Gambetto di donna
di
samas2
genere
tradimenti
Un pomeriggio libero a passeggiare nel parco senza una meta precisa.
Era seduta sulla panchina, con quell’abito verde che sembrava fatto apposta per attirare gli occhi. Il seno che riempiva il busto senza bisogno di essere esibito. Nella posizione seduta, il movimento del corpo ne accentuava la morbidezza, mentre il contrasto con il tessuto verde lo rendeva ancora più evidente. La conoscevo di vista. Ci capitava di incrociarci per strada, un saluto rapido, uno sguardo che durava appena un secondo più del necessario. Poi lei tirava dritto e io restavo con pensieri che non avevano nulla di educato. Mi bastava vederla per immaginare cose che nella realtà non sarebbero mai successe: lei più vicina, troppo vicina, quel sorriso a pochi centimetri dal mio, le sue gambe, il suo corpo contro il mio. Fantasie lascive, ostinate, che mi tornavano in testa proprio perché sapevo che non avrebbero avuto seguito. E forse era proprio questo a renderle ancora più insistenti. Lei passava e spariva dalla mia giornata, mentre nella mia testa continuava a rimanere parecchio più a lungo. Quando mi vide, sorprendendomi, sorrise rivolgendosi a me.
— Vai di fretta? C’è un’aria deliziosa dopo l’afa di questi giorni.
Mi sedetti accanto a lei. Parlammo. O almeno ci provai, perché io continuavo a perdermi nei dettagli: il suo sorriso, il piede che usciva appena dal sandalo, le gambe accavallate, quella scollatura generosa che rendeva difficile ricordarmi cosa stessi dicendo. Lei se ne accorse. Era palesemente lusingata e decise di proseguire stuzzicandomi.
— Sei distratto.
La mia mente ormai pensava soltanto a quella sacra grotta fra le sue cosce: calda, umida, profumata. Decisi di riporre il fioretto e brandii l’ascia da combattimento
— Con quelle tette davanti, che altro dovrei guardare?»
Si stava divertendo. Asciutta:
— Accidenti, sei brutale. Mi fai quasi paura. Sorrideva, però. E di timore non ne vedevo neanche l’ombra. La sua espressione maliziosa anzi diceva tutto l’opposto mentre si chinava e protendeva provocatoriamente verso di me il busto.
— Sei tu a provocarmi.
— Ma cosa dici…..
Si sfilò il sandalo e allungò il piede nudo arricciando e allargando le dita sensualmente.
Ero sempre più catturato.
— Mi piace tutto di te.
— Non fare il romantico. Non ti viene bene. Mi imbarazzi, mi fai sentire nuda.
— Mi fai impazzire.
— Ma mi da l’idea tu sia di quelli che si fermano alle chiacchiere.
Si avvicinò appena verso di me sussurrandomi.
— Sai che forse sono già bagnata? — Una pausa. — Vorresti scoprirlo?
Fui travolto e riuscii a mala pena a balbettare
— Qu…qui?
Lei rise piano.
— Con tutta questa gente! Ma sei fuori di senno?
— Ormai non resisto più a differenza tua.
Mi fissò.
— Non ne sono tanto sicura.
Poi abbassò gli occhi per un istante.
— Perché, a dire la verità, sto pensando al tuo cazzo da quando ti sei seduto.
Mi sentii esplodere. Avvertivo l’erezione potente, dolorosa
— Vieni, ti precederò. Tu seguimi a distanza. Non vorrei dessimo nell’occhio.
— E poi?
Mi guardò con con aria sorniona.
— E poi sali da me. Ti devo spiegare tutto?
— Sei sicura?
— Temi per la tua virtù? Stai tranquillo. Tua moglie non verrà mai a saperlo.
— Sei tremendamente convincente.
— No. Sono solo stufa di fare la brava.
Si alzò, raccolse il sandalo e mi sorrise.
— Andiamo, prima che mi venga voglia di cambiare idea.
Era nuda davanti a me e ancora non riuscivo a crederci. Quella donna che fino a poco prima apparteneva soltanto ai miei pensieri adesso era lì, a pochi passi da me. Una nudità opulenta, adulta e sfacciatamente femminile, più sensuale proprio perché naturale. Un culo pieno, sodo, ostentatamente femminile, con quella curva morbida che prende la luce e sembra quasi provocarla. Le gambe scendevano dritte e compatte, tornite senza essere perfette, con muscoli appena accennati sotto la pelle, il peso del seno morbido e pieno, era appena accennato verso il basso, la pelle calda e luminosa. Il pelo pubico folto, scuro e naturale, con una forma piuttosto ampia e irregolare contrastava decisamente con la cute chiara e levigata in un insieme poco artificioso e molto carnale. Tutto questo mi dava una specie di vertigine. Ero eccitato al calor bianco, e lei sembrava saperlo. Mi guardava con un sorriso che diceva chiaramente che quella vittoria, in fondo, me l’aveva concessa lei. Una conquista sporca, sfacciata, inaspettata.
E adesso ero lì, davanti a quel fulgore opulento, impaziente e incapace di iniziare. Fu lei a prendere l’iniziativa e mi ritrovai supino sul letto. Si pose a cavalcioni su di me in maniera da mettere a contatto la sua fessura, calda e umida. con la mia bocca, i suoi peli mi solleticavano il viso. Le sue grandi labbra aderivano come una ventosa al mio volto in un soffocamento fra inebrianti sapori.
— Adesso chiavami, lurido porco….— Ansimava eccitata, non vi dico io.
La scopai con un’energia che non mi riconoscevo, mentre lei, tra gemiti e mugolii, mi incitava a dare ancora di più. Quella figa calda sembrava stringermi e tirarmi dentro, come se volesse introiettarmi.
Prima che potessi esplodere si staccò da me.
— Ti concedo di più, se lo desideri.
Mi sembrò di sognare, tanto era bello. Le allargai le natiche e mi apprestai a penetrarla, non prima di averla assaggiata con la lingua, e dopo una diligente lubrificazione.
— Ti supplico… è la prima volta.
La relativa facilità con cui le scopai il culo mi fece nascere qualche dubbio, anche se lei gemeva e strillava come se fosse sottoposta a tortura.
Ormai avevo perso ogni misura. Nella mia testa non c’erano più corteggiamento, prudenza o buone maniere. C’era soltanto quella voglia oscena e trionfale che mi rimbalzava dentro.
Le sue viscere si riempirono del mio seme stabilendo il mio dominio assoluto e quella sensazione, insieme all’eccitazione, mi gonfiava d’orgoglio. La mia autostima aveva raggiunto vertici che non frequentava da anni.
Avevo fatta mia, sottomesso quella donna. E non una donna qualunque: proprio quella che avevo soltanto desiderato da lontano, costruendomi nella testa fantasie al limite del codice penale.
E invece era successo. E tutto grazie al mio fascino straordinario.
Ero convinto di aver vissuto l’avventura più incredibile degli ultimi anni. Avevo già cominciato a costruirmi nella testa il racconto da fare agli amici.
Poi lei uscì dalla doccia avvolta nell’asciugamano.
Mi sorrise, si fermò davanti a me e disse:
— Allora?
— Allora cosa?
— Non dirmi che pensavi fosse gratis.
— Cosa?
— Ecco il conto. — Mi porse un bigliettino, che annotava le prestazioni.
Lo guardai. Salatissimo tra l’altro.
— Quale conto?
Sorrise.
— Quello che devi pagare.
— Ma non c’era nessun patto!
Lei prese il telefono e mi mostrò una fotografia.
Mi passò completamente la voglia di scherzare.
— Posso chiamarlo subito.
— No. Aspetta.
Frugai nelle tasche. Con tono beffardo.
— In ogni caso non ho contanti.
Lei sollevò un sopracciglio.
— Solo la carta?
Annuii.
Il suo sorriso diventò luminoso.
— Non preoccuparti.
Una pausa.
— Ho il POS.
Il gambetto di donna: una mossa che sembra concedere, ma ha già indirizzato la partita.
Era seduta sulla panchina, con quell’abito verde che sembrava fatto apposta per attirare gli occhi. Il seno che riempiva il busto senza bisogno di essere esibito. Nella posizione seduta, il movimento del corpo ne accentuava la morbidezza, mentre il contrasto con il tessuto verde lo rendeva ancora più evidente. La conoscevo di vista. Ci capitava di incrociarci per strada, un saluto rapido, uno sguardo che durava appena un secondo più del necessario. Poi lei tirava dritto e io restavo con pensieri che non avevano nulla di educato. Mi bastava vederla per immaginare cose che nella realtà non sarebbero mai successe: lei più vicina, troppo vicina, quel sorriso a pochi centimetri dal mio, le sue gambe, il suo corpo contro il mio. Fantasie lascive, ostinate, che mi tornavano in testa proprio perché sapevo che non avrebbero avuto seguito. E forse era proprio questo a renderle ancora più insistenti. Lei passava e spariva dalla mia giornata, mentre nella mia testa continuava a rimanere parecchio più a lungo. Quando mi vide, sorprendendomi, sorrise rivolgendosi a me.
— Vai di fretta? C’è un’aria deliziosa dopo l’afa di questi giorni.
Mi sedetti accanto a lei. Parlammo. O almeno ci provai, perché io continuavo a perdermi nei dettagli: il suo sorriso, il piede che usciva appena dal sandalo, le gambe accavallate, quella scollatura generosa che rendeva difficile ricordarmi cosa stessi dicendo. Lei se ne accorse. Era palesemente lusingata e decise di proseguire stuzzicandomi.
— Sei distratto.
La mia mente ormai pensava soltanto a quella sacra grotta fra le sue cosce: calda, umida, profumata. Decisi di riporre il fioretto e brandii l’ascia da combattimento
— Con quelle tette davanti, che altro dovrei guardare?»
Si stava divertendo. Asciutta:
— Accidenti, sei brutale. Mi fai quasi paura. Sorrideva, però. E di timore non ne vedevo neanche l’ombra. La sua espressione maliziosa anzi diceva tutto l’opposto mentre si chinava e protendeva provocatoriamente verso di me il busto.
— Sei tu a provocarmi.
— Ma cosa dici…..
Si sfilò il sandalo e allungò il piede nudo arricciando e allargando le dita sensualmente.
Ero sempre più catturato.
— Mi piace tutto di te.
— Non fare il romantico. Non ti viene bene. Mi imbarazzi, mi fai sentire nuda.
— Mi fai impazzire.
— Ma mi da l’idea tu sia di quelli che si fermano alle chiacchiere.
Si avvicinò appena verso di me sussurrandomi.
— Sai che forse sono già bagnata? — Una pausa. — Vorresti scoprirlo?
Fui travolto e riuscii a mala pena a balbettare
— Qu…qui?
Lei rise piano.
— Con tutta questa gente! Ma sei fuori di senno?
— Ormai non resisto più a differenza tua.
Mi fissò.
— Non ne sono tanto sicura.
Poi abbassò gli occhi per un istante.
— Perché, a dire la verità, sto pensando al tuo cazzo da quando ti sei seduto.
Mi sentii esplodere. Avvertivo l’erezione potente, dolorosa
— Vieni, ti precederò. Tu seguimi a distanza. Non vorrei dessimo nell’occhio.
— E poi?
Mi guardò con con aria sorniona.
— E poi sali da me. Ti devo spiegare tutto?
— Sei sicura?
— Temi per la tua virtù? Stai tranquillo. Tua moglie non verrà mai a saperlo.
— Sei tremendamente convincente.
— No. Sono solo stufa di fare la brava.
Si alzò, raccolse il sandalo e mi sorrise.
— Andiamo, prima che mi venga voglia di cambiare idea.
Era nuda davanti a me e ancora non riuscivo a crederci. Quella donna che fino a poco prima apparteneva soltanto ai miei pensieri adesso era lì, a pochi passi da me. Una nudità opulenta, adulta e sfacciatamente femminile, più sensuale proprio perché naturale. Un culo pieno, sodo, ostentatamente femminile, con quella curva morbida che prende la luce e sembra quasi provocarla. Le gambe scendevano dritte e compatte, tornite senza essere perfette, con muscoli appena accennati sotto la pelle, il peso del seno morbido e pieno, era appena accennato verso il basso, la pelle calda e luminosa. Il pelo pubico folto, scuro e naturale, con una forma piuttosto ampia e irregolare contrastava decisamente con la cute chiara e levigata in un insieme poco artificioso e molto carnale. Tutto questo mi dava una specie di vertigine. Ero eccitato al calor bianco, e lei sembrava saperlo. Mi guardava con un sorriso che diceva chiaramente che quella vittoria, in fondo, me l’aveva concessa lei. Una conquista sporca, sfacciata, inaspettata.
E adesso ero lì, davanti a quel fulgore opulento, impaziente e incapace di iniziare. Fu lei a prendere l’iniziativa e mi ritrovai supino sul letto. Si pose a cavalcioni su di me in maniera da mettere a contatto la sua fessura, calda e umida. con la mia bocca, i suoi peli mi solleticavano il viso. Le sue grandi labbra aderivano come una ventosa al mio volto in un soffocamento fra inebrianti sapori.
— Adesso chiavami, lurido porco….— Ansimava eccitata, non vi dico io.
La scopai con un’energia che non mi riconoscevo, mentre lei, tra gemiti e mugolii, mi incitava a dare ancora di più. Quella figa calda sembrava stringermi e tirarmi dentro, come se volesse introiettarmi.
Prima che potessi esplodere si staccò da me.
— Ti concedo di più, se lo desideri.
Mi sembrò di sognare, tanto era bello. Le allargai le natiche e mi apprestai a penetrarla, non prima di averla assaggiata con la lingua, e dopo una diligente lubrificazione.
— Ti supplico… è la prima volta.
La relativa facilità con cui le scopai il culo mi fece nascere qualche dubbio, anche se lei gemeva e strillava come se fosse sottoposta a tortura.
Ormai avevo perso ogni misura. Nella mia testa non c’erano più corteggiamento, prudenza o buone maniere. C’era soltanto quella voglia oscena e trionfale che mi rimbalzava dentro.
Le sue viscere si riempirono del mio seme stabilendo il mio dominio assoluto e quella sensazione, insieme all’eccitazione, mi gonfiava d’orgoglio. La mia autostima aveva raggiunto vertici che non frequentava da anni.
Avevo fatta mia, sottomesso quella donna. E non una donna qualunque: proprio quella che avevo soltanto desiderato da lontano, costruendomi nella testa fantasie al limite del codice penale.
E invece era successo. E tutto grazie al mio fascino straordinario.
Ero convinto di aver vissuto l’avventura più incredibile degli ultimi anni. Avevo già cominciato a costruirmi nella testa il racconto da fare agli amici.
Poi lei uscì dalla doccia avvolta nell’asciugamano.
Mi sorrise, si fermò davanti a me e disse:
— Allora?
— Allora cosa?
— Non dirmi che pensavi fosse gratis.
— Cosa?
— Ecco il conto. — Mi porse un bigliettino, che annotava le prestazioni.
Lo guardai. Salatissimo tra l’altro.
— Quale conto?
Sorrise.
— Quello che devi pagare.
— Ma non c’era nessun patto!
Lei prese il telefono e mi mostrò una fotografia.
Mi passò completamente la voglia di scherzare.
— Posso chiamarlo subito.
— No. Aspetta.
Frugai nelle tasche. Con tono beffardo.
— In ogni caso non ho contanti.
Lei sollevò un sopracciglio.
— Solo la carta?
Annuii.
Il suo sorriso diventò luminoso.
— Non preoccuparti.
Una pausa.
— Ho il POS.
Il gambetto di donna: una mossa che sembra concedere, ma ha già indirizzato la partita.
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