Undercover Lady. 6

di
genere
orge

LA Villa del Cavaliere.

I fari delle berline nere squarciarono il buio della pianura veronese, svoltando tra i filari ordinati dei vigneti prima di fermarsi davanti ai cancelli monumentali della tenuta. Oltre la recinzione si estendeva un parco sterminato, avvolto da una nebbia bassa che saliva dall'Adige e che sembrava inghiottire i rumori del mondo esterno. Poco distante dall'edificio principale, si stagliava l'ombra monumentale di una scultura di marmo da dieci tonnellate: un’opera d’arte astratta, inquietante che il proprietario aveva voluto erigere per celebrare la propria immortalità. Un monumento al proprio ego, freddo e imponente contro il cielo nero.
«Di chi è questa villa?!» chiese Linda, appoggiando la tempia contro il vetro oscurato dell'auto.
«Lo vedrai» le rispose Delfino, la voce ridotta a un sussurro roco mentre si metteva in coda con le altre vetture. La sua mano, che per tutto il tragitto non aveva fatto altro che tormentarla ed esporla, si posò, sulla coscia di Linda, stringendo appena il tessuto leggero del suo travestimento.
All’ingresso, vigilato da sguardi severi, le vetture ricevettero il via libera. Il posto esprimeva un potere primordiale, un'autorità così assoluta da far desistere qualsiasi curioso, una promessa di impunità per chi stava dentro e di pericolo per chi osava violarlo.
«Non fanno troppe domande» osservò Linda, raddrizzando la schiena quando le dita di delfino si mossero sul glande esposto e umido del suo pene in parte eretto. Sotto l'abito da suora, il cuore le batteva contro le costole. La tunica di tulle nero, completamente trasparente, le accarezzava la pelle nuda a ogni movimento, lasciando intravedere le sue forme con una sfrontatezza che la faceva sentire esposta e, al tempo stesso, padrona della situazione. Le maniche lunghe si allargavano in ampie campane di velo sui polsi, mentre il colletto alto e bianco, stretto attorno al collo e decorato da una piccola croce nera, creava un contrasto ipnotico con la profonda apertura a goccia che metteva a nudo la curva interna del seno.
Delfino sembrava non essere mai sazio del suo corpo.
«Le targhe sono registrate. E poi ci sono loro» disse lui, indicando un gruppo di telecamere appollaiate su un palo come corvi metallici. «Riconoscimento facciale gestito da un'IA. Se il sistema rileva qualcosa di non conforme, le guardie intervengono prima ancora che tu possa fare un passo.»
Linda avvertì una scossa di adrenalina lungo la colonna vertebrale, mentre l’uomo muoveva frenetico le dita lungo l’asta cercando di farle avere il terzo orgasmo in meno di venti minuti.
Conosceva quei sistemi per motivi professionali, ma vederli applicati a una dimora privata le dava la misura esatta del tipo di tana in cui si stava cacciando. Il pericolo , oltre alla sollecitazione che il suo ospite le imponeva, aveva un sapore metallico, eccitante.
«Siamo arrivati» mormorò Delfino, porgendole la mano su cui si posava il seme che Linda aveva scaricato un attimo prima.
Lei mansueta, lo leccò via, come era stata abituata a dare altre volte in quella serata.
Prima di scendere, le afferrò il mento, costringendola a guardarlo. I suoi occhi indugiarono sul velo leggero che le incorniciava il viso e sul contrasto tra la sacralità del copricapo e la nudità quasi totale offerta dalla rete nera del vestito.
«Cerca di fare la brava, stasera.»
Linda gli rivolse un sorriso lento, provocante, sottomesso, che nascondeva un brivido di disgusto nei confronti dell’uomo. «non ti deluderò, Delfino.»
Sulla soglia della dimora, ad attendere la flotta di invitati, c'erano due figure note: un anziano direttore di telegiornale e Vanessa, la celebre showgirl che dominava i palinsesti della TV nazionale. Vanessa indossava un abito dorato, una colata di seta liquida che aderiva a ogni curva del corpo, muovendosi come una seconda pelle lucida a ogni respiro.
Non appena Delfino si avvicinò con passo spedito e un'aria quasi servile, Sergio squadrò Linda. I suoi occhi indugiarono sulla trasparenza assoluta del tulle che non lasciava nulla all'immaginazione, se non il ricamo della croce nera sugli slip. Il vecchio giornalista la guardò con l'impudicizia tipica di chi non deve più chiedere il permesso a nessuno. Sergio aveva liquidato lo smoking per un pesante cardigan di cachemire color antracite, lasciato aperto su una camicia di lino bianco sbottonata, che rivelava la pelle grinzosa del petto.
«E questa splendida creatura?» chiese Sergio, la voce impastata dal fumo e dagli anni.
«È Linda. Viene da Milano» rispose Delfino, facendola avanzare e posandole una mano aperta sulla schiena nuda, avvertendo il brivido della pelle sotto la trama sottile della rete, spingendola in avanti come un trofeo di caccia.
«Buonasera» mormorò lei, abbassando lo sguardo con una timidezza calcolata che rendeva il suo costume sacrilego ancora più provocante.
«Decisamente... deliziosa» approvò Sergio, ridendo di gusto.
Vanessa, abituata a essere l'indiscussa regina della sensualità sotto i riflettori della TV, la squadrò dall'alto in basso. I suoi occhi si ridussero a due fessure lucide mentre analizzava la freschezza di quel corpo quasi del tutto nudo sotto il velo nero. Percepì la minaccia di quella rivale e un lampo di gelosia rabbiosa le tese i muscoli del collo, incrinando la sua maschera da perfetta padrona di casa. «Carina» tagliò corto, la voce fredda come il marmo della tenuta.
«Bruno ci attende. Non facciamolo aspettare.» aggiunse Sergio notando il fastidio della sua amica.
L'interno della villa era un assalto ai sensi. All’opulenza classica dei dipinti del Cinquecento si mescolava un gusto pop, moderno e carnale. Nell'aria aleggiava un profumo intenso di incenso, tabacco costoso e pelle scaldata dai corpi. Lungo i corridoi immensi, gli ospiti si muovevano come in uno stato di trance rilassata: uomini in abiti sartoriali e ragazze giovanissime vestite solo di fili di seta e audacia. Alcune erano semisvestite sui divanetti di velluto, perse in sussurri che si trasformavano in baci umidi e carezze accennate alla luce soffusa delle applique.
Al centro del salone principale, troneggiava una tela enorme che raffigurava il padrone di casa.
«Aspetta… è lui Il Cavaliere? Bruno Bernasconi, l’industriale?» sussurrò Linda, fissando i tratti ringiovaniti del dipinto. L'uomo che cercava. L'uomo che forse aveva comprato la vita di Simona.
«Sì. Ma per gli amici, è solo BB» rispose Delfino con una punta di vanità, accarezzandole il fianco attraverso il tessuto trasparente.
La cena fu un trionfo di opulenza geometrica e nazionalismo ostentato. Il Cavaliere li accolse in fondo a una tavolata sterminata, seduto su una sedia dall'alto schienale che ricordava un trono. Distribuisce sorrisi e strette di mano vigorose, emanando un carisma pesante, quasi fisico.
«BB caro, un onore essere qui» si profuse Delfino, cercando uno sguardo che l'anfitrione gli concesse appena, passandogli oltre con la sfrontatezza dei potenti.
Il cibo sfilò davanti a loro come un balletto: piatti declinati sui colori del tricolore, serviti da camerieri in livrea che si muovevano in un silenzio quasi religioso, mentre gli uomini della sicurezza sorvegliavano la sala con sguardi di pietra.
Dopo il brindisi e le canzoni napoletane accennate al microfono dal Cavaliere per ammaliare la platea, l'atmosfera mutò di colpo. La recita istituzionale era finita. Era ora del culto vero e proprio.
«E ora, cari amici, diamo un senso a questa notte» annunciò BB con un sorriso ambiguo.
Il gruppo venne guidato nel seminterrato, trasformato in un club esclusivo dove il buio era tagliato solo da neon stroboscopici e caldi fasci di luce rossa. I bassi della musica dance pompati dalle casse facevano vibrare il pavimento e il petto degli invitati. Al centro della pista, un lucido palo da pole-dance rifletteva i bagliori purpurei della sala, attirando subito le prime ragazze che iniziarono a spogliarsi con movenze sinuose, incitate dagli applausi degli uomini sprofondati nei divani di pelle. Il Cavaliere, al centro di quel palcoscenico privato, osservava tutto accarezzando il bordo del suo bicchiere, circondato da mani femminili che cercavano la sua attenzione.
Linda osservava la scena. C'era una sfrontata, eccitante volgarità in tutto quello. Sotto la tunica di velo trasparente avvertiva il sudore freddo della tensione, ma anche una strana, paradossale elettricità. Le ampie maniche a campana oscillavano a ogni suo passo, quasi a voler mimare una solennità religiosa del tutto profanata da quel luogo.
Delfino seduto al suo fianco manifestò la stessa emozione e in breve, le chiese un tributo per appagarlo.
Cosi, mentre le luci si abbassarono fino a diventare un crepuscolo purpureo. Linda si ritrovò china sul divanetto, con il pene del suo cicerone, imposto tra le natiche.
Il Cavaliere salì alla consolle del DJ, afferrando il microfono. «E ora, il momento che tutti stavate aspettando. Le Sabine!»
Il ritmo della musica cambiò bruscamente. Dalle casse si diffuse una traccia ipnotica, disturbante e profondamente erotica: un tappeto di bassi lenti, cupi, che si mescolavano al respiro sussurrato e ansimante di un flauto giapponese. Su quella base profana si innestarono i canti austeri e solenni dei monaci benedettini. L'eco di una cattedrale veniva violato da una voce femminile che sussurrava parole francesi, calde, piene di desiderio, un contrasto totale: misticismo e peccato puro, la colonna sonora, dell’amplesso che coinvolgeva Linda e l’uomo dietro di lei, insieme a molti altri che attorno a loro avevano deciso di percorrere quella via peccaminosa.
Linda cercando di reggersi al bracciolo del divano che la ospitava, ricordando il motivo della sua presenza, pur coinvolta nell’anima e nella carne, osservò l’ambiente attorno a lei.
Dal fondo del salone fece il suo ingresso un carro trionfale di legno bianco e oro. A trainarlo, sul pavimento lucido, c'erano quattro uomini di colore muscolosi, completamente nudi, coperti da olio e strass, e da finimenti di cuoio che stringevano i loro petti e le loro schiene, sudati per lo sforzo e l’eccitazione che era manifesta nei loro volti e nelle loro erezioni.
Sopra il carro, sedevano nove ragazze. Bellissime. Giovanissime, praticamente nude.
Indossavano delle sottovesti corte di seta bianca, così sottili e trasparenti da rivelare la linea pallida dei loro corpi sotto la luce dei fari. Sulla schiena, piccole ali piumate si muovevano a ogni sussulto del carro.
Linda sentì il fiato bloccarsi nel petto, il gemito che fino a quel momento le aveva invaso la gola strozzarsi .
Tra quelle ninfe offerte al pubblico, immobile e con gli occhi persi nel vuoto, c'era lei.
«È lei...» sussurrò Linda tra le labbra, il sangue le pulsava nelle tempie le arroventava il corpo, implacabile Delfino prendeva possesso del suo corpo, ormai arreso.
«Lei chi?» rispose lui,mordendole il collo, fino a provocarle un denso piacere di dolore, e un attimo dopo, consegnandole il proprio seme nel retto.
“non ho ho mai abbastanza” le disse abbandonandosi soddisfatto sul divano, del tutto ignaro di ciò di cui la donna fosse a caccia.

La transizione da spettacolo a baccanale fu rapida, liquida, inevitabile. Non appena le "Sabine" discesero dal carro, le barriere del decoro crollarono definitivamente sotto i colpi dei bassi elettronici, dell'alcol e delle droghe disposte su ogni singolo tavolino della sala. Il salone si trasformò in un groviglio di corpi, abiti di alta sartoria strappati o calati, sussurri osceni e risate alterate. Era arrivato il momento di agire.
«Vado a darmi una sistemata» disse Linda, cogliendo l’attimo di sfinimento del suo ospite.
«Vai a fare un po' di soldi?» le chiese Delfino, trattenendola per un polso. La presa era viscida, pesante.
«Sì... sono qui per questo, non ricordi?» sorrise lei, sostenendo il suo sguardo senza battere ciglio.
«Torna presto» le rispose lui, lasciandola finalmente andare.
Sfruttando l'oscurità tagliata dai neon rossi, Linda si mosse veloce nel caos che la circondava. Cercò di raggiungere Simona, ma la ragazza le sfuggì, portata via di peso da due uomini della sicurezza perché appariva completamente sfinita. Linda li seguì a debita distanza lungo un corridoio laterale. Lì dentro l'aria era densa di fumo, profumi dolciastri e sudore, in un viavai confuso di figuranti nude e camerieri che portavano via i vassoi d'argento. Nessuno badò a lei; con quel suo travestimento trasparente sembrava solo una delle tante ospiti della serata.
Trovò Simona in fondo al corridoio, abbandonata su una sedia da regista. Le ali di piume bianche erano ancora attaccate alla sua schiena, ma penzolavano sghembe, spezzate. La ragazza aveva lo sguardo fisso nel vuoto e le pupille dilatate che riflettevano le luci al neon. Era drogata, o forse solo dissociata dal trauma.
«Simona,» sussurrò Linda, inginocchiandosi davanti a lei e afferrandole le spalle fredde. La ragazza non reagì, emise solo un gemito confuso.
«Simona, guardami. Mi manda tuo padre. Sono qui per portarti a casa.»
A quella parola, padre, un piccolo fremito attraversò le labbra della giovane. Fu qualcosa che Linda non si aspettava: non un sussulto di speranza, ma una smorfia di netto rifiuto, un riflesso di disgusto e rigetto profondo. Non c'era tempo per indagare. La ragazza non aveva le forze per camminare da sola, ma Linda le strappò comunque di dosso le ali posticce e le gettò sulle spalle un cappotto scuro da uomo, recuperato da un divanetto lì vicino. Poi le passò un braccio attorno alla vita, sollevandola di peso.
«Su, tesoro, aiutami. Cammina,» le intimò Linda all'orecchio, sorreggendo gran parte del suo corpo.
Uscire da dove erano entrate era un suicidio: le telecamere con riconoscimento facciale all'ingresso le avrebbero bloccate all'istante. Linda scelse la via opposta. Seguendo il rumore di piatti infranti e le voci concitate dei lavapiatti, trascinò Simona lungo il corridoio di servizio che conduceva alle cucine della tenuta. Lì, il personale era troppo occupato a ripulire il disastro del gala per fare domande a una delle ospiti che sorreggeva un'amica visibilmente scossa.
«Ha esagerato con lo champagne,» disse Linda a un lavapiatti che le rivolse un'occhiata dubbiosa. Mantenne una voce ferma, annoiata, da ragazza della Milano bene. «La porto fuori a prendere un po' d'aria.»
L'uomo, indifferente, le indicò con il mento una porta di sicurezza in metallo che dava sul retro della villa, vicino ai bidoni della spazzatura. Linda spinse il maniglione antipanico. L'aria gelida della pianura veronese le investì il viso, congelando il sudore sulla pelle nuda sotto il velo.
Erano fuori, nel parco sterminato. La nebbia dell'Adige, che prima sembrava inquietante, ora era la loro migliore alleata: una cortina bianca e fitta che le nascondeva agli occhi della sorveglianza. Restava la parte più difficile: muoversi tra i viali alberati senza incrociare la vigilanza privata o finire sotto il fascio di luce di qualche telecamera perimetrale.
Fu allora che Linda lo vide: un furgone cassonato con il portellone posteriore aperto, dove alcuni camerieri stavano caricando le ultime attrezzature del catering. Sembrava un'ottima via di fuga. Approfittando di un momento di distrazione dei lavoratori, Linda si arrampicò all'interno trascinandosi dietro la povera Simona e trovando rifugio sul fondo del mezzo, rannicchiata tra le casse di plastica e i carrelli metallici.
Un'ora dopo, il furgone era finalmente in viaggio, ben oltre i cancelli della villa. Erano salve, almeno per il momento.
Dopo essersi accertata delle condizioni della ragazza, che ora dormiva un sonno pesante e agitato, Linda tirò fuori l'iPhone dalla borsetta. Già certa di dover affrontare la furia di sua moglie Alice, lasciò che il telefono componesse il numero.
«Dove cazzo sei stata?!» eruppe la donna non appena la videochiamata andò a buon fine, il volto teso dall'ansia sullo schermo.
«Piccola...» si limitò a dirle Linda, con la voce esausta ma ferma. «Ho bisogno che mi vieni a prendere a Verona. Subito.»
«Arrivo!» rispose secca Alice, senza esitare un solo secondo.
Dopo essersi date gli ultimi dettagli sulla posizione, Linda chiuse la chiamata. Ora restavano solo due cose da fare: attirare l’attenzione dell’autista e farsi portare nel centro di Verona.
Fu sorprendentemente semplice. L’uomo al volante, forse abituato alle stranezze e ai segreti che ruotavano attorno a quella villa, preferì non fare domande. Mantenendo il silenzio complice di chi vuole solo evitare guai, le lasciò nei pressi di un albergo a due stelle. Un posto dimesso, low profile, dove nessuno avrebbe registrato troppi dettagli: esattamente quello che Linda gli aveva chiesto.
Mentre erano in camera, con Simona stesa sul letto immersa in un sonno indotto dai narcotici, Linda si infilò sotto la doccia. Sotto il getto dell'acqua calda, che lavava via l'odore di incenso, sudore e l’emozioni crude suscitate dalla tenuta, la sua mente ricominciò a tessere i fili degli ultimi giorni. Aveva recuperato la ragazza, sì, ma il bilancio era tutt'altro che chiuso. Non era riuscita a scoprire chi si celasse dietro il nome del "passero nero". E soprattutto, un pensiero fisso continuava a scavare nella sua testa, calandole a dosso un freddo gelido, nemmeno l’acqua calda della doccia riusciva a dissolvere: cosa si nascondeva dietro quell'espressione piena di orrore e disgusto che Simona aveva manifestato all'evocazione di suo padre?
Forse se avesse avuto più tempo ,se si fosse concessa il lusso di indagare meglio, avrebbe dato un senso a tutto, ma salvare la ragazza era stata una priorità, che aveva richiesto quel sacrificio, ma questo non voleva dirsi ,accontentarsi, no, c’era dell’altro che chiedeva di essere riportato a galla e lei, da donna ostinata, non si sarebbe arresa.
scritto il
2026-09-21
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