La vita di Patty Capitolo 51
di
Davide Sebastiani
genere
dominazione
Entrai nella mia camera in preda a una strana agitazione. Avevo bisogno della mia droga. E per droga intendevo il potere. Quello che avevo provato con Valerio non mi bastava. Vidi Marco che dormiva, proprio come io gli avevo ordinato, ma non era un sonno tranquillo. Era agitato come ogni volta che uscivo la sera, e lo destai brutalmente.
"Marco, svegliati, ho voglia di un tè caldo, vai a prepararmelo."
Marco si agitò alcuni secondi prima di mettere a fuoco la situazione e io, indispettita, lo alzai per un braccio e proseguii "Ti ho dato un ordine. Fila a prepararmi il tè."
"Sì, Padrona, mi scusi, ero insonnolito."
Ci recammo in cucina e io mi sedetti assistendo alla preparazione del tè da parte di mio marito. Aspettavo che facesse qualche errore per avere la scusa di punirlo, ma lui si dimostrava diligente. Era diventato talmente bravo nelle faccende domestiche che spesso faticavo per trovare scuse per punirlo. Mi preparò quindi il tè che sorseggiai con cura, e poi lo mandai a prendermi una sigaretta. Me l'accese, mi portò il posacenere e si mise in ginocchio ai miei piedi. Insomma non trovavo nessuna scusa per mettergli le mani addosso. Ma per quale motivo avrei avuto bisogno di una scusa? Ero la padrona, la sua padrona, io potevo fare qualunque cosa con lui.
L'avevo appena tradito un'altra volta, mi ero fatta il secondo amante
Sottomesso, e lui era lì, devoto come sempre, assolutamente dipendente da me, pronto a saltare dalla finestra se glielo avessi ordinato. Troppo potere per una ragazza di nemmeno trent'anni. In quel momento, non esisteva più la moglie
dominante, la donna che avrebbe dovuto giocare su quella situazione e farla
rimanere appunto un gioco, molto verosimile ma non reale. C’era una donna completamente ubriaca di quel potere che le era stato concesso. Pittaco, il grande filosofo greco, uno dei sette savi, diceva: “Se vuoi conoscere la vera natura di un uomo, devi dargli un grande potere”. E di quel potere io non ne stavo facendo il giusto uso. Era quindi quella la mia vera natura? Come ho detto più volte, dal giorno della confessione fino a quel momento, avevo convissuto con i vari stati d'animo che, di volta in volta, si creavano dentro di me. Ero stata sempre dominante, ma a volte piena di tenerezza nei confronti di mio marito, altre volte dura e spietata, altre volte ancora intrecciavo quelle due
sensazioni creando una via di mezzo, sempre in modo inconsapevole. Quella notte mi sentivo assolutamente fuori controllo. Lo presi per un braccio e lo trascinai a forza nella nostra camera e poi chiusi la porta. Lui mi guardò impaurito.
"Ho fatto qualcosa, Padrona? Se l'ho fatto le chiedo perdono", mi chiese
Inginocchiandosi di nuovo. Che magnifica sensazione avere uomini che si inginocchiavano continuamente ai miei piedi. Ma quella sera una cosa del genere non mi poteva saziare. Lo presi per un orecchio tirandolo su e poi gli mollai uno schiaffo con tutta la mia forza. Marco lanciò un urlo soffocato, e quasi volò per la stanza andando a cadere morbidamente sul letto.
"Non farti uscire un fiato, stronzo. Se svegli le bambine giuro che ti faccio
risvegliare in un ospedale con le ossa rotte. Pensi che non ne sia capace?"
"Sì, Padrona, lei ne sarebbe capace. Ma perché mi fa questo? Io non ho fatto niente. E' lei che è uscita la sera, che è rientrata adesso, che altro vuole da me?" Cominciavano a uscirgli le prime lacrime. Spesso in casi del genere mi fermavo, mi facevo contagiare dalla tenerezza e dall'affetto che nutrivo per lui, ma quella sera sentivo di non avere limiti, e avevo trovato finalmente la scusa che cercavo. Lo sollevai per la giacca del pigiama e lo feci rimettere in piedi di fronte a me.
"Che cosa intendevi dire? Che io non posso andare dove voglio?"
"No, Padrona, non intendevo quello. Lei può fare quello che vuole."
Malgrado quell’ammissione, un altro schiaffo tremendo si abbatté sulla faccia di Marco, che stavolta andò a sbattere sul comodino. Dal labbro gli usciva un rivolo di sangue, e ora piangeva in modo soffocato, trattenendosi il più possibile per timore di svegliare le bambine. Lo presi per il collo appoggiandolo al muro.
"Non sei tu a dovermi dare il permesso di fare una cosa. Sono io a decidere
se farla o meno. Sono io a decidere se rimanere a casa oppure uscire e andare
con un altro. Guardami! Guarda la tua mogliettina. Sono bella vero? Pensi che
qualcuno possa resistermi se decido di prendermelo?"
"Per favore, basta", mi supplicò.
"Basta cosa? Non vuoi sapere i particolari? Oppure preferiresti viverli di
persona? La prossima volta potrei invitarli a casa e obbligarti a guardarmi come me li scopo, a guardare come anche altri uomini si sottomettono a me, e di come mi adorano", gli dissi implacabile, stringendo ancor di più la mia mano sul suo collo. Marco non reagiva. Avrebbe potuto farlo, eravamo uno di fronte all'altra, e avrebbe potuto cercare di liberarsi. La mia mano continuava a stringersi inesorabile, ed ero ormai abbastanza forte da potergli causare danni molto gravi, forse persino ucciderlo. Eppure, nonostante tutto non reagiva, iniziava a tossire ma le sue mani non si muovevano, non cercavano di togliere la mia presa dal suo collo. Ebbi un attimo di smarrimento. Cosa stavo facendo? Lasciai la mia mano dal suo collo e lo liberai. Marco si prese la testa fra le mani e iniziò a piangere sempre più sommessamente, singhiozzando, cercando però di non fare il minimo rumore possibile. Gli tolsi le mani dal viso per poterlo guardare bene in faccia. Povero Marco, era disperato. Come l'avevo ridotto. Possibile che la
voglia di avere a fianco una donna dominante lo portasse ad accettare tutto?
Forse la sofferenza che provava faceva parte della sua indole. Non lo potevo
capire. Io sapevo solo che avevo provato un piacere enorme nel fare quello che
avevo appena fatto, ma ora quel desiderio sadico stava scomparendo, e ancora
una volta si stava facendo largo quel senso di tenerezza mista a compassione.
Probabilmente dovevo avere una personalità bipolare. Beh, forse non proprio due caratteri all'opposto, visto che comunque il mio essere dominante era sempre molto preponderante. Ad ogni modo potevo considerarli senz'altro degli sbalzi d'umore molto particolari. Mi sentivo come quei personaggi dei film in cui il protagonista è un alcoolista capace di picchiare la moglie a sangue quando è sotto l'effetto dell'alcool, ma che, al contempo, è innamorato della propria donna, pronto a pentirsi un attimo dopo. Io non ero un alcoolista e la mia droga era il potere, ma in certi momenti, proprio sotto l'effetto della brama di potere nei confronti di un altro essere umano, sarei stata capace di tutto: picchiarlo, umiliarlo, tradirlo e chissà cos'altro. Il bello era che, superato quel momento, mi pentivo amaramente, e avrei voluto cancellare quello che avevo appena fatto. Mi domandavo cosa avrei fatto se mio marito si fosse alzato e se ne fosse andato. Oppure mi avesse dato uno schiaffo e poi mi avesse cacciato di casa, come avrebbe dovuto fare qualunque uomo nelle sue condizioni. L'avrei accettato e me ne sarei andata con la coda tra le gambe, magari chiedendogli perdono? Oppure l'avrei massacrato di botte? Forse sarei stata costretta a scegliere la seconda ipotesi per una questione di coerenza ma, comunque sia, ci sarebbe stata una reazione da parte sua che mi avrebbe sconsigliato il ripetere di certi miei comportamenti. Se non con lui almeno con un altro. E invece nessuno si azzardava mai a dirmi niente, a farmi capire che stavo esagerando, e io ormai ero convinta di avere il mondo ai miei piedi e che potessi tutto. La mia bellezza, la mia personalità, il mio comportamento spregiudicato, la mia forza, la mia bravura, mi avevano posta su un piedistallo da cui sarebbe stato difficile farmi scendere e, per assurdo che potesse sembrare, ogni volta che io stessa pensavo che sarebbe stato giusto scendere da quel piedistallo, qualcosa o qualcuno mi ci faceva salire di nuovo, incensandomi, glorificandomi, facendomi credere che tutto per me fosse possibile. Proprio come in quel momento, con mio marito che continuava a piangere senza ritegno.
“Ora basta, Marco, smettila di piangere e andiamo a letto. Domani dobbiamo
andare a lavorare", gli dissi, addolcendo il mio tono di voce.
"Vuol dire che mi perdona, mia Signora? Che posso dormire accanto a lei?"
Ero io addirittura che dovevo perdonarlo. Non aveva fatto niente e chiedeva il mio perdono, lo stavo tradendo con due uomini contemporaneamente e lui non
chiedeva altro che poter stare accanto a me. Sì, mi stava dando troppo potere, e io non potevo non approfittarmi di tutto quello. Gli dissi che lo perdonavo e lui s'inginocchiò ai miei piedi per ringraziarmi, e poi andammo a letto per
concludere quella serata. Ma quello che era accaduto quella sera non sarebbe rimasto un caso isolato, e più di una volta l'avrei trattato allo stesso modo,
se non addirittura peggio.
Nel prosieguo dei giorni il mio interesse principale fu quello di trasformare Valerio in un perfetto schiavo sottomesso, cosa che mi riuscì in maniera semplicissima. Già dalla seconda volta infatti, Valerio si dimostrò mansueto come un agnellino e, come mi ero prefissata, gli dimostrai almeno in parte la mia bravura nelle arti marziali, aumentando la dose ogni giorno di più. Cominciai anche ad usare il mio abbigliamento particolare, lasciandolo in ogni occasione senza fiato. Anche su di lui, i miei mini abiti, i miei pantaloni in lattice, i miei tacchi smisurati, avevano un effetto straripante, almeno da un punto di vista sessuale. Ma quello che mi piaceva di più era il fatto che io fossi nettamente più forte di lui senza essere costretta ad attingere troppo alle arti marziali.
Anche con Giorgio dovetti alzare le mani spesso.
Ma con lui era diverso, lui desiderava queste mie dimostrazioni e, in un certo
senso, questo m'infastidiva. A me piaceva vedere la paura negli occhi di un uomo, non la soddisfazione, e per questo trovavo molto più piacere con Valerio e con mio marito che con lui. Per rivendicare questo mio bisogno, minacciavo spesso di lasciarlo, e solo in quel caso vedevo il terrore stamparsi sulla sua faccia. Si inginocchiava ai miei piedi e mi implorava di non farlo, regalandomi così quel piacere cui anelavo. Eh sì, i miei tre uomini mi stavano dando proprio un’infinità di soddisfazioni.
Continua...
"Marco, svegliati, ho voglia di un tè caldo, vai a prepararmelo."
Marco si agitò alcuni secondi prima di mettere a fuoco la situazione e io, indispettita, lo alzai per un braccio e proseguii "Ti ho dato un ordine. Fila a prepararmi il tè."
"Sì, Padrona, mi scusi, ero insonnolito."
Ci recammo in cucina e io mi sedetti assistendo alla preparazione del tè da parte di mio marito. Aspettavo che facesse qualche errore per avere la scusa di punirlo, ma lui si dimostrava diligente. Era diventato talmente bravo nelle faccende domestiche che spesso faticavo per trovare scuse per punirlo. Mi preparò quindi il tè che sorseggiai con cura, e poi lo mandai a prendermi una sigaretta. Me l'accese, mi portò il posacenere e si mise in ginocchio ai miei piedi. Insomma non trovavo nessuna scusa per mettergli le mani addosso. Ma per quale motivo avrei avuto bisogno di una scusa? Ero la padrona, la sua padrona, io potevo fare qualunque cosa con lui.
L'avevo appena tradito un'altra volta, mi ero fatta il secondo amante
Sottomesso, e lui era lì, devoto come sempre, assolutamente dipendente da me, pronto a saltare dalla finestra se glielo avessi ordinato. Troppo potere per una ragazza di nemmeno trent'anni. In quel momento, non esisteva più la moglie
dominante, la donna che avrebbe dovuto giocare su quella situazione e farla
rimanere appunto un gioco, molto verosimile ma non reale. C’era una donna completamente ubriaca di quel potere che le era stato concesso. Pittaco, il grande filosofo greco, uno dei sette savi, diceva: “Se vuoi conoscere la vera natura di un uomo, devi dargli un grande potere”. E di quel potere io non ne stavo facendo il giusto uso. Era quindi quella la mia vera natura? Come ho detto più volte, dal giorno della confessione fino a quel momento, avevo convissuto con i vari stati d'animo che, di volta in volta, si creavano dentro di me. Ero stata sempre dominante, ma a volte piena di tenerezza nei confronti di mio marito, altre volte dura e spietata, altre volte ancora intrecciavo quelle due
sensazioni creando una via di mezzo, sempre in modo inconsapevole. Quella notte mi sentivo assolutamente fuori controllo. Lo presi per un braccio e lo trascinai a forza nella nostra camera e poi chiusi la porta. Lui mi guardò impaurito.
"Ho fatto qualcosa, Padrona? Se l'ho fatto le chiedo perdono", mi chiese
Inginocchiandosi di nuovo. Che magnifica sensazione avere uomini che si inginocchiavano continuamente ai miei piedi. Ma quella sera una cosa del genere non mi poteva saziare. Lo presi per un orecchio tirandolo su e poi gli mollai uno schiaffo con tutta la mia forza. Marco lanciò un urlo soffocato, e quasi volò per la stanza andando a cadere morbidamente sul letto.
"Non farti uscire un fiato, stronzo. Se svegli le bambine giuro che ti faccio
risvegliare in un ospedale con le ossa rotte. Pensi che non ne sia capace?"
"Sì, Padrona, lei ne sarebbe capace. Ma perché mi fa questo? Io non ho fatto niente. E' lei che è uscita la sera, che è rientrata adesso, che altro vuole da me?" Cominciavano a uscirgli le prime lacrime. Spesso in casi del genere mi fermavo, mi facevo contagiare dalla tenerezza e dall'affetto che nutrivo per lui, ma quella sera sentivo di non avere limiti, e avevo trovato finalmente la scusa che cercavo. Lo sollevai per la giacca del pigiama e lo feci rimettere in piedi di fronte a me.
"Che cosa intendevi dire? Che io non posso andare dove voglio?"
"No, Padrona, non intendevo quello. Lei può fare quello che vuole."
Malgrado quell’ammissione, un altro schiaffo tremendo si abbatté sulla faccia di Marco, che stavolta andò a sbattere sul comodino. Dal labbro gli usciva un rivolo di sangue, e ora piangeva in modo soffocato, trattenendosi il più possibile per timore di svegliare le bambine. Lo presi per il collo appoggiandolo al muro.
"Non sei tu a dovermi dare il permesso di fare una cosa. Sono io a decidere
se farla o meno. Sono io a decidere se rimanere a casa oppure uscire e andare
con un altro. Guardami! Guarda la tua mogliettina. Sono bella vero? Pensi che
qualcuno possa resistermi se decido di prendermelo?"
"Per favore, basta", mi supplicò.
"Basta cosa? Non vuoi sapere i particolari? Oppure preferiresti viverli di
persona? La prossima volta potrei invitarli a casa e obbligarti a guardarmi come me li scopo, a guardare come anche altri uomini si sottomettono a me, e di come mi adorano", gli dissi implacabile, stringendo ancor di più la mia mano sul suo collo. Marco non reagiva. Avrebbe potuto farlo, eravamo uno di fronte all'altra, e avrebbe potuto cercare di liberarsi. La mia mano continuava a stringersi inesorabile, ed ero ormai abbastanza forte da potergli causare danni molto gravi, forse persino ucciderlo. Eppure, nonostante tutto non reagiva, iniziava a tossire ma le sue mani non si muovevano, non cercavano di togliere la mia presa dal suo collo. Ebbi un attimo di smarrimento. Cosa stavo facendo? Lasciai la mia mano dal suo collo e lo liberai. Marco si prese la testa fra le mani e iniziò a piangere sempre più sommessamente, singhiozzando, cercando però di non fare il minimo rumore possibile. Gli tolsi le mani dal viso per poterlo guardare bene in faccia. Povero Marco, era disperato. Come l'avevo ridotto. Possibile che la
voglia di avere a fianco una donna dominante lo portasse ad accettare tutto?
Forse la sofferenza che provava faceva parte della sua indole. Non lo potevo
capire. Io sapevo solo che avevo provato un piacere enorme nel fare quello che
avevo appena fatto, ma ora quel desiderio sadico stava scomparendo, e ancora
una volta si stava facendo largo quel senso di tenerezza mista a compassione.
Probabilmente dovevo avere una personalità bipolare. Beh, forse non proprio due caratteri all'opposto, visto che comunque il mio essere dominante era sempre molto preponderante. Ad ogni modo potevo considerarli senz'altro degli sbalzi d'umore molto particolari. Mi sentivo come quei personaggi dei film in cui il protagonista è un alcoolista capace di picchiare la moglie a sangue quando è sotto l'effetto dell'alcool, ma che, al contempo, è innamorato della propria donna, pronto a pentirsi un attimo dopo. Io non ero un alcoolista e la mia droga era il potere, ma in certi momenti, proprio sotto l'effetto della brama di potere nei confronti di un altro essere umano, sarei stata capace di tutto: picchiarlo, umiliarlo, tradirlo e chissà cos'altro. Il bello era che, superato quel momento, mi pentivo amaramente, e avrei voluto cancellare quello che avevo appena fatto. Mi domandavo cosa avrei fatto se mio marito si fosse alzato e se ne fosse andato. Oppure mi avesse dato uno schiaffo e poi mi avesse cacciato di casa, come avrebbe dovuto fare qualunque uomo nelle sue condizioni. L'avrei accettato e me ne sarei andata con la coda tra le gambe, magari chiedendogli perdono? Oppure l'avrei massacrato di botte? Forse sarei stata costretta a scegliere la seconda ipotesi per una questione di coerenza ma, comunque sia, ci sarebbe stata una reazione da parte sua che mi avrebbe sconsigliato il ripetere di certi miei comportamenti. Se non con lui almeno con un altro. E invece nessuno si azzardava mai a dirmi niente, a farmi capire che stavo esagerando, e io ormai ero convinta di avere il mondo ai miei piedi e che potessi tutto. La mia bellezza, la mia personalità, il mio comportamento spregiudicato, la mia forza, la mia bravura, mi avevano posta su un piedistallo da cui sarebbe stato difficile farmi scendere e, per assurdo che potesse sembrare, ogni volta che io stessa pensavo che sarebbe stato giusto scendere da quel piedistallo, qualcosa o qualcuno mi ci faceva salire di nuovo, incensandomi, glorificandomi, facendomi credere che tutto per me fosse possibile. Proprio come in quel momento, con mio marito che continuava a piangere senza ritegno.
“Ora basta, Marco, smettila di piangere e andiamo a letto. Domani dobbiamo
andare a lavorare", gli dissi, addolcendo il mio tono di voce.
"Vuol dire che mi perdona, mia Signora? Che posso dormire accanto a lei?"
Ero io addirittura che dovevo perdonarlo. Non aveva fatto niente e chiedeva il mio perdono, lo stavo tradendo con due uomini contemporaneamente e lui non
chiedeva altro che poter stare accanto a me. Sì, mi stava dando troppo potere, e io non potevo non approfittarmi di tutto quello. Gli dissi che lo perdonavo e lui s'inginocchiò ai miei piedi per ringraziarmi, e poi andammo a letto per
concludere quella serata. Ma quello che era accaduto quella sera non sarebbe rimasto un caso isolato, e più di una volta l'avrei trattato allo stesso modo,
se non addirittura peggio.
Nel prosieguo dei giorni il mio interesse principale fu quello di trasformare Valerio in un perfetto schiavo sottomesso, cosa che mi riuscì in maniera semplicissima. Già dalla seconda volta infatti, Valerio si dimostrò mansueto come un agnellino e, come mi ero prefissata, gli dimostrai almeno in parte la mia bravura nelle arti marziali, aumentando la dose ogni giorno di più. Cominciai anche ad usare il mio abbigliamento particolare, lasciandolo in ogni occasione senza fiato. Anche su di lui, i miei mini abiti, i miei pantaloni in lattice, i miei tacchi smisurati, avevano un effetto straripante, almeno da un punto di vista sessuale. Ma quello che mi piaceva di più era il fatto che io fossi nettamente più forte di lui senza essere costretta ad attingere troppo alle arti marziali.
Anche con Giorgio dovetti alzare le mani spesso.
Ma con lui era diverso, lui desiderava queste mie dimostrazioni e, in un certo
senso, questo m'infastidiva. A me piaceva vedere la paura negli occhi di un uomo, non la soddisfazione, e per questo trovavo molto più piacere con Valerio e con mio marito che con lui. Per rivendicare questo mio bisogno, minacciavo spesso di lasciarlo, e solo in quel caso vedevo il terrore stamparsi sulla sua faccia. Si inginocchiava ai miei piedi e mi implorava di non farlo, regalandomi così quel piacere cui anelavo. Eh sì, i miei tre uomini mi stavano dando proprio un’infinità di soddisfazioni.
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