La vita di Patty Capitolo 46

di
genere
dominazione

Iniziò così la mia ennesima nuova vita, quella con l'amante. A dir la verità, non lo consideravo nemmeno tale. Per me era semplicemente un altro maschio da dominare. Una o due volte alla settimana gli inviavo il messaggino dicendogli che volevo vederlo, e lui si faceva trovare al solito posto. Nel termine di un altro paio di volte, mi resi conto che Giorgio era addirittura più sottomesso di quanto lo fosse mio marito. Lui amava sia la sottomissione psicologica che essere picchiato, cosa che Marco non sopportava molto. A mio marito bastava che io gli dimostrassi la mia superiorità fisica ma non aveva un buon rapporto con il dolore che invece Giorgio non aveva problemi a tollerare. L'analogia stava nel fatto che ambedue amavano che la loro padrona fosse meritevole di esserlo da un punto di vista fisico. E io lo ero, senza ombra di dubbio. Un'altra differenza stava nel sesso. Mentre per Marco era essenziale, avevo l'impressione che per Giorgio non fosse poi così necessario. Certo, mi desiderava, ed era praticamente sempre eccitato, ma mi stavo facendo l'idea che fare sesso insieme, cosa alla quale io non potevo in alcun modo rinunciare, fosse per lui un omaggio che gli facevo dall'alto del mio acquisito potere su di lui e che, se avessi voluto, lo avrei anche potuto costringere all'astinenza. Non ne ebbi mai la certezza. Quella era solo la conclusione alla quale ero giunta notando quanto entusiasmo ci mettesse fino a che si trattava di donarmi piacere oralmente, e con quanta ritrosia invece affrontava la penetrazione vera e propria, pur avendo sempre una notevole erezione.
Insomma, faceva sesso perché lo desideravo e, in un certo senso, lo costringevo, ma se fosse dipeso da lui ne avrebbe fatto volentieri a meno. Era come se con il sesso io andassi a perdere ciò che per lui era essenziale: la divinizzazione della sua padrona. In seguito lessi che molti schiavi avevano questa sensazione e il sesso, anziché essere la logica conclusione della loro sottomissione, fosse un atto di cui avrebbero fatto volentieri a meno, e questo rafforzò la sensazione che avevo in quel momento. Io ormai mi sentivo in effetti una divinità, ma era una dea molto terrena, e il sesso era imprescindibile nel mio modo di dominare. Una cosa invece mi lasciò perplessa e quasi inorridita. Fu quando mi fece trovare uno strap-on, ovvero un dildo. A quell'epoca per me era solo un fallo di gomma e non conoscevo nemmeno quei nomi, ma sapevo certo l'uso che voleva farne: voleva essere posseduto da me. Rinunciai a quella richiesta per due motivi. La prima era che non volevo accontentarlo in tutto. I nostri ruoli erano ben precisi ma, in fondo, si basavano sul piacere reciproco, e su alcune cose ero stata quasi costretta ad accontentarlo. Mi ero fatta l'idea che, per costringere un uomo ad adorarmi veramente, dovevo giocare sulla sua psicologia, concedendogli almeno in parte quello che lui voleva da me, a patto naturalmente che fosse di mio gradimento e che la cosa non intercedesse più di tanto sul mio modo di intendere la dominazione. Il secondo motivo era semplicemente che non trovavo giusta quella pratica. Possedere un uomo, violentarlo addirittura, erano situazioni che, in quel momento, ancora non mi appartenevano. Quella volta addirittura lo picchiai duramente per aver osato propormi una cosa del genere. Lo feci con cattiveria, come non avevo mai fatto fino ad allora con lui, come avevo fatto con Marco quella volta al mare, quando pretesi e naturalmente ottenni, di impossessarmi del potere economico della famiglia. Terminai la mia opera di demolizione solo quando mi resi conto che Giorgio era veramente ridotto a mal partito. Ero io che dovevo decidere in che modo attuare la mia dominazione, e le sue insistenze scatenarono la mia rabbia. Forse in quel momento non ero ancora pronta per una situazione del genere e non capii quando Giorgio, piangendo, mi disse che lui voleva solo appartenermi, diventare definitivamente di mia proprietà, mentre io lo consideravo già tale. Per me contava solo che io gli dessi ordini, che lui obbedisse a questi comandi e che lo picchiassi, naturalmente entro certi limiti, ma dimostrandomi comunque di giorno in giorno sempre più forte e sicura. Si trattava più che altro di prove di bravura e di forza e non di veri e propri pestaggi, che servivano proprio a ribadire i nostri ruoli e ad aprire la strada all'atto conclusivo che era il sesso fatto nel modo a me congeniale. Dopo averlo fatto impazzire di desiderio, naturalmente. Questo era quello su cui basavo la mia dominazione. A distanza di tanti anni dovetti però dargli ragione sul dildo in quanto volli usarlo proprio per assaporare la sensazione di possedere definitivamente l'unico uomo per cui abbia avuto l'interesse di voler sentire mio per sempre: mio marito. E mi diedi della cretina per aver rinunciato per tanti anni a questa pratica, in quanto scoprii che fottersi un uomo era una delle cose più piacevoli che potessero esistere per una donna. Ma questa è un'altra storia. Ad ogni modo, quella situazione non ebbe naturalmente seguito. Giorgio si guardò bene dal propormi altre cose senza la mia preventiva approvazione, e io potevo, tutto sommato, ritenermi soddisfatta di lui. Anzi, ero soddisfatta della mia vita in modo assoluto. Avevo due uomini disposti a tutto pur di far parte della mia vita, facevano tutto quello che io ordinavo loro. e potevo obbligarglielo facendo leva sulla mia superiorità fisica oppure, peggio ancora per loro, minacciando di lasciarli. Mi amavano in modo assoluto e totale, mi desideravano in ogni momento, anche se in modo differente, come ho spiegato prima, mi ritenevano una dea, e bastava una mia carezza per farli felici come bambini. Ma, soprattutto, avevo trovato la chiave giusta per la mia sessualità. Mi chiedevo come fosse stato possibile per me, vivere tanti anni senza quasi avere mai il piacere dell'orgasmo vero e proprio, mentre in quel modo riuscivo ad averne diversi e tutti entusiasmanti. Mi bastava poco e anche la più piccola cosa mi portava quasi sull'orlo dell'orgasmo. Poteva trattarsi di vederli tremanti di desiderio, oppure di vedere che avevano paura di me, oppure ancora quando mi riempivano di attenzioni e complimenti. A quel punto avevo solo bisogno di essere toccata nel giusto verso e riuscivo ad avere un orgasmo eccezionale. Per mia fortuna, sia Marco che Giorgio potevano essere considerati maestri nel saper toccare le corde giuste del mio corpo. Da cosa dipendesse non mi era chiaro. Forse doveva trattarsi di una specie di sindrome della dominazione, di un piacere estremo nel vedere un uomo completamente alla mia mercé, ma quello che contava era il risultato finale, e quello era senz'altro eccezionale. Potevo insomma desiderare qualcosa di più? In quel momento, quando cioè eravamo arrivati a metà novembre di quel 1999, ed era circa un mese e mezzo che Giorgio era diventato un mio sottomesso, avrei detto senz'altro di no. Mi dicevo anzi che quella era la condizione ottimale per me, e che il massimo sarebbe stato non mutare quegli equilibri perfetti che avevo creato. Eppure, mi sarei accorta molto presto che qualche altro piccolo desiderio ce l'avevo, eccome. Mai dire mai quindi. Come per James Bond, anche per me quella frase avrebbe acquistato presto un significato ben preciso.


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scritto il
2026-08-20
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