La vita di Patty Capitolo 49

di
genere
dominazione

Arrivò quindi quel lunedì. Uscii dalla palestra pochi minuti dopo le 19, giusto il tempo di farmi una doccia al termine della mia lezione. Arrivata a casa, mi rinchiusi in camera da letto per vestirmi. Marco sapeva ormai perfettamente che significato avesse questa mia azione. I giorni che erano dedicati a lui, erano quelli in cui portava le bambine dai miei genitori e in cui io mi vestivo spudoratamente sensuale, preferibilmente strizzando l’occhio al fetish usando il lattice, mentre quelli in cui rimanevo in casa, io mi spogliavo e mi mettevo comoda, come una normale donna dopo una giornata di lavoro. C'erano però anche le sere in cui uscivo per andare da Giorgio, e anche in quei casi mi rinchiudevo in camera per scegliere i vestiti adatti e per farmi particolarmente bella. Quella sera non andavo da Giorgio, ma stavo andando a cercare di sedurre un altro uomo e, soprattutto, a cercare di sottometterlo. Prima di cambiarmi mi guardai allo specchio. Potevo definirmi una puttana? Sinceramente, a volte mi sentivo tale, e chiamavo questa mia voglia dissoluta come “sindrome da mignottaggio”, ma altre volte invece mi vedevo solo come una donna che aveva scoperto il proprio lato oscuro e che cercava di vivere in pace con sé stessa, assecondando quelle voglie che erano ormai uscite prepotentemente fuori. Io avevo bisogno di quel tipo di vita come dell'aria che respiravo. A volte addirittura, avevo anche la netta sensazione che avere due figlie fosse per me una grossa limitazione per i miei desideri, con grandi sensi di colpa, ovviamente. Mi immaginavo infatti in casa, con decine di uomini al mio servizio, scegliendo alla fine quelli da scoparmi. Erano sogni ad occhi aperti, ma dimostravano quali fossero le mie sensazioni
Altre volte invece, ero felice di poter avere la possibilità di vivere entrambe le situazioni, senza nessuno che mi dicesse cosa fosse giusto o sbagliato. Essere quindi una mamma ed essere una donna fuori dagli schemi. Il problema per poter vivere quella doppia vita era che avrei dovuto trovare una scusa con le bambine che cominciavano a chiedersi perché io uscissi spesso. Avrei detto loro che mi allenavo anche la sera. Scusa credibile e abbastanza in linea con la mia passione.
Non era però quello il momento di fare certe elucubrazioni mentali. Dovevo scegliere cosa indossare e non sarebbe stato facile.
Volevo essere bellissima senza ricorrere a capi troppo provocanti come il
lattice. Guardai i miei armadi, pieni zeppi di abiti di tutti i tipi. In quegli ultimi anni avevo speso un patrimonio per il mio guardaroba. Solo di scarpe ne avevo almeno una cinquantina. La cosa buffa era che avevo cominciato a stare attenta alle spese solo dal giorno in cui avevo iniziato ad occuparmi delle finanze domestiche, mentre fino ad allora avevo sperperato l'intero mio
stipendio. E meno male che la maggior parte delle cose le prendevo al negozio
al prezzo di costo. Anche gli armadi delle mie figlie non erano da meno. Le mie due principesse avevano sempre avuto il meglio. Ovvio che mi ero ritrovata con pochi soldi in banca al momento dell'acquisto del negozio, cosa che sarebbe avvenuta ormai il mese prossimo, in concomitanza con l'anno nuovo. Ma, malgrado il mio guardaroba fosse stracolmo, o forse proprio per questo, la mia indecisione era totale. Quando si esce la prima volta con un uomo e si vuole far colpo, la scelta è sempre complicata. Sapevo perfettamente che con Valerio avrei fatto colpo anche presentandomi in tuta da ginnastica, ma io volevo essere perfetta, farlo rimanere a bocca aperta, per facilitarmi la strada per quello che avevo intenzione di fare. Quindi, provocante ma non eccessiva. Scartai tutti gli abiti in lattice che avrei potuto indossare eventualmente solo in seguito, sempre che avessi sottomesso Valerio quella sera, e altri abiti troppo vistosi, e alla fine optai per un tailleur nero con un tubino che mi arrivava un po’ sopra al ginocchio, una giacca corta e avvitata e una bella camicia di seta color crema maliziosamente trasparente al punto giusto. Sotto ci misi uno stivale di camoscio nero con un tacco alto ma non a spillo. Abbigliamento ideale per quello che mi serviva.
Non ero potuta andare dal parrucchiere e lasciai i miei capelli sciolti, leggermente scalati, che mi scendevano armoniosamente lungo le spalle. Era parecchio che non cambiavo il colore dei miei capelli, da quando il mio parrucchiere mi aveva fatto quel carré biondo. Li avevo fatti ricrescere ma da quel giorno li avevo sempre lasciati biondi. Quindi mi truccai. Ombretto grigio per gli occhi, fondotinta, fard rosato e rossetto rosa lucido.
Ero pronta. Ma prima avevo intenzione di divertirmi un po’ con mio marito. Come ho sottolineato più volte, le mie sensazioni nei suoi confronti erano del tutto contrastanti. Passavo dalla tenerezza a una voglia di umiliarlo che non riuscivo a trattenere. Quella sera era quella giusta per una grossa umiliazione. Lo chiamai e lui arrivò immediatamente.
“Chiudi la porta”, gli ordinai. Le bambine erano nella loro camera ma avrebbero potuto entrare in ogni momento.
Lui obbedì e, appena lo fece si inginocchiò ai miei piedi.
“A sua disposizione, Padrona.”
Schioccai le dita. Era il segno che volevo fumare e lui mi accese subito una sigaretta, prendendo il portacenere e rimettendosi ai miei piedi.
“Apri la bocca.” Sapeva cosa volevo fare. Da un po’ di tempo lo usavo anche come portacenere, situazione femdom che avevo letto in rete e che mi era piaciuta subito. Non la usavo spesso, a dir la verità. Soprattutto quando avevo intenzione di scoparmelo. Il motivo era che in quei casi mi piaceva baciarlo, e non ci sarei riuscita se lui avesse ingoiato la cenere della mia sigaretta. Ma in quel momento era l’ideale perché non avevo alcuna intenzione di baciarlo.
Lo guardai dall’alto in basso. “Come sto, Marco? Sono bellissima, non credi?” gli chiesi, egocentrica al massimo. Noen erano frasi per modo di dire. Mi sentivo realmente una spanna al di sopra delle altre donne.
“Sì, Padrona, lei è bellissima.”
“Bene, perché è mia intenzione fare colpo.”
Alzò leggermente lo sguardo verso di me, i suoi occhi che iniziavano a riempirsi di lacrime. “Devo… aspettarla sveglio?”
Sorrisi. Ormai la mia dominazione nei suoi confronti non aveva più limiti. Stavo andando da un altro uomo e lui mi chiedeva se avesse dovuto attendere il mio ritorno sveglio. Come avrei fatto a non sentirmi una divinità scesa in terra?
“No, voglio che tu vada a dormire.”
“Come vuole, Padrona. L’importante è che lei torni a casa.”
“Questo dipende da te. Se sarai obbediente e devoto, continuerò a tenerti con me. Altrimenti, la porta di casa la conosci.”
“Io… ho bisogno di lei, Padrona. Non mi abbandoni, la prego.”
Non gli risposi, felice di vederlo scodinzolante. Gli consegnai il mozzicone. Dentro di me provavo una soddisfazione enorme. Stavo andando da un altro uomo senza che lui potesse aprire bocca. Quello era vero potere. Indossai un cappottino grigio, presi la mia borsa e, dopo essermi assicurata di aver preso le sigarette, le chiavi di casa e della macchina, uscii.
A quell'ora, alcune persone che conoscevo stazionavano ancora sotto casa: la padrona del bar e alcuni avventori, il piccolo supermercato che si apprestava a chiudere, la pizzeria che invece cominciava a riempirsi.
Passai davanti a loro altezzosa e indifferente ai loro sguardi. Pensassero
pure quello che volevano. Mi dispiaceva solo per Marco, io avevo le spalle grosse, in senso figurato ovviamente, e me ne fregavo dei loro chiacchiericci. Presi finalmente la macchina e mi avviai. Ci misi poco ad arrivare dove abitava
Valerio. Ebbi un po' di difficoltà per trovare il parcheggio, ma infine
riuscii a sistemare l'auto a un centinaio di metri di distanza. Il breve tragitto che feci per arrivare all'abitazione di Valerio intanto, mi servì
per mettere a punto la mia strategia seduttiva, aiutata in questo anche da
alcune occhiate assassine che ricevetti, prima da due ragazzi che si voltarono
facendo commenti lusinghieri, anche se un po' pesanti, sul mio lato b, e poi da
un tizio sulla cinquantina che prima fece facce strane, e poi si lasciò
sfuggire un “mamma mia” che la diceva tutta su come mi considerava. Mi piaceva
tutto questo. Oh, mio Dio, se mi piaceva. Ero una donna sveglia, intelligente,
che avrebbe potuto trovare la sua dimensione ideale anche in altri ambiti. Eppure, tra tutti i pregi che mi sentivo di avere, quello che consideravo il più importante in assoluto riguardava proprio il mio aspetto fisico. Potevo considerarmi una sorta di Narciso in gonnella sempre pronta a rimirarsi allo specchio, con la speranza di fare ovviamente una fine ben diversa da lui.
Citofonai e Valerio mi aprì il portone dandomi le indicazioni sul piano e
sull'interno. Presi l'ascensore e ne approfittai per darmi un'ulteriore
occhiata allo specchio che era contenuto in esso, sistemandomi i capelli.
Aprii il cappottino e slacciai anche la giacca. Quando la porta dell'ascensore
si aprì, Valerio era di fronte a me, in attesa del mio arrivo. Gli sorrisi e
lui invece sospirò profondamente, deglutì in modo nervoso, e poi fece uscire un filo di voce:
"Oh, mio Dio. Sei, sei..."
Reclinai il capo facendo ondeggiare i miei capelli mentre dietro a me l'ascensore si richiudeva automaticamente.
"Sono?" gli chiesi in modo malizioso, pur sapendo cosa avrebbe voluto dire.
"Meravigliosa. Credo che tu sia la più bella donna che io abbia mai avuto il
piacere di incontrare", disse infine, completando la frase.
Sorrisi di nuovo e mi dovetti abbassare per baciarlo castamente sulle guance.
“Grazie. I complimenti fanno sempre piacere”, risposi, sempre più consapevole del mio fascino dell’effetto che facevo.
“Sono io che ti ringrazio. Non puoi immaginare quanto mi faccia piacere trascorrere con te questa sera.”
“Oh, me lo immagino, invece”, feci spudoratamente, conscia che per lui dovevo essere alla stregua di una visione. L'inizio era stato proprio come mi aspettavo, ed era mia ferma intenzione fare in modo che il proseguimento fosse ancora migliore. Nella mia mente non c'erano più le mie bambine, non c'era più mio marito e, tantomeno, Giorgio. Tutti i miei pensieri erano concentrati su quell'uomo che, nel frattempo, mi aveva invitata a entrare in casa e, soprattutto, su quello che avrei dovuto fare con lui. Entro quella sera lui sarebbe dovuto diventare un mio schiavo. Lo avevo scelto e così avrebbe dovuto andare. Io avrei avuto il potere a cui anelavo, e lui avrebbe avuto la donna più bella della sua vita. In fondo, si sarebbe potuto definire un accordo in piena regola in cui tutte e due le parti avrebbero avuto la loro convenienza. Eh sì, quella serata aveva prospettive decisamente interessanti per me, mentre a Valerio, comunque fosse andata, avrebbe cambiato completamente la vita.


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scritto il
2026-08-29
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