La mia vita da cuckold ( la scoperta della perversione)
di
Roland85
genere
corna
«… E comunque ti ho tradito. A febbraio, con Nicola, nella casa al lago. Nello stesso letto in cui abbiamo dormito insieme e scopato nei mesi successivi.
Mi trascuravi, è vero, ma non è stato solo per quello. Volevo provare qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo. Aver perso la verginità con te mi aveva spaventata. Pensavo, e penso tuttora, che tu sia l’uomo della mia vita, ma volevo sapere cosa si provasse a stare con un altro.
È stato bello, intenso. E sì, se te lo stai chiedendo, ce l’aveva più grosso del tuo. Mi ha riempita e fatta godere. Ma è durato poco e me ne sono pentita subito dopo. Anzi, è stato proprio in quel momento che ho capito quanto ti amassi.
Scusami, non so nemmeno perché te lo sto dicendo adesso. Mi hai lasciata e non riesco a farmene una ragione. Forse te l’ho detto per ferirti, ma allo stesso tempo spero che tu possa capire quanto ti amo. E che tu possa tornare da me.»
Non dissi niente.
Rimasi in silenzio, con il telefono appoggiato all’orecchio, ad ascoltare quelle parole che continuavano a rimbombarmi nella testa.
«Ok.»
Fu tutto quello che riuscii a dire, prima di riattaccare.
Non aveva senso ricorrere ai soliti insulti, a quelle frasi che ci si aspetterebbe in una situazione del genere. Non ne valeva la pena.
Avevo chiuso da pochi giorni una relazione durata quattro anni. Lei era stata la mia prima fidanzatina, la ragazza con cui avevo fatto le prime esperienze, quella per cui avevo completamente perso la testa.
Era stato bello, intenso. Eppure, con il tempo, mi ero reso conto di quanto quella relazione fosse diventata tossica.
La mia gelosia smisurata. Il suo continuo tenermi sulle spine, senza farmi mai capire davvero cosa provasse. I litigi, le paure, le notti insonni mentre era in gita con la scuola e io mi tormentavo immaginando chissà cosa.
Alla fine avevo deciso di darci un taglio.
Pensavo di meritare qualcosa di più. Qualcosa di diverso da quell’ansia costante, da quella sensazione di non essere mai abbastanza.
E lei, durante una di quelle telefonate interminabili che si fanno quando si sta chiudendo una relazione di anni, soprattutto a vent'anni, aveva deciso di confessarmelo.
Così, all’improvviso.
Me l’aveva buttato addosso per ferirmi. Conoscendo il suo carattere e il suo enorme orgoglio, probabilmente voleva farmi capire che, in fondo, l’ultima parola spettava ancora a lei.
Che forse, alla fine, a mettere la parola fine alla nostra storia era stata lei. Non io.
Credo che la rabbia sia stata la prima emozione che ho provato.
Una rabbia feroce, accompagnata da una gelosia altrettanto intensa. Ma c’era anche qualcos’altro, qualcosa che in quel momento non riuscivo ancora a comprendere.
Quella sera, sdraiato nel mio letto, continuavo a ripensare alle sue parole.
A febbraio. Con Nicola. Nella casa al lago.
La nostra casa al lago.
Quella in cui avevamo trascorso tanti fine settimana romantici, lontani da tutto e da tutti. Quella in cui avevamo fatto l’amore per la prima volta e in cui, nei mesi successivi, avevamo continuato a dormire insieme, ignari, almeno io, di quello che era successo.
Cominciai a immaginare la scena.
Lei che invitava Nicola a casa, chissà con quale scusa. D’inverno quella casa era praticamente inutilizzata, fatta eccezione per i nostri weekend. Forse ci erano andati dopo la scuola. Forse avevano organizzato tutto nei giorni precedenti.
Mi domandavo chi avesse fatto il primo passo.
Lei? Lui?
Immaginavo i primi baci, i corpi che si sfioravano, i vestiti che scivolavano sul pavimento.
Le sue labbra sulle sue. Le mani di lui che le accarezzavano i fianchi, la pelle candida, mentre lei gli stringeva i capelli rossi e lo baciava con passione.
Poi la immaginavo scendere, sbottonargli i pantaloni e abbassargli le mutande.
La sorpresa nei suoi occhi nello scoprirne le dimensioni, prima di prenderlo in bocca, proprio come faceva con me durante uno dei suoi memorabili pompini.
E poi la camera da letto.
Il nostro letto.
Immaginavo il sesso, probabilmente senza preservativo, visto che lei lo aveva sempre odiato. Mi chiedevo se avesse provato le stesse sensazioni che provava con me. Se avesse fatto gli stessi versi, se lo avesse guardato nello stesso modo.
Se, anche solo per un istante, avesse pensato a me.
O se, al contrario, si fosse completamente dimenticata della mia esistenza.
Erano pensieri che avrebbero dovuto farmi soltanto male. E in effetti facevano male. Malissimo.
Eppure, più cercavo di scacciarli, più tornavano a occupare la mia mente.
Continuavo a immaginarla con lui, a ripensare a quella frase.
«Ce l’aveva più grosso del tuo. Mi ha riempita e fatta godere.»
Quelle parole mi ferivano nell’orgoglio, alimentavano la mia gelosia, ma allo stesso tempo provocavano in me una reazione che non riuscivo a spiegarmi.
Senza quasi rendermene conto, una mano scivolò dentro i boxer e afferrò il mio cazzo, duro come il marmo.
Continuai a fantasticare su di loro.
Sui loro corpi, su quello che poteva essere successo in quella casa, su ciò che lei aveva provato e che io non avrei mai potuto conoscere davvero.
Poi arrivò l’orgasmo.
Improvviso, violentissimo. Uno dei più intensi della mia vita.
Non ebbi nemmeno il tempo di preparare la carta.
Rimasi immobile, sdraiato nel letto, con il respiro ancora affannoso e una sensazione stranissima addosso.
Ero confuso.
Come potevo essermi eccitato così tanto immaginando la ragazza che avevo amato per quattro anni fare sesso con un altro uomo?
Come poteva qualcosa che mi aveva fatto soffrire così profondamente provocarmi, allo stesso tempo, un piacere tanto intenso?
Non avevo una risposta.
Sapevo soltanto che quella gelosia, che fino a poche ore prima mi era sembrata insopportabile, si era trasformata in qualcosa di completamente diverso.
Qualcosa che mi spaventava, ma che non riuscivo a smettere di desiderare.
Forse fu proprio in quell’istante che iniziai a intuire che la mia sessualità nascondeva qualcosa che non avevo mai esplorato.
Non lo compresi subito. Ci vollero tempo, altre fantasie e soprattutto il coraggio di ammettere a me stesso ciò che mi eccitava davvero.
Ma ripensandoci oggi, credo che tutto sia cominciato quella sera.
Con una telefonata, una confessione e un tradimento che avrebbe dovuto soltanto distruggermi.
Fu allora che scoprii di essere un cuckold.
Mi trascuravi, è vero, ma non è stato solo per quello. Volevo provare qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo. Aver perso la verginità con te mi aveva spaventata. Pensavo, e penso tuttora, che tu sia l’uomo della mia vita, ma volevo sapere cosa si provasse a stare con un altro.
È stato bello, intenso. E sì, se te lo stai chiedendo, ce l’aveva più grosso del tuo. Mi ha riempita e fatta godere. Ma è durato poco e me ne sono pentita subito dopo. Anzi, è stato proprio in quel momento che ho capito quanto ti amassi.
Scusami, non so nemmeno perché te lo sto dicendo adesso. Mi hai lasciata e non riesco a farmene una ragione. Forse te l’ho detto per ferirti, ma allo stesso tempo spero che tu possa capire quanto ti amo. E che tu possa tornare da me.»
Non dissi niente.
Rimasi in silenzio, con il telefono appoggiato all’orecchio, ad ascoltare quelle parole che continuavano a rimbombarmi nella testa.
«Ok.»
Fu tutto quello che riuscii a dire, prima di riattaccare.
Non aveva senso ricorrere ai soliti insulti, a quelle frasi che ci si aspetterebbe in una situazione del genere. Non ne valeva la pena.
Avevo chiuso da pochi giorni una relazione durata quattro anni. Lei era stata la mia prima fidanzatina, la ragazza con cui avevo fatto le prime esperienze, quella per cui avevo completamente perso la testa.
Era stato bello, intenso. Eppure, con il tempo, mi ero reso conto di quanto quella relazione fosse diventata tossica.
La mia gelosia smisurata. Il suo continuo tenermi sulle spine, senza farmi mai capire davvero cosa provasse. I litigi, le paure, le notti insonni mentre era in gita con la scuola e io mi tormentavo immaginando chissà cosa.
Alla fine avevo deciso di darci un taglio.
Pensavo di meritare qualcosa di più. Qualcosa di diverso da quell’ansia costante, da quella sensazione di non essere mai abbastanza.
E lei, durante una di quelle telefonate interminabili che si fanno quando si sta chiudendo una relazione di anni, soprattutto a vent'anni, aveva deciso di confessarmelo.
Così, all’improvviso.
Me l’aveva buttato addosso per ferirmi. Conoscendo il suo carattere e il suo enorme orgoglio, probabilmente voleva farmi capire che, in fondo, l’ultima parola spettava ancora a lei.
Che forse, alla fine, a mettere la parola fine alla nostra storia era stata lei. Non io.
Credo che la rabbia sia stata la prima emozione che ho provato.
Una rabbia feroce, accompagnata da una gelosia altrettanto intensa. Ma c’era anche qualcos’altro, qualcosa che in quel momento non riuscivo ancora a comprendere.
Quella sera, sdraiato nel mio letto, continuavo a ripensare alle sue parole.
A febbraio. Con Nicola. Nella casa al lago.
La nostra casa al lago.
Quella in cui avevamo trascorso tanti fine settimana romantici, lontani da tutto e da tutti. Quella in cui avevamo fatto l’amore per la prima volta e in cui, nei mesi successivi, avevamo continuato a dormire insieme, ignari, almeno io, di quello che era successo.
Cominciai a immaginare la scena.
Lei che invitava Nicola a casa, chissà con quale scusa. D’inverno quella casa era praticamente inutilizzata, fatta eccezione per i nostri weekend. Forse ci erano andati dopo la scuola. Forse avevano organizzato tutto nei giorni precedenti.
Mi domandavo chi avesse fatto il primo passo.
Lei? Lui?
Immaginavo i primi baci, i corpi che si sfioravano, i vestiti che scivolavano sul pavimento.
Le sue labbra sulle sue. Le mani di lui che le accarezzavano i fianchi, la pelle candida, mentre lei gli stringeva i capelli rossi e lo baciava con passione.
Poi la immaginavo scendere, sbottonargli i pantaloni e abbassargli le mutande.
La sorpresa nei suoi occhi nello scoprirne le dimensioni, prima di prenderlo in bocca, proprio come faceva con me durante uno dei suoi memorabili pompini.
E poi la camera da letto.
Il nostro letto.
Immaginavo il sesso, probabilmente senza preservativo, visto che lei lo aveva sempre odiato. Mi chiedevo se avesse provato le stesse sensazioni che provava con me. Se avesse fatto gli stessi versi, se lo avesse guardato nello stesso modo.
Se, anche solo per un istante, avesse pensato a me.
O se, al contrario, si fosse completamente dimenticata della mia esistenza.
Erano pensieri che avrebbero dovuto farmi soltanto male. E in effetti facevano male. Malissimo.
Eppure, più cercavo di scacciarli, più tornavano a occupare la mia mente.
Continuavo a immaginarla con lui, a ripensare a quella frase.
«Ce l’aveva più grosso del tuo. Mi ha riempita e fatta godere.»
Quelle parole mi ferivano nell’orgoglio, alimentavano la mia gelosia, ma allo stesso tempo provocavano in me una reazione che non riuscivo a spiegarmi.
Senza quasi rendermene conto, una mano scivolò dentro i boxer e afferrò il mio cazzo, duro come il marmo.
Continuai a fantasticare su di loro.
Sui loro corpi, su quello che poteva essere successo in quella casa, su ciò che lei aveva provato e che io non avrei mai potuto conoscere davvero.
Poi arrivò l’orgasmo.
Improvviso, violentissimo. Uno dei più intensi della mia vita.
Non ebbi nemmeno il tempo di preparare la carta.
Rimasi immobile, sdraiato nel letto, con il respiro ancora affannoso e una sensazione stranissima addosso.
Ero confuso.
Come potevo essermi eccitato così tanto immaginando la ragazza che avevo amato per quattro anni fare sesso con un altro uomo?
Come poteva qualcosa che mi aveva fatto soffrire così profondamente provocarmi, allo stesso tempo, un piacere tanto intenso?
Non avevo una risposta.
Sapevo soltanto che quella gelosia, che fino a poche ore prima mi era sembrata insopportabile, si era trasformata in qualcosa di completamente diverso.
Qualcosa che mi spaventava, ma che non riuscivo a smettere di desiderare.
Forse fu proprio in quell’istante che iniziai a intuire che la mia sessualità nascondeva qualcosa che non avevo mai esplorato.
Non lo compresi subito. Ci vollero tempo, altre fantasie e soprattutto il coraggio di ammettere a me stesso ciò che mi eccitava davvero.
Ma ripensandoci oggi, credo che tutto sia cominciato quella sera.
Con una telefonata, una confessione e un tradimento che avrebbe dovuto soltanto distruggermi.
Fu allora che scoprii di essere un cuckold.
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