Stupida vacca - capitolo 1
di
Dawizarr
genere
dominazione
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Serena aveva quarant’anni e un corpo che portava i segni di una vita ordinaria. Seno abbondante, pesante, che riempiva troppo le magliette e attirava sguardi indesiderati al supermercato; fianchi larghi; una vita che non era più stretta da anni. Non si sentiva bella. Si sentiva solo… presente. Troppo presente in certi posti, invisibile in altri. Le mani erano quelle di chi lava, stira, cucina: screpolate, pratiche. Viveva al piano terra di un condominio di periferia grigia. Il marito rientrava alle sette e mezza, cenava, si addormentava sul divano. I figli erano già fuori casa. Restava lei, le stanze vuote e la sensazione di essere diventata una cosa che serve.
Quel giovedì pomeriggio era al supermercato sotto casa. Carrello mezzo pieno, lista scritta a matita su un pezzo di carta. Stava cercando di capire se il vino in offerta fosse bevibile quando lo sentì parlare.
La voce era bassa, profonda, con un filo di raucedine.
«No. Non è una questione di tempo. È una questione di priorità. Diglielo così. E non alzare la voce.»
Serena alzò gli occhi.
L’uomo era alto, robusto, spalle larghe che riempivano la camicia chiara. Barba corta biondo-rossa, curata, che gli incorniciava la bocca. Occhi verdi, chiari, freddi e vivi insieme. Aveva la fede all’anulare sinistro. Sembrava un uomo che sapeva esattamente quanto spazio occupare.
Chiuse la chiamata. Si accorse di lei. Non sorrise subito. La guardò con calma, lo sguardo che scendeva un attimo sul suo seno abbondante sotto la maglietta scura, poi risaliva al viso senza imbarazzo.
«Sta cercando un consiglio sul vino?»
Serena strinse la bottiglia. Sentì improvvisamente le tette troppo visibili, troppo pesanti.
«No… cioè sì. Non me ne intendo. Prendevo quello in offerta.»
Lui si avvicinò. Prese la bottiglia dalle sue mani senza chiedere permesso. Le dita erano grandi, calde. Lesse l’etichetta e la rimise a posto.
«È aceto. Se vuole qualcosa che non le rovini la serata, prenda questo.» Indicò una bottiglia più seria. «O quest’altra, se preferisce restare sul semplice.»
«Grazie.» La voce di Serena uscì più bassa del solito. «Io non so niente di queste cose.»
«Lo so.» Lo disse con naturalezza, quasi affettuosa. «Si vede.»
Quelle due parole le entrarono sotto la pelle. Si vede. Come se lui avesse già capito tutto: la cultura media-bassa, le parole imprecise, il seno troppo grande per la maglietta banale, la vita che non aveva mai chiesto di più.
Prese la bottiglia che le aveva indicato e la mise nel carrello. Lui non se ne andò.
«Lavora qui vicino?»
«No. Sono casalinga.» La parola le pesò in bocca. «Mio marito lavora. Io sto a casa.»
Stefano — avrebbe scoperto il nome dopo — annuì lentamente.
«E le piace?»
Nessuno glielo aveva mai chiesto davvero.
«Non lo so. È quello che faccio.»
«Quello che fai e quello che ti piace non sono la stessa cosa.» La voce era calma, quasi gentile. «Ma forse non ci hai mai pensato abbastanza.»
Serena abbassò lo sguardo. Si sentiva stupida e, stranamente, scoperto. Il suo seno saliva e scendeva un po’ troppo in fretta.
Lui tirò fuori il telefono e glielo porse.
«Metta il suo numero. Le mando il nome di un vino migliore quando ne trovo uno decente.»
Lei digitò con le dita leggermente tremanti. Quando gli restituì il telefono, le loro mani si sfiorarono. La sua era grande, calda, asciutta.
«Mi chiamo Stefano.»
«Serena.»
«Serena.» Ripeté il nome come se lo stesse provando sulla lingua. Gli occhi verdi si soffermarono un secondo più a lungo sul suo décolleté. «Ci sentiamo.»
Si allontanò. Serena restò ferma, con il calore che le saliva dal basso ventre e le si annidava tra le cosce.
Il messaggio arrivò due giorni dopo, di sera. Il marito russava in soggiorno.
Ho trovato qualcosa che potrebbe piacerle. Non è caro. Se vuole glielo porto io. Passo da quelle parti martedì.
Serena rispose:
Va bene. Grazie.
Dopo un po’:
Non deve ringraziarmi ogni volta. Impari a prendere quello che le viene dato senza scusarsi.
Lei, istintiva:
Scusi.
La risposta fu immediata.
Proprio questo intendevo.
Martedì pomeriggio Stefano suonò al citofono. Serena aveva cambiato maglietta tre volte. Alla fine aveva scelto una nera, scollata giusto il necessario. Il seno ci stava dentro pesante, pieno, impossibile da nascondere. Si era pettinata. Si sentiva ridicola e umida allo stesso tempo.
Quando aprì la porta, lui riempì lo stipite. Alto, robusto, barba chiara che le fece venire voglia di sapere come sarebbe stata contro la pelle. Occhi verdi che la guardarono intera, senza fretta: viso, seno, fianchi, e di nuovo gli occhi.
«Buongiorno.»
Stefano entrò senza aspettare. Chiuse la porta. Posò la bottiglia e un sacchetto di carta sul tavolo della cucina. Poi si voltò e la studiò.
«Si è cambiata per me.»
Non era una domanda. Serena arrossì. Sentì i capezzoli tirarsi contro il reggiseno.
«La maglietta di prima era…»
«Era quella di sempre. Questa invece le segna il seno. L’ha fatto apposta.» Si avvicinò di un passo. La differenza di altezza era netta. Lei doveva alzare la testa. «Ha sentito il bisogno di mostrarmelo.»
Serena non rispose. Il cuore le batteva forte. Stefano alzò una mano grande e le toccò il mento con due dita, sollevandole il viso.
«Guardi me quando le parlo.»
L’ordine era soft, quasi affettuoso. Ma non ammetteva discussione. Serena obbedì. Gli occhi verdi erano vicini.
«Brava.» Il pollice le sfiorò il labbro inferiore, lentamente. Poi scese lungo la gola e si fermò un attimo sulla clavicola, proprio sopra l’inizio del seno. Non andò oltre. Non ancora. «Adesso apra il sacchetto.»
Dentro c’erano due libri. Serena li prese con mani un po’ umide.
«Non leggo molto» ammise. «Riviste… o roba leggera. Non capisco le parole difficili.»
«Lo so.» Stefano le mise uno dei libri tra le mani. Le sue dita rimasero un secondo contro le sue. «Per questo gliel’ho portato. Voglio che legga il primo capitolo. Ad alta voce. A me.»
Si sedettero al tavolo. Stefano si tolse la giacca. Sotto aveva una camicia che gli tendeva un po’ sulle spalle e sul petto. Si accavallò le gambe e la guardò aspettare. Serena aprì il libro. La prima pagina era già ostile. Parole lunghe, costruzioni che non le venivano naturali.
Iniziò a leggere. Voce piccola, incerte. Dopo poche righe lui alzò una mano.
«Si fermi.»
Lei si fermò. Il seno le si alzava e abbassava più in fretta.
«Ha detto “pressapoco”. Nel testo c’è “pressoché”. Sono due cose diverse. Una è vaghezza. L’altra è precisione. Ha scelto quella sbagliata perché non conosceva l’altra.»
Serena sentì il calore salirle dal collo al viso. «Scusi.»
«Non si scusi. Ripeta la frase corretta. E guardi me mentre lo fa.»
Lei alzò gli occhi. Ripeté. La voce le tremava. Stefano annuì.
«Di nuovo. Più piano.»
Serena obbedì. Mentre parlava, lui si sporse leggermente. Una mano grande le sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio, poi scese lungo il collo e si fermò sulla spalla, il pollice che sfiorava la pelle nuda vicino alla scollatura.
«Continui» disse lui a bassa voce. «Non si fermi. Io faccio questo.»
Serena riprese a leggere. Ogni errore veniva corretto con la stessa calma paziente. Ogni correzione era seguita da un «brava» o da un «ancora, più lentamente» che le arrivava dritto tra le gambe. La mano di Stefano non era ferma. Accarezzava il suo collo, la spalla, ogni tanto scendeva un centimetro di più verso il seno senza arrivarci davvero. Il contrasto tra le parole difficili che lei storpiava e quel tocco lento e possessivo la stava facendo bagnare.
A un certo punto inciampò su una parola che non aveva mai sentito. Si bloccò.
Stefano la guardò.
«Non la conosce.»
«No.»
«Lo ammetta.»
Serena deglutì. «Non la conosco.»
«Dica la frase intera. “Non conosco questa parola, Stefano.”»
Lei la ripeté, sentendosi piccola, stupida e terribilmente eccitata. Il seno le pesava, i capezzoli duri contro il reggiseno. Stefano sorrise appena, la barba bionda che si muoveva un poco.
«Brava.» Si alzò, le girò intorno al tavolo e si fermò dietro di lei. Le mani grandi le scesero sulle spalle, poi più avanti, fino a posarsi pesanti proprio sopra il seno, senza stringere, solo appoggiate, sentendo il volume e il calore. «Ha una voce bella quando si sente inferiore. E ha un corpo che parla più chiaro delle sue parole.»
Serena chiuse gli occhi. Respirava con la bocca socchiusa. Stefano chinò la testa e le parlò all’orecchio, la barba che le graffiava leggermente la pelle.
«Continui a leggere. Adesso. Con le mie mani qui.»
Lei obbedì. La voce le usciva rotta. Ogni tanto sbagliava. Ogni tanto lui la correggeva con un mormorio basso, mentre i pollici disegnavano cerchi lenti sulla parte alta del seno, ancora sopra il reggiseno, ma abbastanza per farle capire quanto spazio occupava tra quelle mani.
Quando il capitolo finì, Serena era fradicia tra le cosce e arrossata fino al collo. Stefano le tolse le mani lentamente, come se fosse un peccato. Le girò la sedia e si chinò davanti a lei, grandi mani sui suoi fianchi, occhi verdi all’altezza dei suoi.
«Ha la testa piena di buchi e il corpo che chiede scusa anche quando sta zitto.» La voce era affettuosa e crudele insieme. «Non è intelligente come me. Non lo sarà mai. Ed è proprio per questo che mi piace tenerla qui, a leggere parole che non capisce mentre io le tocco.»
Le prese il viso tra le mani e le baciò la fronte, poi la tempia, poi l’angolo della bocca. Non le baciò le labbra. Non ancora.
«La prossima volta legga il secondo capitolo prima che arrivi. Sottolinei tutte le parole che non conosce. Le cerchi. Poi me le spieghi con le sue parole semplici. Una per una. Capisce?»
«Sì.»
«Sì, cosa?»
Serena esitò solo un attimo. «Sì, Stefano.»
Lui sorrise contro la sua pelle. «Brava.»
Si raddrizzò. Riprese la giacca. Alla porta si fermò.
«Suo marito non deve sapere niente. Né dei libri, né di me. Se le chiede del vino, dica che l’ha comprato lei. Sa mentire, vero?»
«Sì.»
«Dica di sì guardandomi.»
Serena alzò gli occhi. «Sì.»
Stefano la guardò ancora un secondo, lo sguardo che scendeva al seno pesante e risaliva.
«E Serena… la prossima volta che mi scrive, non cominci con “scusi”. Ha già abbastanza cose per cui vergognarsi. Non aggiunga questa.»
La porta si chiuse.
Serena restò seduta. Aveva il libro ancora caldo tra le mani e le mutandine infangate. Si toccò il seno sopra la maglietta, là dove c’erano state le sue mani, e sentì un brivido lungo. Poi aprì il secondo capitolo e cominciò a leggere ad alta voce, da sola, con la voce ancora rotta, come se lui fosse rimasto seduto di fronte a lei ad ascoltare ogni suo errore.
Serena aveva quarant’anni e un corpo che portava i segni di una vita ordinaria. Seno abbondante, pesante, che riempiva troppo le magliette e attirava sguardi indesiderati al supermercato; fianchi larghi; una vita che non era più stretta da anni. Non si sentiva bella. Si sentiva solo… presente. Troppo presente in certi posti, invisibile in altri. Le mani erano quelle di chi lava, stira, cucina: screpolate, pratiche. Viveva al piano terra di un condominio di periferia grigia. Il marito rientrava alle sette e mezza, cenava, si addormentava sul divano. I figli erano già fuori casa. Restava lei, le stanze vuote e la sensazione di essere diventata una cosa che serve.
Quel giovedì pomeriggio era al supermercato sotto casa. Carrello mezzo pieno, lista scritta a matita su un pezzo di carta. Stava cercando di capire se il vino in offerta fosse bevibile quando lo sentì parlare.
La voce era bassa, profonda, con un filo di raucedine.
«No. Non è una questione di tempo. È una questione di priorità. Diglielo così. E non alzare la voce.»
Serena alzò gli occhi.
L’uomo era alto, robusto, spalle larghe che riempivano la camicia chiara. Barba corta biondo-rossa, curata, che gli incorniciava la bocca. Occhi verdi, chiari, freddi e vivi insieme. Aveva la fede all’anulare sinistro. Sembrava un uomo che sapeva esattamente quanto spazio occupare.
Chiuse la chiamata. Si accorse di lei. Non sorrise subito. La guardò con calma, lo sguardo che scendeva un attimo sul suo seno abbondante sotto la maglietta scura, poi risaliva al viso senza imbarazzo.
«Sta cercando un consiglio sul vino?»
Serena strinse la bottiglia. Sentì improvvisamente le tette troppo visibili, troppo pesanti.
«No… cioè sì. Non me ne intendo. Prendevo quello in offerta.»
Lui si avvicinò. Prese la bottiglia dalle sue mani senza chiedere permesso. Le dita erano grandi, calde. Lesse l’etichetta e la rimise a posto.
«È aceto. Se vuole qualcosa che non le rovini la serata, prenda questo.» Indicò una bottiglia più seria. «O quest’altra, se preferisce restare sul semplice.»
«Grazie.» La voce di Serena uscì più bassa del solito. «Io non so niente di queste cose.»
«Lo so.» Lo disse con naturalezza, quasi affettuosa. «Si vede.»
Quelle due parole le entrarono sotto la pelle. Si vede. Come se lui avesse già capito tutto: la cultura media-bassa, le parole imprecise, il seno troppo grande per la maglietta banale, la vita che non aveva mai chiesto di più.
Prese la bottiglia che le aveva indicato e la mise nel carrello. Lui non se ne andò.
«Lavora qui vicino?»
«No. Sono casalinga.» La parola le pesò in bocca. «Mio marito lavora. Io sto a casa.»
Stefano — avrebbe scoperto il nome dopo — annuì lentamente.
«E le piace?»
Nessuno glielo aveva mai chiesto davvero.
«Non lo so. È quello che faccio.»
«Quello che fai e quello che ti piace non sono la stessa cosa.» La voce era calma, quasi gentile. «Ma forse non ci hai mai pensato abbastanza.»
Serena abbassò lo sguardo. Si sentiva stupida e, stranamente, scoperto. Il suo seno saliva e scendeva un po’ troppo in fretta.
Lui tirò fuori il telefono e glielo porse.
«Metta il suo numero. Le mando il nome di un vino migliore quando ne trovo uno decente.»
Lei digitò con le dita leggermente tremanti. Quando gli restituì il telefono, le loro mani si sfiorarono. La sua era grande, calda, asciutta.
«Mi chiamo Stefano.»
«Serena.»
«Serena.» Ripeté il nome come se lo stesse provando sulla lingua. Gli occhi verdi si soffermarono un secondo più a lungo sul suo décolleté. «Ci sentiamo.»
Si allontanò. Serena restò ferma, con il calore che le saliva dal basso ventre e le si annidava tra le cosce.
Il messaggio arrivò due giorni dopo, di sera. Il marito russava in soggiorno.
Ho trovato qualcosa che potrebbe piacerle. Non è caro. Se vuole glielo porto io. Passo da quelle parti martedì.
Serena rispose:
Va bene. Grazie.
Dopo un po’:
Non deve ringraziarmi ogni volta. Impari a prendere quello che le viene dato senza scusarsi.
Lei, istintiva:
Scusi.
La risposta fu immediata.
Proprio questo intendevo.
Martedì pomeriggio Stefano suonò al citofono. Serena aveva cambiato maglietta tre volte. Alla fine aveva scelto una nera, scollata giusto il necessario. Il seno ci stava dentro pesante, pieno, impossibile da nascondere. Si era pettinata. Si sentiva ridicola e umida allo stesso tempo.
Quando aprì la porta, lui riempì lo stipite. Alto, robusto, barba chiara che le fece venire voglia di sapere come sarebbe stata contro la pelle. Occhi verdi che la guardarono intera, senza fretta: viso, seno, fianchi, e di nuovo gli occhi.
«Buongiorno.»
Stefano entrò senza aspettare. Chiuse la porta. Posò la bottiglia e un sacchetto di carta sul tavolo della cucina. Poi si voltò e la studiò.
«Si è cambiata per me.»
Non era una domanda. Serena arrossì. Sentì i capezzoli tirarsi contro il reggiseno.
«La maglietta di prima era…»
«Era quella di sempre. Questa invece le segna il seno. L’ha fatto apposta.» Si avvicinò di un passo. La differenza di altezza era netta. Lei doveva alzare la testa. «Ha sentito il bisogno di mostrarmelo.»
Serena non rispose. Il cuore le batteva forte. Stefano alzò una mano grande e le toccò il mento con due dita, sollevandole il viso.
«Guardi me quando le parlo.»
L’ordine era soft, quasi affettuoso. Ma non ammetteva discussione. Serena obbedì. Gli occhi verdi erano vicini.
«Brava.» Il pollice le sfiorò il labbro inferiore, lentamente. Poi scese lungo la gola e si fermò un attimo sulla clavicola, proprio sopra l’inizio del seno. Non andò oltre. Non ancora. «Adesso apra il sacchetto.»
Dentro c’erano due libri. Serena li prese con mani un po’ umide.
«Non leggo molto» ammise. «Riviste… o roba leggera. Non capisco le parole difficili.»
«Lo so.» Stefano le mise uno dei libri tra le mani. Le sue dita rimasero un secondo contro le sue. «Per questo gliel’ho portato. Voglio che legga il primo capitolo. Ad alta voce. A me.»
Si sedettero al tavolo. Stefano si tolse la giacca. Sotto aveva una camicia che gli tendeva un po’ sulle spalle e sul petto. Si accavallò le gambe e la guardò aspettare. Serena aprì il libro. La prima pagina era già ostile. Parole lunghe, costruzioni che non le venivano naturali.
Iniziò a leggere. Voce piccola, incerte. Dopo poche righe lui alzò una mano.
«Si fermi.»
Lei si fermò. Il seno le si alzava e abbassava più in fretta.
«Ha detto “pressapoco”. Nel testo c’è “pressoché”. Sono due cose diverse. Una è vaghezza. L’altra è precisione. Ha scelto quella sbagliata perché non conosceva l’altra.»
Serena sentì il calore salirle dal collo al viso. «Scusi.»
«Non si scusi. Ripeta la frase corretta. E guardi me mentre lo fa.»
Lei alzò gli occhi. Ripeté. La voce le tremava. Stefano annuì.
«Di nuovo. Più piano.»
Serena obbedì. Mentre parlava, lui si sporse leggermente. Una mano grande le sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio, poi scese lungo il collo e si fermò sulla spalla, il pollice che sfiorava la pelle nuda vicino alla scollatura.
«Continui» disse lui a bassa voce. «Non si fermi. Io faccio questo.»
Serena riprese a leggere. Ogni errore veniva corretto con la stessa calma paziente. Ogni correzione era seguita da un «brava» o da un «ancora, più lentamente» che le arrivava dritto tra le gambe. La mano di Stefano non era ferma. Accarezzava il suo collo, la spalla, ogni tanto scendeva un centimetro di più verso il seno senza arrivarci davvero. Il contrasto tra le parole difficili che lei storpiava e quel tocco lento e possessivo la stava facendo bagnare.
A un certo punto inciampò su una parola che non aveva mai sentito. Si bloccò.
Stefano la guardò.
«Non la conosce.»
«No.»
«Lo ammetta.»
Serena deglutì. «Non la conosco.»
«Dica la frase intera. “Non conosco questa parola, Stefano.”»
Lei la ripeté, sentendosi piccola, stupida e terribilmente eccitata. Il seno le pesava, i capezzoli duri contro il reggiseno. Stefano sorrise appena, la barba bionda che si muoveva un poco.
«Brava.» Si alzò, le girò intorno al tavolo e si fermò dietro di lei. Le mani grandi le scesero sulle spalle, poi più avanti, fino a posarsi pesanti proprio sopra il seno, senza stringere, solo appoggiate, sentendo il volume e il calore. «Ha una voce bella quando si sente inferiore. E ha un corpo che parla più chiaro delle sue parole.»
Serena chiuse gli occhi. Respirava con la bocca socchiusa. Stefano chinò la testa e le parlò all’orecchio, la barba che le graffiava leggermente la pelle.
«Continui a leggere. Adesso. Con le mie mani qui.»
Lei obbedì. La voce le usciva rotta. Ogni tanto sbagliava. Ogni tanto lui la correggeva con un mormorio basso, mentre i pollici disegnavano cerchi lenti sulla parte alta del seno, ancora sopra il reggiseno, ma abbastanza per farle capire quanto spazio occupava tra quelle mani.
Quando il capitolo finì, Serena era fradicia tra le cosce e arrossata fino al collo. Stefano le tolse le mani lentamente, come se fosse un peccato. Le girò la sedia e si chinò davanti a lei, grandi mani sui suoi fianchi, occhi verdi all’altezza dei suoi.
«Ha la testa piena di buchi e il corpo che chiede scusa anche quando sta zitto.» La voce era affettuosa e crudele insieme. «Non è intelligente come me. Non lo sarà mai. Ed è proprio per questo che mi piace tenerla qui, a leggere parole che non capisce mentre io le tocco.»
Le prese il viso tra le mani e le baciò la fronte, poi la tempia, poi l’angolo della bocca. Non le baciò le labbra. Non ancora.
«La prossima volta legga il secondo capitolo prima che arrivi. Sottolinei tutte le parole che non conosce. Le cerchi. Poi me le spieghi con le sue parole semplici. Una per una. Capisce?»
«Sì.»
«Sì, cosa?»
Serena esitò solo un attimo. «Sì, Stefano.»
Lui sorrise contro la sua pelle. «Brava.»
Si raddrizzò. Riprese la giacca. Alla porta si fermò.
«Suo marito non deve sapere niente. Né dei libri, né di me. Se le chiede del vino, dica che l’ha comprato lei. Sa mentire, vero?»
«Sì.»
«Dica di sì guardandomi.»
Serena alzò gli occhi. «Sì.»
Stefano la guardò ancora un secondo, lo sguardo che scendeva al seno pesante e risaliva.
«E Serena… la prossima volta che mi scrive, non cominci con “scusi”. Ha già abbastanza cose per cui vergognarsi. Non aggiunga questa.»
La porta si chiuse.
Serena restò seduta. Aveva il libro ancora caldo tra le mani e le mutandine infangate. Si toccò il seno sopra la maglietta, là dove c’erano state le sue mani, e sentì un brivido lungo. Poi aprì il secondo capitolo e cominciò a leggere ad alta voce, da sola, con la voce ancora rotta, come se lui fosse rimasto seduto di fronte a lei ad ascoltare ogni suo errore.
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