Le crisi di Matilde 13
di
Tilde
genere
etero
La Preda che Morde
La porta della biblioteca si apre con un cigolio, interrompendo il silenzio ed i miei pensieri convulsi. Giulia entra, decisa, indossando un completino bianco che aderisce al suo corpo evidenziando le sue forme fertili come una seconda pelle, con la gonnellina corta che scatta ad ogni suo passo. In mano ha un altro abito, uguale al suo ma di un rosa acceso, quasi provocatorio.
- Sono le cinque, tesoro. Basta clausura, molla quel libro e metti questi. Seguimi, c'è una partita che ci attende. -
La voce non ammette replica, poso il volume sulla poltrona.
Guardo maglietta e gonnella rosa, poi il vestito che indosso. Lei mi incalza, guardandomi fra il divertito ed il desideroso. Tolgo il mio e lo getto a planare sul libro. Lei mi ferma, nuda, con solo le mutandine.
- Sapere che quel porco ti avrà anche stanotte mi uccide. -
Sì avvicina a me e mi sfiora nell'intimo, rubandomi un bacio che accolgo nella mia bocca. I suoi capezzoli si fanno duri subito, premendo i miei. Il suo profumo di gelsomino e ambra mi riaccende. Respiro a fondo e sfilo i capi dalle sue dita. Indosso il completino, la stoffa leggera, che sfiora la pelle ancora sensibile dopo la follia di Giovanni, mi regala una piccola sofferenza.
Siamo sulla terra rossa in poco, attraversando il giardino all'italiana e la siepe di bosso. Il sole più basso, non cuoce più, ma l'aria è calda lo stesso.
Giovanni è già lì, che colpisce la palla contro il muro di un casotto. Quando ci vede, rallenta. I suoi occhi mi cercano, catturano la mia incertezza. Iniziamo a giocare. La racchetta diventa un prolungamento delle braccia, ma tra uno scambio e l'altro, la tenerezza prende il sopravvento. In uno scambio fra me e Giulia, ho un piccolo mancamento. Giovanni si precipita vicino, sudato e affannato. Mi sorregge, le mani calde sulla vita, mi aggrappo alle sue spalle e, per un attimo, il mondo intorno svanisce.
Un sorso e mi riprendo. Pausa.
- Stasera, tutto deve andare secondo i piani. Massimo non deve capire che sappiamo. Tu non devi essere una preda qualsiasi, ma quella che lui conosce. -
Giulia lo dice avvicinandosi e, fingendo di sistemarmi il plissé della gonna, mi accarezza la coscia nuda; giusto per marcare il territorio.
- Cosa? - chiedo, confusa.
- Sì, la tua camera, vicino alla lavanderia, oggi Giovanni ha messo due telecamere. Stasera lui verrà da te. Sa benissimo chi sei. Deve accadere. Deve essere registrato, tutto. Il più vero possibile. -
Lei ignora il mio sguardo attonito ed il disagio nervoso e geloso di Giova.
Un rumore di passi e voce interrompe il ripasso del piano: Massimo è tornato prima. Ci osserva dal bordo del campo, ha una espressione enigmatica sul viso, il corpo eretto e imponente. Si avvicina, guardando me come se non mi avesse mai vista. Dissimula, il bastardo, con sua moglie
- Mi unisco? Forza, facciamo un doppio. Ma prima, non mi presentate l'ospite? -
Propone, o impone, con l'arroganza di chi è abituato a prendere ciò che vuole.
- Pa' questa è Matilde, un'amica... Di passaggio. Lui, mio padre, Massimo. -
- Un amica... Piacere, Matilde, finalmente i'mi figliolo porta una bella ragazza in casa! -
- Piacere mio, Massimo. -
- Un attimo e arrivo, Matilde. -
Assapora il mio nome ripetendolo, mi guarda e, non visto, mi fa un occhiolino d'intesa. Apprezzando la mia prontezza. Raggiunge il casotto per cambiarsi, quando torna il suo fisico atletico abbaglia. Sceglie come compagna me.
Giulia non batte ciglio, anzi, sorride. Per rendere tutto credibile mi invita a restare per cena.
Durante la partita, la tensione repressa volteggia fra tutti, per motivi diversi, al pari della pallina di feltro. Ogni volta che Massimo mi passa vicino, sento il suo sguardo pesante addosso, di desiderio bruciante. Quando il gioco finisce, sono esausta.
- Vi abbiamo stracciati, è forte la tua amica. -
La voce di Massimo è scherzosa, ma il suo prendermi sottobraccio, mentre ci incamminiamo verso la villa, alza la tensione con Giova.
La doccia che mi ha vista sporca e fetida adesso mi avvolge con la sua acqua calda. Sembra sia passato un anno da quell'esperienza, nemmeno una settimana. Ma è Giovanni che entra con me, chiudendo la porta a chiave, che crea rifugio intimo. Non ci sono parole, solo il bisogno disperato di toccarci. Di vivere lui, di assecondare io, un sentimento. Le sue mani mi esplorano, insistenti, mentre le mie labbra cercano le sue. Mi aggrappo al suo collo, l'acqua scorre sulla nostra pelle come una carezza indecente. Le sue mani lungo le mie cosce, gli salto addosso serrando le mie gambe intorno a lui. Traballa e la mia schiena subisce il freddo delle piastrelle. Un accenno di risa finisce in bacio, profondo, cercato, desiderato. Ho voglia di farmi scopare da lui. Alla troia che alberga in me manca quel sesso non consumato del pomeriggio.
Lui non aspettava che questo, il suo cazzo duro già preme contro le mie labbra più intime; è sesso, è amore, è un urlo muto contro la follia che ci circonda. Io gemo, forte, senza curarmi di chi possa sentire. E so che Massimo è là fuori, a tastare il muro, a ingoiare la sua invidia.
A cena, l'atmosfera stranamente distesa. Il tavolo apparecchiato sulla terrazza, la luce di candele e lanterne illumina i nostri volti. Sono al centro. Massimo non smette di guardarmi, gli occhi incollati alla mia scollatura, alle mie labbra che toccano il calice. Giulia osserva la scena con un sorriso, facendo finta che siano sguardi innocenti, mentre Giovanni giocherella con la forchetta, incapace di distogliere lo sguardo da me. Sotto il tavolo le carezze alle gambe con le ginocchia, i tocchi ai miei piedi con i loro. Sono l'oggetto del desiderio di tutti, una pedina sulla loro scacchiera di lussuria.
L'ora si fa tarda tra risate forzate e battute sincere, altre che nascondono veleni. Giulia mi prende sotto braccio.
- Andiamo, ti accompagno alla tua stanza. -
Mi lascia nella camera, che già conosco, accanto alla lavanderia. Prima di uscire, mi afferra per i fianchi e mi bacia con un trasporto che mi lascia senza fiato. Le sue labbra sono morbide, il sapore del vino ancora presente. Ma quando si ritrae, mi fissa.
- Sei fredda, amore. È per ciò che ti aspetta? -
Lo dice accarezzandomi la guancia, con estrema dolcezza. Non rispondo, mi limito ad annuire. Chiudo la porta e mi siedo sul bordo del letto, ho il cuore che batte all'impazzata. Se dovesse succedere come in hotel...
Pochi minuti dopo, la porta si apre di nuovo. È Giova. Si chiude dentro e si avvicina, ha il viso segnato dalla sofferenza, spettatore inerme del consumo di quella che vorrebbe per moglie.
- Non ce la faccio più, Tilde. Vedo come ti stanno usando, come ti usiamo... mi fa male. Vorrei portarti via da qui, ora. -
La sua voce trema, è rotta da mille rimorsi. Lo guardo, sentendo la stessa tristezza crescere in me.
- È solo sesso con un vecchio, Giova, un mezzo per ottenere ciò che vogliamo. -
mento, cercando di convincere me stessa più che lui. Ma lui scuote la testa, si avvicina, inginocchiandosi davanti a me. Poi mi prende le mani, i suoi palmi sono caldissimi, umidi di sudore.
- No, non è solo sesso per me. Dimmi che vuoi un vero bacio. Non quello di scena. Un bacio d'amore. -
Lo esigo con gli occhi. Mii chino e le sue labbra si posano sulle mie. È diverso da prima, è dolce, disperato, carico di una promessa che non possiamo mantenere. Mi spinge sul letto, le mani si intrecciano, i corpi che cercano il contatto della pelle, l'uno nell'altro. Ma l'amplesso non inizia; ci limitiamo a stringerci, a respirare insieme, sospesi in un attimo di pura, malinconica tenerezza, finché il sonno non mi prende per mano.
Sono le tre di notte quando mi sveglio lentamente. Una presenza nel buio. Il letto cede sotto un peso nuovo. Un profumo di tabacco e cuoio invade i miei sensi. Massimo. È entrato silenzioso e ora si infila sotto le lenzuola, dietro di me.
Il panico mi assale, ma il mio corpo reagisce prima della mia mente. Mi giro, istintivamente, cercando calore nel sonno.
- Giova... -
Mormoro, le mie prime parole sincere, un desiderio inconscio di protezione e amore.
L'ingegnere si irrigidisce. Il suo respiro si ferma per un istante. Poi sussurra al mio orecchio, con la voce che si sforza di essere dolce.
- Non sono lui, piccola. Sono io. -
Mi sveglio davvero. La realtà mi colpisce. Ciak. Devo recitare. È la parte. Sono la seduttrice, la moglie infedele, la preda. Cerco di infondere sensualità ad una voce che trema.
- Massimo... -
Non si accorge del mio smarrimento, o forse interpreta il mio tremore come eccitazione. Le sue mani mi cercano, possenti e decise, scorrendo sui miei fianchi, sulla pancia. Bisbiglia che sono bellissima e, per la prima volta, sento qualcosa di diverso dalla solita arroganza. C'è un bisogno. C'è un desiderio che teme il rifiuto.
Ma tutto mi sfugge di mano. La recitazione si dissolve sotto il peso del contatto. La sua bocca è sul mio collo, delicato, assapora la mia pelle. Un primo brivido. Mi volto quel tanto che basta per sfiorare le sue labbra con le mie, è insistente e, io, rispondo. Non è una finzione. Il suo corpo preme contro il mio, duro e caldo, sento un secondo brivido, più profondo, percorrermi la schiena. La trappola perde il sapore del dovere, muta in desiderio puro, scatenato.
Mi giro del tutto, offrendo il mio seno alla sua bocca. Il cotone divide il suo petto nudo dal mio. È lui a togliermi la maglia. Lo fa lentamente, accarezzandomi le piccole mammelle con le dita, un terzo brivido mi scuote le ossa e libera il primo gemito.
Via dal capo la maglietta le sue labbra tornano a seno, a suggere i miei capezzoli induriti da un piacere crescente.
Le sue mani mi aprono le gambe con decisione, ed io... lo accolgo, sollevando i fianchi in un invito chiaro. Mugolo di voglia. Non c'è più spazio per i pensieri, per i piani di Giulia, per la tristezza di Giovanni. C'è solo lui, solo noi. Entra in me con un gemito soffocato, riempiendomi completamente, e io inarco la schiena offrendomi al suo tocco, al suo viso affogato nella mia carne sensibile e graffiata dalla punizione. Urlo un piacere che è vero, spaventosamente vero. Incurante delle cam, lo stringo a me, implorando il bacio, la sua bocca sulla mia, la sua lingua a soffocarmi.
Il sesso diventa un atto d'amore totale, violento e sacro allo stesso tempo. Ci muoviamo insieme, cercando l'unione nel buio, le nostre anime nude che si scontrano e si fondono. L'estasi ci travolge simultaneamente, un'onda immensa che ci spazza via. Lo sento venire dentro di me, il suo seme caldo che inonda il mio corpo, un sigillo indelebile, una promessa infranta e rinnovata.
Restiamo abbracciati, lui disteso su di me, mi accarezza delicato fra parole d'amore e progetti di un noi raccontati al mio seno; io le dita nei suoi capelli a toccare il calore della sua testa, a cibarmi del suo odore, nel respiro affannoso che segue la tempesta.
Fuori dalla finestra, la notte continua il suo corso, silenziosa, fino al mattino; che, instancabile, arriva prima del previsto, filtrando fra le stecche delle persiane semichiuse.
Di lui non c'è traccia, se non l'ombra di lenzuola sfatte in fianco a me. Ripenso a quel "noi saremo felici" e mi sento più sporca di quanto non mi ritenga già.
La colazione in sala da pranzo ci vede per primi, Massimo ed io, lui si siede accanto a me, ha qualcosa di insidioso: un atteggiamento da amante. Delicato già nel come congeda la governante Luisa e, sotto il tavolo, come la sua mano scivola su di me, con le dita che accarezzano, scoprendo la mia coscia dalla falda dell'accappatoio bianco che indosso. Un contatto possessivo da far venire i brividi lungo la schiena. Mi offre un sorriso, tenero, quasi maritale, poi mi versa il thè, ricordandosi i miei gusti, con una cura che mi fa sentire desiderata.
Però l'intimità di quel nostro momento dura poco, Giulia e Giova ci raggiungono
Ed il silenzio cala complice, in una faida familiare che appare di un tutti contro tutti, nonostante sorrisi ed auguri.
Dall'altra parte del tavolo, siede Giovanni che non alza gli occhi dal suo piatto all'americana, muove le uova strapazzate con la forchetta ed evita il mio sguardo, accuratamente, come se guardarmi potesse bruciarlo. Giulia, invece, è algida. Osserva con i suoi occhi verdi, me e suo marito, calcolando ogni mio respiro, ogni micro-movimento di lui. Sa cosa è successo nella stanza. Sa che le telecamere hanno registrato tutto. Audio compreso.
Il telefono di Massimo squilla, rompendo la tensione. Si alza con un sospiro, baciandomi la tempia come se fossimo una coppia consolidata da anni; solo noi, ignorando moglie e figlio.
- Lavoro, piccola. -
Lo dice mentre si allontana verso la terrazza e, appena la porta si chiude, l'atmosfera cambia. Giulia si sporge in avanti, verso di me, la sua voce è un sibilo velenoso e soddisfatto.
- È fatta, Tilde. Il piano è riuscito. Le immagini sono nostre, chiare e indiscutibili. E tu... Tesoro, sei stata superba. Ci ho quasi creduto che lo stessi amando! -
La sua mano afferra la mia sul tavolo, stringendola forte. Io faccio un sorriso di circostanza, ma, in cuore mio, so che non ho finto e che, questa, è la seconda volta che mi fa toccare vertici di piacere mai raggiunti prima. Guardo Giova e lo vedo sgretolarsi sotto il peso della sconfitta.
- Dobbiamo farla finita. Andiamo subito dall'avvocato a Piombino. Voglio vedere la faccia di Lapo quando gli consegneremo l'arma per distruggere quel bastardo. -
Le annuisco, la testa che mi gira leggermente, ancora intorpidita dalla notte. Mi alzo e, con le gambe un po' traballanti per la lunga notte, mi vado a vestire.
- incammino verso lo studio dove dovremmo incontrare il legale. Ma nel corridoio mi imbatto in lei. Greta.
È lì, vicina alla finestra, la luce che le accende i capelli biondi. I nostri sguardi si incrociano e il mondo attorno a noi si ferma. È attrazione che mi spezza il respiro, che non ha bisogno di parole. Il mio corpo reagisce, i capezzoli che induriscono contro il tessuto del vestito. È un sentimento incontrastabile, un bisogno viscerale di toccarla, di annusare il suo collo, di perdermi in lei.
Giulia ci osserva da lontano. Vedo il suo sguardo indurirsi, comprendere in un istante che il legame tra me e Greta trascende qualsiasi piano, qualsiasi manipolazione. Scaccia la delusione con un battito di ciglia, raddrizzando la schiena, ed entra nello studio da sola, lasciandomi lì, sospesa tra due desideri.
In sala d'aspetto, Giovanni si alza appena mi vede. Per un istante, c'è una speranza nei suoi occhi, poi vede qualcosa nel mio viso – forse l'eco di Greta, o l'ombra del padre – e quella speranza si spegne. Si rende conto che non ha possibilità. Non con me.
- Tilde, posso chiederti di mio padre? -
- Cosa vuoi sapere? Se mi è piaciuto? -
- No, è che... Ho visto a colazione... -
- Giova, sì. Mi è piaciuto, tanto. Ma era lavoro, magari un lavoro fatto bene, ma nulla più. Hai visto come è soddisfatta Giulia? -
- Certo, ma ti guardava come se fossi sua. Dimmi la verità, che vi siete detti? -
- Solo che vuole me, vuole lasciare Giulia per me. Ma sono sciocchezze. -
- Bastardo! Sapeva che sei una mia amica... -
- Dolce Giova, lo conosco da anni. Da prima che incontrassi te. -
- Non ci sarà mai un "noi", vero? -
Non posso mentire ancora, mi limito ad un cenno del capo; ma il cuore mi si lacera, mentre lo guardo e vedo la sua disperazione trasformarsi in pragmatismo.
- Tilde, parlami di Yasser. -
- Lo sceicco? Certo. Gran testa e grande amico. Mi aiutò con la ristrutturazione dell'hotel, che la proprietà mi aveva negato i fondi. Ci conoscemmo proprio grazie a Massimo, era un suo socio, o qualcosa di simile, per un affare poi non andato in porto. -
- Ci sono degli affari in sospeso? -
- Guarda, Giova, che sappia no. Ma non dimentico ciò che prometto, se è questo che temi. Arriverà in baia nel pomeriggio, come sempre. -
- E io? - chiede, incerto.
- Tu sarai con me. -
L'incontro fra Giulia e l'avvocato si protrae parecchio. E l'ora di pranzo si avvicina. Greta chiede se serva qualcosa poi viene con me e Giova alla trattoria a due isolati che le ha consigliato un cliente. Il clima è sereno e divertito. Non sembra nemmeno infastidito quando Greta mi dà un bacio o ci abbandoniamo a qualche battuta intima. Ma lo spaghetto allo scoglio non perdona e, Giova, s'inpatacca la camicia di lino blu che ha. Rimedieremo con una di mio marito.
La voglia di tornare al resort è forte ed arriviamo sulla banchina che l'aliscafo sta imbarcando gli ultimi passeggeri.
Saliamo di corsa, mentre grido a Greta di non tardare per cena.
Sto tornando alla mia vita, libera. Senza quell'effetto Damocle al banchetto di Dioniso.
Più tardi, all'hotel sull'isola, una nube di profumi esotici e spezie rare annuncia lo sceicco Yasser, affabile come il suo solito. Si presenta con rispetto, ma sfocia rapidamente in intimità, la nostra amicizia, del resto, non è un segreto se non per Il dottor Pecci.
A cena, la tavola è imbandita di ogni lusso. Yasser siede al centro, io accanto a lui. Alessandro controlla, da lontano. È indifferente al fatto che sia tornata, giusto un abbraccio di circostanza; ha avuto più trasporto il garzone del pesciaio. Però continua a fare il cretino con Greta, seduta assieme a Giova a due tavoli dal nostro. Mi chiedo perché continuo ad amarlo. Faccio finta di niente e mi concentro sullo sceicco. Sì volta verso di me e, presto, si crea una bolla che contempla solo noi due. Pendo dalle sue labbra ai racconti dei suoi viaggi, delle sue avventure, di questo anno trascorso. Chiede di me, del mio futuro. Mi fa ridere e dio solo sa quanto ne avevo bisogno. I nostri occhi, nocciola i miei, neri come la pece i suoi, non si stancano di cercarsi. Le parole fluiscono dolcemente all'orecchio di lui dalle mie labbra che gli sfiorano il lobo; sono una carezza calda le sue, respirate sulla mia pelle.
Mentre le mie dita disegnano cerchi sul suo avambraccio sopra il tavolo, la sua mano arabesca il mio nome sul cotone che copre la mia coscia.
- So che i tuoi interessi qui crescono, Yasser, non puoi seguire tutto. -
- Mmh, diresti che mi occorre un... Come si dice... Vicario? Non hai torto, habibi. Vuoi essere tu? -
- Grazie per la fiducia. Pensavo ad un uomo capace, con visione e fiuto: Sapienza. -
- Ti prendi gioco di me? -
- No, Yasser, sai che non lo farei. Parlo del figlio, Giovanni, non l'ingegnere che ti ha tradito. Fidati di me. -
Il mio viso tradisce emozione, ma le mie parole, unite al contatto fisico sotto il tavolo, lo convincono. Yasser annuisce, affascinato.
- E sia, habibi. -
Giovanni, che ci osserva, cenando e parlando con Greta, non crede a ciò che vede. Ma traspare la sua gratitudine, mescolata alla tristezza che gli copre il viso. Dopo cena vorrei parlarci, ma Yasser mi sequestra fino a tarda ora.
E, mentre la notte scende densa e calda, con Giovanni che resta a dormire in hotel, in una suite defilata, io sono nella mia stanza, finalmente, ma il sonno non arriva. Il comportamento di Ale, la sua freddezza, anche adesso che dorme dandomi le spalle, mi brucia lo stomaco. Un desiderio di vendetta crudele e puro si impadronisce di me.
Scendo silenziosa nel corridoio, a piedi nudi sul cotto, poi il vialetto, l'aria fresca della notte. L'opalino della luce lunare rischiara i miei passi fino al limite della siepe che stempera nel boschetto La porta di Giovanni è socchiusa. Sotto giallo della piccola lanterna. Entro senza bussare.
Lui è sveglio, seduto sul bordo del letto, indosso solo una t-shirt. Quando mi vede, si alza di scatto.
- Tilde? Che cosa... -
Non gli lascio tempo di parlare. Mi getto contro di lui, le mie labbra che cercano le sue con una fame disperata. È un bacio di vendetta, ma c'è altro. C'è il bisogno di essere consolata, di essere capita; quelle cose che mi aspettavo da un marito e che sono mancate.
- Tilde, non dovresti... -
Cerca di dire, ma le sue mani mi prendono già, stringendomi la vita, tirandomi a sé.
- Chiudimi la bocca, Giova. Scopami. -
Lo spingo sul letto. La sua erezione è evidente contro le mutande un po' strette di Ale. Lo libero, il suo cazzo caldo e pesante che scatta contro la pancia. Lo prendo in mano, sentendo le vene pulsare sotto la mia pelle, lo guardo negli occhi, lui gomiti sul materasso, mentre la mia brocca lo accoglie.
I movimenti lenti delle mie mani sui suoi inguini, sui suoi fianchi, sulla sua intimità più preziosa, lo fanno tremare di piacere; le mie labbra lussuriose e la mia lingua che si muove delicata, che mi fa assaporare un uomo che potrebbe amarmi sul serio, che sta godendo di me.
- No, amore, aspetta... -
Le sue parole mi confondono, le sue mani mi afferrano sotto le ascelle tirandomi a sé. Mi bacia, facendomi sciogliere nemmeno fossi neve al sole. Solo un attimo e mi trovo a guardare il soffitto, le sue mani che mi distanziano le ginocchia... È un precipizio verso la passione. La sua bocca è su di me.
La mia pelle è territorio di conquista per i suoi denti, per le sue dita e la sua lingua... La sua lingua viaggia sempre più vicina alla mia femminilità. La mia eccitazione è già tanta ben prima che sfiori il mio clito con le labbra. Un bottoncino turgido che sugge con maestria e mi fa vibrare.
Affondo le mie mani nei suoi capelli, premendolo contro di me, spingendo me stessa contro la sua bocca per avere il massimo della penetrazione. Sto già godendo quando lo imploro di non smettere
Risale su di me. La sua pelle accarezza la mia, calda, umida. Le sue gambe fra le mie. Baci e piccoli morsi che mi regalano fremiti e sospiri di desiderio. Quando la sua bocca copre la mia, schiudo le labbra sospirando e la sua lingua mi invade. Si muove sopra di me, dolcemente, sento il suo cazzo premere, dilatarmi, mentre entra lentamente in me Un gemito profondo esce ad entrambi in sincronia quando le nostre pelvi si toccano. È un sesso potente, romantico.
I miei piccoli seni sobbalzano al ritmo delle sue spinte, i capezzoli duri sfregano contro il suo petto, regalandomi piacere intenso. Il suo cazzo mi riempie, si estende, tocca così nel profondo che perdo del tutto il controllo. Ogni colpo è un mio gemito, un mugolio; è un insulto al mio matrimonio. Giovanni mi guarda con un'adorazione mista a dolore e, in quel momento, lo amo per la sua debolezza, per la sua forza.
- Ti amo -sussurra nel mio orecchio con fiato affannoso- Dio, quanto ti amo. -
Le sue parole mi spingono oltre il limite. L'orgasmo mi sconquassa e travolge, i muscoli si contraggono attorno al suo cazzo, stritolandolo, succhiandolo. Lui viene subito dopo, urlando il mio nome, riempiendomi di seme caldo e denso, colpi lunghi che sembrano non finire mai.
Crolla su di me, avvinghiato, con il sudore che ci incolla la pelle. Il respiro torna lentamente, nel buio della stanza. Giovanni mi accarezza i capelli e, guardando il mio profilo, lo segue con le sue dita tremanti.
Poi la sua voce si rompe, un filo di malinconia che si intreccia alla calma post-orgasmica.
- Ti ricordi l'abito rosso? Devo farti una confessione. C'ero io dentro. Ho saputo dell'asta per caso e... -
- È passato, Giova, non conta più. Era bello quel capo. -
- Sai, era di mia madre... -
Mi giro verso di lui, cercando il suo sguardo al buio; e le sue dita scivolano a disegnare linee sul mio seno.
- Lo indossava quando scendeva in scena, a cantare. Era la sua armatura. E la sua condanna. Il rosso, il colore della passione che la consumava. Quando l'ho trovato... dopo... sembrava ancora vivo. Come se contenesse tutta la sua vita, tutta la sua forza. -
Il racconto di Giovanni, intimo e doloroso, si posa su di me come un velo. Il vestito rosso che avevo trovato nella biblioteca, quello che avevo nascosto. Il collegamento è improvviso, terribile. Ma in questo momento, tra le lenzuola storte e il profumo di sesso, non posso elaborarlo. Lui si rotola sulla schiena ed io posso solo stringermi a lui, posare la testa sul suo petto e cercare calore nel suo abbraccio; mentre la bestia della vendetta si riaddormenta.
La porta della biblioteca si apre con un cigolio, interrompendo il silenzio ed i miei pensieri convulsi. Giulia entra, decisa, indossando un completino bianco che aderisce al suo corpo evidenziando le sue forme fertili come una seconda pelle, con la gonnellina corta che scatta ad ogni suo passo. In mano ha un altro abito, uguale al suo ma di un rosa acceso, quasi provocatorio.
- Sono le cinque, tesoro. Basta clausura, molla quel libro e metti questi. Seguimi, c'è una partita che ci attende. -
La voce non ammette replica, poso il volume sulla poltrona.
Guardo maglietta e gonnella rosa, poi il vestito che indosso. Lei mi incalza, guardandomi fra il divertito ed il desideroso. Tolgo il mio e lo getto a planare sul libro. Lei mi ferma, nuda, con solo le mutandine.
- Sapere che quel porco ti avrà anche stanotte mi uccide. -
Sì avvicina a me e mi sfiora nell'intimo, rubandomi un bacio che accolgo nella mia bocca. I suoi capezzoli si fanno duri subito, premendo i miei. Il suo profumo di gelsomino e ambra mi riaccende. Respiro a fondo e sfilo i capi dalle sue dita. Indosso il completino, la stoffa leggera, che sfiora la pelle ancora sensibile dopo la follia di Giovanni, mi regala una piccola sofferenza.
Siamo sulla terra rossa in poco, attraversando il giardino all'italiana e la siepe di bosso. Il sole più basso, non cuoce più, ma l'aria è calda lo stesso.
Giovanni è già lì, che colpisce la palla contro il muro di un casotto. Quando ci vede, rallenta. I suoi occhi mi cercano, catturano la mia incertezza. Iniziamo a giocare. La racchetta diventa un prolungamento delle braccia, ma tra uno scambio e l'altro, la tenerezza prende il sopravvento. In uno scambio fra me e Giulia, ho un piccolo mancamento. Giovanni si precipita vicino, sudato e affannato. Mi sorregge, le mani calde sulla vita, mi aggrappo alle sue spalle e, per un attimo, il mondo intorno svanisce.
Un sorso e mi riprendo. Pausa.
- Stasera, tutto deve andare secondo i piani. Massimo non deve capire che sappiamo. Tu non devi essere una preda qualsiasi, ma quella che lui conosce. -
Giulia lo dice avvicinandosi e, fingendo di sistemarmi il plissé della gonna, mi accarezza la coscia nuda; giusto per marcare il territorio.
- Cosa? - chiedo, confusa.
- Sì, la tua camera, vicino alla lavanderia, oggi Giovanni ha messo due telecamere. Stasera lui verrà da te. Sa benissimo chi sei. Deve accadere. Deve essere registrato, tutto. Il più vero possibile. -
Lei ignora il mio sguardo attonito ed il disagio nervoso e geloso di Giova.
Un rumore di passi e voce interrompe il ripasso del piano: Massimo è tornato prima. Ci osserva dal bordo del campo, ha una espressione enigmatica sul viso, il corpo eretto e imponente. Si avvicina, guardando me come se non mi avesse mai vista. Dissimula, il bastardo, con sua moglie
- Mi unisco? Forza, facciamo un doppio. Ma prima, non mi presentate l'ospite? -
Propone, o impone, con l'arroganza di chi è abituato a prendere ciò che vuole.
- Pa' questa è Matilde, un'amica... Di passaggio. Lui, mio padre, Massimo. -
- Un amica... Piacere, Matilde, finalmente i'mi figliolo porta una bella ragazza in casa! -
- Piacere mio, Massimo. -
- Un attimo e arrivo, Matilde. -
Assapora il mio nome ripetendolo, mi guarda e, non visto, mi fa un occhiolino d'intesa. Apprezzando la mia prontezza. Raggiunge il casotto per cambiarsi, quando torna il suo fisico atletico abbaglia. Sceglie come compagna me.
Giulia non batte ciglio, anzi, sorride. Per rendere tutto credibile mi invita a restare per cena.
Durante la partita, la tensione repressa volteggia fra tutti, per motivi diversi, al pari della pallina di feltro. Ogni volta che Massimo mi passa vicino, sento il suo sguardo pesante addosso, di desiderio bruciante. Quando il gioco finisce, sono esausta.
- Vi abbiamo stracciati, è forte la tua amica. -
La voce di Massimo è scherzosa, ma il suo prendermi sottobraccio, mentre ci incamminiamo verso la villa, alza la tensione con Giova.
La doccia che mi ha vista sporca e fetida adesso mi avvolge con la sua acqua calda. Sembra sia passato un anno da quell'esperienza, nemmeno una settimana. Ma è Giovanni che entra con me, chiudendo la porta a chiave, che crea rifugio intimo. Non ci sono parole, solo il bisogno disperato di toccarci. Di vivere lui, di assecondare io, un sentimento. Le sue mani mi esplorano, insistenti, mentre le mie labbra cercano le sue. Mi aggrappo al suo collo, l'acqua scorre sulla nostra pelle come una carezza indecente. Le sue mani lungo le mie cosce, gli salto addosso serrando le mie gambe intorno a lui. Traballa e la mia schiena subisce il freddo delle piastrelle. Un accenno di risa finisce in bacio, profondo, cercato, desiderato. Ho voglia di farmi scopare da lui. Alla troia che alberga in me manca quel sesso non consumato del pomeriggio.
Lui non aspettava che questo, il suo cazzo duro già preme contro le mie labbra più intime; è sesso, è amore, è un urlo muto contro la follia che ci circonda. Io gemo, forte, senza curarmi di chi possa sentire. E so che Massimo è là fuori, a tastare il muro, a ingoiare la sua invidia.
A cena, l'atmosfera stranamente distesa. Il tavolo apparecchiato sulla terrazza, la luce di candele e lanterne illumina i nostri volti. Sono al centro. Massimo non smette di guardarmi, gli occhi incollati alla mia scollatura, alle mie labbra che toccano il calice. Giulia osserva la scena con un sorriso, facendo finta che siano sguardi innocenti, mentre Giovanni giocherella con la forchetta, incapace di distogliere lo sguardo da me. Sotto il tavolo le carezze alle gambe con le ginocchia, i tocchi ai miei piedi con i loro. Sono l'oggetto del desiderio di tutti, una pedina sulla loro scacchiera di lussuria.
L'ora si fa tarda tra risate forzate e battute sincere, altre che nascondono veleni. Giulia mi prende sotto braccio.
- Andiamo, ti accompagno alla tua stanza. -
Mi lascia nella camera, che già conosco, accanto alla lavanderia. Prima di uscire, mi afferra per i fianchi e mi bacia con un trasporto che mi lascia senza fiato. Le sue labbra sono morbide, il sapore del vino ancora presente. Ma quando si ritrae, mi fissa.
- Sei fredda, amore. È per ciò che ti aspetta? -
Lo dice accarezzandomi la guancia, con estrema dolcezza. Non rispondo, mi limito ad annuire. Chiudo la porta e mi siedo sul bordo del letto, ho il cuore che batte all'impazzata. Se dovesse succedere come in hotel...
Pochi minuti dopo, la porta si apre di nuovo. È Giova. Si chiude dentro e si avvicina, ha il viso segnato dalla sofferenza, spettatore inerme del consumo di quella che vorrebbe per moglie.
- Non ce la faccio più, Tilde. Vedo come ti stanno usando, come ti usiamo... mi fa male. Vorrei portarti via da qui, ora. -
La sua voce trema, è rotta da mille rimorsi. Lo guardo, sentendo la stessa tristezza crescere in me.
- È solo sesso con un vecchio, Giova, un mezzo per ottenere ciò che vogliamo. -
mento, cercando di convincere me stessa più che lui. Ma lui scuote la testa, si avvicina, inginocchiandosi davanti a me. Poi mi prende le mani, i suoi palmi sono caldissimi, umidi di sudore.
- No, non è solo sesso per me. Dimmi che vuoi un vero bacio. Non quello di scena. Un bacio d'amore. -
Lo esigo con gli occhi. Mii chino e le sue labbra si posano sulle mie. È diverso da prima, è dolce, disperato, carico di una promessa che non possiamo mantenere. Mi spinge sul letto, le mani si intrecciano, i corpi che cercano il contatto della pelle, l'uno nell'altro. Ma l'amplesso non inizia; ci limitiamo a stringerci, a respirare insieme, sospesi in un attimo di pura, malinconica tenerezza, finché il sonno non mi prende per mano.
Sono le tre di notte quando mi sveglio lentamente. Una presenza nel buio. Il letto cede sotto un peso nuovo. Un profumo di tabacco e cuoio invade i miei sensi. Massimo. È entrato silenzioso e ora si infila sotto le lenzuola, dietro di me.
Il panico mi assale, ma il mio corpo reagisce prima della mia mente. Mi giro, istintivamente, cercando calore nel sonno.
- Giova... -
Mormoro, le mie prime parole sincere, un desiderio inconscio di protezione e amore.
L'ingegnere si irrigidisce. Il suo respiro si ferma per un istante. Poi sussurra al mio orecchio, con la voce che si sforza di essere dolce.
- Non sono lui, piccola. Sono io. -
Mi sveglio davvero. La realtà mi colpisce. Ciak. Devo recitare. È la parte. Sono la seduttrice, la moglie infedele, la preda. Cerco di infondere sensualità ad una voce che trema.
- Massimo... -
Non si accorge del mio smarrimento, o forse interpreta il mio tremore come eccitazione. Le sue mani mi cercano, possenti e decise, scorrendo sui miei fianchi, sulla pancia. Bisbiglia che sono bellissima e, per la prima volta, sento qualcosa di diverso dalla solita arroganza. C'è un bisogno. C'è un desiderio che teme il rifiuto.
Ma tutto mi sfugge di mano. La recitazione si dissolve sotto il peso del contatto. La sua bocca è sul mio collo, delicato, assapora la mia pelle. Un primo brivido. Mi volto quel tanto che basta per sfiorare le sue labbra con le mie, è insistente e, io, rispondo. Non è una finzione. Il suo corpo preme contro il mio, duro e caldo, sento un secondo brivido, più profondo, percorrermi la schiena. La trappola perde il sapore del dovere, muta in desiderio puro, scatenato.
Mi giro del tutto, offrendo il mio seno alla sua bocca. Il cotone divide il suo petto nudo dal mio. È lui a togliermi la maglia. Lo fa lentamente, accarezzandomi le piccole mammelle con le dita, un terzo brivido mi scuote le ossa e libera il primo gemito.
Via dal capo la maglietta le sue labbra tornano a seno, a suggere i miei capezzoli induriti da un piacere crescente.
Le sue mani mi aprono le gambe con decisione, ed io... lo accolgo, sollevando i fianchi in un invito chiaro. Mugolo di voglia. Non c'è più spazio per i pensieri, per i piani di Giulia, per la tristezza di Giovanni. C'è solo lui, solo noi. Entra in me con un gemito soffocato, riempiendomi completamente, e io inarco la schiena offrendomi al suo tocco, al suo viso affogato nella mia carne sensibile e graffiata dalla punizione. Urlo un piacere che è vero, spaventosamente vero. Incurante delle cam, lo stringo a me, implorando il bacio, la sua bocca sulla mia, la sua lingua a soffocarmi.
Il sesso diventa un atto d'amore totale, violento e sacro allo stesso tempo. Ci muoviamo insieme, cercando l'unione nel buio, le nostre anime nude che si scontrano e si fondono. L'estasi ci travolge simultaneamente, un'onda immensa che ci spazza via. Lo sento venire dentro di me, il suo seme caldo che inonda il mio corpo, un sigillo indelebile, una promessa infranta e rinnovata.
Restiamo abbracciati, lui disteso su di me, mi accarezza delicato fra parole d'amore e progetti di un noi raccontati al mio seno; io le dita nei suoi capelli a toccare il calore della sua testa, a cibarmi del suo odore, nel respiro affannoso che segue la tempesta.
Fuori dalla finestra, la notte continua il suo corso, silenziosa, fino al mattino; che, instancabile, arriva prima del previsto, filtrando fra le stecche delle persiane semichiuse.
Di lui non c'è traccia, se non l'ombra di lenzuola sfatte in fianco a me. Ripenso a quel "noi saremo felici" e mi sento più sporca di quanto non mi ritenga già.
La colazione in sala da pranzo ci vede per primi, Massimo ed io, lui si siede accanto a me, ha qualcosa di insidioso: un atteggiamento da amante. Delicato già nel come congeda la governante Luisa e, sotto il tavolo, come la sua mano scivola su di me, con le dita che accarezzano, scoprendo la mia coscia dalla falda dell'accappatoio bianco che indosso. Un contatto possessivo da far venire i brividi lungo la schiena. Mi offre un sorriso, tenero, quasi maritale, poi mi versa il thè, ricordandosi i miei gusti, con una cura che mi fa sentire desiderata.
Però l'intimità di quel nostro momento dura poco, Giulia e Giova ci raggiungono
Ed il silenzio cala complice, in una faida familiare che appare di un tutti contro tutti, nonostante sorrisi ed auguri.
Dall'altra parte del tavolo, siede Giovanni che non alza gli occhi dal suo piatto all'americana, muove le uova strapazzate con la forchetta ed evita il mio sguardo, accuratamente, come se guardarmi potesse bruciarlo. Giulia, invece, è algida. Osserva con i suoi occhi verdi, me e suo marito, calcolando ogni mio respiro, ogni micro-movimento di lui. Sa cosa è successo nella stanza. Sa che le telecamere hanno registrato tutto. Audio compreso.
Il telefono di Massimo squilla, rompendo la tensione. Si alza con un sospiro, baciandomi la tempia come se fossimo una coppia consolidata da anni; solo noi, ignorando moglie e figlio.
- Lavoro, piccola. -
Lo dice mentre si allontana verso la terrazza e, appena la porta si chiude, l'atmosfera cambia. Giulia si sporge in avanti, verso di me, la sua voce è un sibilo velenoso e soddisfatto.
- È fatta, Tilde. Il piano è riuscito. Le immagini sono nostre, chiare e indiscutibili. E tu... Tesoro, sei stata superba. Ci ho quasi creduto che lo stessi amando! -
La sua mano afferra la mia sul tavolo, stringendola forte. Io faccio un sorriso di circostanza, ma, in cuore mio, so che non ho finto e che, questa, è la seconda volta che mi fa toccare vertici di piacere mai raggiunti prima. Guardo Giova e lo vedo sgretolarsi sotto il peso della sconfitta.
- Dobbiamo farla finita. Andiamo subito dall'avvocato a Piombino. Voglio vedere la faccia di Lapo quando gli consegneremo l'arma per distruggere quel bastardo. -
Le annuisco, la testa che mi gira leggermente, ancora intorpidita dalla notte. Mi alzo e, con le gambe un po' traballanti per la lunga notte, mi vado a vestire.
- incammino verso lo studio dove dovremmo incontrare il legale. Ma nel corridoio mi imbatto in lei. Greta.
È lì, vicina alla finestra, la luce che le accende i capelli biondi. I nostri sguardi si incrociano e il mondo attorno a noi si ferma. È attrazione che mi spezza il respiro, che non ha bisogno di parole. Il mio corpo reagisce, i capezzoli che induriscono contro il tessuto del vestito. È un sentimento incontrastabile, un bisogno viscerale di toccarla, di annusare il suo collo, di perdermi in lei.
Giulia ci osserva da lontano. Vedo il suo sguardo indurirsi, comprendere in un istante che il legame tra me e Greta trascende qualsiasi piano, qualsiasi manipolazione. Scaccia la delusione con un battito di ciglia, raddrizzando la schiena, ed entra nello studio da sola, lasciandomi lì, sospesa tra due desideri.
In sala d'aspetto, Giovanni si alza appena mi vede. Per un istante, c'è una speranza nei suoi occhi, poi vede qualcosa nel mio viso – forse l'eco di Greta, o l'ombra del padre – e quella speranza si spegne. Si rende conto che non ha possibilità. Non con me.
- Tilde, posso chiederti di mio padre? -
- Cosa vuoi sapere? Se mi è piaciuto? -
- No, è che... Ho visto a colazione... -
- Giova, sì. Mi è piaciuto, tanto. Ma era lavoro, magari un lavoro fatto bene, ma nulla più. Hai visto come è soddisfatta Giulia? -
- Certo, ma ti guardava come se fossi sua. Dimmi la verità, che vi siete detti? -
- Solo che vuole me, vuole lasciare Giulia per me. Ma sono sciocchezze. -
- Bastardo! Sapeva che sei una mia amica... -
- Dolce Giova, lo conosco da anni. Da prima che incontrassi te. -
- Non ci sarà mai un "noi", vero? -
Non posso mentire ancora, mi limito ad un cenno del capo; ma il cuore mi si lacera, mentre lo guardo e vedo la sua disperazione trasformarsi in pragmatismo.
- Tilde, parlami di Yasser. -
- Lo sceicco? Certo. Gran testa e grande amico. Mi aiutò con la ristrutturazione dell'hotel, che la proprietà mi aveva negato i fondi. Ci conoscemmo proprio grazie a Massimo, era un suo socio, o qualcosa di simile, per un affare poi non andato in porto. -
- Ci sono degli affari in sospeso? -
- Guarda, Giova, che sappia no. Ma non dimentico ciò che prometto, se è questo che temi. Arriverà in baia nel pomeriggio, come sempre. -
- E io? - chiede, incerto.
- Tu sarai con me. -
L'incontro fra Giulia e l'avvocato si protrae parecchio. E l'ora di pranzo si avvicina. Greta chiede se serva qualcosa poi viene con me e Giova alla trattoria a due isolati che le ha consigliato un cliente. Il clima è sereno e divertito. Non sembra nemmeno infastidito quando Greta mi dà un bacio o ci abbandoniamo a qualche battuta intima. Ma lo spaghetto allo scoglio non perdona e, Giova, s'inpatacca la camicia di lino blu che ha. Rimedieremo con una di mio marito.
La voglia di tornare al resort è forte ed arriviamo sulla banchina che l'aliscafo sta imbarcando gli ultimi passeggeri.
Saliamo di corsa, mentre grido a Greta di non tardare per cena.
Sto tornando alla mia vita, libera. Senza quell'effetto Damocle al banchetto di Dioniso.
Più tardi, all'hotel sull'isola, una nube di profumi esotici e spezie rare annuncia lo sceicco Yasser, affabile come il suo solito. Si presenta con rispetto, ma sfocia rapidamente in intimità, la nostra amicizia, del resto, non è un segreto se non per Il dottor Pecci.
A cena, la tavola è imbandita di ogni lusso. Yasser siede al centro, io accanto a lui. Alessandro controlla, da lontano. È indifferente al fatto che sia tornata, giusto un abbraccio di circostanza; ha avuto più trasporto il garzone del pesciaio. Però continua a fare il cretino con Greta, seduta assieme a Giova a due tavoli dal nostro. Mi chiedo perché continuo ad amarlo. Faccio finta di niente e mi concentro sullo sceicco. Sì volta verso di me e, presto, si crea una bolla che contempla solo noi due. Pendo dalle sue labbra ai racconti dei suoi viaggi, delle sue avventure, di questo anno trascorso. Chiede di me, del mio futuro. Mi fa ridere e dio solo sa quanto ne avevo bisogno. I nostri occhi, nocciola i miei, neri come la pece i suoi, non si stancano di cercarsi. Le parole fluiscono dolcemente all'orecchio di lui dalle mie labbra che gli sfiorano il lobo; sono una carezza calda le sue, respirate sulla mia pelle.
Mentre le mie dita disegnano cerchi sul suo avambraccio sopra il tavolo, la sua mano arabesca il mio nome sul cotone che copre la mia coscia.
- So che i tuoi interessi qui crescono, Yasser, non puoi seguire tutto. -
- Mmh, diresti che mi occorre un... Come si dice... Vicario? Non hai torto, habibi. Vuoi essere tu? -
- Grazie per la fiducia. Pensavo ad un uomo capace, con visione e fiuto: Sapienza. -
- Ti prendi gioco di me? -
- No, Yasser, sai che non lo farei. Parlo del figlio, Giovanni, non l'ingegnere che ti ha tradito. Fidati di me. -
Il mio viso tradisce emozione, ma le mie parole, unite al contatto fisico sotto il tavolo, lo convincono. Yasser annuisce, affascinato.
- E sia, habibi. -
Giovanni, che ci osserva, cenando e parlando con Greta, non crede a ciò che vede. Ma traspare la sua gratitudine, mescolata alla tristezza che gli copre il viso. Dopo cena vorrei parlarci, ma Yasser mi sequestra fino a tarda ora.
E, mentre la notte scende densa e calda, con Giovanni che resta a dormire in hotel, in una suite defilata, io sono nella mia stanza, finalmente, ma il sonno non arriva. Il comportamento di Ale, la sua freddezza, anche adesso che dorme dandomi le spalle, mi brucia lo stomaco. Un desiderio di vendetta crudele e puro si impadronisce di me.
Scendo silenziosa nel corridoio, a piedi nudi sul cotto, poi il vialetto, l'aria fresca della notte. L'opalino della luce lunare rischiara i miei passi fino al limite della siepe che stempera nel boschetto La porta di Giovanni è socchiusa. Sotto giallo della piccola lanterna. Entro senza bussare.
Lui è sveglio, seduto sul bordo del letto, indosso solo una t-shirt. Quando mi vede, si alza di scatto.
- Tilde? Che cosa... -
Non gli lascio tempo di parlare. Mi getto contro di lui, le mie labbra che cercano le sue con una fame disperata. È un bacio di vendetta, ma c'è altro. C'è il bisogno di essere consolata, di essere capita; quelle cose che mi aspettavo da un marito e che sono mancate.
- Tilde, non dovresti... -
Cerca di dire, ma le sue mani mi prendono già, stringendomi la vita, tirandomi a sé.
- Chiudimi la bocca, Giova. Scopami. -
Lo spingo sul letto. La sua erezione è evidente contro le mutande un po' strette di Ale. Lo libero, il suo cazzo caldo e pesante che scatta contro la pancia. Lo prendo in mano, sentendo le vene pulsare sotto la mia pelle, lo guardo negli occhi, lui gomiti sul materasso, mentre la mia brocca lo accoglie.
I movimenti lenti delle mie mani sui suoi inguini, sui suoi fianchi, sulla sua intimità più preziosa, lo fanno tremare di piacere; le mie labbra lussuriose e la mia lingua che si muove delicata, che mi fa assaporare un uomo che potrebbe amarmi sul serio, che sta godendo di me.
- No, amore, aspetta... -
Le sue parole mi confondono, le sue mani mi afferrano sotto le ascelle tirandomi a sé. Mi bacia, facendomi sciogliere nemmeno fossi neve al sole. Solo un attimo e mi trovo a guardare il soffitto, le sue mani che mi distanziano le ginocchia... È un precipizio verso la passione. La sua bocca è su di me.
La mia pelle è territorio di conquista per i suoi denti, per le sue dita e la sua lingua... La sua lingua viaggia sempre più vicina alla mia femminilità. La mia eccitazione è già tanta ben prima che sfiori il mio clito con le labbra. Un bottoncino turgido che sugge con maestria e mi fa vibrare.
Affondo le mie mani nei suoi capelli, premendolo contro di me, spingendo me stessa contro la sua bocca per avere il massimo della penetrazione. Sto già godendo quando lo imploro di non smettere
Risale su di me. La sua pelle accarezza la mia, calda, umida. Le sue gambe fra le mie. Baci e piccoli morsi che mi regalano fremiti e sospiri di desiderio. Quando la sua bocca copre la mia, schiudo le labbra sospirando e la sua lingua mi invade. Si muove sopra di me, dolcemente, sento il suo cazzo premere, dilatarmi, mentre entra lentamente in me Un gemito profondo esce ad entrambi in sincronia quando le nostre pelvi si toccano. È un sesso potente, romantico.
I miei piccoli seni sobbalzano al ritmo delle sue spinte, i capezzoli duri sfregano contro il suo petto, regalandomi piacere intenso. Il suo cazzo mi riempie, si estende, tocca così nel profondo che perdo del tutto il controllo. Ogni colpo è un mio gemito, un mugolio; è un insulto al mio matrimonio. Giovanni mi guarda con un'adorazione mista a dolore e, in quel momento, lo amo per la sua debolezza, per la sua forza.
- Ti amo -sussurra nel mio orecchio con fiato affannoso- Dio, quanto ti amo. -
Le sue parole mi spingono oltre il limite. L'orgasmo mi sconquassa e travolge, i muscoli si contraggono attorno al suo cazzo, stritolandolo, succhiandolo. Lui viene subito dopo, urlando il mio nome, riempiendomi di seme caldo e denso, colpi lunghi che sembrano non finire mai.
Crolla su di me, avvinghiato, con il sudore che ci incolla la pelle. Il respiro torna lentamente, nel buio della stanza. Giovanni mi accarezza i capelli e, guardando il mio profilo, lo segue con le sue dita tremanti.
Poi la sua voce si rompe, un filo di malinconia che si intreccia alla calma post-orgasmica.
- Ti ricordi l'abito rosso? Devo farti una confessione. C'ero io dentro. Ho saputo dell'asta per caso e... -
- È passato, Giova, non conta più. Era bello quel capo. -
- Sai, era di mia madre... -
Mi giro verso di lui, cercando il suo sguardo al buio; e le sue dita scivolano a disegnare linee sul mio seno.
- Lo indossava quando scendeva in scena, a cantare. Era la sua armatura. E la sua condanna. Il rosso, il colore della passione che la consumava. Quando l'ho trovato... dopo... sembrava ancora vivo. Come se contenesse tutta la sua vita, tutta la sua forza. -
Il racconto di Giovanni, intimo e doloroso, si posa su di me come un velo. Il vestito rosso che avevo trovato nella biblioteca, quello che avevo nascosto. Il collegamento è improvviso, terribile. Ma in questo momento, tra le lenzuola storte e il profumo di sesso, non posso elaborarlo. Lui si rotola sulla schiena ed io posso solo stringermi a lui, posare la testa sul suo petto e cercare calore nel suo abbraccio; mentre la bestia della vendetta si riaddormenta.
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