La vita di Patty Capitolo 48
di
Davide Sebastiani
genere
dominazione
Appena uscii dal locale per fumare infatti, mi resi conto che c'era uno dei genitori di una compagna di classe di mia figlia appoggiato su una macchina con fare annoiato. Era un uomo sulla quarantina, non brutto, ma neanche particolarmente attraente. Alto intorno al metro e 70, forse qualcosa in più, magro e certamente non atletico, viso senza grossi difetti a parte un naso leggermente pronunciato, ma per il resto quasi anonimo, scuro di carnagione. Era uno di quei classici uomini senza infamia e senza lode, di quelli di cui un gruppo di donne non si soffermerebbe mai a parlarne. Anche il suo abbigliamento denotava la sua normalità, ben diversa comunque dalla mediocrità che era uno di quei difetti che in un uomo non avrei mai potuto tollerare. Era vestito con un jeans nero e con un pullover a vu grigio melange sotto il quale aveva una camicia celeste sbottonata. Sopra invece, un giaccone impermeabilizzato a tre quarti nero. Molto pulito, barba rasata di giornata, capelli di media lunghezza lisci e neri ben pettinati ma, come ripeto, piuttosto anonimo. Mi avvicinai a lui solo per il dovere che mi imponeva essere la mamma della festeggiata.
"Ma lei non è il papà di una delle compagne di classe di mia figlia?"
"Si, certo, sono io", rispose, facendomi il nome di sua figlia.
"E cosa fa qui tutto solo? Venga dentro a prendere un pezzetto di dolce."
"Ma no, grazie, non si disturbi. E poi preferisco stare da solo qua fuori e
non disturbare. Dentro siete tutte donne e non saprei cosa dire."
"Non le piace essere beato tra le donne?" insistetti, cercando un briciolo di umorismo.
“Non sono proprio il tipo, mi creda", si schernì.
"Come crede. Vorrà dire che il pezzo di dolce glielo porto io", conclusi,
gettando la sigaretta e rientrando nel locale per riuscirne pochi istanti dopo
con in mano un piatto con una sostanziosa fetta di dolce.
L’uomo mi guardò aprendo il suo volto a un sorriso sincero e timido. “Non si doveva disturbare. Grazie, veramente."
"Non c'è di che. Dovere." Mi ero avvicinata a lui per porgergli il piatto e
naturalmente la nostra differenza di altezza divenne più evidente. L'uomo annuì e abbassò gli occhi sul piatto, mentre io lo osservavo tranquillamente, poi per un istante li rialzò per guardarmi anche lui.
“Cosa c’è?” gli chiesi sorridendo. Lui sembrò colto con le mani nella marmellata.
"Oh, no, mi scusi. Stavo osservando che è molto alta.” disse infine, dopo aver ovviamente riflettuto su quale fosse la migliore risposta.
"Ho diversi centimetri di tacco che mi aiutano. Comunque, sì, sono stata una pallavolista. Non mi dire che le donne alte ti mettono in imbarazzo." Risposi, continuando a sorridere. Ero passata al tu istintivamente.
"No, assolutamente. Cioè un po'."
"Insomma, sì o no?" insistetti, solo per il gusto di metterlo ancora più in difficoltà.
"Oh, non lo so più neanche io quello che volevo dire."
Era decisamente in bambola, e questo mi creava invece un certo piacere.
"Forse sono le donne in generale a crearti imbarazzo, non solo quelle alte."
Si fece improvvisamente serio. "Non sono un tipo abituato ad avere un sacco di donne, ma proprio imbarazzo non ne ho mai provato."
"Solo un po' di timidezza, quindi."
"Un po'. Però quando poi prendo confidenza non sono proprio un imbranato."
"Guarda che a molte donne piacciono gli imbranati. A me, ad esempio, fanno
sorridere e fanno molta tenerezza."
"Allora vada per l'imbranato."
"Molto bene, signor imbranato. Ora devo rientrare per doveri di ospitalità.
Ci vedremo più tardi, tanto la festa prosegue ancora per un bel po'. A
proposito, non conosco il tuo nome"
"Valerio."
"Io invece mi chiamo Patrizia. Ma se ti azzardi a chiamarmi così giuro che
ti picchio. Per tutti sono Patty."
"Molto bene, Patty. Starò attento a non essere picchiato da te quindi. Ora
vai, non ti preoccupare per me. Mi farò un giretto qua attorno."
Lo salutai e rientrai. Mi veniva da sorridere pensando alla nostra chiacchierata. Se avesse immaginato che io adoravo veramente picchiare i maschi, probabilmente la sua reazione sarebbe stata ben diversa. Ma, in quel momento, non avevo intenzione di fare alcunché. Mi era piaciuto il fatto di metterlo in difficoltà e, per certi versi, c'ero riuscita, ma non era un idiota, e alla fine se l'era cavata in qualche modo. Per me era finita li, ma quando un'ora dopo uscii con un'altra donna per fumare di nuovo, Valerio era ancora nel medesimo punto dove l'avevo lasciato. Fu proprio quella donna, anche lei naturalmente mamma di un'amichetta di mia figlia, a dirmi diverse cose su di lui.
"Povero Valerio," esordì vedendolo. "Ma lo sai che la moglie se ne è andata di
casa con un altro? E, malgrado questo, quella puttana ha avuto l'affidamento
della bambina. Ora lui ha un giorno a settimana per vedere la bimba, oltre a una
domenica alternata. Ma ti sembra giusta una cosa del genere?"
Parlava a voce bassa per non farsi sentire, ma sembrava che non vedesse l'ora di raccontarmi tutto quello che sapeva. Fece un altro paio di pettegolezzi su altre donne che erano con noi nella sala, e pensai a cosa avrebbe detto di me se avesse saputo che avevo un marito sottomesso, un amante altrettanto sottomesso, che mi vestivo con loro come una puttana e che avevo intenzione di sottomettere anche Valerio. Si, anche Valerio. Mi venne d'istinto pensare a una cosa del genere e, man mano che elaboravo l'idea, la trovavo sempre meno peregrina. Era il tipo ideale. Rimorchiarlo sarebbe stato estremamente facile. Difficilmente nella sua vita poteva avere avuto una donna come me. Anche farlo innamorare non avrebbe dovuto essere complicato. Semmai la complicazione ci sarebbe stata solo nel sottometterlo. Ma questa sfida mi piaceva, e in più, se ci fossi riuscita, avrei fatto un'opera di bene nei suoi confronti. Non come missionaria o come crocerossina, ma proprio come dominatrice. Può sembrare assurda questa mia affermazione considerando che non cercavo un uomo da amare ma da dominare, eppure cominciavo ad avere la convinzione che un uomo che scopriva il suo lato sottomesso poteva scoprire la felicità. Me ne ero accorta con Luca. Certo, il momento in cui inevitabilmente avrei troncato quella relazione avrebbe potuto essere devastante, ma passato indenne quel periodo, avrebbe portato per tutta la vita dentro di sé un ricordo indelebile e meraviglioso, proprio come una grande storia d'amore. Mentre parlavo con quella donna, intanto, vedevo come ogni tanto Valerio cercasse di posare lo sguardo su di me cercando di non farsene accorgere. A una come me, diventata egocentrica, volutamente esibizionista, che viveva anche per il desiderio che provocava negli uomini, sguardi del genere non potevano sfuggire. Dalla faccia di un uomo riuscivo a capire che tipo di desiderio provasse nei miei confronti. C'era quello che, guardandomi, pensava solo esclusivamente al sesso, quello che mi vedeva come una bambolina per andarci in giro e da esibire con gli amici, e c'era quello che invece pensava all'impossibilità di avere una come me, alla gioia che avrebbe provato nel sentirsi vicino a una donna che però era completamente fuori dalla sua portata. A dir la verità, c’era anche un altro sguardo che si posava sempre più frequentemente su di me, ed era quello degli uomini che mi biasimavano per come mi ponevo, per come camminavo, per come me la tiravo, insomma. Ma di quelli sguardi moralistici non m’importava un fico secco. Mi veniva da pensare a quelle donne che raccontavano di non accorgersi degli sguardi che si posavano su di loro. Falso! Non ci credevo allora e, tantomeno, ci credo adesso. Sarà perché io me ne sono sempre accorta. Secondo me, anche la meno bella se ne accorge, magari per la timidezza può trovarsi in imbarazzo, ma se ne rende conto. Sempre. Figuriamoci una come me, attenta osservatrice del pianeta maschile. Credo che forse la mia vera professione non fosse quella che avevo in quel momento, e che la mia vera natura mi avrebbe dovuto portare ad aprire una scuola di seduzione per donne. Trovavo gli uomini così scontati e così semplici, che era un gioco da ragazzi sedurli. Bastava accorgersi di qualche piccolo particolare e poi regolarsi di conseguenza. Al contrario, noi donne siamo complicate. Spesso diciamo no per dire sì, ma spesso il nostro no è assoluto. Ma come mai potranno capirci quei poveri maschietti che spesso hanno una sensibilità inesistente e una capacità di cogliere la psicologia femminile praticamente ridotta allo zero? Valerio ad esempio. Io sapevo perfettamente cosa pensava, e lui non aveva la minima idea di ciò che avevo in mente io. Questo mi poneva su una situazione di grande vantaggio psicologico. Tanto per cominciare, i suoi sguardi erano del terzo tipo, di quelli cioè che mi vedevano come una donna fuori dalla sua portata. Nello stesso tempo si chiedeva certamente come mai una come me, sposata, madre e donna molto attraente, avesse giocato con lui nel modo in cui avevo fatto prima. Rientrammo nel locale, ma dopo una decina di minuti riuscii di nuovo.
Valerio sembrava non essersi mosso per niente e mi avvicinai a lui.
"Mi dispiace proprio che tu debba trascorrere il pomeriggio in questo modo.
Se lo avessi saputo, avrei fatto venire mio marito in modo da potervi far scambiare quattro chiacchiere insieme." Usavo un tono di voce molto cordiale e un sorriso tra l’ingenuo e lo sfrontato.
"Non c'è problema. L'importante è che mia figlia trascorra un pomeriggio
sereno in compagnia delle sue amichette. Sai, mi sono appena separato e lei vive
una situazione difficile."
"Lo so, me l'hanno detto. Immagino quindi che la tua situazione non
sia affatto rosea." Il mio tono era diventato improvvisamente molto più serio, considerando l’argomento scottante.
"Ah, già, immagini bene. Credo di essere diventato un argomento molto popolare
per certe lingue lunghe. Comunque, sì, non è affatto rosea."
"Guarda che non avevo intenzione di intromettermi nella tua vita privata."
"Ma infatti non mi riferivo a te. Tu sembri così diversa."
"Io sono diversa, e non puoi nemmeno immaginare quanto."
"Invece si nota subito", insistette Valerio.
"Dici?" feci, fingendo una sorpresa che non avevo affatto.
"Oh, sì. E' piacevole parlare con te."
"Lo trovi piacevole? Allora ascolta," dissi, estraendo il mio telefonino che mi
ero portata appresso preventivamente. "Io adesso devo rientrare. Ancora una
volta devo far fronte ai miei doveri di mamma della festeggiata. Tu dammi il tuo numero di telefono. Appena avrò qualche minuto libero ti telefono e riprenderemo questa chiacchierata. Sempre che non ti metta in imbarazzo."
"Credo che tu sappia benissimo che una come te metterebbe in imbarazzo anche
uomini molto più scafati di me. Comunque è bellissimo questo tuo interesse per me. Accetto volentieri."
"Perché una come me?" gli chiesi fingendo di nuovo meraviglia.
"Perché sei alta," rispose sorridendo. "e anche molto bella, se posso
permettermi", aggiunse dopo qualche secondo. Lo ringraziai del complimento e ci
scambiammo i nostri numeri. Sapevo che era sbagliato, ma era più forte di me. Avevo trovato l’uomo che ritenevo adatto da sottomettere e non volevo lasciarmelo scappare. Dovevo soltanto trovare il modo giusto.
Il resto del pomeriggio trascorse tranquillamente.
La festa si rivelò un successone, e mia figlia era felicissima, anche perché, per una volta tanto, mi ero comportata da vera mamma, proprio come lei desiderava.
Per quanto riguardava Valerio invece, passato l'entusiasmo del momento, mi accorsi che non è che avessi tanto tempo a disposizione. Per un paio di
settimane mi dicevo che gli avrei fatto una telefonata al più presto, anche magari solo per sentirlo, ma ogni volta rimandavo a causa dei miei numerosi
impegni. Avere un marito e un amante, un lavoro, un hobby molto particolare
come la mia passione per le arti marziali, e due figlie, era decisamente molto
impegnativo, anche se per me molto gratificante. Ma se Maometto non va dalla
montagna è la montagna ad andare da Maometto. Una sera, appena uscita dalla
palestra, mi accorsi che sul mio telefonino c'erano un paio di chiamate
effettuate proprio da Valerio. Evidentemente, mi aveva cercata proprio mentre mi allenavo. Decisi che quella era l'occasione giusta e gli telefonai. Dopo i primi convenevoli e le spiegazioni sul perché non avevo risposto, Valerio vinse la sua timidezza, aiutato forse dal fatto che una voce incute meno soggezione rispetto alla visione, e andò al dunque.
"Mi chiedevo se la tua offerta per scambiare quattro chiacchiere fosse ancora
valida. Io so che non dovrei farti una richiesta del genere, e non avrei osato se non fossi stata tu a dirmi che la cosa poteva interessarti. Non ti sei più fatta sentire e forse ci hai ripensato. In questo caso ti chiedo scusa e non…"
"Alt! Ti interrompo, Valerio. Non ci ho ripensato, ho avuto solo diverse cose
da sbrigare. Ti ho detto che mi faceva piacere e rimango di quell'opinione."
"Ne sono felice, veramente. A questo punto, dimmi tu."
"Tu quando sei libero abitualmente?"
"Io dalle 18 sono libero tutti i giorni, tranne il mercoledì che lo dedico a mia figlia."
Feci un rapido calcolo. Il mercoledì ero anch'io impegnata, visto che, insieme al sabato, era il giorno che dedicavo completamente a mio marito, un altro giorno a settimana lo dedicavo a Giorgio, preferibilmente il martedì, e a volte anche il venerdì, mentre il giovedì era la sera in cui Marco andava a giocare a calcetto con i suoi amici e che io dedicavo invece completamente alle mie bambine. Anche quella era una serata per me assolutamente di primaria importanza. Rimaneva il lunedì sera, l’unica che avevo a disposizione.
"Bene, Valerio, allora ci vediamo lunedì prossimo alle venti a casa tua. Dammi il tuo indirizzo."
"Il mio indirizzo? Vuoi venire a casa mia?" Aveva fatto quelle domande con un filo di voce, sicuramente incredulo per la mia proposta.
"Perché, ci sono problemi?" gli chiesi maliziosa.
"Io, veramente... pensavo magari che potevamo prenderci qualcosa seduti in un
bar."
"Ascoltami, Valerio. Sono sposata e, anche se in amicizia, non ho intenzione di
farmi vedere con un uomo in giro, tantomeno in un bar. Vorrà dire che non se
ne fa niente."
"No, no, hai ragione. Non pensavo a un’eventualità del genere. E' che mi
sento in imbarazzo perché da quando mi sono separato abito in piccolo
appartamentino e…"
"Guarda che non devo vedere che bella casa hai, non me ne importa niente.
Vorrà dire che per farti perdonare della scomodità con la quale mi accoglierai,
mi preparerai una bella cena."
"Davvero? Volentieri. Oddio, adesso sì che sono in imbarazzo vero." Scoppiai a ridere. Mi feci dare il suo indirizzo. Non abitava molto lontano, era una via che si trovava nel mio stesso quartiere, ad appena un paio di chilometri da casa mia. La vicinanza era abbastanza ovvia. Le nostre figlie andavano nella stessa scuola, ed era probabile che, come noi, l’avessero scelta nelle vicinanze. Anche se, pensandoci bene, la sua recente separazione l’avrebbe potuto allontanare dal quartiere. Ovviamente, il primo pensiero dopo aver chiuso quella telefonata lo rivolsi a Valerio. Chissà cosa pensava del mio appuntamento. Una donna che insiste per andare a casa di un uomo non è certamente normale. E infatti io non lo ero. Immaginai la sua emozione, forse addirittura l’ansia che l’avrebbe accompagnato per quei giorni fino al momento del nostro appuntamento. Sorrisi. Non era un problema mio. Io ero tranquillissima e non vedevo l’ora di mettere alla prova tutto quello che avevo imparato in quei mesi.
Continua...
"Ma lei non è il papà di una delle compagne di classe di mia figlia?"
"Si, certo, sono io", rispose, facendomi il nome di sua figlia.
"E cosa fa qui tutto solo? Venga dentro a prendere un pezzetto di dolce."
"Ma no, grazie, non si disturbi. E poi preferisco stare da solo qua fuori e
non disturbare. Dentro siete tutte donne e non saprei cosa dire."
"Non le piace essere beato tra le donne?" insistetti, cercando un briciolo di umorismo.
“Non sono proprio il tipo, mi creda", si schernì.
"Come crede. Vorrà dire che il pezzo di dolce glielo porto io", conclusi,
gettando la sigaretta e rientrando nel locale per riuscirne pochi istanti dopo
con in mano un piatto con una sostanziosa fetta di dolce.
L’uomo mi guardò aprendo il suo volto a un sorriso sincero e timido. “Non si doveva disturbare. Grazie, veramente."
"Non c'è di che. Dovere." Mi ero avvicinata a lui per porgergli il piatto e
naturalmente la nostra differenza di altezza divenne più evidente. L'uomo annuì e abbassò gli occhi sul piatto, mentre io lo osservavo tranquillamente, poi per un istante li rialzò per guardarmi anche lui.
“Cosa c’è?” gli chiesi sorridendo. Lui sembrò colto con le mani nella marmellata.
"Oh, no, mi scusi. Stavo osservando che è molto alta.” disse infine, dopo aver ovviamente riflettuto su quale fosse la migliore risposta.
"Ho diversi centimetri di tacco che mi aiutano. Comunque, sì, sono stata una pallavolista. Non mi dire che le donne alte ti mettono in imbarazzo." Risposi, continuando a sorridere. Ero passata al tu istintivamente.
"No, assolutamente. Cioè un po'."
"Insomma, sì o no?" insistetti, solo per il gusto di metterlo ancora più in difficoltà.
"Oh, non lo so più neanche io quello che volevo dire."
Era decisamente in bambola, e questo mi creava invece un certo piacere.
"Forse sono le donne in generale a crearti imbarazzo, non solo quelle alte."
Si fece improvvisamente serio. "Non sono un tipo abituato ad avere un sacco di donne, ma proprio imbarazzo non ne ho mai provato."
"Solo un po' di timidezza, quindi."
"Un po'. Però quando poi prendo confidenza non sono proprio un imbranato."
"Guarda che a molte donne piacciono gli imbranati. A me, ad esempio, fanno
sorridere e fanno molta tenerezza."
"Allora vada per l'imbranato."
"Molto bene, signor imbranato. Ora devo rientrare per doveri di ospitalità.
Ci vedremo più tardi, tanto la festa prosegue ancora per un bel po'. A
proposito, non conosco il tuo nome"
"Valerio."
"Io invece mi chiamo Patrizia. Ma se ti azzardi a chiamarmi così giuro che
ti picchio. Per tutti sono Patty."
"Molto bene, Patty. Starò attento a non essere picchiato da te quindi. Ora
vai, non ti preoccupare per me. Mi farò un giretto qua attorno."
Lo salutai e rientrai. Mi veniva da sorridere pensando alla nostra chiacchierata. Se avesse immaginato che io adoravo veramente picchiare i maschi, probabilmente la sua reazione sarebbe stata ben diversa. Ma, in quel momento, non avevo intenzione di fare alcunché. Mi era piaciuto il fatto di metterlo in difficoltà e, per certi versi, c'ero riuscita, ma non era un idiota, e alla fine se l'era cavata in qualche modo. Per me era finita li, ma quando un'ora dopo uscii con un'altra donna per fumare di nuovo, Valerio era ancora nel medesimo punto dove l'avevo lasciato. Fu proprio quella donna, anche lei naturalmente mamma di un'amichetta di mia figlia, a dirmi diverse cose su di lui.
"Povero Valerio," esordì vedendolo. "Ma lo sai che la moglie se ne è andata di
casa con un altro? E, malgrado questo, quella puttana ha avuto l'affidamento
della bambina. Ora lui ha un giorno a settimana per vedere la bimba, oltre a una
domenica alternata. Ma ti sembra giusta una cosa del genere?"
Parlava a voce bassa per non farsi sentire, ma sembrava che non vedesse l'ora di raccontarmi tutto quello che sapeva. Fece un altro paio di pettegolezzi su altre donne che erano con noi nella sala, e pensai a cosa avrebbe detto di me se avesse saputo che avevo un marito sottomesso, un amante altrettanto sottomesso, che mi vestivo con loro come una puttana e che avevo intenzione di sottomettere anche Valerio. Si, anche Valerio. Mi venne d'istinto pensare a una cosa del genere e, man mano che elaboravo l'idea, la trovavo sempre meno peregrina. Era il tipo ideale. Rimorchiarlo sarebbe stato estremamente facile. Difficilmente nella sua vita poteva avere avuto una donna come me. Anche farlo innamorare non avrebbe dovuto essere complicato. Semmai la complicazione ci sarebbe stata solo nel sottometterlo. Ma questa sfida mi piaceva, e in più, se ci fossi riuscita, avrei fatto un'opera di bene nei suoi confronti. Non come missionaria o come crocerossina, ma proprio come dominatrice. Può sembrare assurda questa mia affermazione considerando che non cercavo un uomo da amare ma da dominare, eppure cominciavo ad avere la convinzione che un uomo che scopriva il suo lato sottomesso poteva scoprire la felicità. Me ne ero accorta con Luca. Certo, il momento in cui inevitabilmente avrei troncato quella relazione avrebbe potuto essere devastante, ma passato indenne quel periodo, avrebbe portato per tutta la vita dentro di sé un ricordo indelebile e meraviglioso, proprio come una grande storia d'amore. Mentre parlavo con quella donna, intanto, vedevo come ogni tanto Valerio cercasse di posare lo sguardo su di me cercando di non farsene accorgere. A una come me, diventata egocentrica, volutamente esibizionista, che viveva anche per il desiderio che provocava negli uomini, sguardi del genere non potevano sfuggire. Dalla faccia di un uomo riuscivo a capire che tipo di desiderio provasse nei miei confronti. C'era quello che, guardandomi, pensava solo esclusivamente al sesso, quello che mi vedeva come una bambolina per andarci in giro e da esibire con gli amici, e c'era quello che invece pensava all'impossibilità di avere una come me, alla gioia che avrebbe provato nel sentirsi vicino a una donna che però era completamente fuori dalla sua portata. A dir la verità, c’era anche un altro sguardo che si posava sempre più frequentemente su di me, ed era quello degli uomini che mi biasimavano per come mi ponevo, per come camminavo, per come me la tiravo, insomma. Ma di quelli sguardi moralistici non m’importava un fico secco. Mi veniva da pensare a quelle donne che raccontavano di non accorgersi degli sguardi che si posavano su di loro. Falso! Non ci credevo allora e, tantomeno, ci credo adesso. Sarà perché io me ne sono sempre accorta. Secondo me, anche la meno bella se ne accorge, magari per la timidezza può trovarsi in imbarazzo, ma se ne rende conto. Sempre. Figuriamoci una come me, attenta osservatrice del pianeta maschile. Credo che forse la mia vera professione non fosse quella che avevo in quel momento, e che la mia vera natura mi avrebbe dovuto portare ad aprire una scuola di seduzione per donne. Trovavo gli uomini così scontati e così semplici, che era un gioco da ragazzi sedurli. Bastava accorgersi di qualche piccolo particolare e poi regolarsi di conseguenza. Al contrario, noi donne siamo complicate. Spesso diciamo no per dire sì, ma spesso il nostro no è assoluto. Ma come mai potranno capirci quei poveri maschietti che spesso hanno una sensibilità inesistente e una capacità di cogliere la psicologia femminile praticamente ridotta allo zero? Valerio ad esempio. Io sapevo perfettamente cosa pensava, e lui non aveva la minima idea di ciò che avevo in mente io. Questo mi poneva su una situazione di grande vantaggio psicologico. Tanto per cominciare, i suoi sguardi erano del terzo tipo, di quelli cioè che mi vedevano come una donna fuori dalla sua portata. Nello stesso tempo si chiedeva certamente come mai una come me, sposata, madre e donna molto attraente, avesse giocato con lui nel modo in cui avevo fatto prima. Rientrammo nel locale, ma dopo una decina di minuti riuscii di nuovo.
Valerio sembrava non essersi mosso per niente e mi avvicinai a lui.
"Mi dispiace proprio che tu debba trascorrere il pomeriggio in questo modo.
Se lo avessi saputo, avrei fatto venire mio marito in modo da potervi far scambiare quattro chiacchiere insieme." Usavo un tono di voce molto cordiale e un sorriso tra l’ingenuo e lo sfrontato.
"Non c'è problema. L'importante è che mia figlia trascorra un pomeriggio
sereno in compagnia delle sue amichette. Sai, mi sono appena separato e lei vive
una situazione difficile."
"Lo so, me l'hanno detto. Immagino quindi che la tua situazione non
sia affatto rosea." Il mio tono era diventato improvvisamente molto più serio, considerando l’argomento scottante.
"Ah, già, immagini bene. Credo di essere diventato un argomento molto popolare
per certe lingue lunghe. Comunque, sì, non è affatto rosea."
"Guarda che non avevo intenzione di intromettermi nella tua vita privata."
"Ma infatti non mi riferivo a te. Tu sembri così diversa."
"Io sono diversa, e non puoi nemmeno immaginare quanto."
"Invece si nota subito", insistette Valerio.
"Dici?" feci, fingendo una sorpresa che non avevo affatto.
"Oh, sì. E' piacevole parlare con te."
"Lo trovi piacevole? Allora ascolta," dissi, estraendo il mio telefonino che mi
ero portata appresso preventivamente. "Io adesso devo rientrare. Ancora una
volta devo far fronte ai miei doveri di mamma della festeggiata. Tu dammi il tuo numero di telefono. Appena avrò qualche minuto libero ti telefono e riprenderemo questa chiacchierata. Sempre che non ti metta in imbarazzo."
"Credo che tu sappia benissimo che una come te metterebbe in imbarazzo anche
uomini molto più scafati di me. Comunque è bellissimo questo tuo interesse per me. Accetto volentieri."
"Perché una come me?" gli chiesi fingendo di nuovo meraviglia.
"Perché sei alta," rispose sorridendo. "e anche molto bella, se posso
permettermi", aggiunse dopo qualche secondo. Lo ringraziai del complimento e ci
scambiammo i nostri numeri. Sapevo che era sbagliato, ma era più forte di me. Avevo trovato l’uomo che ritenevo adatto da sottomettere e non volevo lasciarmelo scappare. Dovevo soltanto trovare il modo giusto.
Il resto del pomeriggio trascorse tranquillamente.
La festa si rivelò un successone, e mia figlia era felicissima, anche perché, per una volta tanto, mi ero comportata da vera mamma, proprio come lei desiderava.
Per quanto riguardava Valerio invece, passato l'entusiasmo del momento, mi accorsi che non è che avessi tanto tempo a disposizione. Per un paio di
settimane mi dicevo che gli avrei fatto una telefonata al più presto, anche magari solo per sentirlo, ma ogni volta rimandavo a causa dei miei numerosi
impegni. Avere un marito e un amante, un lavoro, un hobby molto particolare
come la mia passione per le arti marziali, e due figlie, era decisamente molto
impegnativo, anche se per me molto gratificante. Ma se Maometto non va dalla
montagna è la montagna ad andare da Maometto. Una sera, appena uscita dalla
palestra, mi accorsi che sul mio telefonino c'erano un paio di chiamate
effettuate proprio da Valerio. Evidentemente, mi aveva cercata proprio mentre mi allenavo. Decisi che quella era l'occasione giusta e gli telefonai. Dopo i primi convenevoli e le spiegazioni sul perché non avevo risposto, Valerio vinse la sua timidezza, aiutato forse dal fatto che una voce incute meno soggezione rispetto alla visione, e andò al dunque.
"Mi chiedevo se la tua offerta per scambiare quattro chiacchiere fosse ancora
valida. Io so che non dovrei farti una richiesta del genere, e non avrei osato se non fossi stata tu a dirmi che la cosa poteva interessarti. Non ti sei più fatta sentire e forse ci hai ripensato. In questo caso ti chiedo scusa e non…"
"Alt! Ti interrompo, Valerio. Non ci ho ripensato, ho avuto solo diverse cose
da sbrigare. Ti ho detto che mi faceva piacere e rimango di quell'opinione."
"Ne sono felice, veramente. A questo punto, dimmi tu."
"Tu quando sei libero abitualmente?"
"Io dalle 18 sono libero tutti i giorni, tranne il mercoledì che lo dedico a mia figlia."
Feci un rapido calcolo. Il mercoledì ero anch'io impegnata, visto che, insieme al sabato, era il giorno che dedicavo completamente a mio marito, un altro giorno a settimana lo dedicavo a Giorgio, preferibilmente il martedì, e a volte anche il venerdì, mentre il giovedì era la sera in cui Marco andava a giocare a calcetto con i suoi amici e che io dedicavo invece completamente alle mie bambine. Anche quella era una serata per me assolutamente di primaria importanza. Rimaneva il lunedì sera, l’unica che avevo a disposizione.
"Bene, Valerio, allora ci vediamo lunedì prossimo alle venti a casa tua. Dammi il tuo indirizzo."
"Il mio indirizzo? Vuoi venire a casa mia?" Aveva fatto quelle domande con un filo di voce, sicuramente incredulo per la mia proposta.
"Perché, ci sono problemi?" gli chiesi maliziosa.
"Io, veramente... pensavo magari che potevamo prenderci qualcosa seduti in un
bar."
"Ascoltami, Valerio. Sono sposata e, anche se in amicizia, non ho intenzione di
farmi vedere con un uomo in giro, tantomeno in un bar. Vorrà dire che non se
ne fa niente."
"No, no, hai ragione. Non pensavo a un’eventualità del genere. E' che mi
sento in imbarazzo perché da quando mi sono separato abito in piccolo
appartamentino e…"
"Guarda che non devo vedere che bella casa hai, non me ne importa niente.
Vorrà dire che per farti perdonare della scomodità con la quale mi accoglierai,
mi preparerai una bella cena."
"Davvero? Volentieri. Oddio, adesso sì che sono in imbarazzo vero." Scoppiai a ridere. Mi feci dare il suo indirizzo. Non abitava molto lontano, era una via che si trovava nel mio stesso quartiere, ad appena un paio di chilometri da casa mia. La vicinanza era abbastanza ovvia. Le nostre figlie andavano nella stessa scuola, ed era probabile che, come noi, l’avessero scelta nelle vicinanze. Anche se, pensandoci bene, la sua recente separazione l’avrebbe potuto allontanare dal quartiere. Ovviamente, il primo pensiero dopo aver chiuso quella telefonata lo rivolsi a Valerio. Chissà cosa pensava del mio appuntamento. Una donna che insiste per andare a casa di un uomo non è certamente normale. E infatti io non lo ero. Immaginai la sua emozione, forse addirittura l’ansia che l’avrebbe accompagnato per quei giorni fino al momento del nostro appuntamento. Sorrisi. Non era un problema mio. Io ero tranquillissima e non vedevo l’ora di mettere alla prova tutto quello che avevo imparato in quei mesi.
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