Miss Rinaldi -il ritorno-
di
Viola Rinaldi
genere
sentimentali
Mercoledì, 21 agosto 2013
Verso le 9:30 del mattino, Pietro entrò in camera portando con sé l'aroma deciso del caffè e il profumo irresistibile dei cornetti ancora caldi.
"Buongiorno Rinaldi" disse chinandosi a darle un bacio.
"Dimmi che non sto sognando..." mormorò Viola con la voce ancora impastata dal sonno, mentre lui poggiava il vassoio sul letto.
Nel tirarsi su a sedere, il suo corpo le ricordò istantaneamente, con un bruciore improvviso, gli avvenimenti del giorno prima. Accennò un'impercettibile smorfia ma la ricacciò subito indietro, ostentando un sorriso provocatorio.
"Devo considerarlo un tributo per i danni subiti o è il tuo modo di chiedere scusa?"
"Nessuna delle due" replicò Pietro con fare disinvolto, anche se un sorrisetto nervoso, trattenuto a stento, tradiva il suo leggero disagio. "Ho solo pensato che fosse carino andare a prendere i cornetti per tutti."
"Ah, bene! Un vero altruista..." infierì lei facendo finta di credergli, allungando la mano verso l'incarto della pasticceria. "Anche perché non puoi certo pensare di cavartela con un paio di cornetti..."
"Ti ho preso quello al pistacchio" puntualizzò lui, poi rimase un secondo di troppo con le mani strette sui bordi di legno del vassoio e lo sguardo fisso sulla tazzina di caffè.
Quando alzò di nuovo lo sguardo su di lei e la guardò negli occhi, Viola si accorse al volo che qualcosa lo turbava.
Aveva quell'espressione lì. Quella che tradiva un groviglio di pensieri troppo rumorosi per una mattina di vacanza: un misto di sollecitudine e di sottile e ostinato senso di colpa che tentava di camuffare dietro un'aria disinvolta.
"Come stai...?" si decise finalmente a chiederle mentre lei prendeva in mano la tazzina.
"Brucia ancora un po' quando mi siedo" rispose Viola stringendosi nelle spalle. "Ma è più che sopportabile".
Pietro non si mosse, le nocche ancora bianche per la presa rigida sul bordo del vassoio. Il suo sguardo rimase piantato in quello di lei, denso di un'ombra scura, tormentato.
"Non intendo solo quello, Vi...". La voce gli uscì più ruvida del previsto, incrinata da un'esitazione che gli pesava sul petto. "Lo sai cosa ti sto chiedendo".
Il silenzio che seguì fu pesante, carico del ricordo di ogni singolo colpo, di ogni respiro trattenuto, di ogni lamento, di ogni lacrima. Pietro sembrava quasi a disagio, sospeso sul filo di una colpa strisciante, con il terrore di aver incrinato qualcosa di invisibile ma fondamentale tra loro.
Viola era stata consenziente, certo. Non aveva pronunciato la *safeword*, d'accordo, nemmeno quando lui l'aveva colpita con forza, ripetutamente. La notte scorsa, poi, si era addormentata abbracciata a lui, come sempre.
Eppure lui non si sentiva tranquillo. Aveva bisogno di misurare esattamente la distanza tra il loro gioco e il suo limite.
"Tra di noi... è tutto a posto?".
Viola lo guardò e le bastò leggere la tensione nei suoi occhi per capire che aveva *davvero* bisogno di sentirselo dire. Posò la tazzina sul vassoio con estrema lentezza, poi allungò una mano verso la sua, andando a cercare quelle dita ancora tirate e rigide sul legno.
"Certo che è tutto a posto" gli disse piano, spogliando la voce di qualsiasi sarcasmo. "Ero lì con te, mi pare. Se tu fossi andato oltre il mio limite, avrei usato la safeword, lo sai."
"Nessun risentimento, quindi?".
Lei lo fissò ancora per un secondo, vedendo le sue spalle rilassarsi appena, e a quel punto gli rivolse un sorrisetto ironico.
"No..., però spero per te di potermi mettere in costume, oggi! Altrimenti la quota *risentimento* potrebbe avere un'impennata improvvisa!".
Pietro lasciò andare un sospiro di sollievo, scuotendo la testa con una mezza risata.
"Fammi controllare" disse spostando il vassoio sul comodino e allungando la mano verso il bordo del lenzuolo.
Con un movimento lento e un po' cauto, assecondando la rigidità dei muscoli, Viola si voltò a pancia in giù. Affondò il viso per metà nel cuscino, spingendo i fianchi leggermente indietro, mentre Pietro spostava del tutto il lenzuolo e le sollevava la maglietta — che come al solito lei gli aveva rubato — scoprendola fino alla schiena.
Con sollievo vide che la pomata che le aveva applicato prima di dormire aveva fatto un piccolo miracolo: il rossore acceso era rientrato quasi del tutto, lasciando solo un'ombra rosea, impercettibile.
Avvertì la tensione finalmente sciogliersi e un sorriso gli ricomparve sulle labbra, accompagnato dalla solita spavalderia usata per mascherare l'apprensione di un attimo prima.
"Beh, direi che le mie cure hanno funzionato" commentò, sfiorandola appena con l'indice. "Nessun segno incriminante".
Viola voltò la testa sul cuscino per guardarlo con la coda dell'occhio. "La ringrazio, dottor Neri."
Pietro ridacchiò, facendo scivolare la mano un po' più in alto, posandole il palmo aperto al centro della schiena, in una presa calda e rassicurante che la bloccò delicatamente sul materasso.
"Si figuri, signorina Rinaldi" replicò lui con tono divertito mentre l'ultima ombra di senso di colpa lasciava il posto al solito, sottile, gioco di sguardi. "Anzi..., quando vuole tornare per una visita più accurata..."
"Ci penserò..." rispose lei guardandolo con un sorriso sfrontato. Senza troppa fretta si liberò dalla sua presa, mettendosi a sedere sul letto. "Adesso però passami un cornetto al pistacchio!".
Pietro rise, recuperò il vassoio dal comodino e le allungò un cornetto ancora tiepido, osservandola mentre tirava su le gambe per incrociarle sotto al lenzuolo.
"Tieni, prima che la quota risentimento si alzi per davvero!".
Poi si tolse la maglietta e i bermuda con gesti rapidi, restando in boxer. Prese il suo cornetto alla crema dal vassoio e si sedette accanto a lei, appoggiando la schiena contro i cuscini, finalmente libero da quella cappa d'apprensione che lo aveva oppresso fino a quel momento.
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Viola bevve l'ultimo sorso di caffè e finì il cornetto, pulendosi le dita con un gesto pigro mentre si appoggiava con la schiena alla testata del letto.
"Piña colada" disse a bruciapelo, come colta da un'improvvisa illuminazione, guardando il soffitto con aria meditativa.
Pietro, che stava finendo il suo caffellatte, si bloccò a metà e girò la testa verso di lei, corrugando la fronte con un'espressione del tutto perplessa.
"Eh?"
"Piña colada!" ripeté lei, come se fosse la cosa più ovvia del mondo, voltandosi a fissarlo con un'occhiata di pura sfida.
Lui la squadrò per un secondo buono, prima che un sorrisetto ironico gli piegasse un angolo della bocca.
"Sono le dieci di mattina, Vi" commentò bevendo l'ultimo sorso di caffellatte e squadrandola mentre gli scappava da ridere. "Iniziare a pensare ai superalcolici prima ancora di esserti lavata i denti, mi sembra un segnale piuttosto preoccupante. Devo cercarti un centro di recupero?".
Lei fece un sorriso strano che lui non riuscì subito a decifrare, e poi si alzò dal letto.
"Stai tranquillo, non è di alcool che ho voglia" disse raccogliendo i capelli sulla nuca e legandoli in una coda alta con un gesto rapido e disinvolto che le scoprì del tutto il collo. "È la tua safeword".
Pietro si bloccò con la tazza vuota ancora in mano. Un battito di ciglia. Poi la memoria dell'accordo fatto con *Miss Rinaldi* riaffiorò nitido e la bocca gli si piegò in una mezza risata incredula mista a genuina ammirazione.
"Ah" disse mentre metabolizzava quel colpo di scena.
"Pensavi davvero di cavartela con la colazione a letto e un cornetto al pistacchio?" infierì Viola, spostandosi a passi lenti verso la parte del letto dove lui era seduto. Aveva l'aria di chi sa di avere un asso nella manica e non ha nessuna fretta di giocarselo. "Ieri ti ho lasciato fare. Oggi tu lasci fare a *me*".
Pietro scosse la testa, lasciandosi andare contro la testata del letto, visibilmente divertito dall'audacia con cui lei stava riaprendo la partita.
La guardò girargli attorno con un pizzico di inquietante anticipazione: c'era qualcosa di terribilmente eccitante nel vederla rivendicare il controllo con quella sicurezza. Gli faceva salire la pressione più di qualsiasi caffeina.
Senza fretta, Viola gli voltò le spalle e camminò verso l'armadio a muro nell'angolo della stanza. Le ante in legno scuro scivolarono via con un sibilo leggero. Pietro seguì con lo sguardo la linea delle sue gambe scoperte finché lei non si piegò appena sulle ginocchia, frugando nel vano inferiore per tirare fuori la scatola rossa contenente i loro *giocattoli*.
Un brivido sottile gli corse lungo la spina dorsale al solo rumore della scatola che si apriva. Si sistemò meglio contro i cuscini, incrociando le braccia sul petto nudo; la piega divertita sulle sue labbra si fece più profonda, venata da un filo di sana tensione. Conosceva bene *tutto* il contenuto di quella scatola, e vederla tra le mani di Viola, mossa da quella determinazione tranquilla e senza preavviso, trasformava ogni singolo oggetto in una minaccia, spaventosa ed eccitante.
"Cominciamo con queste" annunciò lei girandosi di scatto verso di lui con in mano le cinghie di contenimento in cuoio nero.
Il suo sorriso non presagiva nulla di buono.
"Guarda che sono in grado di starmene fermo" disse lui inarcando un sopracciglio con un'aria fin troppo innocente mentre abbandonava le spalle contro i cuscini.
"Mh... no" rispose lei facendo un passo avanti, priva di qualsiasi spazio di trattativa. "Non mi fido."
"Così non vale, però!" protestò Pietro. "Io di te mi fido. Non ti lego mica tutte le volte!"
"Certo, perché a te basta una mano per immobilizzarmi" ribatté Viola arrivando a un passo dal letto. "Dai, basta capricci e sdraiati" aggiunse fermando le cinghie alla testiera.
Poco dopo Pietro si ritrovò con i polsi stretti nei polsini imbottiti e con le braccia tirate quel tanto che bastava per impedirgli ogni leva. Fu percorso da un brivido: una miscela calda e fastidiosa di eccitazione, incredulità e puro disorientamento.
Dopo meno di due settimane, si ritrovava di nuovo immobile, del tutto vulnerabile, a fissarla dal basso in alto. L'orgoglio gli bruciava, ma la verità era che vedere *Miss Rinaldi* prendere il controllo in quel modo sfacciato gli faceva battere il cuore a mille. C'era un brivido sottile nel lasciarsi spogliare del potere, una resa concordata che lo mandava fuori di testa.
Viola rimase un momento a guardarlo, con le mani sui fianchi e la sua t-shirt che le scivolava da una spalla, assaporando la vista di lui bloccato nel letto.
Pietro ricambiò il suo sguardo, mentre il respiro cominciava già a farsi più accelerato.
"Fammi indovinare..." mormorò con la voce che gli scendeva di un tono. "Adesso mi benderai gli occhi?".
Viola si chinò leggermente su di lui, appoggiando una mano sul materasso a pochi centimetri dal suo fianco. Il suo sorriso era lento, di una sicurezza sfacciata che gli fece salire un brivido caldo dritto al cervello.
"Nemmeno per sogno" disse a pochi centimetri dalle sue labbra, facendogli sentire l'aria calda del proprio respiro. "Stavolta voglio che tu veda tutto. Voglio che guardi esattamente cosa sto per farti, secondo per secondo, senza avere la possibilità di muovere un dito".
Pietro deglutì a vuoto, sorpreso dalla carica quasi spietata di quelle parole. Dover assistere alla propria resa in diretta, fissandola negli occhi mentre lei dettava le regole, era una vendetta quasi sadica che lo faceva completamente impazzire.
Viola afferrò il vassoio della colazione, muovendosi verso la porta e facendo subito scattare un allarme rosso nella testa di Pietro. Tirò d'istinto le braccia per muoversi, ma i polsini non cedettero nemmeno di un millimetro, tenendolo bloccato alla testiera.
"Rinaldi, dove cazzo stai andando?" sibilò col tono che oscillava tra l'ansia e l'incredulità.
Lei non si girò nemmeno, ma lui avvertì chiaramente che stava sorridendo. E fu esattamente in quel momento che la sua mente andò del tutto in tilt, investita da due consapevolezze simultanee e insopportabili.
La prima era che lei lo stava davvero piantando lì, legato, totalmente immobile e alla sua mercé, senza un’indicazione sul tempo: cinque minuti per portare via il vassoio o un’ora a lasciarlo consumarsi nell'attesa? Non avere il controllo della situazione lo mandava fuori testa, ma la prospettiva di rimanere lì bloccato a rimuginare era tortura pura.
La seconda era che, sotto la maglietta, Viola non indossava assolutamente nulla. Il profilo del seno era completamente libero, con le forme morbide accentuate dalla stoffa sottile e i capezzoli rigidi che svettavano nitidi contro il tessuto. E quando si piegava, l'orlo della maglietta si sollevava quel tanto che bastava per scoprirle la parte alta delle cosce, lasciando intravedere chiaramente l'assenza totale di intimo.
Pietro trattenne il respiro, il sangue che gli schizzava alle tempie con una violenza improvvisa. Vedere quella visione di totale accessibilità, unita al fatto che lei stesse per sparire oltre la porta lasciandolo con le mani ancorate al letto, lo ridusse a uno stato di pura frustrazione sensoriale.
L'idea che Jacopo o, peggio, Davide, potessero vederla praticamente nuda, gli fece salire il sangue alla testa. La possessività lo travolse con una violenza assurda, amplificata al massimo dal fatto di non potersi alzare per raggiungerla.
Lei non si scompose minimamente, anzi, si voltò appena verso di lui con il vassoio in equilibrio tra le mani, godendosi ogni singolo secondo della sua agitazione.
"Non ti muovere" gli disse con un'ironia deliziosamente spietata, facendogli un piccolo cenno d'intesa prima di varcare la soglia e richiudere la porta, lasciandolo da solo, bloccato a letto.
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Viola entrò in cucina e trovò Jacopo seduto al tavolo, intento a bere un caffè e a scorrere il telefono con l'aria di chi si è svegliato da dieci minuti.
Sentendo rumore di passi, lui alzò lo sguardo, bloccandosi per un istante con la tazzina a mezz'aria, spiazzato da quella maglietta - chiaramente di Pietro - che le copriva a stento le cosce e lasciava intravedere la forma del seno e i capezzoli turgidi.
"Buongiorno" esordì lei con tono fresco e del tutto naturale. Poggiò il vassoio vicino al lavello senza tradire il minimo imbarazzo, allungando la mano per prendersi un bicchiere d'acqua.
"Ehi... buongiorno, Vi. Vedo che ti sei ripresa bene!". Si interruppe un istante, squadrandola di sbieco con un'occhiata divertita e perplessa. "Ma il nostro principe azzurro lo sa che te ne vai in giro così? Se al posto mio ci fosse stato Davide, credo che gli sarebbe preso un colpo!".
Viola trattenne un sorrisetto enigmatico, pensando a Pietro di sopra, in camera, legato al letto e in attesa del suo ritorno, mentre Jacopo la guardava mandando giù il caffè.
"Sta dormendo come un sasso..." rispose con molta calma, risultando perfettamente credibile. "Ma gli altri dove sono?"
"Sono andati in spiaggia mezz'ora fa. Adesso li raggiungo anch'io" spiegò lui alzandosi per posare la tazza nel lavello. "Ci fermiamo a pranzare al lido. Voi che fate, venite?"
"Sì, ma più tardi. Teneteci due lettini, vi raggiungiamo direttamente per pranzo".
Jacopo le lanciò un'occhiata d'intesa, scoppiando in una breve risata. "Ok ok... Non voglio nemmeno sapere cosa avete in programma per le prossime due ore, anche se non serve molta fantasia...!" disse avviandosi verso la porta e recuperando lo zaino per la spiaggia. "Io vado. Non fate tremare i muri!".
A quelle parole, Viola arrossì di colpo, colta del tutto alla sprovvista dall'allusione così diretta del suo migliore amico. Trattenne il respiro, cercando disperatamente di non fare la figura della ragazzina colta sul fatto.
"Jaco, va' in spiaggia, per favore!" sibilò tra i denti, nascondendo il viso dietro il bicchiere d'acqua e lanciandogli un'occhiataccia che voleva essere minacciosa, ma che finì solo per tradire il suo rossore.
Lui ridacchiò divertito sulla soglia, godendosi la scena. "A dopo!" le disse, per poi chiudersi la porta alle spalle con un'ultima risatina.
"A dopo..." mormorò lei alla stanza ormai vuota, lasciando andare un sospiro lungo e tremante.
L'imbarazzo per la battuta di Jacopo si sovrappose al battito accelerato per quello che la aspettava di sopra. Rimase immobile per qualche secondo, poi si avviò a passi lenti verso le scale, avvertendo il peso eccitante e spaventoso del potere che stava per esercitare.
Ogni gradino sotto i piedi nudi sembrava amplificare il battito sordo che le tamburellava in petto. C’era una sottile scarica elettrica lungo la schiena, un’eccitazione quasi vertiginosa per quel ribaltamento di ruoli.
Era abituata alla sicurezza di Pietro, alla sua presa ferma, al modo in cui lui decideva i confini e le regole del gioco. Ora, avere il potere assoluto di dettare il ritmo la lasciava quasi senza fiato, divisa tra una sottile apprensione e il desiderio bruciante di vedere fino a che punto fosse capace di spingersi.
Arrivata davanti alla porta chiusa della camera, si fermò un istante.
Trattenne il respiro, sistemò d'istinto il bordo della maglietta per darsi un contegno e abbassò la maniglia, sfoggiando quel sorriso di sfida che Pietro conosceva fin troppo bene.
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Quando la porta si aprì e Viola fece il suo ingresso con un passo lento e teatrale, Pietro non si scompose. Apparentemente sembrava addirittura rilassato. Non appena gli occhi di Viola incrociarono i suoi, le labbra gli si sollevarono in quel suo solito sorrisetto arrogante, quanto bastava per farle intendere che la situazione non lo intimidiva affatto.
"Ci hai messo parecchio, Rinaldi..." mormorò con la voce profonda e ruvida. "Cominciavo a pensare che ti stesse mancando il coraggio".
La squadrò lentamente dalla testa ai piedi, soffermandosi sulle gambe interamente scoperte. Il suo sguardo non era quello di un prigioniero, ma quello di un predatore che stava solo lasciando all'altro *l'illusione* di condurre il gioco.
"Vieni qui" aggiunse a bassa voce, con un inequivocabile tono di sfida. "Vediamo di cosa sei capace".
Viola si avvicinò con molta calma ai piedi del letto, godendosi la visione di Pietro completamente in balìa del suo gioco.
"Prima ho bisogno di fare una doccia" gli rispose con una tranquillità spiazzante, incrociando le braccia. "Devi pazientare ancora po', poi vedrai di cosa sono capace".
Pietro serrò la mascella e trattenne il respiro, mentre il cuoio delle cinghie strideva sotto la spinta improvvisa dei polsi. C’era una rabbia sottile, calda, che gli montava dentro nel sentirsi così esposto, vulnerabile, incapace di muovere un solo muscolo; ma la verità era che quella sfrontatezza lo mandava completamente fuori testa. L'impatto di ritrovarsi in balìa di *Miss Rinaldi*, proprio dopo tutto quello che era successo dalla festa in poi, gli toglieva ogni difesa.
"Gli altri sono andati tutti in spiaggia" aggiunse Viola con un sorrisetto sfrontato, piegando leggermente la testa di lato. "Ho detto a Jaco che li raggiungeremo *più tardi*..."
Avanzò di qualche passo con una camminata lenta, calcolata, finché non fu a un soffio da lui. Si chinò leggermente, investendolo con il profumo della sua pelle, e gli sfiorò il mento con la punta delle dita, con una dolcezza del tutto provocatoria.
"Siamo soli in casa. È una buona notizia, no? Sarai libero di urlare quanto vuoi".
Pietro contrasse d'istinto gli addominali, mentre le dita di Viola gli lasciavano addosso una scia di fuoco. Il respiro gli si fece corto, mentre veniva pervaso da un'eccitazione folle, mista a un'ansia così densa da fargli quasi girare la testa.
Un sorrisetto irriverente gli piegò di nuovo le labbra.
"Non ti facevo così sadica, Rinaldi" sussurrò con voce ruvida, impastata di desiderio.
I muscoli delle sue braccia tiravano contro i vincoli, ma più per l'urgenza di toccarla che per il bisogno di liberarsi davvero.
"Almeno togliti quella maglietta prima di entrare in bagno" aggiunse con un filo di voce e uno sguardo che non le lasciavano scampo. "Così mi lasci qualcosa su cui fantasticare mentre mi fai aspettare".
Viola piegò appena la testa, godendosi la fiammata di desiderio che gli vide accendere negli occhi, poi fece un passo indietro, sottraendosi al suo raggio d'azione proprio mentre lui tentava di sporgersi di nuovo verso di lei.
"Fai il bravo, Pietro. Mi pare che di materiale su cui fantasticare tu ne abbia accumulato parecchio, negli ultimi giorni..." ribatté regalandogli un sorrisetto lento e deliziosamente provocatorio. Fece un passo lento, riavvicinandosi al bordo del letto, e allungò una mano lasciando che l'indice sfiorasse appena l'erezione sotto ai boxer. "E fatti trovare pronto".
Un brivido violento attraversò l'addome di Pietro, costringendolo a trattenere il fiato mentre i muscoli gli si irrigidivano sotto quel tocco deliberato.
"Rinaldi, sono pronto da circa mezz'ora" ribatté lui a denti stretti, con la voce rauca, fissandola con gli occhi accesi da un miscuglio di frustrazione e desiderio. "Come puoi ben vedere".
Viola gli regalò un sorrisetto lento, deliziosamente appagato, prima di afferrare con le dita l'elastico dei boxer e tirarglieli lentamente giù, fino a toglierglieli del tutto.
"Molto bene..." mormorò soffermandosi con lo sguardo sul pene turgido, per poi voltargli le spalle e sfilare verso il bagno senza fretta. "Vedi di restare così fino al mio ritorno" aggiunse prima di lasciarlo solo con il suono dei propri battiti e della porta che si chiudeva.
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Pietro serrò la mascella, respirando a fondo per ritrovare il controllo mentre ascoltava il rumore dell'acqua che scorreva.
Furono venti minuti di pura tortura: bloccato sul letto, senza potersi muovere, con la mente che viaggiava a mille su cosa stesse pianificando *Miss Rinaldi*.
Quando la porta del bagno si riaprì, Viola varcò la soglia a passi lenti e calcolati, lasciando dietro di sé una scia di vapore e il profumo fresco del bagnoschiuma.
Indossava un completino intimo in pizzo rosso rubino, estremamente essenziale ed elegante: un reggiseno a balconcino del tutto trasparente, incorniciato da sottili cinghie di raso che ne seguivano le forme, e un perizoma a vita alta che le segnava i fianchi, arricchito da un reggicalze a quattro bretelle con calze velate nere che le arrivavano a metà coscia. A completare il quadro, i capelli raccolti in una coda alta e ben tirata e le scarpe col tacco che usava per le serate più importanti, che risuonavano a ogni singolo passo sul parquet con un ticchettio secco e dominante.
Pietro si dimenticò letteralmente come si respirava mentre gli occhi seguivano ogni singolo dettaglio di quella visione: dal rosso nitido del pizzo alla linea scura delle calze che spiccava contro la pelle chiara delle cosce, fino al ritmo cadenzato, quasi ipnotico, dei tacchi che si fermavano ai lati del letto.
Un brivido violento gli corse lungo la schiena, andandosi a scaricare dritto nelle mani. D'istinto provò a muoverle, a sporgersi in avanti per ghermirle un fianco e tirarla giù su di sé, ma la tensione dei muscoli trovò solo la resistenza del materasso e la propria immobilità. Le nocche gli si strinsero fino a sbiancare. Un imprecazione sorda gli morì in gola, trasformandosi in un suono profondo, gutturale.
"Vi..." mormorò, e la voce era così bassa e ruvida da sembrare quasi spezzata.
Si impose di sostenere il suo sguardo, ma i suoi occhi continuavano a tradirlo, scivolando inevitabilmente verso il basso, incantati dalla trasparenza del balconcino e da quelle quattro cinghie di raso che sembravano messe lì apposta per fargli perdere definitivamente il senno.
Era una tortura premeditata, e lui lo sapeva benissimo.
Accennò un sorriso tirato, incredulo di fronte a tanta spudoratezza.
"Tu vuoi vedermi morto, stamattina...".
Viola rimase in piedi di fianco al letto, godendosi ogni singolo secondo di quella reazione. Non ebbe fretta. Inclinò appena la testa di lato, lasciando che il ticchettio dei tacchi si spegnesse nel silenzio carico di tensione della stanza.
Un piccolo sorriso lento le piegò gli angoli della bocca.
"Non abbiamo nemmeno cominciato, amore" mormorò con voce calma e vellutata.
Facendo un passo volutamente lento, salì sul letto con un ginocchio, facendo affondare appena il materasso. Sfruttò la posizione per svettare su di lui, lasciando che la trama della calza velata gli sfiorasse il fianco mentre si sporgeva in avanti. Il suo profumo gli invase le narici prima ancora che potesse sfiorarlo.
Viola allungò una mano e gli appoggiò l'indice al centro del petto, proprio dove il cuore di Pietro stava battendo con forza, premendo appena.
"Oggi facciamo a modo mio..." gli sussurrò a un soffio dalle labbra, senza concedergli il contatto. "E la prima regola è che non muovi un muscolo finché non te lo dico io".
Con un movimento fluido, scivolò a cavalcioni su di lui. Lui fece un respiro profondo, con la mascella ancora contratta, mentre avvertiva il peso di lei addosso e la ruvidezza del pizzo contro la pelle calda degli addominali. Le mani cercarono d'istinto i suoi fianchi, ma si fermarono subito, bloccate nei polsini.
Viola gli fece scivolare le unghie lungo il collo, risalendo con lentezza fino alla mascella.
"Allora..." mormorò sfiorandogli il labbro inferiore con la punta dell'indice. "Direi che ieri hai esagerato un po'...".
Iniziò a far scivolare le mani lungo i suoi fianchi, scendendo con una lentezza esasperante. Tracciava gli addominali con la punta dei polpastrelli, poi scendeva più giù, fermandosi sempre un secondo prima di dargli quello che voleva.
Impossibilitato a usare le mani, Pietro cercò un contatto sollevando d'istinto il bacino. Voleva annullare quella distanza, incastrare le proprie cosce tra quelle di lei e strapparle un tocco più profondo. Ma Viola fu spietatamente reattiva: si sollevò di un centimetro appena, un attimo prima che lui potesse raggiungerla, costringendolo a ricadere sul materasso con i muscoli tesi e un respiro spezzato che gli morì in gola.
"Stai fermo" sussurrò lei, china sul suo orecchio mentre il pizzo del reggiseno gli sfregava leggermente contro la gabbia toracica. "Ti ho detto che non puoi muoverti senza il mio permesso" mormorò sfiorandogli l'orecchio con le labbra.
Pietro serrò i denti, con la testa affondata nel cuscino e gli occhi piantati in quelli di lei, incapace di tirarsi indietro e spaventosamente affascinato dalla lucidità con cui Viola stava ridisegnando le regole del loro gioco.
"Vi..." mugugnò, con la voce ridotta a un raschio profondo.
"Cosa c'è?" lo provocò lei a fior di labbra, scendendo con la bocca lungo la linea del suo collo, mordicchiandogli la pelle appena sotto la mascella per poi leccare il punto preciso in cui gli pulsava la vena. "Non essere impaziente...".
Chinò la testa sul suo petto, affondando con decisione i denti nella carne soda sopra la clavicola. Pietro sussultò, contraendo i muscoli del collo. Prima che lui potesse anche solo assimilare quel dolore sottile, la lingua di Viola passò sul medesimo punto, placando il bruciore con una carezza umida e calda che gli fece sfuggire un gemito basso.
Scese ancora, scivolando lungo la gabbia toracica. Non usava solo le mani: faceva scorrere il corpo su di lui, lasciando che la trama ruvida del pizzo gli graffiasse la pelle nuda.
Ogni volta che lui accennava a sollevare d'istinto il bacino per cercarla, Viola si sollevava di pochissimo, restando a cavalcioni su di lui senza sfiorarlo.
Restava lì, sospesa, a guardarlo dall'alto. Si godeva lo spettacolo del suo petto che saliva e scendeva rapidamente, la pelle coperta da un velo leggero di sudore e gli occhi di ghiaccio, sgranati e febbricitanti, piantati nei suoi.
"Sei bellissimo, amore mio..." mormorò facendo scorrere un'unghia dall'ombelico in su, tracciando la linea centrale del suo addome con una pressione quasi impercettibile.
Pietro era già allo stremo, il petto che saliva e scendeva violentemente, diviso tra la frustrazione di non poter posare le mani su di lei e un'estasi devastante che lo pervadeva.
"Cazzo, Vi!". La voce gli uscì rauca, spezzata. "Ti voglio troppo...".
Viola emise una risatina bassa che gli morì proprio sul collo, dove appoggiò di nuovo le labbra per sfiorargli il pulsare della giugulare. "Abbiamo appena iniziato...".
Con un movimento appositamente a rallentatore, Viola sciolse la presa dalle sue cosce e si alzò dal letto.
Lui rimase disteso, con i polsi bloccati e i muscoli ancora contratti dal desiderio interrotto. Il respiro, pesante e affannato, gli rimbombava nei timpani mentre seguiva ogni suo passo con gli occhi azzurri spalancati. La vedeva muoversi con una sicurezza inaudita verso l'armadio: la figura slanciata, le calze velate, il sedere incorniciato dal pizzo rosso.
Quando lei aprì l'anta e allungò la mano per afferrare la scatola dei giochi, il cuore di Pietro fece un balzo d'arresto prima di riprendere a battere a una velocità folle. Un miscuglio denso di anticipazione, eccitazione e una sottile, inebriante, vulnerabilità gli si serrò in gola. Vedere Viola prendere l'iniziativa in quel modo - con quel sorriso calmo e padrone di sé - trasformò la sua frustrazione in un'attesa quasi insopportabile.
Viola tornò verso il letto senza fretta, tenendo la scatola con entrambe le mani e poggiandola sul comodino.
Pietro deglutì a fatica, la mascella tesa, le nocche bianche mentre le dita cercavano ancora una presa sulle cinghie di cuoio. Tenne lo sguardo fisso sulle mani di Viola, il sangue che gli pulsava forte nelle tempie e la testa che girava, completamente catturato da quello che stava per succedere.
Lei si piegò leggermente sul comodino, regalandogli una vista mozzafiato, e con un gesto lento, quasi solenne, sollevò il coperchio.
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"Vediamo un po' cosa avevi preparato per questa vacanza..." mormorò Viola frugando lentamente nella scatola, godendosi il contrasto tra il disordine dei giocattoli e l'abituale ordinata rigidità di Pietro. "Vedo che hai fatto molti acquisti, prima di partire...".
Pietro deglutì a fatica, con la gola secca. Vedere *i propri piani* utilizzati contro di lui con tanta disinvoltura, gli mandò un'altra scarica di calore dritta al cervello.
I suoi pensieri corsero subito al pomeriggio di un paio di settimane prima, quando dopo il lavoro era andato in quel negozio discreto in centro, assaporando il brivido di scegliere ogni singolo pezzo all'insaputa di Viola. Aveva passato quasi un'ora a confrontare oggetti, materiali e dettagli, immaginando come inserirli nel loro *gioco*. Si era figurato esattamente come, dove e quando usarli su di lei, assaporando l'idea di avere il controllo totale della situazione. Vedere ora la sua accuratezza ritorcersi contro di lui, con lei che maneggiava quegli stessi acquisti con agghiacciante disinvoltura, gli faceva pulsare il sangue nelle tempie.
"Lo sai che mi piace pianificare" disse con un sorrisetto tirato, provando a mascherare con la solita spavalderia la fiammata di calore che gli stava risalendo lungo il collo, ma la voce gli uscì sottile, quasi un soffio rauco.
"Lo so bene" ribatté lei con una sfumatura smaccatamente sarcastica nella voce, inclinando la testa per guardarlo da sopra le spalle mentre prendeva in mano un piccolo frustino in pelle. "Peccato che a volte la vita riservi risvolti decisamente inaspettati".
Fece una pausa studiata, facendo scorrere il manico del frustino tra le dita e sgranando leggermente le setole morbide sulla punta, prima di usarle per accarezzargli il petto con lentezza esasperante, piantando gli occhi nei suoi.
"Ti sei proprio sbizzarrito" gli disse riponendo il frustino nella scatola e passando in rassegna con lo sguardo tutti i nuovi giocattoli che non aveva mai visto prima.
C'erano delle manette in acciaio, massicce ma con una generosa imbottitura per non segnare i polsi, due dilatatori metallici di misure diverse che le diedero i brividi solo a sfiorarli, un solleticatore con piume soffici e un vibratore simile a quello che conosceva già, però con doppio dildo.
Ma fu la collezione di plug con diamantini sulla base a catturare davvero la sua attenzione. Alcuni, quelli più piccoli, le erano già familiari, ma spiccavano due novità assolute: uno impreziosito da un diamantino di colore azzurro e un altro di una intensa tonalità di viola. Quest'ultimo le sembrò decisamente spropositato, soprattutto in diametro. Era nettamente più grande rispetto a quello col diamantino verde che Pietro aveva usato la sera che aveva giocato con la panna, ed era più grande persino del suo pene.
Lo prese in mano, facendolo ruotare lentamente tra le dita; il cristallo sulla base catturò la luce, rimandando un riflesso violaceo.
Guardò Pietro, sgranando leggermente gli occhi con un'espressione tra l'allibito e il divertito, prima di lasciarsi sfuggire una risata incredula.
"Ma fai sul serio?!" esclamò mostrandogli il plug.
Lui la fissò con uno sguardo divertito, pieno di malizia. Un sorrisetto spavaldo e sfacciato gli comparve sulle labbra.
"*Dannatamente* sul serio, Rinaldi" rispose con quella voce bassa e ruvida che usava quando voleva stuzzicarla, senza staccare gli occhi dai suoi. "Ci arriveremo per gradi ma lo apprezzerai, vedrai...".
Viola inarcò un sopracciglio, facendolo oscillare a pochi centimetri dal suo viso. "Magari lo apprezzerai *tu*. Che ne dici?".
Pietro bloccò il sorrisetto a metà, mentre lo sguardo scendeva per un istante sulla gemma viola che gli oscillava davanti. Per un attimo, la sua sicurezza incrollabile tentennò, sostituita da una scintilla di lucida consapevolezza: *Miss Rinaldi* faceva sul serio. Ringraziò il cielo che stavolta avessero stabilito a monte la safeword.
"Insieme a questo!" aggiunse Viola prendendo un flacone adagiato nell'angolo della scatola, anche quello assolutamente una novità per lei. "Lubrificante allo zenzero..." mormorò leggendo l'etichetta con un sorrisetto malizioso, prima di rialzare gli occhi su di lui. "Interessante...".
Pietro la fissò, serrando appena la mascella. Voleva fare una battuta delle sue, un commento cinico per smontarle il bluff, ma le parole gli si incastrarono in gola perché non era sicuro al 100% che fosse un bluff: con Viola non si capiva mai esattamente dove finisse la provocazione e dove iniziasse l'intenzione vera.
"Non ne avresti il coraggio" le disse alla fine. La voce gli uscì un po' più profonda del previsto, mantenendo il tono divertito ma con una crepa sottile di dubbio.
Lei non rispose subito. Fece scivolare il flacone tra le mani, aprendo il tappo con un *clic*, si piegò su di lui e glielo avvicinò al viso per fargli sentire il profumo speziato.
"Chissà..." mormorò a un millimetro dalle sue labbra, godendosi la leggera rigidità che gli si era creata nelle spalle.
Non aveva nessuna intenzione di usare quel plug, ma vedere quella sottile spaccatura nella solita armatura di Pietro, quel minuscolo *e se invece lo fa?* che gli leggeva negli occhi, era una sensazione troppo deliziosa per rinunciarvi subito.
Fece scorrere un dito lungo la linea del suo addome, scendendo sul bacino, sfiorando la pelle nuda proprio dove la linea dell'inguine si faceva più tesa.
Pietro non staccò gli occhi dai suoi, anche se la mascella contratta e un respiro più profondo tradivano l'ansia con cui stava cercando di calcolare la sua prossima mossa.
"Ti ricordo che mi hai dato la safeword" le disse ritrovando quel tono basso e graffiante che usava quando voleva riprendere il controllo.
"Non oseresti usarla" ribatté lei rialzandosi leggermente per sovrastarlo. "Non sia mai che Pietro Neri si tiri indietro davanti a una sfida o ammetta di avere paura. E poi..., lo so che in fondo muori dalla curiosità di vedere fin dove posso arrivare".
Pietro lasciò scivolare la testa all'indietro contro il cuscino, soffocando un’imprecazione ricca di ammirata frustrazione. Lei lo conosceva fin troppo bene, e l'uso spietato di quella consapevolezza lo faceva impazzire.
"Sei una manipolatrice eccezionale, Rinaldi" mormorò, con la voce che vibrava contro la gabbia toracica mentre la guardava dal basso.
Viola ridacchiò, assaporando il gusto pieno di quella resa parziale. Richiuse il flacone di lubrificante e lo appoggiò sul comodino insieme al plug, lasciandoli lì come una minaccia o una promessa sospesa.
"Ok, basta parlare, adesso. C'è un nuovo giocattolo molto interessante che non vedo l'ora di provare...".
Prese dalla scatola due candele rosse, corte e spesse, ancora avvolte nella loro confezione originale, e se le rigirò tra le mani con un sorrisetto diabolico.
"*Candele a bassa temperatura in cera di soia*" lesse dall'etichetta con voce sorniona, alzando gli occhi su di lui. "Ma guarda un po'...! Avevi grandi progetti, vero?"
"Vi, rimettile a posto" disse provando a dare alla voce un tono perentorio che suonò inevitabilmente incrinato.
"E perché mai?" rispose lei prendendo dalla scatola anche l'accendino.
"Vi, non sto scherzando! È pericoloso se non sai usarle!"; il tono di voce era profondo, teso tra la minaccia e la resa imminente.
"Ci sono le istruzioni" ribatté Viola con la voce che trasudava una calma perfida, iniziando a leggere. "'*Tenere la candela a una distanza minima di trenta centimetri dalla pelle per garantire una caduta piacevole e controllata. La cera si fonde a bassa temperatura, regalando una delicata sensazione di calore senza bruciare...*'". Sollevò gli occhi sul suo petto nudo, lasciando che un sorrisetto lento le increspasse le labbra. "'*Ideale per giochi di dominazione, privazione sensoriale e sensazioni intense*. Sembra scritta per noi due..." concluse con spietata dolcezza, azionando l'accendino.
La piccola fiamma si accese con un crepitio secco, illuminandole per un istante gli occhi vibranti di provocazione.
Pietro contrasse d'istinto i muscoli delle braccia, guardandola mentre avvicinava la fiamma allo stoppino di una delle due candele. Il filo di cotone prese fuoco piano, spandendo subito nell'aria una fragranza dolce e speziata di vaniglia e legno di sandalo.
*Sei incredibile, Rinaldi* pensò Pietro mentre il petto gli si alzava e abbassava in un ritmo teso, irregolare. L'ironia della situazione lo colpì in pieno: quelle candele le aveva scelte lui, immaginando nei minimi dettagli come le avrebbe usate su di lei durante quella vacanza. Vedere ora il suo piano rivoltarglisi contro, con Viola che reggeva la fiamma e lo fissava dall'alto, gli dava una vertigine insostenibile.
Con un movimento lento e quasi teatrale, Viola salì sul letto e si posizionò a cavalcioni su di lui, abbastanza in alto da non schiacciarlo ma sufficientemente vicina da fargli avvertire tutto il calore del suo corpo.
Sotto la superficie della sua calma apparente, anche il cuore di Viola batteva all'impazzata. Sentiva la risposta fisica di Pietro contro le proprie gambe, la tensione elettrica che emanava dal suo corpo bloccato, e quella consapevolezza le dava una scossa inebriante.
Lui la fissava, lo sguardo incollato alla goccia di cera che si stava accumulando sui bordi della candela.
"Non avevi considerato questo finale quando le hai comprate, vero, amore?" mormorò lei con una lentezza studiata, la voce ridotta a un soffio caldo.
Pietro serrò leggermente la mascella, il respiro che gli si incagliava in gola mentre lo sguardo passava dalla goccia di cera fluida agli occhi di lei, accesi da quella malizia trionfante. Un piccolo sorriso tirato gli increspò un angolo della bocca.
"Sinceramente no" mormorò con la voce che tradiva l'accelerazione del suo battito. *Ma devo ammettere che vederti così vale decisamente il cambio di programma* pensò riagganciando lo sguardo di Viola con un'intensità scura, quasi bruciante.
Lei sollevò la candela, calcolando con cura la distanza esatta indicata sulla confezione. Trattenne il braccio nel vuoto, lasciando che la prima goccia si staccasse dallo stoppino e cadesse, esattamente al centro del suo petto.
Pietro sussultò appena, contraendo gli addominali e serrando i denti, ma senza staccare gli occhi dai suoi. Il calore gli si diffuse sulla pelle come una scossa elettrica, ma non c'era dolore, no: solo una percezione acutissima di ogni singolo centimetro del suo corpo esposto.
Sotto la stretta delle cinghie, con un riflesso involontario, i suoi polsi tentarono di tirare, ma il cuoio lo richiamò subito alla realtà.
Era suo.
Completamente a sua disposizione.
E la parte psicologicamente più devastante era che non avrebbe voluto essere in nessun altro posto al mondo.
Viola lo osservava dall'alto, assaporandone ogni minima reazione. Vedere la tensione correre nei muscoli delle sue spalle, sentire il suo respiro corto e notare il modo in cui cercava di mantenere il controllo, era decisamente eccitante.
Inclinò leggermente il polso, spostando la candela qualche centimetro più in basso, facendo cadere la seconda goccia appena sopra l'ombelico.
Pietro trattenne il respiro. Gli addominali si scolpirono sotto la pelle in una contrazione di riflesso, e un gemito sommesso gli salì alla gola, ma non distolse lo sguardo da lei. Nei suoi occhi di ghiaccio, febbricitanti di desiderio, non c'era ombra di protesta: solo la sfida accesa di chi si sta godendo ogni singolo secondo di quella resa.
Viola sostenne il suo sguardo e con un sorrisetto impercettibile lasciò cadere lentamente una terza, grande, goccia, proprio sulla linea dell'inguine.
Un sussulto più profondo attraversò il bacino di Pietro. La schiena si staccò dal materasso di qualche centimetro, mentre gli addominali si serrarono d'istinto. Inspirò a fondo, con la gola secca e il cuore che gli batteva nelle orecchie. Quel bruciore improvviso a un passo dai genitali gli aveva azzerato i pensieri, lasciando al suo posto una sottile e alquanto fastidiosa paura.
"Vi..." mormorò senza alcuna vena di provocazione ma con un'ombra di autentica ansia.
Lei rimase immobile sopra di lui, con la candela ancora inclinata tra le dita e la fiamma che oscillava a pochissimi centimetri dalla sua pelle scoperta.
"Dimmi che sai quello che stai facendo" disse con un respiro corto e lo sguardo che oscillava per un secondo tra i suoi occhi e la cera liquida pronta a staccarsi dallo stoppino. "Se ti scivola la mano, finisce molto male...".
Viola non rispose subito. Lasciò che il silenzio della stanza e il tremolio leggero della fiamma facessero il loro lavoro, godendosi l'inversione totale dei ruoli. Vedere Pietro - sempre così padrone di sé, sempre abituato a gestire ogni sfumatura del gioco - con gli occhi sgranati da un pizzico di panico genuino era impagabile.
Senza fretta, inclinò appena il polso allontanando la candela di qualche centimetro, quanto bastava per toglierla dalla zona di pericolo immediato, ma senza spegnerla.
"Pietro Neri che ha paura di me..." mormorò, la voce che scendeva di un'ottava, morbida e avvolgente come velluto. "Dovrei segnarmi questa data sul calendario".
Un sorrisetto d'intesa, caldo e rassicurante, le fiorì sulle labbra. Con la mano libera si piegò su di lui, sfiorandogli con i polpastrelli l'addome contratto per invitarlo a distendersi.
"Rilassati..." sussurrò lasciando che il suo respiro gli solleticasse la pelle del collo. "So *esattamente* cosa sto facendo. E non ho alcuna intenzione di danneggiarti... Mi servi intero".
Con un soffio deciso spense la candela. Il fumo denso e profumato si levò tra di loro mentre l'appoggiava sul comodino, ridendo.
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Pietro sciolse la tensione accumulata nelle spalle con un lungo sospiro, lasciando che la testa affondasse di nuovo tra i cuscini. Il contrasto tra l'ansia di un attimo prima e la risata sommessa di Viola gli fece spuntare un sorriso ironico, anche se il cuore gli batteva ancora all'impazzata.
"Sei tremenda, Rinaldi" disse con la voce ruvida, mentre il suo sguardo scivolava lungo il corpo di lei.
Viola sorrise senza scomporsi, con gli occhi piantati in quelli di lui.
"Vedo che gradisci, però..." mormorò poggiando le mani sul suo petto e strusciandosi contro la sua erezione.
Fece scorrere le unghie con lentezza esasperante attorno alla prima goccia di cera ormai solidificata sul centro del petto, sollevandone un lembo prima di staccarla con un gesto secco. Pietro trasalì appena, la pelle che gli si arrossava leggermente sotto il contatto.
Viola staccò anche la seconda goccia, quella sull'addome, lasciando che i polpastrelli indugiassero sulla pelle sensibile, poi le sue dita scesero più in basso, verso la terza goccia. Si chinò su di lui, sfiorandogli la mascella con le labbra prima di sussurrargli all'orecchio: "Questa mi sa che farà un po' più male...".
Pietro inspirò a fondo, tentando di dominare il battito furioso che gli rimbombava nel petto.
"Fallo e basta" mormorò con la voce ridotta a un soffio ruvido, le palpebre socchiuse e gli occhi puntati sulle labbra di lei, così vicine alle sue. "Smettila di goderti la tortura".
Viola ridacchiò piano contro la sua pelle, un suono caldo che gli vibrò sul collo. "Come se tu non ti godessi le torture, quando mi hai in tuo potere...".
Invece di staccare subito il pezzetto di cera, lasciò scorrere la punta dell'indice tutt'intorno, tracciando un cerchio lento sulla pelle d'oca dell'inguine, per poi fare una brevissima pressione con l'unghia sotto il bordo.
"Guarda che la pazienza non è mai stata il mio forte" disse lui con il respiro spezzato, cercando di ritrovare un briciolo del suo solito tono spavaldo, anche se il viso arrossato e la contrazione netta degli addominali dicevano tutt'altro.
Viola sollevò lo sguardo, incontrando i suoi occhi. "Lo so bene..." sussurrò sfiorando il centro del suo labbro inferiore con il pollice.
Con un gesto rapido e preciso, staccò l'ultimo frammento.
Pietro serrò i denti e tirò indietro la testa con una smorfia, soffiando fuori l'aria tra le labbra. Il bruciore dello strappo trasformò in un attimo la tensione erotica in un dolore acuto e del tutto inaspettato.
"Ma come cazzo fate voi donne a farvi la ceretta?!" imprecò riaccasciandosi sui cuscini e stringendo le palpebre. Quando riaprì gli occhi, le rivolse uno sguardo incredulo. "Siete delle masochiste..." aggiunse con la voce ancora incrinata dalla sorpresa, mentre sentiva la pelle dell'inguine andare a fuoco.
Viola soffocò una risata, nascondendo il viso nell'incavo del suo collo.
"Benvenuto nel nostro mondo...!" mormorò contro la sua pelle. "Comunque mi hai dato una grande idea per la prossima volta..."
"Non ci pensare nemmeno!" protestò lui sbarrando gli occhi.
"Vedremo...".
Si sporse verso il comodino, allungando la mano per afferrare il tubetto di lubrificante all'estratto di zenzero.
Lui seguì il movimento del suo braccio e, quando capì, i suoi occhi si spalancarono ancora di più. "Rinaldi...".
"Puoi sempre usare la tua safeword..." disse lei con la faccia più innocente del mondo, facendo scorrere una noce di gel sulle proprie dita.
Senza fretta, adagiò le dita impregnate di lubrificante proprio sulla pelle ancora calda e arrossata dell'inguine, spalmandolo con un movimento lento e circolare.
L'effetto fu immediato. Il pizzicore dello zenzero, al contatto con la pelle irritata, si trasformò in un'ondata di calore vivo che gli bruciò come fuoco.
Il suo orgoglio, però, bruciava molto di più.
Raccolse tutta la forza di volontà che aveva in corpo e bloccò la reazione sul nascere: serrò i denti e trasformò l'impatto di quel calore in una contrazione lenta e controllata dei muscoli addominali. Trattenne il fiato per un secondo infinito, lasciando che il fuoco dello zenzero lavorasse, prima di riprendere il controllo del respiro.
Nei suoi occhi azzurri non c'era traccia di resa, solo una sfida gelida, divertita, quasi insolente.
"Tutto qui, Rinaldi?" disse con una voce sorprendentemente ferma, bassa e graffiante, piegando appena un angolo delle labbra. "Mi sa che hai sottovalutato con chi hai a che fare".
Viola lo studiò in silenzio per un istante. Notò la linea tesa della sua mascella e la vena sul collo che pulsava più veloce del normale. Voleva fare il duro, ma lei conosceva troppo bene ogni singola reazione del suo corpo per cascarci.
Con un sorriso carico di promesse, fece scivolare la mano appena più in basso, portando le dita impregnate di gel direttamente sui testicoli.
Il calore dello zenzero non dette preavviso: penetrò come una scossa elettrica, un fuoco liquido che azzerò ogni sua difesa. L'impatto fu istantaneo ed esplosivo. La pelle sottilissima e le terminazioni nervose fecero reagire il suo corpo prima ancora che potesse fermarlo.
Tirò indietro la testa con un respiro spezzato, inarcando di scatto il bacino.
"Cazzo!" imprecò tra i denti, inarcandosi di scatto.
Viola non si fermò. Continuò a spalmare il gel con movimenti lenti, sfiorandolo appena con la punta delle dita, godendosi la scossa che lo attraversava a ogni minimo tocco.
"Non essere troppo orgoglioso..." mormorò contro il suo viso, con la voce bassissima. "Dimmi la safeword e mi fermo".
Pietro serrò le palpebre, i muscoli del collo contratti come corde e i denti piantati nel labbro inferiore per trattenere un lamento.
"No" rispose riaprendo gli occhi: due fessure di ghiaccio attraversate da una scarica di adrenalina e puro desiderio. "Continua".
Viola accennò un sorriso, sostenendo il suo sguardo. "Direi che il tuo coraggio merita un premio...".
Senza fretta, continuando a massaggiargli i testicoli, usò l'altra mano per avvolgere il pene, poi scivolò più in basso sul letto, sistemandosi tra le sue gambe.
Si chinò su di lui, lasciando che il suo fiato caldo gli sfiorasse la cappella prima di avvolgerlo con la bocca.
Pietro affondò la testa nel cuscino, lasciandosi andare a un lungo sospiro. Il calore umido e avvolgente delle labbra di Viola era una liberazione incredibile rispetto al bruciore che ancora sentiva, ma lei non gli concesse una resa facile. Alternava aspirazioni lente e profonde a piccoli tocchi di lingua ben calibrati, risalendo fino alla punta per poi scendere di nuovo, senza mai accelerare, tenendolo sul filo del rasoio.
D'istinto i suoi muscoli si contrassero per cercarla, ma le cinghie in cuoio gli bloccarono i polsi sopra la testa, strattonando il letto e ricordandogli la sua totale impotenza. Non poteva afferrarle i capelli per guidarla, non poteva stringerle i fianchi né spingerla più a fondo. Poteva solo inarcare il bacino, offrirsi al suo ritmo e sostenerne lo sguardo: perché Viola lo stava guardando, con gli occhi verdi spalancati e accesi di puro trionfo.
"Stai fermo, altrimenti smetto subito".
Viola aveva staccato leggermente le labbra, restando solo a un millimetro dalla sua pelle, per soffiargli sopra quel ricatto con una calma spietata.
Lui bloccò i fianchi a mezz'aria e poi si lasciò ricadere sul materasso. Il corpo gli tremava per lo sforzo di obbedire, ma rimase immobile, pietrificato da quella minaccia. L'idea che lei potesse tirarsi indietro proprio ora, lasciandolo in quel limbo bruciante con il sangue che gli martellava nelle tempie, era peggio di qualsiasi altra tortura.
Lei sorrise, un'espressione lenta e deliziosamente sadica. "Bravo ragazzo..." sussurrò.
Invece di riprendere subito il pene in bocca, usò la lingua per tracciare una linea lenta e umida lungo la parte inferiore, risalendo con esasperante lentezza mentre la sua mano continuava a tenere una presa ferma alla base.
Quando lo avvolse di nuovo del tutto, spingendosi più a fondo con una succhiata decisa e ritmica, Pietro si lasciò andare a un gemito soffocato a denti stretti. Riaprì gli occhi a fatica per cercarla, con lo sguardo pieno di desiderio e frustrazione per il non poter fare assolutamente nulla se non guardarla.
Senza staccare la bocca, con la mano destra Viola recuperò altro lubrificante allo zenzero dal flacone che aveva lasciato sul letto. Il rumore del tappo che si apriva fu coperto appena dai respiri affannati di Pietro. Fece colare un generoso strato di gel direttamente sulle dita, ma anziché tornare sui testicoli scese più in basso, spalmandolo lentamente sul perineo.
Il bruciore penetrò istantaneamente nei tessuti profondi, scatenando un'ondata di bruciore improvvisa che gli fece contrarre i muscoli del pavimento pelvico in un riflesso violento.
Viola iniziò a premere e massaggiare con movimenti decisi, coordinando la pressione delle dita con il ritmo profondo della bocca e quello avvolgente della lingua. Poi le dita scesero ancora più giù e un polpastrello scivoloso si posizionò con precisione proprio contro l'ano.
Non penetrò subito, come a volergli dare il tempo di decidere se usare la safeword.
Pietro fu sopraffatto da un insieme di emozioni contrastanti.
La parte dell'uomo abituato a mantenere il controllo, a guidare il gioco e a dettare i tempi, cercò di riemergere. L'uso della *safeword* gli galleggiò nella testa come un salvagente a portata di mano. Sarebbe bastato pronunciarla a voce alta per fermare tutto, per far tornare Viola al suo ruolo abituale e riprendere fiato.
Ma quell'idea durò solo una frazione di secondo. La tentazione di lasciarsi andare del tutto era infinitamente più forte di qualsiasi orgoglio. Vedere come Viola stesse padroneggiando la situazione, sentire come lo stesse portando al limite, gli provocava una vertigine di puro piacere. Non era solo la stimolazione fisica, era la resa totale, la certezza cieca di potersi fidare al punto da lasciarsi spogliare di ogni difesa, proprio come lei faceva sempre con lui.
Il fatto poi che lei gli stesse lasciando quella tacita scelta tra il fermarsi o il precipitare, trasformò la tensione in un'estasi quasi insopportabile. Sentiva il proprio cuore battere con violenza selvaggia contro le costole, il sangue ruggire nelle orecchie e il corpo totalmente teso e incapace di muoversi.
Non avrebbe pronunciato la safeword, non voleva la via di fuga.
Voleva solo che Viola spazzasse via l'ultimo frammento di resistenza e lo trascinasse esattamente dove voleva lei.
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Viola intensificò il risucchio sulla punta del pene e contemporaneamente spinse il dito facendolo scivolare dentro, lento e inesorabile.
La sensazione fu spaventosa e travolgente. L'effetto termico dello zenzero all'interno agì all'istante, facendo contrarre d'istinto lo sfintere attorno al dito. Pietro tese ogni singolo muscolo dell'addome, inarcò la schiena e dalle sue labbra uscì un verso soffocato, graffiante, spezzato a metà dal piacere devastante che la bocca di Viola continuava a dargli senza pietà, tenendolo bloccato in un tilt assoluto.
Sfruttando una contrazione involontaria, Viola spinse il dito più a fondo, iniziando a muoverlo con un ritmo lento e circolare, andando a sollecitare direttamente il punto p.
Per Pietro fu il cortocircuito definitivo. Un brivido violento gli attraversò le cosce e l'addome mentre un gemito profondo, del tutto privo di difese, riempì la stanza. I muscoli delle spalle e dei pettorali erano contratti dalla tensione, percorsi da tremiti involontari ogni volta che il dito di Viola trovava il punto esatto, premendo con precisione.
Rispetto alla penetrazione con il cubetto di ghiaccio - un momento d'impeto, quasi un esperimento improvvisato dettato dall'istinto del momento -, stavolta il tocco di Viola era radicalmente diverso. Non c'era esitazione, non c'era l'incertezza di chi sta provando un gesto per la prima volta. Il movimento era lento, fluido, incredibilmente mirato, come se conoscesse a memoria la mappa del suo corpo e sapesse esattamente dove premere, con quale angolazione e con quanta pressione.
*Sa perfettamente quello che sta facendo* pensò con un misto di incredulità e desiderio strisciante.
Le mani, serrate nei cinturini di cuoio, strapparono verso l'alto nel tentativo disperato di trovare un appiglio per sostenere quell'intensità che lo stava portando dritto oltre il limite.
Ma sentendo che era arrivato esattamente a un passo dall'orgasmo, Viola staccò la bocca facendogli scappare un gemito frustrato e assaporando ogni singolo secondo di quel crollo. Con assoluta calma estrasse il dito e poi si sollevò, mettendosi a cavalcioni su di lui con lo sguardo carico di un trionfo provocatorio.
Si chinò, sfiorandogli le labbra con le sue in un bacio lento, bagnato, stuzzicante, che gli rubò l'ultimo brandello d'aria.
Pietro ricambiò il bacio con una foga quasi disperata, catturandole il labbro inferiore tra i denti e tirandolo appena, una risposta d'istinto per rivendicare almeno un frammento di quel contatto.
Viola sorrise contro le sue labbra, poi si staccò e, senza dire una parola, si sollevò appena, spostando da un lato il perizoma e guidando il pene turgido contro l'ingresso umido della vagina. Guardò Pietro dritto negli occhi e si lasciò cadere lentamente, inghiottendolo tutto con un solo movimento profondo.
Pietro strinse gli occhi e inarcò la schiena, un gemito soffocato gli morì in gola. La sensazione era devastante: il calore stretto e pulsante di Viola che lo avvolgeva e la totale impossibilità di afferrarla, di spingere, di dominare il ritmo.
Lei iniziò a muoversi. Lenta. Moderata. Ogni salita un'agonia di attesa, ogni discesa una scossa che gli bruciava nel sangue.
"Voglio muovermi anch'io" disse lui con la voce tremante ma carica di un'autorità assoluta.
Viola piegò leggermente la testa di lato, un sorriso lento e vibrante che le fiorì sulle labbra mentre aumentava impercettibilmente la pressione del bacino.
"No" mormorò scuotendo la testa. "Se ti muovi giuro che il gioco finisce qua".
Affinò la spinta, riprendendo a muoversi con un ritmo fluido e inesorabile, scendendo fino in fondo per strappargli ogni residuo di controllo.
"Oggi il ritmo lo decido io" aggiunse a bassa voce, fissandolo dritto negli occhi, spingendo più a fondo.
Pietro serrò i denti. Ogni fibra del suo corpo gli gridava di dire la safeword e di finirla lì, di farsi liberare, riprendere le redini e rovesciarla sotto di sé, ritrovando quel dominio che lo faceva sentire al sicuro.
Poi incrociò lo sguardo di Viola. Vide nei suoi occhi la fermezza assoluta, la certezza spietata di chi sa di avere in mano le chiavi del piacere altrui, e qualcosa dentro di lui cedette.
Fanculo il controllo. Fanculo la sua solita, logica, ossessiva necessità di gestire tutto.
Decise di mollarlo, quel cazzo di controllo. Di mandarlo a farsi fottere del tutto.
Chiuse gli occhi per un istante, esalando un respiro lungo, caldo, tremante. E quando li riaprì, la tensione sulle sue spalle sfumò in una resa totale e devota. Smise di opporre resistenza al cuoio che gli bloccava i polsi, smise di cercare di anticipare il ritmo. Si impose solo di restare lì, immobile, spalancato a ogni singola sensazione che lei decideva di regalargli o di negargli.
"Ok..." mormorò, e la voce non era più una sfida, ma un'ammissione roca, quasi sommessa, densa di una sensualità cieca. "Comandi tu. Fai ciò che vuoi".
Viola gli appoggiò i palmi delle mani sul petto, sentendo il suo cuore battere come un tamburo impazzito. Non c'era più ombra di resistenza in lui, solo la carne viva che si offriva senza più protezioni. E fu proprio quell'assenza di difese a travolgerla del tutto.
Aumentò il ritmo, lasciandosi guidare solo dall'urgenza che le bruciava dentro. Ogni spinta divenne più profonda, disperata, una collisione continua che strappava a entrambi il fiato.
Pietro si lasciò travolgere dall'onda senza opporre il minimo freno: rimase lì, completamente consegnato a lei, tremando a ogni singolo contatto.
L'apice li travolse insieme, violento e improvviso.
Lui soffocò un gemito roco mentre il piacere lo spezzava in due, liberatorio, assoluto. Un istante dopo Viola si irrigidì sopra di lui con un gemito lungo, acuto, per poi crollargli addosso, prosciugata da quello stesso incredibile piacere. Affondò il viso nell'incavo del suo collo, assaporando il calore della sua pelle e il suo battito che andava lentamente calmandosi.
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"Non è poi così male cedere il controllo ogni tanto, no?" mormorò Viola contro la pelle di Pietro, la voce ancora tremante per l'orgasmo, venata di dolcezza.
Lui aprì lentamente gli occhi, fissando il soffitto con un sorriso stanco, sconfitto, ma incredibilmente vivo.
"No, non lo è" mormorò lui inclinandosi impercettibilmente per sfiorarle i capelli con le labbra. "Ma ammetto che il tuo lato sadico comincia a spaventarmi..." aggiunse con una risata leggera che gli fece vibrare il torace.
Viola sollevò piano il capo dal suo petto. I suoi occhi verdi risplendevano nella penombra della stanza, ancora velati da una traccia di stanchezza felice. Lo fissò per un lungo istante, godendosi la visione del suo corpo nudo, coi muscoli finalmente distesi e lo sguardo privo di difese.
"Vogliamo parlare del contenuto di quella scatola?!" infierì lei con un sorrisetto accattivante, poggiando il mento sul suo sterno e indicando col pollice la scatola rossa sul comodino. "Praticamente ci hai investito mezzo stipendio, in sadismo!".
Pietro piegò la testa all'indietro sul cuscino, lasciando uscire un sospiro tra l'incredulo e il divertito. "Semmai ho investito in *piacere*, Rinaldi."
"Non la penseresti così se io avessi usato quel mostro gigante!" esclamò lei con gli occhi che le brillavano di una luce maliziosa.
"Quello è per te, infatti...!" ribatté lui con la stessa malizia. "Ma adesso pensi di slegarmi o vuoi lasciarmi qui per tutto il giorno come parte dell'arredamento?".
Lei ridacchiò, un suono morbido che riempì la stanza. Si sollevò leggermente e si spostò verso la testiera del letto. Le sue dita afferrarono i cinturini di cuoio, sganciando i fermi e facendo scattare i piccoli moschettoni in metallo, assaporando la lentezza di quel gesto che segnava la fine ufficiale del gioco.
Non appena fu libero, Pietro lasciò cadere le braccia lungo i fianchi, espirando a fondo per sciogliere la rigidità delle spalle. Non diede a Viola nemmeno il tempo di rimettersi a sedere: le avvolse la vita con un braccio e la tirò verso di sé, rovesciandola sul materasso e coprendola con il proprio corpo.
Con i muscoli delle spalle che gli dolevano leggermente, affondò la mano tra i suoi capelli, pettinandoli con le dita con una lentezza quasi ipnotica.
"Rinaldi, adesso mi spieghi dove hai imparato *quel* trucco col dito...".
Viola scoppiò a ridere, un suono limpido e palesemente di sfida, senza minimamente provare a nascondere la propria sodisfazione. Gli appoggiò i polpastrelli sul petto, facendoli risalire fino al mento con una lentezza snervante.
"Oh, molto semplice..." disse piegando le labbra in un sorriso del tutto privo di innocenza. "Ho chiesto a Jaco. Da bravo prof. mi ha fatto una lezione magistrale con tanto di diagrammi sul punto P...".
Pietro sgranò gli occhi, irrigidendo la schiena. "Rinaldi, dimmi che stai scherzando!" esclamò con una combinazione perfetta di incredulità e puro orgoglio maschile ferito.
"Tranquillo..." infierì lei soffocando un’altra risata e dandogli un buffetto affettuoso sulla guancia. "Nessuna dimostrazione pratica, solo molta teoria."
"Ma sei fuori di testa?!" esplose lui coprendosi la faccia con la mano per un secondo prima di riemergere, fissandola con lo sguardo di chi sta vivendo il suo peggiore incubo.
"Dai, non fare il drammatico! È il mio migliore amico, e poi è un vero esperto in materia. È stato utilissimo, no?"
"Ma sono affari nostri!" sbottò Pietro esasperato, mettendosi seduto.
Viola scoppiò a ridere, divertita dal vederlo così spiazzato e irrimediabilmente ferito nel suo orgoglio maschile.
"Va bene, va bene!" esclamò sollevando le mani in segno di resa per fermare l'imminente catastrofe. "Stavo scherzando! Niente Jaco, lo giuro! Ho chiesto al signor Google" ammise con la faccia più innocente del mondo e un sorrisetto sornione.
"Ah..." mormorò lui provando un immediato sollievo, tornando a sdraiarsi accanto a lei mentre quel suo solito sorrisetto arrogante gli riaffiorava lentamente sulle labbra.
Appoggiò la testa sul braccio piegato e la guardò di traverso. "Il signor Google, eh? Meno male! Per un secondo ho davvero temuto per la mia privacy."
"E la *mia* privacy?" lo stuzzicò lei, tirandosi su un gomito per guardarlo dall'alto. Gli piantò l'indice al centro del petto, seguendo lentamente la linea dei muscoli fino all'addome. "Curioso come tu sia così attento alla tua riservatezza, quando con la mia fai decisamente meno il formale..." infierì con voce maliziosa. "Tipo quando mi sequestri le mutandine per lasciarmi andare in giro senza, o quando ti viene la meravigliosa idea di molestarmi nei posti meno opportuni".
Pietro non fece una piega. Anzi, il suo sorriso si allargò, del tutto privo di pentimento, mentre afferrava al volo la mano di Viola per fermarle il dito sul suo addome, intrecciando le dita alle sue.
"Non mi sembra di averti mai sentita protestare poi così tanto, Rinaldi..." ribatté lui, tirandola leggermente verso di sé finché lei non fu costretta ad adagiarsi di nuovo contro il suo fianco. "Anzi...". Le scoccò un bacio veloce sul naso, prima che lei potesse ribattere.
Viola sbuffò, appoggiandosi contro la sua spalla, cedendo al calore del suo corpo e all'inevitabile evidenza, e lui le sfiorò la schiena con un gesto lento, morbido.
Rimasero così per qualche minuto, immersi nel silenzio caldo della stanza. Il ritmo dei loro respiri si allineò e la tensione accumulata nelle ore precedenti si sciolse del tutto in un senso di appagamento reciproco.
Viola gli appoggiò la guancia sul petto, ascoltando il battito regolare del suo cuore. Lui le accarezzava i capelli senza fretta, guardando il soffitto con uno sguardo sereno, sgombro da qualsiasi ombra di controllo o di difesa.
"Pietro..." mormorò lei dopo un po', con la voce fattasi sottile per la pigrizia.
"Mh?"
"Ho fame".
Lui lasciò uscire una risata bassa che le vibrò piacevolmente sotto l'orecchio. "Effettivamente hai consumato parecchie calorie, Miss Rinaldi...!"
"Secondo te è rimasto un cornetto?" disse lei tirandosi su a sedere e sciogliendosi i capelli, lasciandoli cadere scarmigliati sulle spalle nude. Lo guardò dall'alto con un sorrisetto sfrontato. "Vai a vedere?"
Pietro la fissò per un secondo, incantato da quell'aria sbarazzina che amava alla follia. Poi si tirò su a sua volta, mettendosi a sedere sul bordo del letto ed allungando i muscoli della schiena con un lungo sospiro.
"Va bene... Vado a recuperarti altro cibo e poi vado in doccia" disse voltandosi a guardarla da sopra la spalla con una luce complice negli occhi.
Viola gli posò un bacio rapido sulla spalla prima che lui si alzasse e recuperasse i boxer.
Pietro le scostò affettuosamente una ciocca di capelli dal viso, poi indossò i boxer e si incamminò con calma verso la cucina. Lei si lasciò ricadere sui cuscini, coprendosi con il lenzuolo e godendosi la piacevole sensazione del corpo beatamente rilassato.
Verso le 9:30 del mattino, Pietro entrò in camera portando con sé l'aroma deciso del caffè e il profumo irresistibile dei cornetti ancora caldi.
"Buongiorno Rinaldi" disse chinandosi a darle un bacio.
"Dimmi che non sto sognando..." mormorò Viola con la voce ancora impastata dal sonno, mentre lui poggiava il vassoio sul letto.
Nel tirarsi su a sedere, il suo corpo le ricordò istantaneamente, con un bruciore improvviso, gli avvenimenti del giorno prima. Accennò un'impercettibile smorfia ma la ricacciò subito indietro, ostentando un sorriso provocatorio.
"Devo considerarlo un tributo per i danni subiti o è il tuo modo di chiedere scusa?"
"Nessuna delle due" replicò Pietro con fare disinvolto, anche se un sorrisetto nervoso, trattenuto a stento, tradiva il suo leggero disagio. "Ho solo pensato che fosse carino andare a prendere i cornetti per tutti."
"Ah, bene! Un vero altruista..." infierì lei facendo finta di credergli, allungando la mano verso l'incarto della pasticceria. "Anche perché non puoi certo pensare di cavartela con un paio di cornetti..."
"Ti ho preso quello al pistacchio" puntualizzò lui, poi rimase un secondo di troppo con le mani strette sui bordi di legno del vassoio e lo sguardo fisso sulla tazzina di caffè.
Quando alzò di nuovo lo sguardo su di lei e la guardò negli occhi, Viola si accorse al volo che qualcosa lo turbava.
Aveva quell'espressione lì. Quella che tradiva un groviglio di pensieri troppo rumorosi per una mattina di vacanza: un misto di sollecitudine e di sottile e ostinato senso di colpa che tentava di camuffare dietro un'aria disinvolta.
"Come stai...?" si decise finalmente a chiederle mentre lei prendeva in mano la tazzina.
"Brucia ancora un po' quando mi siedo" rispose Viola stringendosi nelle spalle. "Ma è più che sopportabile".
Pietro non si mosse, le nocche ancora bianche per la presa rigida sul bordo del vassoio. Il suo sguardo rimase piantato in quello di lei, denso di un'ombra scura, tormentato.
"Non intendo solo quello, Vi...". La voce gli uscì più ruvida del previsto, incrinata da un'esitazione che gli pesava sul petto. "Lo sai cosa ti sto chiedendo".
Il silenzio che seguì fu pesante, carico del ricordo di ogni singolo colpo, di ogni respiro trattenuto, di ogni lamento, di ogni lacrima. Pietro sembrava quasi a disagio, sospeso sul filo di una colpa strisciante, con il terrore di aver incrinato qualcosa di invisibile ma fondamentale tra loro.
Viola era stata consenziente, certo. Non aveva pronunciato la *safeword*, d'accordo, nemmeno quando lui l'aveva colpita con forza, ripetutamente. La notte scorsa, poi, si era addormentata abbracciata a lui, come sempre.
Eppure lui non si sentiva tranquillo. Aveva bisogno di misurare esattamente la distanza tra il loro gioco e il suo limite.
"Tra di noi... è tutto a posto?".
Viola lo guardò e le bastò leggere la tensione nei suoi occhi per capire che aveva *davvero* bisogno di sentirselo dire. Posò la tazzina sul vassoio con estrema lentezza, poi allungò una mano verso la sua, andando a cercare quelle dita ancora tirate e rigide sul legno.
"Certo che è tutto a posto" gli disse piano, spogliando la voce di qualsiasi sarcasmo. "Ero lì con te, mi pare. Se tu fossi andato oltre il mio limite, avrei usato la safeword, lo sai."
"Nessun risentimento, quindi?".
Lei lo fissò ancora per un secondo, vedendo le sue spalle rilassarsi appena, e a quel punto gli rivolse un sorrisetto ironico.
"No..., però spero per te di potermi mettere in costume, oggi! Altrimenti la quota *risentimento* potrebbe avere un'impennata improvvisa!".
Pietro lasciò andare un sospiro di sollievo, scuotendo la testa con una mezza risata.
"Fammi controllare" disse spostando il vassoio sul comodino e allungando la mano verso il bordo del lenzuolo.
Con un movimento lento e un po' cauto, assecondando la rigidità dei muscoli, Viola si voltò a pancia in giù. Affondò il viso per metà nel cuscino, spingendo i fianchi leggermente indietro, mentre Pietro spostava del tutto il lenzuolo e le sollevava la maglietta — che come al solito lei gli aveva rubato — scoprendola fino alla schiena.
Con sollievo vide che la pomata che le aveva applicato prima di dormire aveva fatto un piccolo miracolo: il rossore acceso era rientrato quasi del tutto, lasciando solo un'ombra rosea, impercettibile.
Avvertì la tensione finalmente sciogliersi e un sorriso gli ricomparve sulle labbra, accompagnato dalla solita spavalderia usata per mascherare l'apprensione di un attimo prima.
"Beh, direi che le mie cure hanno funzionato" commentò, sfiorandola appena con l'indice. "Nessun segno incriminante".
Viola voltò la testa sul cuscino per guardarlo con la coda dell'occhio. "La ringrazio, dottor Neri."
Pietro ridacchiò, facendo scivolare la mano un po' più in alto, posandole il palmo aperto al centro della schiena, in una presa calda e rassicurante che la bloccò delicatamente sul materasso.
"Si figuri, signorina Rinaldi" replicò lui con tono divertito mentre l'ultima ombra di senso di colpa lasciava il posto al solito, sottile, gioco di sguardi. "Anzi..., quando vuole tornare per una visita più accurata..."
"Ci penserò..." rispose lei guardandolo con un sorriso sfrontato. Senza troppa fretta si liberò dalla sua presa, mettendosi a sedere sul letto. "Adesso però passami un cornetto al pistacchio!".
Pietro rise, recuperò il vassoio dal comodino e le allungò un cornetto ancora tiepido, osservandola mentre tirava su le gambe per incrociarle sotto al lenzuolo.
"Tieni, prima che la quota risentimento si alzi per davvero!".
Poi si tolse la maglietta e i bermuda con gesti rapidi, restando in boxer. Prese il suo cornetto alla crema dal vassoio e si sedette accanto a lei, appoggiando la schiena contro i cuscini, finalmente libero da quella cappa d'apprensione che lo aveva oppresso fino a quel momento.
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Viola bevve l'ultimo sorso di caffè e finì il cornetto, pulendosi le dita con un gesto pigro mentre si appoggiava con la schiena alla testata del letto.
"Piña colada" disse a bruciapelo, come colta da un'improvvisa illuminazione, guardando il soffitto con aria meditativa.
Pietro, che stava finendo il suo caffellatte, si bloccò a metà e girò la testa verso di lei, corrugando la fronte con un'espressione del tutto perplessa.
"Eh?"
"Piña colada!" ripeté lei, come se fosse la cosa più ovvia del mondo, voltandosi a fissarlo con un'occhiata di pura sfida.
Lui la squadrò per un secondo buono, prima che un sorrisetto ironico gli piegasse un angolo della bocca.
"Sono le dieci di mattina, Vi" commentò bevendo l'ultimo sorso di caffellatte e squadrandola mentre gli scappava da ridere. "Iniziare a pensare ai superalcolici prima ancora di esserti lavata i denti, mi sembra un segnale piuttosto preoccupante. Devo cercarti un centro di recupero?".
Lei fece un sorriso strano che lui non riuscì subito a decifrare, e poi si alzò dal letto.
"Stai tranquillo, non è di alcool che ho voglia" disse raccogliendo i capelli sulla nuca e legandoli in una coda alta con un gesto rapido e disinvolto che le scoprì del tutto il collo. "È la tua safeword".
Pietro si bloccò con la tazza vuota ancora in mano. Un battito di ciglia. Poi la memoria dell'accordo fatto con *Miss Rinaldi* riaffiorò nitido e la bocca gli si piegò in una mezza risata incredula mista a genuina ammirazione.
"Ah" disse mentre metabolizzava quel colpo di scena.
"Pensavi davvero di cavartela con la colazione a letto e un cornetto al pistacchio?" infierì Viola, spostandosi a passi lenti verso la parte del letto dove lui era seduto. Aveva l'aria di chi sa di avere un asso nella manica e non ha nessuna fretta di giocarselo. "Ieri ti ho lasciato fare. Oggi tu lasci fare a *me*".
Pietro scosse la testa, lasciandosi andare contro la testata del letto, visibilmente divertito dall'audacia con cui lei stava riaprendo la partita.
La guardò girargli attorno con un pizzico di inquietante anticipazione: c'era qualcosa di terribilmente eccitante nel vederla rivendicare il controllo con quella sicurezza. Gli faceva salire la pressione più di qualsiasi caffeina.
Senza fretta, Viola gli voltò le spalle e camminò verso l'armadio a muro nell'angolo della stanza. Le ante in legno scuro scivolarono via con un sibilo leggero. Pietro seguì con lo sguardo la linea delle sue gambe scoperte finché lei non si piegò appena sulle ginocchia, frugando nel vano inferiore per tirare fuori la scatola rossa contenente i loro *giocattoli*.
Un brivido sottile gli corse lungo la spina dorsale al solo rumore della scatola che si apriva. Si sistemò meglio contro i cuscini, incrociando le braccia sul petto nudo; la piega divertita sulle sue labbra si fece più profonda, venata da un filo di sana tensione. Conosceva bene *tutto* il contenuto di quella scatola, e vederla tra le mani di Viola, mossa da quella determinazione tranquilla e senza preavviso, trasformava ogni singolo oggetto in una minaccia, spaventosa ed eccitante.
"Cominciamo con queste" annunciò lei girandosi di scatto verso di lui con in mano le cinghie di contenimento in cuoio nero.
Il suo sorriso non presagiva nulla di buono.
"Guarda che sono in grado di starmene fermo" disse lui inarcando un sopracciglio con un'aria fin troppo innocente mentre abbandonava le spalle contro i cuscini.
"Mh... no" rispose lei facendo un passo avanti, priva di qualsiasi spazio di trattativa. "Non mi fido."
"Così non vale, però!" protestò Pietro. "Io di te mi fido. Non ti lego mica tutte le volte!"
"Certo, perché a te basta una mano per immobilizzarmi" ribatté Viola arrivando a un passo dal letto. "Dai, basta capricci e sdraiati" aggiunse fermando le cinghie alla testiera.
Poco dopo Pietro si ritrovò con i polsi stretti nei polsini imbottiti e con le braccia tirate quel tanto che bastava per impedirgli ogni leva. Fu percorso da un brivido: una miscela calda e fastidiosa di eccitazione, incredulità e puro disorientamento.
Dopo meno di due settimane, si ritrovava di nuovo immobile, del tutto vulnerabile, a fissarla dal basso in alto. L'orgoglio gli bruciava, ma la verità era che vedere *Miss Rinaldi* prendere il controllo in quel modo sfacciato gli faceva battere il cuore a mille. C'era un brivido sottile nel lasciarsi spogliare del potere, una resa concordata che lo mandava fuori di testa.
Viola rimase un momento a guardarlo, con le mani sui fianchi e la sua t-shirt che le scivolava da una spalla, assaporando la vista di lui bloccato nel letto.
Pietro ricambiò il suo sguardo, mentre il respiro cominciava già a farsi più accelerato.
"Fammi indovinare..." mormorò con la voce che gli scendeva di un tono. "Adesso mi benderai gli occhi?".
Viola si chinò leggermente su di lui, appoggiando una mano sul materasso a pochi centimetri dal suo fianco. Il suo sorriso era lento, di una sicurezza sfacciata che gli fece salire un brivido caldo dritto al cervello.
"Nemmeno per sogno" disse a pochi centimetri dalle sue labbra, facendogli sentire l'aria calda del proprio respiro. "Stavolta voglio che tu veda tutto. Voglio che guardi esattamente cosa sto per farti, secondo per secondo, senza avere la possibilità di muovere un dito".
Pietro deglutì a vuoto, sorpreso dalla carica quasi spietata di quelle parole. Dover assistere alla propria resa in diretta, fissandola negli occhi mentre lei dettava le regole, era una vendetta quasi sadica che lo faceva completamente impazzire.
Viola afferrò il vassoio della colazione, muovendosi verso la porta e facendo subito scattare un allarme rosso nella testa di Pietro. Tirò d'istinto le braccia per muoversi, ma i polsini non cedettero nemmeno di un millimetro, tenendolo bloccato alla testiera.
"Rinaldi, dove cazzo stai andando?" sibilò col tono che oscillava tra l'ansia e l'incredulità.
Lei non si girò nemmeno, ma lui avvertì chiaramente che stava sorridendo. E fu esattamente in quel momento che la sua mente andò del tutto in tilt, investita da due consapevolezze simultanee e insopportabili.
La prima era che lei lo stava davvero piantando lì, legato, totalmente immobile e alla sua mercé, senza un’indicazione sul tempo: cinque minuti per portare via il vassoio o un’ora a lasciarlo consumarsi nell'attesa? Non avere il controllo della situazione lo mandava fuori testa, ma la prospettiva di rimanere lì bloccato a rimuginare era tortura pura.
La seconda era che, sotto la maglietta, Viola non indossava assolutamente nulla. Il profilo del seno era completamente libero, con le forme morbide accentuate dalla stoffa sottile e i capezzoli rigidi che svettavano nitidi contro il tessuto. E quando si piegava, l'orlo della maglietta si sollevava quel tanto che bastava per scoprirle la parte alta delle cosce, lasciando intravedere chiaramente l'assenza totale di intimo.
Pietro trattenne il respiro, il sangue che gli schizzava alle tempie con una violenza improvvisa. Vedere quella visione di totale accessibilità, unita al fatto che lei stesse per sparire oltre la porta lasciandolo con le mani ancorate al letto, lo ridusse a uno stato di pura frustrazione sensoriale.
L'idea che Jacopo o, peggio, Davide, potessero vederla praticamente nuda, gli fece salire il sangue alla testa. La possessività lo travolse con una violenza assurda, amplificata al massimo dal fatto di non potersi alzare per raggiungerla.
Lei non si scompose minimamente, anzi, si voltò appena verso di lui con il vassoio in equilibrio tra le mani, godendosi ogni singolo secondo della sua agitazione.
"Non ti muovere" gli disse con un'ironia deliziosamente spietata, facendogli un piccolo cenno d'intesa prima di varcare la soglia e richiudere la porta, lasciandolo da solo, bloccato a letto.
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Viola entrò in cucina e trovò Jacopo seduto al tavolo, intento a bere un caffè e a scorrere il telefono con l'aria di chi si è svegliato da dieci minuti.
Sentendo rumore di passi, lui alzò lo sguardo, bloccandosi per un istante con la tazzina a mezz'aria, spiazzato da quella maglietta - chiaramente di Pietro - che le copriva a stento le cosce e lasciava intravedere la forma del seno e i capezzoli turgidi.
"Buongiorno" esordì lei con tono fresco e del tutto naturale. Poggiò il vassoio vicino al lavello senza tradire il minimo imbarazzo, allungando la mano per prendersi un bicchiere d'acqua.
"Ehi... buongiorno, Vi. Vedo che ti sei ripresa bene!". Si interruppe un istante, squadrandola di sbieco con un'occhiata divertita e perplessa. "Ma il nostro principe azzurro lo sa che te ne vai in giro così? Se al posto mio ci fosse stato Davide, credo che gli sarebbe preso un colpo!".
Viola trattenne un sorrisetto enigmatico, pensando a Pietro di sopra, in camera, legato al letto e in attesa del suo ritorno, mentre Jacopo la guardava mandando giù il caffè.
"Sta dormendo come un sasso..." rispose con molta calma, risultando perfettamente credibile. "Ma gli altri dove sono?"
"Sono andati in spiaggia mezz'ora fa. Adesso li raggiungo anch'io" spiegò lui alzandosi per posare la tazza nel lavello. "Ci fermiamo a pranzare al lido. Voi che fate, venite?"
"Sì, ma più tardi. Teneteci due lettini, vi raggiungiamo direttamente per pranzo".
Jacopo le lanciò un'occhiata d'intesa, scoppiando in una breve risata. "Ok ok... Non voglio nemmeno sapere cosa avete in programma per le prossime due ore, anche se non serve molta fantasia...!" disse avviandosi verso la porta e recuperando lo zaino per la spiaggia. "Io vado. Non fate tremare i muri!".
A quelle parole, Viola arrossì di colpo, colta del tutto alla sprovvista dall'allusione così diretta del suo migliore amico. Trattenne il respiro, cercando disperatamente di non fare la figura della ragazzina colta sul fatto.
"Jaco, va' in spiaggia, per favore!" sibilò tra i denti, nascondendo il viso dietro il bicchiere d'acqua e lanciandogli un'occhiataccia che voleva essere minacciosa, ma che finì solo per tradire il suo rossore.
Lui ridacchiò divertito sulla soglia, godendosi la scena. "A dopo!" le disse, per poi chiudersi la porta alle spalle con un'ultima risatina.
"A dopo..." mormorò lei alla stanza ormai vuota, lasciando andare un sospiro lungo e tremante.
L'imbarazzo per la battuta di Jacopo si sovrappose al battito accelerato per quello che la aspettava di sopra. Rimase immobile per qualche secondo, poi si avviò a passi lenti verso le scale, avvertendo il peso eccitante e spaventoso del potere che stava per esercitare.
Ogni gradino sotto i piedi nudi sembrava amplificare il battito sordo che le tamburellava in petto. C’era una sottile scarica elettrica lungo la schiena, un’eccitazione quasi vertiginosa per quel ribaltamento di ruoli.
Era abituata alla sicurezza di Pietro, alla sua presa ferma, al modo in cui lui decideva i confini e le regole del gioco. Ora, avere il potere assoluto di dettare il ritmo la lasciava quasi senza fiato, divisa tra una sottile apprensione e il desiderio bruciante di vedere fino a che punto fosse capace di spingersi.
Arrivata davanti alla porta chiusa della camera, si fermò un istante.
Trattenne il respiro, sistemò d'istinto il bordo della maglietta per darsi un contegno e abbassò la maniglia, sfoggiando quel sorriso di sfida che Pietro conosceva fin troppo bene.
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Quando la porta si aprì e Viola fece il suo ingresso con un passo lento e teatrale, Pietro non si scompose. Apparentemente sembrava addirittura rilassato. Non appena gli occhi di Viola incrociarono i suoi, le labbra gli si sollevarono in quel suo solito sorrisetto arrogante, quanto bastava per farle intendere che la situazione non lo intimidiva affatto.
"Ci hai messo parecchio, Rinaldi..." mormorò con la voce profonda e ruvida. "Cominciavo a pensare che ti stesse mancando il coraggio".
La squadrò lentamente dalla testa ai piedi, soffermandosi sulle gambe interamente scoperte. Il suo sguardo non era quello di un prigioniero, ma quello di un predatore che stava solo lasciando all'altro *l'illusione* di condurre il gioco.
"Vieni qui" aggiunse a bassa voce, con un inequivocabile tono di sfida. "Vediamo di cosa sei capace".
Viola si avvicinò con molta calma ai piedi del letto, godendosi la visione di Pietro completamente in balìa del suo gioco.
"Prima ho bisogno di fare una doccia" gli rispose con una tranquillità spiazzante, incrociando le braccia. "Devi pazientare ancora po', poi vedrai di cosa sono capace".
Pietro serrò la mascella e trattenne il respiro, mentre il cuoio delle cinghie strideva sotto la spinta improvvisa dei polsi. C’era una rabbia sottile, calda, che gli montava dentro nel sentirsi così esposto, vulnerabile, incapace di muovere un solo muscolo; ma la verità era che quella sfrontatezza lo mandava completamente fuori testa. L'impatto di ritrovarsi in balìa di *Miss Rinaldi*, proprio dopo tutto quello che era successo dalla festa in poi, gli toglieva ogni difesa.
"Gli altri sono andati tutti in spiaggia" aggiunse Viola con un sorrisetto sfrontato, piegando leggermente la testa di lato. "Ho detto a Jaco che li raggiungeremo *più tardi*..."
Avanzò di qualche passo con una camminata lenta, calcolata, finché non fu a un soffio da lui. Si chinò leggermente, investendolo con il profumo della sua pelle, e gli sfiorò il mento con la punta delle dita, con una dolcezza del tutto provocatoria.
"Siamo soli in casa. È una buona notizia, no? Sarai libero di urlare quanto vuoi".
Pietro contrasse d'istinto gli addominali, mentre le dita di Viola gli lasciavano addosso una scia di fuoco. Il respiro gli si fece corto, mentre veniva pervaso da un'eccitazione folle, mista a un'ansia così densa da fargli quasi girare la testa.
Un sorrisetto irriverente gli piegò di nuovo le labbra.
"Non ti facevo così sadica, Rinaldi" sussurrò con voce ruvida, impastata di desiderio.
I muscoli delle sue braccia tiravano contro i vincoli, ma più per l'urgenza di toccarla che per il bisogno di liberarsi davvero.
"Almeno togliti quella maglietta prima di entrare in bagno" aggiunse con un filo di voce e uno sguardo che non le lasciavano scampo. "Così mi lasci qualcosa su cui fantasticare mentre mi fai aspettare".
Viola piegò appena la testa, godendosi la fiammata di desiderio che gli vide accendere negli occhi, poi fece un passo indietro, sottraendosi al suo raggio d'azione proprio mentre lui tentava di sporgersi di nuovo verso di lei.
"Fai il bravo, Pietro. Mi pare che di materiale su cui fantasticare tu ne abbia accumulato parecchio, negli ultimi giorni..." ribatté regalandogli un sorrisetto lento e deliziosamente provocatorio. Fece un passo lento, riavvicinandosi al bordo del letto, e allungò una mano lasciando che l'indice sfiorasse appena l'erezione sotto ai boxer. "E fatti trovare pronto".
Un brivido violento attraversò l'addome di Pietro, costringendolo a trattenere il fiato mentre i muscoli gli si irrigidivano sotto quel tocco deliberato.
"Rinaldi, sono pronto da circa mezz'ora" ribatté lui a denti stretti, con la voce rauca, fissandola con gli occhi accesi da un miscuglio di frustrazione e desiderio. "Come puoi ben vedere".
Viola gli regalò un sorrisetto lento, deliziosamente appagato, prima di afferrare con le dita l'elastico dei boxer e tirarglieli lentamente giù, fino a toglierglieli del tutto.
"Molto bene..." mormorò soffermandosi con lo sguardo sul pene turgido, per poi voltargli le spalle e sfilare verso il bagno senza fretta. "Vedi di restare così fino al mio ritorno" aggiunse prima di lasciarlo solo con il suono dei propri battiti e della porta che si chiudeva.
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Pietro serrò la mascella, respirando a fondo per ritrovare il controllo mentre ascoltava il rumore dell'acqua che scorreva.
Furono venti minuti di pura tortura: bloccato sul letto, senza potersi muovere, con la mente che viaggiava a mille su cosa stesse pianificando *Miss Rinaldi*.
Quando la porta del bagno si riaprì, Viola varcò la soglia a passi lenti e calcolati, lasciando dietro di sé una scia di vapore e il profumo fresco del bagnoschiuma.
Indossava un completino intimo in pizzo rosso rubino, estremamente essenziale ed elegante: un reggiseno a balconcino del tutto trasparente, incorniciato da sottili cinghie di raso che ne seguivano le forme, e un perizoma a vita alta che le segnava i fianchi, arricchito da un reggicalze a quattro bretelle con calze velate nere che le arrivavano a metà coscia. A completare il quadro, i capelli raccolti in una coda alta e ben tirata e le scarpe col tacco che usava per le serate più importanti, che risuonavano a ogni singolo passo sul parquet con un ticchettio secco e dominante.
Pietro si dimenticò letteralmente come si respirava mentre gli occhi seguivano ogni singolo dettaglio di quella visione: dal rosso nitido del pizzo alla linea scura delle calze che spiccava contro la pelle chiara delle cosce, fino al ritmo cadenzato, quasi ipnotico, dei tacchi che si fermavano ai lati del letto.
Un brivido violento gli corse lungo la schiena, andandosi a scaricare dritto nelle mani. D'istinto provò a muoverle, a sporgersi in avanti per ghermirle un fianco e tirarla giù su di sé, ma la tensione dei muscoli trovò solo la resistenza del materasso e la propria immobilità. Le nocche gli si strinsero fino a sbiancare. Un imprecazione sorda gli morì in gola, trasformandosi in un suono profondo, gutturale.
"Vi..." mormorò, e la voce era così bassa e ruvida da sembrare quasi spezzata.
Si impose di sostenere il suo sguardo, ma i suoi occhi continuavano a tradirlo, scivolando inevitabilmente verso il basso, incantati dalla trasparenza del balconcino e da quelle quattro cinghie di raso che sembravano messe lì apposta per fargli perdere definitivamente il senno.
Era una tortura premeditata, e lui lo sapeva benissimo.
Accennò un sorriso tirato, incredulo di fronte a tanta spudoratezza.
"Tu vuoi vedermi morto, stamattina...".
Viola rimase in piedi di fianco al letto, godendosi ogni singolo secondo di quella reazione. Non ebbe fretta. Inclinò appena la testa di lato, lasciando che il ticchettio dei tacchi si spegnesse nel silenzio carico di tensione della stanza.
Un piccolo sorriso lento le piegò gli angoli della bocca.
"Non abbiamo nemmeno cominciato, amore" mormorò con voce calma e vellutata.
Facendo un passo volutamente lento, salì sul letto con un ginocchio, facendo affondare appena il materasso. Sfruttò la posizione per svettare su di lui, lasciando che la trama della calza velata gli sfiorasse il fianco mentre si sporgeva in avanti. Il suo profumo gli invase le narici prima ancora che potesse sfiorarlo.
Viola allungò una mano e gli appoggiò l'indice al centro del petto, proprio dove il cuore di Pietro stava battendo con forza, premendo appena.
"Oggi facciamo a modo mio..." gli sussurrò a un soffio dalle labbra, senza concedergli il contatto. "E la prima regola è che non muovi un muscolo finché non te lo dico io".
Con un movimento fluido, scivolò a cavalcioni su di lui. Lui fece un respiro profondo, con la mascella ancora contratta, mentre avvertiva il peso di lei addosso e la ruvidezza del pizzo contro la pelle calda degli addominali. Le mani cercarono d'istinto i suoi fianchi, ma si fermarono subito, bloccate nei polsini.
Viola gli fece scivolare le unghie lungo il collo, risalendo con lentezza fino alla mascella.
"Allora..." mormorò sfiorandogli il labbro inferiore con la punta dell'indice. "Direi che ieri hai esagerato un po'...".
Iniziò a far scivolare le mani lungo i suoi fianchi, scendendo con una lentezza esasperante. Tracciava gli addominali con la punta dei polpastrelli, poi scendeva più giù, fermandosi sempre un secondo prima di dargli quello che voleva.
Impossibilitato a usare le mani, Pietro cercò un contatto sollevando d'istinto il bacino. Voleva annullare quella distanza, incastrare le proprie cosce tra quelle di lei e strapparle un tocco più profondo. Ma Viola fu spietatamente reattiva: si sollevò di un centimetro appena, un attimo prima che lui potesse raggiungerla, costringendolo a ricadere sul materasso con i muscoli tesi e un respiro spezzato che gli morì in gola.
"Stai fermo" sussurrò lei, china sul suo orecchio mentre il pizzo del reggiseno gli sfregava leggermente contro la gabbia toracica. "Ti ho detto che non puoi muoverti senza il mio permesso" mormorò sfiorandogli l'orecchio con le labbra.
Pietro serrò i denti, con la testa affondata nel cuscino e gli occhi piantati in quelli di lei, incapace di tirarsi indietro e spaventosamente affascinato dalla lucidità con cui Viola stava ridisegnando le regole del loro gioco.
"Vi..." mugugnò, con la voce ridotta a un raschio profondo.
"Cosa c'è?" lo provocò lei a fior di labbra, scendendo con la bocca lungo la linea del suo collo, mordicchiandogli la pelle appena sotto la mascella per poi leccare il punto preciso in cui gli pulsava la vena. "Non essere impaziente...".
Chinò la testa sul suo petto, affondando con decisione i denti nella carne soda sopra la clavicola. Pietro sussultò, contraendo i muscoli del collo. Prima che lui potesse anche solo assimilare quel dolore sottile, la lingua di Viola passò sul medesimo punto, placando il bruciore con una carezza umida e calda che gli fece sfuggire un gemito basso.
Scese ancora, scivolando lungo la gabbia toracica. Non usava solo le mani: faceva scorrere il corpo su di lui, lasciando che la trama ruvida del pizzo gli graffiasse la pelle nuda.
Ogni volta che lui accennava a sollevare d'istinto il bacino per cercarla, Viola si sollevava di pochissimo, restando a cavalcioni su di lui senza sfiorarlo.
Restava lì, sospesa, a guardarlo dall'alto. Si godeva lo spettacolo del suo petto che saliva e scendeva rapidamente, la pelle coperta da un velo leggero di sudore e gli occhi di ghiaccio, sgranati e febbricitanti, piantati nei suoi.
"Sei bellissimo, amore mio..." mormorò facendo scorrere un'unghia dall'ombelico in su, tracciando la linea centrale del suo addome con una pressione quasi impercettibile.
Pietro era già allo stremo, il petto che saliva e scendeva violentemente, diviso tra la frustrazione di non poter posare le mani su di lei e un'estasi devastante che lo pervadeva.
"Cazzo, Vi!". La voce gli uscì rauca, spezzata. "Ti voglio troppo...".
Viola emise una risatina bassa che gli morì proprio sul collo, dove appoggiò di nuovo le labbra per sfiorargli il pulsare della giugulare. "Abbiamo appena iniziato...".
Con un movimento appositamente a rallentatore, Viola sciolse la presa dalle sue cosce e si alzò dal letto.
Lui rimase disteso, con i polsi bloccati e i muscoli ancora contratti dal desiderio interrotto. Il respiro, pesante e affannato, gli rimbombava nei timpani mentre seguiva ogni suo passo con gli occhi azzurri spalancati. La vedeva muoversi con una sicurezza inaudita verso l'armadio: la figura slanciata, le calze velate, il sedere incorniciato dal pizzo rosso.
Quando lei aprì l'anta e allungò la mano per afferrare la scatola dei giochi, il cuore di Pietro fece un balzo d'arresto prima di riprendere a battere a una velocità folle. Un miscuglio denso di anticipazione, eccitazione e una sottile, inebriante, vulnerabilità gli si serrò in gola. Vedere Viola prendere l'iniziativa in quel modo - con quel sorriso calmo e padrone di sé - trasformò la sua frustrazione in un'attesa quasi insopportabile.
Viola tornò verso il letto senza fretta, tenendo la scatola con entrambe le mani e poggiandola sul comodino.
Pietro deglutì a fatica, la mascella tesa, le nocche bianche mentre le dita cercavano ancora una presa sulle cinghie di cuoio. Tenne lo sguardo fisso sulle mani di Viola, il sangue che gli pulsava forte nelle tempie e la testa che girava, completamente catturato da quello che stava per succedere.
Lei si piegò leggermente sul comodino, regalandogli una vista mozzafiato, e con un gesto lento, quasi solenne, sollevò il coperchio.
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"Vediamo un po' cosa avevi preparato per questa vacanza..." mormorò Viola frugando lentamente nella scatola, godendosi il contrasto tra il disordine dei giocattoli e l'abituale ordinata rigidità di Pietro. "Vedo che hai fatto molti acquisti, prima di partire...".
Pietro deglutì a fatica, con la gola secca. Vedere *i propri piani* utilizzati contro di lui con tanta disinvoltura, gli mandò un'altra scarica di calore dritta al cervello.
I suoi pensieri corsero subito al pomeriggio di un paio di settimane prima, quando dopo il lavoro era andato in quel negozio discreto in centro, assaporando il brivido di scegliere ogni singolo pezzo all'insaputa di Viola. Aveva passato quasi un'ora a confrontare oggetti, materiali e dettagli, immaginando come inserirli nel loro *gioco*. Si era figurato esattamente come, dove e quando usarli su di lei, assaporando l'idea di avere il controllo totale della situazione. Vedere ora la sua accuratezza ritorcersi contro di lui, con lei che maneggiava quegli stessi acquisti con agghiacciante disinvoltura, gli faceva pulsare il sangue nelle tempie.
"Lo sai che mi piace pianificare" disse con un sorrisetto tirato, provando a mascherare con la solita spavalderia la fiammata di calore che gli stava risalendo lungo il collo, ma la voce gli uscì sottile, quasi un soffio rauco.
"Lo so bene" ribatté lei con una sfumatura smaccatamente sarcastica nella voce, inclinando la testa per guardarlo da sopra le spalle mentre prendeva in mano un piccolo frustino in pelle. "Peccato che a volte la vita riservi risvolti decisamente inaspettati".
Fece una pausa studiata, facendo scorrere il manico del frustino tra le dita e sgranando leggermente le setole morbide sulla punta, prima di usarle per accarezzargli il petto con lentezza esasperante, piantando gli occhi nei suoi.
"Ti sei proprio sbizzarrito" gli disse riponendo il frustino nella scatola e passando in rassegna con lo sguardo tutti i nuovi giocattoli che non aveva mai visto prima.
C'erano delle manette in acciaio, massicce ma con una generosa imbottitura per non segnare i polsi, due dilatatori metallici di misure diverse che le diedero i brividi solo a sfiorarli, un solleticatore con piume soffici e un vibratore simile a quello che conosceva già, però con doppio dildo.
Ma fu la collezione di plug con diamantini sulla base a catturare davvero la sua attenzione. Alcuni, quelli più piccoli, le erano già familiari, ma spiccavano due novità assolute: uno impreziosito da un diamantino di colore azzurro e un altro di una intensa tonalità di viola. Quest'ultimo le sembrò decisamente spropositato, soprattutto in diametro. Era nettamente più grande rispetto a quello col diamantino verde che Pietro aveva usato la sera che aveva giocato con la panna, ed era più grande persino del suo pene.
Lo prese in mano, facendolo ruotare lentamente tra le dita; il cristallo sulla base catturò la luce, rimandando un riflesso violaceo.
Guardò Pietro, sgranando leggermente gli occhi con un'espressione tra l'allibito e il divertito, prima di lasciarsi sfuggire una risata incredula.
"Ma fai sul serio?!" esclamò mostrandogli il plug.
Lui la fissò con uno sguardo divertito, pieno di malizia. Un sorrisetto spavaldo e sfacciato gli comparve sulle labbra.
"*Dannatamente* sul serio, Rinaldi" rispose con quella voce bassa e ruvida che usava quando voleva stuzzicarla, senza staccare gli occhi dai suoi. "Ci arriveremo per gradi ma lo apprezzerai, vedrai...".
Viola inarcò un sopracciglio, facendolo oscillare a pochi centimetri dal suo viso. "Magari lo apprezzerai *tu*. Che ne dici?".
Pietro bloccò il sorrisetto a metà, mentre lo sguardo scendeva per un istante sulla gemma viola che gli oscillava davanti. Per un attimo, la sua sicurezza incrollabile tentennò, sostituita da una scintilla di lucida consapevolezza: *Miss Rinaldi* faceva sul serio. Ringraziò il cielo che stavolta avessero stabilito a monte la safeword.
"Insieme a questo!" aggiunse Viola prendendo un flacone adagiato nell'angolo della scatola, anche quello assolutamente una novità per lei. "Lubrificante allo zenzero..." mormorò leggendo l'etichetta con un sorrisetto malizioso, prima di rialzare gli occhi su di lui. "Interessante...".
Pietro la fissò, serrando appena la mascella. Voleva fare una battuta delle sue, un commento cinico per smontarle il bluff, ma le parole gli si incastrarono in gola perché non era sicuro al 100% che fosse un bluff: con Viola non si capiva mai esattamente dove finisse la provocazione e dove iniziasse l'intenzione vera.
"Non ne avresti il coraggio" le disse alla fine. La voce gli uscì un po' più profonda del previsto, mantenendo il tono divertito ma con una crepa sottile di dubbio.
Lei non rispose subito. Fece scivolare il flacone tra le mani, aprendo il tappo con un *clic*, si piegò su di lui e glielo avvicinò al viso per fargli sentire il profumo speziato.
"Chissà..." mormorò a un millimetro dalle sue labbra, godendosi la leggera rigidità che gli si era creata nelle spalle.
Non aveva nessuna intenzione di usare quel plug, ma vedere quella sottile spaccatura nella solita armatura di Pietro, quel minuscolo *e se invece lo fa?* che gli leggeva negli occhi, era una sensazione troppo deliziosa per rinunciarvi subito.
Fece scorrere un dito lungo la linea del suo addome, scendendo sul bacino, sfiorando la pelle nuda proprio dove la linea dell'inguine si faceva più tesa.
Pietro non staccò gli occhi dai suoi, anche se la mascella contratta e un respiro più profondo tradivano l'ansia con cui stava cercando di calcolare la sua prossima mossa.
"Ti ricordo che mi hai dato la safeword" le disse ritrovando quel tono basso e graffiante che usava quando voleva riprendere il controllo.
"Non oseresti usarla" ribatté lei rialzandosi leggermente per sovrastarlo. "Non sia mai che Pietro Neri si tiri indietro davanti a una sfida o ammetta di avere paura. E poi..., lo so che in fondo muori dalla curiosità di vedere fin dove posso arrivare".
Pietro lasciò scivolare la testa all'indietro contro il cuscino, soffocando un’imprecazione ricca di ammirata frustrazione. Lei lo conosceva fin troppo bene, e l'uso spietato di quella consapevolezza lo faceva impazzire.
"Sei una manipolatrice eccezionale, Rinaldi" mormorò, con la voce che vibrava contro la gabbia toracica mentre la guardava dal basso.
Viola ridacchiò, assaporando il gusto pieno di quella resa parziale. Richiuse il flacone di lubrificante e lo appoggiò sul comodino insieme al plug, lasciandoli lì come una minaccia o una promessa sospesa.
"Ok, basta parlare, adesso. C'è un nuovo giocattolo molto interessante che non vedo l'ora di provare...".
Prese dalla scatola due candele rosse, corte e spesse, ancora avvolte nella loro confezione originale, e se le rigirò tra le mani con un sorrisetto diabolico.
"*Candele a bassa temperatura in cera di soia*" lesse dall'etichetta con voce sorniona, alzando gli occhi su di lui. "Ma guarda un po'...! Avevi grandi progetti, vero?"
"Vi, rimettile a posto" disse provando a dare alla voce un tono perentorio che suonò inevitabilmente incrinato.
"E perché mai?" rispose lei prendendo dalla scatola anche l'accendino.
"Vi, non sto scherzando! È pericoloso se non sai usarle!"; il tono di voce era profondo, teso tra la minaccia e la resa imminente.
"Ci sono le istruzioni" ribatté Viola con la voce che trasudava una calma perfida, iniziando a leggere. "'*Tenere la candela a una distanza minima di trenta centimetri dalla pelle per garantire una caduta piacevole e controllata. La cera si fonde a bassa temperatura, regalando una delicata sensazione di calore senza bruciare...*'". Sollevò gli occhi sul suo petto nudo, lasciando che un sorrisetto lento le increspasse le labbra. "'*Ideale per giochi di dominazione, privazione sensoriale e sensazioni intense*. Sembra scritta per noi due..." concluse con spietata dolcezza, azionando l'accendino.
La piccola fiamma si accese con un crepitio secco, illuminandole per un istante gli occhi vibranti di provocazione.
Pietro contrasse d'istinto i muscoli delle braccia, guardandola mentre avvicinava la fiamma allo stoppino di una delle due candele. Il filo di cotone prese fuoco piano, spandendo subito nell'aria una fragranza dolce e speziata di vaniglia e legno di sandalo.
*Sei incredibile, Rinaldi* pensò Pietro mentre il petto gli si alzava e abbassava in un ritmo teso, irregolare. L'ironia della situazione lo colpì in pieno: quelle candele le aveva scelte lui, immaginando nei minimi dettagli come le avrebbe usate su di lei durante quella vacanza. Vedere ora il suo piano rivoltarglisi contro, con Viola che reggeva la fiamma e lo fissava dall'alto, gli dava una vertigine insostenibile.
Con un movimento lento e quasi teatrale, Viola salì sul letto e si posizionò a cavalcioni su di lui, abbastanza in alto da non schiacciarlo ma sufficientemente vicina da fargli avvertire tutto il calore del suo corpo.
Sotto la superficie della sua calma apparente, anche il cuore di Viola batteva all'impazzata. Sentiva la risposta fisica di Pietro contro le proprie gambe, la tensione elettrica che emanava dal suo corpo bloccato, e quella consapevolezza le dava una scossa inebriante.
Lui la fissava, lo sguardo incollato alla goccia di cera che si stava accumulando sui bordi della candela.
"Non avevi considerato questo finale quando le hai comprate, vero, amore?" mormorò lei con una lentezza studiata, la voce ridotta a un soffio caldo.
Pietro serrò leggermente la mascella, il respiro che gli si incagliava in gola mentre lo sguardo passava dalla goccia di cera fluida agli occhi di lei, accesi da quella malizia trionfante. Un piccolo sorriso tirato gli increspò un angolo della bocca.
"Sinceramente no" mormorò con la voce che tradiva l'accelerazione del suo battito. *Ma devo ammettere che vederti così vale decisamente il cambio di programma* pensò riagganciando lo sguardo di Viola con un'intensità scura, quasi bruciante.
Lei sollevò la candela, calcolando con cura la distanza esatta indicata sulla confezione. Trattenne il braccio nel vuoto, lasciando che la prima goccia si staccasse dallo stoppino e cadesse, esattamente al centro del suo petto.
Pietro sussultò appena, contraendo gli addominali e serrando i denti, ma senza staccare gli occhi dai suoi. Il calore gli si diffuse sulla pelle come una scossa elettrica, ma non c'era dolore, no: solo una percezione acutissima di ogni singolo centimetro del suo corpo esposto.
Sotto la stretta delle cinghie, con un riflesso involontario, i suoi polsi tentarono di tirare, ma il cuoio lo richiamò subito alla realtà.
Era suo.
Completamente a sua disposizione.
E la parte psicologicamente più devastante era che non avrebbe voluto essere in nessun altro posto al mondo.
Viola lo osservava dall'alto, assaporandone ogni minima reazione. Vedere la tensione correre nei muscoli delle sue spalle, sentire il suo respiro corto e notare il modo in cui cercava di mantenere il controllo, era decisamente eccitante.
Inclinò leggermente il polso, spostando la candela qualche centimetro più in basso, facendo cadere la seconda goccia appena sopra l'ombelico.
Pietro trattenne il respiro. Gli addominali si scolpirono sotto la pelle in una contrazione di riflesso, e un gemito sommesso gli salì alla gola, ma non distolse lo sguardo da lei. Nei suoi occhi di ghiaccio, febbricitanti di desiderio, non c'era ombra di protesta: solo la sfida accesa di chi si sta godendo ogni singolo secondo di quella resa.
Viola sostenne il suo sguardo e con un sorrisetto impercettibile lasciò cadere lentamente una terza, grande, goccia, proprio sulla linea dell'inguine.
Un sussulto più profondo attraversò il bacino di Pietro. La schiena si staccò dal materasso di qualche centimetro, mentre gli addominali si serrarono d'istinto. Inspirò a fondo, con la gola secca e il cuore che gli batteva nelle orecchie. Quel bruciore improvviso a un passo dai genitali gli aveva azzerato i pensieri, lasciando al suo posto una sottile e alquanto fastidiosa paura.
"Vi..." mormorò senza alcuna vena di provocazione ma con un'ombra di autentica ansia.
Lei rimase immobile sopra di lui, con la candela ancora inclinata tra le dita e la fiamma che oscillava a pochissimi centimetri dalla sua pelle scoperta.
"Dimmi che sai quello che stai facendo" disse con un respiro corto e lo sguardo che oscillava per un secondo tra i suoi occhi e la cera liquida pronta a staccarsi dallo stoppino. "Se ti scivola la mano, finisce molto male...".
Viola non rispose subito. Lasciò che il silenzio della stanza e il tremolio leggero della fiamma facessero il loro lavoro, godendosi l'inversione totale dei ruoli. Vedere Pietro - sempre così padrone di sé, sempre abituato a gestire ogni sfumatura del gioco - con gli occhi sgranati da un pizzico di panico genuino era impagabile.
Senza fretta, inclinò appena il polso allontanando la candela di qualche centimetro, quanto bastava per toglierla dalla zona di pericolo immediato, ma senza spegnerla.
"Pietro Neri che ha paura di me..." mormorò, la voce che scendeva di un'ottava, morbida e avvolgente come velluto. "Dovrei segnarmi questa data sul calendario".
Un sorrisetto d'intesa, caldo e rassicurante, le fiorì sulle labbra. Con la mano libera si piegò su di lui, sfiorandogli con i polpastrelli l'addome contratto per invitarlo a distendersi.
"Rilassati..." sussurrò lasciando che il suo respiro gli solleticasse la pelle del collo. "So *esattamente* cosa sto facendo. E non ho alcuna intenzione di danneggiarti... Mi servi intero".
Con un soffio deciso spense la candela. Il fumo denso e profumato si levò tra di loro mentre l'appoggiava sul comodino, ridendo.
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Pietro sciolse la tensione accumulata nelle spalle con un lungo sospiro, lasciando che la testa affondasse di nuovo tra i cuscini. Il contrasto tra l'ansia di un attimo prima e la risata sommessa di Viola gli fece spuntare un sorriso ironico, anche se il cuore gli batteva ancora all'impazzata.
"Sei tremenda, Rinaldi" disse con la voce ruvida, mentre il suo sguardo scivolava lungo il corpo di lei.
Viola sorrise senza scomporsi, con gli occhi piantati in quelli di lui.
"Vedo che gradisci, però..." mormorò poggiando le mani sul suo petto e strusciandosi contro la sua erezione.
Fece scorrere le unghie con lentezza esasperante attorno alla prima goccia di cera ormai solidificata sul centro del petto, sollevandone un lembo prima di staccarla con un gesto secco. Pietro trasalì appena, la pelle che gli si arrossava leggermente sotto il contatto.
Viola staccò anche la seconda goccia, quella sull'addome, lasciando che i polpastrelli indugiassero sulla pelle sensibile, poi le sue dita scesero più in basso, verso la terza goccia. Si chinò su di lui, sfiorandogli la mascella con le labbra prima di sussurrargli all'orecchio: "Questa mi sa che farà un po' più male...".
Pietro inspirò a fondo, tentando di dominare il battito furioso che gli rimbombava nel petto.
"Fallo e basta" mormorò con la voce ridotta a un soffio ruvido, le palpebre socchiuse e gli occhi puntati sulle labbra di lei, così vicine alle sue. "Smettila di goderti la tortura".
Viola ridacchiò piano contro la sua pelle, un suono caldo che gli vibrò sul collo. "Come se tu non ti godessi le torture, quando mi hai in tuo potere...".
Invece di staccare subito il pezzetto di cera, lasciò scorrere la punta dell'indice tutt'intorno, tracciando un cerchio lento sulla pelle d'oca dell'inguine, per poi fare una brevissima pressione con l'unghia sotto il bordo.
"Guarda che la pazienza non è mai stata il mio forte" disse lui con il respiro spezzato, cercando di ritrovare un briciolo del suo solito tono spavaldo, anche se il viso arrossato e la contrazione netta degli addominali dicevano tutt'altro.
Viola sollevò lo sguardo, incontrando i suoi occhi. "Lo so bene..." sussurrò sfiorando il centro del suo labbro inferiore con il pollice.
Con un gesto rapido e preciso, staccò l'ultimo frammento.
Pietro serrò i denti e tirò indietro la testa con una smorfia, soffiando fuori l'aria tra le labbra. Il bruciore dello strappo trasformò in un attimo la tensione erotica in un dolore acuto e del tutto inaspettato.
"Ma come cazzo fate voi donne a farvi la ceretta?!" imprecò riaccasciandosi sui cuscini e stringendo le palpebre. Quando riaprì gli occhi, le rivolse uno sguardo incredulo. "Siete delle masochiste..." aggiunse con la voce ancora incrinata dalla sorpresa, mentre sentiva la pelle dell'inguine andare a fuoco.
Viola soffocò una risata, nascondendo il viso nell'incavo del suo collo.
"Benvenuto nel nostro mondo...!" mormorò contro la sua pelle. "Comunque mi hai dato una grande idea per la prossima volta..."
"Non ci pensare nemmeno!" protestò lui sbarrando gli occhi.
"Vedremo...".
Si sporse verso il comodino, allungando la mano per afferrare il tubetto di lubrificante all'estratto di zenzero.
Lui seguì il movimento del suo braccio e, quando capì, i suoi occhi si spalancarono ancora di più. "Rinaldi...".
"Puoi sempre usare la tua safeword..." disse lei con la faccia più innocente del mondo, facendo scorrere una noce di gel sulle proprie dita.
Senza fretta, adagiò le dita impregnate di lubrificante proprio sulla pelle ancora calda e arrossata dell'inguine, spalmandolo con un movimento lento e circolare.
L'effetto fu immediato. Il pizzicore dello zenzero, al contatto con la pelle irritata, si trasformò in un'ondata di calore vivo che gli bruciò come fuoco.
Il suo orgoglio, però, bruciava molto di più.
Raccolse tutta la forza di volontà che aveva in corpo e bloccò la reazione sul nascere: serrò i denti e trasformò l'impatto di quel calore in una contrazione lenta e controllata dei muscoli addominali. Trattenne il fiato per un secondo infinito, lasciando che il fuoco dello zenzero lavorasse, prima di riprendere il controllo del respiro.
Nei suoi occhi azzurri non c'era traccia di resa, solo una sfida gelida, divertita, quasi insolente.
"Tutto qui, Rinaldi?" disse con una voce sorprendentemente ferma, bassa e graffiante, piegando appena un angolo delle labbra. "Mi sa che hai sottovalutato con chi hai a che fare".
Viola lo studiò in silenzio per un istante. Notò la linea tesa della sua mascella e la vena sul collo che pulsava più veloce del normale. Voleva fare il duro, ma lei conosceva troppo bene ogni singola reazione del suo corpo per cascarci.
Con un sorriso carico di promesse, fece scivolare la mano appena più in basso, portando le dita impregnate di gel direttamente sui testicoli.
Il calore dello zenzero non dette preavviso: penetrò come una scossa elettrica, un fuoco liquido che azzerò ogni sua difesa. L'impatto fu istantaneo ed esplosivo. La pelle sottilissima e le terminazioni nervose fecero reagire il suo corpo prima ancora che potesse fermarlo.
Tirò indietro la testa con un respiro spezzato, inarcando di scatto il bacino.
"Cazzo!" imprecò tra i denti, inarcandosi di scatto.
Viola non si fermò. Continuò a spalmare il gel con movimenti lenti, sfiorandolo appena con la punta delle dita, godendosi la scossa che lo attraversava a ogni minimo tocco.
"Non essere troppo orgoglioso..." mormorò contro il suo viso, con la voce bassissima. "Dimmi la safeword e mi fermo".
Pietro serrò le palpebre, i muscoli del collo contratti come corde e i denti piantati nel labbro inferiore per trattenere un lamento.
"No" rispose riaprendo gli occhi: due fessure di ghiaccio attraversate da una scarica di adrenalina e puro desiderio. "Continua".
Viola accennò un sorriso, sostenendo il suo sguardo. "Direi che il tuo coraggio merita un premio...".
Senza fretta, continuando a massaggiargli i testicoli, usò l'altra mano per avvolgere il pene, poi scivolò più in basso sul letto, sistemandosi tra le sue gambe.
Si chinò su di lui, lasciando che il suo fiato caldo gli sfiorasse la cappella prima di avvolgerlo con la bocca.
Pietro affondò la testa nel cuscino, lasciandosi andare a un lungo sospiro. Il calore umido e avvolgente delle labbra di Viola era una liberazione incredibile rispetto al bruciore che ancora sentiva, ma lei non gli concesse una resa facile. Alternava aspirazioni lente e profonde a piccoli tocchi di lingua ben calibrati, risalendo fino alla punta per poi scendere di nuovo, senza mai accelerare, tenendolo sul filo del rasoio.
D'istinto i suoi muscoli si contrassero per cercarla, ma le cinghie in cuoio gli bloccarono i polsi sopra la testa, strattonando il letto e ricordandogli la sua totale impotenza. Non poteva afferrarle i capelli per guidarla, non poteva stringerle i fianchi né spingerla più a fondo. Poteva solo inarcare il bacino, offrirsi al suo ritmo e sostenerne lo sguardo: perché Viola lo stava guardando, con gli occhi verdi spalancati e accesi di puro trionfo.
"Stai fermo, altrimenti smetto subito".
Viola aveva staccato leggermente le labbra, restando solo a un millimetro dalla sua pelle, per soffiargli sopra quel ricatto con una calma spietata.
Lui bloccò i fianchi a mezz'aria e poi si lasciò ricadere sul materasso. Il corpo gli tremava per lo sforzo di obbedire, ma rimase immobile, pietrificato da quella minaccia. L'idea che lei potesse tirarsi indietro proprio ora, lasciandolo in quel limbo bruciante con il sangue che gli martellava nelle tempie, era peggio di qualsiasi altra tortura.
Lei sorrise, un'espressione lenta e deliziosamente sadica. "Bravo ragazzo..." sussurrò.
Invece di riprendere subito il pene in bocca, usò la lingua per tracciare una linea lenta e umida lungo la parte inferiore, risalendo con esasperante lentezza mentre la sua mano continuava a tenere una presa ferma alla base.
Quando lo avvolse di nuovo del tutto, spingendosi più a fondo con una succhiata decisa e ritmica, Pietro si lasciò andare a un gemito soffocato a denti stretti. Riaprì gli occhi a fatica per cercarla, con lo sguardo pieno di desiderio e frustrazione per il non poter fare assolutamente nulla se non guardarla.
Senza staccare la bocca, con la mano destra Viola recuperò altro lubrificante allo zenzero dal flacone che aveva lasciato sul letto. Il rumore del tappo che si apriva fu coperto appena dai respiri affannati di Pietro. Fece colare un generoso strato di gel direttamente sulle dita, ma anziché tornare sui testicoli scese più in basso, spalmandolo lentamente sul perineo.
Il bruciore penetrò istantaneamente nei tessuti profondi, scatenando un'ondata di bruciore improvvisa che gli fece contrarre i muscoli del pavimento pelvico in un riflesso violento.
Viola iniziò a premere e massaggiare con movimenti decisi, coordinando la pressione delle dita con il ritmo profondo della bocca e quello avvolgente della lingua. Poi le dita scesero ancora più giù e un polpastrello scivoloso si posizionò con precisione proprio contro l'ano.
Non penetrò subito, come a volergli dare il tempo di decidere se usare la safeword.
Pietro fu sopraffatto da un insieme di emozioni contrastanti.
La parte dell'uomo abituato a mantenere il controllo, a guidare il gioco e a dettare i tempi, cercò di riemergere. L'uso della *safeword* gli galleggiò nella testa come un salvagente a portata di mano. Sarebbe bastato pronunciarla a voce alta per fermare tutto, per far tornare Viola al suo ruolo abituale e riprendere fiato.
Ma quell'idea durò solo una frazione di secondo. La tentazione di lasciarsi andare del tutto era infinitamente più forte di qualsiasi orgoglio. Vedere come Viola stesse padroneggiando la situazione, sentire come lo stesse portando al limite, gli provocava una vertigine di puro piacere. Non era solo la stimolazione fisica, era la resa totale, la certezza cieca di potersi fidare al punto da lasciarsi spogliare di ogni difesa, proprio come lei faceva sempre con lui.
Il fatto poi che lei gli stesse lasciando quella tacita scelta tra il fermarsi o il precipitare, trasformò la tensione in un'estasi quasi insopportabile. Sentiva il proprio cuore battere con violenza selvaggia contro le costole, il sangue ruggire nelle orecchie e il corpo totalmente teso e incapace di muoversi.
Non avrebbe pronunciato la safeword, non voleva la via di fuga.
Voleva solo che Viola spazzasse via l'ultimo frammento di resistenza e lo trascinasse esattamente dove voleva lei.
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Viola intensificò il risucchio sulla punta del pene e contemporaneamente spinse il dito facendolo scivolare dentro, lento e inesorabile.
La sensazione fu spaventosa e travolgente. L'effetto termico dello zenzero all'interno agì all'istante, facendo contrarre d'istinto lo sfintere attorno al dito. Pietro tese ogni singolo muscolo dell'addome, inarcò la schiena e dalle sue labbra uscì un verso soffocato, graffiante, spezzato a metà dal piacere devastante che la bocca di Viola continuava a dargli senza pietà, tenendolo bloccato in un tilt assoluto.
Sfruttando una contrazione involontaria, Viola spinse il dito più a fondo, iniziando a muoverlo con un ritmo lento e circolare, andando a sollecitare direttamente il punto p.
Per Pietro fu il cortocircuito definitivo. Un brivido violento gli attraversò le cosce e l'addome mentre un gemito profondo, del tutto privo di difese, riempì la stanza. I muscoli delle spalle e dei pettorali erano contratti dalla tensione, percorsi da tremiti involontari ogni volta che il dito di Viola trovava il punto esatto, premendo con precisione.
Rispetto alla penetrazione con il cubetto di ghiaccio - un momento d'impeto, quasi un esperimento improvvisato dettato dall'istinto del momento -, stavolta il tocco di Viola era radicalmente diverso. Non c'era esitazione, non c'era l'incertezza di chi sta provando un gesto per la prima volta. Il movimento era lento, fluido, incredibilmente mirato, come se conoscesse a memoria la mappa del suo corpo e sapesse esattamente dove premere, con quale angolazione e con quanta pressione.
*Sa perfettamente quello che sta facendo* pensò con un misto di incredulità e desiderio strisciante.
Le mani, serrate nei cinturini di cuoio, strapparono verso l'alto nel tentativo disperato di trovare un appiglio per sostenere quell'intensità che lo stava portando dritto oltre il limite.
Ma sentendo che era arrivato esattamente a un passo dall'orgasmo, Viola staccò la bocca facendogli scappare un gemito frustrato e assaporando ogni singolo secondo di quel crollo. Con assoluta calma estrasse il dito e poi si sollevò, mettendosi a cavalcioni su di lui con lo sguardo carico di un trionfo provocatorio.
Si chinò, sfiorandogli le labbra con le sue in un bacio lento, bagnato, stuzzicante, che gli rubò l'ultimo brandello d'aria.
Pietro ricambiò il bacio con una foga quasi disperata, catturandole il labbro inferiore tra i denti e tirandolo appena, una risposta d'istinto per rivendicare almeno un frammento di quel contatto.
Viola sorrise contro le sue labbra, poi si staccò e, senza dire una parola, si sollevò appena, spostando da un lato il perizoma e guidando il pene turgido contro l'ingresso umido della vagina. Guardò Pietro dritto negli occhi e si lasciò cadere lentamente, inghiottendolo tutto con un solo movimento profondo.
Pietro strinse gli occhi e inarcò la schiena, un gemito soffocato gli morì in gola. La sensazione era devastante: il calore stretto e pulsante di Viola che lo avvolgeva e la totale impossibilità di afferrarla, di spingere, di dominare il ritmo.
Lei iniziò a muoversi. Lenta. Moderata. Ogni salita un'agonia di attesa, ogni discesa una scossa che gli bruciava nel sangue.
"Voglio muovermi anch'io" disse lui con la voce tremante ma carica di un'autorità assoluta.
Viola piegò leggermente la testa di lato, un sorriso lento e vibrante che le fiorì sulle labbra mentre aumentava impercettibilmente la pressione del bacino.
"No" mormorò scuotendo la testa. "Se ti muovi giuro che il gioco finisce qua".
Affinò la spinta, riprendendo a muoversi con un ritmo fluido e inesorabile, scendendo fino in fondo per strappargli ogni residuo di controllo.
"Oggi il ritmo lo decido io" aggiunse a bassa voce, fissandolo dritto negli occhi, spingendo più a fondo.
Pietro serrò i denti. Ogni fibra del suo corpo gli gridava di dire la safeword e di finirla lì, di farsi liberare, riprendere le redini e rovesciarla sotto di sé, ritrovando quel dominio che lo faceva sentire al sicuro.
Poi incrociò lo sguardo di Viola. Vide nei suoi occhi la fermezza assoluta, la certezza spietata di chi sa di avere in mano le chiavi del piacere altrui, e qualcosa dentro di lui cedette.
Fanculo il controllo. Fanculo la sua solita, logica, ossessiva necessità di gestire tutto.
Decise di mollarlo, quel cazzo di controllo. Di mandarlo a farsi fottere del tutto.
Chiuse gli occhi per un istante, esalando un respiro lungo, caldo, tremante. E quando li riaprì, la tensione sulle sue spalle sfumò in una resa totale e devota. Smise di opporre resistenza al cuoio che gli bloccava i polsi, smise di cercare di anticipare il ritmo. Si impose solo di restare lì, immobile, spalancato a ogni singola sensazione che lei decideva di regalargli o di negargli.
"Ok..." mormorò, e la voce non era più una sfida, ma un'ammissione roca, quasi sommessa, densa di una sensualità cieca. "Comandi tu. Fai ciò che vuoi".
Viola gli appoggiò i palmi delle mani sul petto, sentendo il suo cuore battere come un tamburo impazzito. Non c'era più ombra di resistenza in lui, solo la carne viva che si offriva senza più protezioni. E fu proprio quell'assenza di difese a travolgerla del tutto.
Aumentò il ritmo, lasciandosi guidare solo dall'urgenza che le bruciava dentro. Ogni spinta divenne più profonda, disperata, una collisione continua che strappava a entrambi il fiato.
Pietro si lasciò travolgere dall'onda senza opporre il minimo freno: rimase lì, completamente consegnato a lei, tremando a ogni singolo contatto.
L'apice li travolse insieme, violento e improvviso.
Lui soffocò un gemito roco mentre il piacere lo spezzava in due, liberatorio, assoluto. Un istante dopo Viola si irrigidì sopra di lui con un gemito lungo, acuto, per poi crollargli addosso, prosciugata da quello stesso incredibile piacere. Affondò il viso nell'incavo del suo collo, assaporando il calore della sua pelle e il suo battito che andava lentamente calmandosi.
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"Non è poi così male cedere il controllo ogni tanto, no?" mormorò Viola contro la pelle di Pietro, la voce ancora tremante per l'orgasmo, venata di dolcezza.
Lui aprì lentamente gli occhi, fissando il soffitto con un sorriso stanco, sconfitto, ma incredibilmente vivo.
"No, non lo è" mormorò lui inclinandosi impercettibilmente per sfiorarle i capelli con le labbra. "Ma ammetto che il tuo lato sadico comincia a spaventarmi..." aggiunse con una risata leggera che gli fece vibrare il torace.
Viola sollevò piano il capo dal suo petto. I suoi occhi verdi risplendevano nella penombra della stanza, ancora velati da una traccia di stanchezza felice. Lo fissò per un lungo istante, godendosi la visione del suo corpo nudo, coi muscoli finalmente distesi e lo sguardo privo di difese.
"Vogliamo parlare del contenuto di quella scatola?!" infierì lei con un sorrisetto accattivante, poggiando il mento sul suo sterno e indicando col pollice la scatola rossa sul comodino. "Praticamente ci hai investito mezzo stipendio, in sadismo!".
Pietro piegò la testa all'indietro sul cuscino, lasciando uscire un sospiro tra l'incredulo e il divertito. "Semmai ho investito in *piacere*, Rinaldi."
"Non la penseresti così se io avessi usato quel mostro gigante!" esclamò lei con gli occhi che le brillavano di una luce maliziosa.
"Quello è per te, infatti...!" ribatté lui con la stessa malizia. "Ma adesso pensi di slegarmi o vuoi lasciarmi qui per tutto il giorno come parte dell'arredamento?".
Lei ridacchiò, un suono morbido che riempì la stanza. Si sollevò leggermente e si spostò verso la testiera del letto. Le sue dita afferrarono i cinturini di cuoio, sganciando i fermi e facendo scattare i piccoli moschettoni in metallo, assaporando la lentezza di quel gesto che segnava la fine ufficiale del gioco.
Non appena fu libero, Pietro lasciò cadere le braccia lungo i fianchi, espirando a fondo per sciogliere la rigidità delle spalle. Non diede a Viola nemmeno il tempo di rimettersi a sedere: le avvolse la vita con un braccio e la tirò verso di sé, rovesciandola sul materasso e coprendola con il proprio corpo.
Con i muscoli delle spalle che gli dolevano leggermente, affondò la mano tra i suoi capelli, pettinandoli con le dita con una lentezza quasi ipnotica.
"Rinaldi, adesso mi spieghi dove hai imparato *quel* trucco col dito...".
Viola scoppiò a ridere, un suono limpido e palesemente di sfida, senza minimamente provare a nascondere la propria sodisfazione. Gli appoggiò i polpastrelli sul petto, facendoli risalire fino al mento con una lentezza snervante.
"Oh, molto semplice..." disse piegando le labbra in un sorriso del tutto privo di innocenza. "Ho chiesto a Jaco. Da bravo prof. mi ha fatto una lezione magistrale con tanto di diagrammi sul punto P...".
Pietro sgranò gli occhi, irrigidendo la schiena. "Rinaldi, dimmi che stai scherzando!" esclamò con una combinazione perfetta di incredulità e puro orgoglio maschile ferito.
"Tranquillo..." infierì lei soffocando un’altra risata e dandogli un buffetto affettuoso sulla guancia. "Nessuna dimostrazione pratica, solo molta teoria."
"Ma sei fuori di testa?!" esplose lui coprendosi la faccia con la mano per un secondo prima di riemergere, fissandola con lo sguardo di chi sta vivendo il suo peggiore incubo.
"Dai, non fare il drammatico! È il mio migliore amico, e poi è un vero esperto in materia. È stato utilissimo, no?"
"Ma sono affari nostri!" sbottò Pietro esasperato, mettendosi seduto.
Viola scoppiò a ridere, divertita dal vederlo così spiazzato e irrimediabilmente ferito nel suo orgoglio maschile.
"Va bene, va bene!" esclamò sollevando le mani in segno di resa per fermare l'imminente catastrofe. "Stavo scherzando! Niente Jaco, lo giuro! Ho chiesto al signor Google" ammise con la faccia più innocente del mondo e un sorrisetto sornione.
"Ah..." mormorò lui provando un immediato sollievo, tornando a sdraiarsi accanto a lei mentre quel suo solito sorrisetto arrogante gli riaffiorava lentamente sulle labbra.
Appoggiò la testa sul braccio piegato e la guardò di traverso. "Il signor Google, eh? Meno male! Per un secondo ho davvero temuto per la mia privacy."
"E la *mia* privacy?" lo stuzzicò lei, tirandosi su un gomito per guardarlo dall'alto. Gli piantò l'indice al centro del petto, seguendo lentamente la linea dei muscoli fino all'addome. "Curioso come tu sia così attento alla tua riservatezza, quando con la mia fai decisamente meno il formale..." infierì con voce maliziosa. "Tipo quando mi sequestri le mutandine per lasciarmi andare in giro senza, o quando ti viene la meravigliosa idea di molestarmi nei posti meno opportuni".
Pietro non fece una piega. Anzi, il suo sorriso si allargò, del tutto privo di pentimento, mentre afferrava al volo la mano di Viola per fermarle il dito sul suo addome, intrecciando le dita alle sue.
"Non mi sembra di averti mai sentita protestare poi così tanto, Rinaldi..." ribatté lui, tirandola leggermente verso di sé finché lei non fu costretta ad adagiarsi di nuovo contro il suo fianco. "Anzi...". Le scoccò un bacio veloce sul naso, prima che lei potesse ribattere.
Viola sbuffò, appoggiandosi contro la sua spalla, cedendo al calore del suo corpo e all'inevitabile evidenza, e lui le sfiorò la schiena con un gesto lento, morbido.
Rimasero così per qualche minuto, immersi nel silenzio caldo della stanza. Il ritmo dei loro respiri si allineò e la tensione accumulata nelle ore precedenti si sciolse del tutto in un senso di appagamento reciproco.
Viola gli appoggiò la guancia sul petto, ascoltando il battito regolare del suo cuore. Lui le accarezzava i capelli senza fretta, guardando il soffitto con uno sguardo sereno, sgombro da qualsiasi ombra di controllo o di difesa.
"Pietro..." mormorò lei dopo un po', con la voce fattasi sottile per la pigrizia.
"Mh?"
"Ho fame".
Lui lasciò uscire una risata bassa che le vibrò piacevolmente sotto l'orecchio. "Effettivamente hai consumato parecchie calorie, Miss Rinaldi...!"
"Secondo te è rimasto un cornetto?" disse lei tirandosi su a sedere e sciogliendosi i capelli, lasciandoli cadere scarmigliati sulle spalle nude. Lo guardò dall'alto con un sorrisetto sfrontato. "Vai a vedere?"
Pietro la fissò per un secondo, incantato da quell'aria sbarazzina che amava alla follia. Poi si tirò su a sua volta, mettendosi a sedere sul bordo del letto ed allungando i muscoli della schiena con un lungo sospiro.
"Va bene... Vado a recuperarti altro cibo e poi vado in doccia" disse voltandosi a guardarla da sopra la spalla con una luce complice negli occhi.
Viola gli posò un bacio rapido sulla spalla prima che lui si alzasse e recuperasse i boxer.
Pietro le scostò affettuosamente una ciocca di capelli dal viso, poi indossò i boxer e si incamminò con calma verso la cucina. Lei si lasciò ricadere sui cuscini, coprendosi con il lenzuolo e godendosi la piacevole sensazione del corpo beatamente rilassato.
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