carezze del Padrone, Simona pensava. Mattia si rimise comodo in poltrona e la lasciò sola coi suoi pensieri, sotto i suoi piedi.
Arrivò Ilaria in quel mentre, al rientro dallo shopping in città.
Diede un bacio a Mattia e Simona accarezzò col piede sul capo, senza essersi tolta la scarpa.
“Come è andata col Notaio?”
“Simona è stata meravigliosa. Dovevi vederlo come era eccitato e come se ne è andato via come un cane bastonato”.
Ilaria andò a sedersi in poltrona.
“Dai cucciolina, vieni a leccarmela. Prima, però, rinfrescami i piedi con la lingua, sono stanchi”.
Elena, rimasta ignorata e legata accanto alla scrivania alla quale era seduto il Padrone, gelosa di qualunque schiava venisse accolta in quella sala, emise un lamento per avere attenzioni, ricordare ai Padroni che c’era anche lei.
Mattia non poteva lasciare che le schiave potessero pensare di avere pretese o esclusive.
Le si avvicinò, le mise un piede sulla testa e le diede una frustata molto forte.
“Zitta!”.
Quelle schiave dovevano essere educate a servire senza pretese alcune. Il loro addestramento era quello che le rendeva appetibili per gli acquirenti a prezzi molto alti.
Appena uscito il Notaio, si chinò ad accarezzarla ai suoi piedi.
“Brava, sei stata brava, sono contento di te”.
Passò ripetutamente il palmo sui segni frustate. La ragazza si mosse evidentemente soddisfatta del complimento senza essersi chiesta il motivo di quei colpi che, ormai, accettava come espressione della volontà del Padrone al quale si era abbandonata.
Uno degli adescatori della comunità, l’aveva trovata in un sito a carattere bdsm. Nico, il reclutatore, era bravo, quasi al pari di Franco, che gli aveva trovato Martina.
Nico era esperto in rete. Sapeva “vedere” le persone, le seguiva virtualmente, leggeva i commenti e cercava di inquadrarle. Poi, cominciava a chattare e, forte della conoscenza delle loro debolezze, piano piano si faceva amico, fino ad incontrarle.
Sino a quel momento aveva avuto ottimi successi.
“Cosa hai provato a succhiarmelo davanti al Notaio?”
A lei piaceva che le si parlasse mentre le veniva accarezzata la testa.
“E’ antipatico quell’uomo, non mi piace. E’ debole”
“Ti ho chiesto altro”.
Mattia odiava quando non si rispondeva direttamente. Smise di accarezzarla e le schiacciò forte il piede sul capo a terra.
“A me piace servirti e darti piacere. Il tuo cazzo in bocca mi appaga, mi riempie l’anima quando lo sento duro per merito mio. Starei a succhiartelo per ore…se tu resistessi”.
“Piccola impertinente!”
Ridendo, fece finta di vendicarsi della battuta schiacciando appena il piede che, subito dopo, tolse per tornare ad accarezzarla.
“Ho provato piacere anche nel vederlo soffrire, nel sapere che era eccitato per me ma che non mi avrebbe avuta. La presenza di altri quando mi usi sessualmente mi lascia indifferente. A me interessa il Padrone”.
“Come ti trovi in comunità? Ormai sei qui da tanti mesi”.
La ragazza si godeva quelle carezze che si destinano ai cani. Era evidente che stesse cercando la risposta giusta. Stava sempre molto attenta all’uso delle parole, le cercava, le valutava, le soppesava e fino a che non avesse trovato quella che meglio l’avrebbe descritta, pensava.
Simona voleva che chi la ascoltava non si dovesse perdere in troppe parole inutili ma, invece, che fosse messa in condizione di capirla bene.
Voleva essere “vista”, guardata dentro, capita, accolta. Adorava parlare di sé più per comunicare la sua anima che raccontare dei suoi avvenimenti.
Questa cosa piaceva molto a Mattia, il quale trovava che quella ragazza fosse un gradino più su, intellettualmente, della media delle sue coetanee.
Stava volentieri in sua compagnia. prima dell’arrivo di Martina, era lei ad essere destinata a diventare la sua schiava personale una volta che Elena sarebbe stata venduta.
Intellettualmente preferiva lei, ma Martina lo eccitava troppo.
Tuttavia, al pari di tutti gli altri nella comunità, preferiva essere ascoltata piuttosto che ascoltare, cercare le verità con gli occhi. Se lo avesse fatto, probabilmente in quel momento non si sarebbe trovata ai piedi di un uomo che l’aveva appena frustata.
“Torneresti a studiare lettere?”
“Come faccio? Ormai ho 25 anni”.
“Non è tardi”.
“Qui sto bene”.
La risposta era il frutto della rinunzia a cercare, leggere, ascoltare, guardare oltre le cose, appagata dell’essere ascoltata, avvolta, capita, rincuorata sul fatto che non fosse lei a sbagliare ma gli altri, quelli della sua famiglia che l’avevano lasciata sola e che non l’avevano mai punita quando faceva cose sbagliate per attirare la loro attenzione. Inconsciamente arrabbiata con loro perché non avevano capito le sue debolezze.
Il tono era sconsolato, tipico di persona arresa.
A Mattia non interessava dei suoi studi. Voleva solo capire se avesse ancora ambizioni. Quella era merce buona. Oltre che bella, giovane ed intelligente, aveva la sottomissione nella sua sessualità. Martina lo era diventata, come Elena, ma lei no, lo era già, aveva solo dovuto accoglierla, farla sentire bene, strapparla dai suoi genitori che l’avevano costretta a frequentare ingegneria per proseguire l’attività del padre.
Odiava quelle materie. Non ci capiva niente nei numeri. Li vedeva come un ammasso di formule che non la portavano da nessuna parte. Il risultato era solo un altro numero. A lei interessavano gli scrittori, i poeti, persone che facevano provare emozioni e, alla fine della lettura, non restituivano solo un freddo numero, ma lasciavano un pensiero nuovo.
“Iscriviti all’università. Ce ne sono on line, anche. La frequenti da qui”.
Questo consentiva a Mattia di legare quella ragazza al campo. Le avrebbe fatto intuire la libertà senza toglierle la protezione del campo. Non avrebbe avuto desideri di uscire e l’università l’avrebbe fatta restare lì per lungo tempo o, almeno, la preparava psicologicamente a restare in comunità. I genitori le avevano detto che non le avrebbero pagato un'altra università, dopo che lei aveva mentito sul superamento degli esami, raccontando che gliene mancavano solo due, mentre in realtà solo due ne aveva dati.
“Come mi mantengo agli studi?”
“Ti manteniamo noi, siamo una comunità. Ci si aiuta a vicenda. Terminate le ore di studio, puoi lavorare per il gruppo, come fai adesso. Pulisci le case, porti la legna, vai in lavanderia. Questo sarà il tuo modo di ripagare la comunità che investe in te e nei tuoi studi”.
La ragazza non rispondeva. Avevano già affrontato quei discorsi ma lei era scettica. Si vedeva “vecchia” per riprendere gli studi. Si vedeva abbandonata dalla famiglia che le aveva tolto ogni sostentamento quando aveva capito la grande menzogna.
Lei era abituata ad una vita dispendiosa coi soldi dei genitori.
Mattia sapeva che era ricca e, una volta consolidata la sua presenza lì con la motivazione dello studio, avrebbe anche iniziato a chiederle di fare versamenti in danari. In un modo o nell’altro i suoi genitori glieli avrebbero dati.
Nelle lunghe serate, dopo che la ragazza aveva fatto godere i Padroni, parlavano di lei, con lei, per lei. La facevano sentire accolta e le avevano dato una diversa prospettiva. Adesso non cercava più i divertimenti ma le attenzioni, dopo che si era sentita abbandonata dai genitori. Il padre le aveva tolto la parola ed il saluto, oltre che i soldi.
Sotto le carezze del Padrone, Simona pensava. Mattia si rimise comodo in poltrona e la lasciò sola coi suoi pensieri, sotto i suoi piedi.
Arrivò Ilaria in quel mentre, al rientro dallo shopping in città.
Diede un bacio a Mattia e Simona accarezzò col piede sul capo, senza essersi tolta la scarpa.
“Come è andata col Notaio?”
“Simona è stata meravigliosa. Dovevi vederlo come era eccitato e come se ne è andato via come un cane bastonato”.
Ilaria andò a sedersi in poltrona.
“Dai cucciolina, vieni a leccarmela. Prima, però, rinfrescami i piedi con la lingua, sono stanchi”.
Elena, rimasta ignorata e legata accanto alla scrivania alla quale era seduto il Padrone, gelosa di qualunque schiava venisse accolta in quella sala, emise un lamento per avere attenzioni, ricordare ai Padroni che c’era anche lei.
Mattia non poteva lasciare che le schiave potessero pensare di avere pretese o esclusive.
Le si avvicinò, le mise un piede sulla testa e le diede una frustata molto forte.
“Zitta!”.
Quelle schiave dovevano essere educate a servire senza pretese alcune. Il loro addestramento era quello che le rendeva appetibili per gli acquirenti a prezzi molto alti.
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