La vita di Patty Capitolo 53

di
genere
dominazione

Trascorsero quasi tre anni. Se con gli altri uomini dopo un po' iniziavo ad annoiarmi, questo non accadeva mai con mio marito. La mia dominazione con lui aveva nel frattempo toccato punte durissime, sia psicologiche che fisiche, ma lui non cedeva di una virgola. Per Marco stare accanto a me, alla sua padrona, era l'essenza stessa della vita, e io con lui continuavo ad alternare, senza neanche farlo apposta, il bastone alla carota.

Fino a che arrivammo al dicembre del 2002. Dovevo compiere ancora 33 anni ed ero ancora giovane e in forma splendida. Pochi mesi prima ero finalmente diventata cintura nera di judo, ed era per me un piacere esibirla durante i miei combattimenti. Ci avevo messo sette anni per arrivarci, facendo un passaggio di cintura ogni anno, e ne ero fierissima. Ma ero fiera anche della mia abilità nella kick-boxing che reputavo anche maggiore di quella che avevo nel judo, anche se, stupidamente, in quello sport non avevo mai fatto passaggi di cintura, non essendo obbligatorio. Mi capitava anche di fare combattimenti con ragazze entrate nei circuiti nazionali e, visto l'esito che mi vedeva sempre vittoriosa, mi chiedevo se anche per me quella fosse una strada da percorrere. Poi rivedevo nella mia mente le tante cose che facevo nel corso di una mia qualunque giornata tipo, e mi dicevo che in fondo andava bene così. Se anche fossi diventata una campionessa non avrei guadagnato certo un sacco di soldi. Tantomeno sarei diventata una celebrità. Tanto meglio, a quel punto, il completo anonimato. Le soddisfazioni non mi mancavano e me le prendevo in modo differente. Le mie ore in palestra non erano però solo allenamenti nelle arti marziali. C’era il rafforzamento del mio corpo, l’aumento della mia forza fisica, ormai ben superiore a quella di un uomo medio. E anche a quella di un uomo lievemente robusto, come avevo potuto constatare con mio marito. Dovevo solo stare attenta a non cambiare troppo le mie linee femminili, e quindi i miei allenamenti dovevano essere mirati. Ma che soddisfazione sapere di essere in grado di poter disporre di un uomo.


Ma ritorniamo a quell'inverno. La mia vita aveva preso una piega ben precisa, a parte i miei amanti che cambiavo con una frequenza quasi matematica. Sembrava che con nessuno di loro riuscissi a resistere per più di sei mesi, al massimo otto. Dopo quel periodo di tempo, sentivo la necessità di cambiare, di mettermi di nuovo a caccia per cercare nuove prede. Quelle vecchie le avevo addentate, masticate e sentivo la necessità di sputarle. Non era difficile trovare un uomo, e mi sarebbe bastato schioccare le dita per averlo, ma molto più complicato era trovare quello giusto, quello che reputavo in grado di sottomettersi. Per fortuna Roma è una grande città che mi offriva quasi giornalmente la possibilità di nuovi incontri, malgrado la miriade di impegni che avevo. Non avevo quindi tempo per annoiarmi.


Molte cose erano cambiate nel frattempo anche intorno a me. Ero diventata la proprietaria del negozio, tanto per cominciare ma, malgrado questo, la mia vita lavorativa era cambiata di poco, a parte le responsabilità che ovviamente erano cresciute notevolmente. Continuavo a prendermi il pomeriggio libero, delegando alla direttrice l’impegno pomeridiano e a mia cugina Alessandra gran parte degli acquisti per il mio negozio. Era questo l’accordo preso e a lei non costava granché in quanto i capi di abbigliamento erano gli stessi che lei comprava per i suoi negozi. La mia attività poteva essere considerata come una specie di franchising, insomma. Anche se, come abbiamo visto, a volte ero costretta a fare gli acquisti personalmente, e questo mi aveva dato modo di conoscere Andrea. Anche le mie bambine erano cambiate enormemente, ed erano diventate due signorine splendide. La grande, dodicenne, faceva già strage di cuori maschili nella sua scuola media, anche se, al contrario di me e di sua sorella piccola, era molto timida e non amava affatto mettersi al centro dell'attenzione.


Stava intanto per arrivare il capodanno del 2003 e io, sempre per la tesi della carota e del bastone, aveva deciso di regalare una splendida carotina a Marco. Se lo meritava. E me lo meritavo anch'io, dopo mesi di duro lavoro nel negozio. Di cosa si trattava? Di quattro giorni, compreso appunto capodanno, da trascorrere io e lui da soli a Barcellona.

Prima di partire per trascorrere quel capodanno a Barcellona potevo quindi definirmi a pieno titolo una dominatrice di professione. Non per soldi, ma per sesso e potere. Riuscivo a capire subito come dovermi comportare per fare in modo che l'uomo che avevo scelto diventasse un giocattolo nelle mie mani. C'erano dei particolari che, ovviamente, non cambiavano mai. Quale uomo riusciva a resistermi vedendomi in abiti sexy? Ma non era solo quello, sarebbe stato troppo facile. La mia capacità era quella di capire cosa volevano, al di là del sesso. Quello era poi la ciliegina sulla torta, ma a me interessava vederli imbambolati, diciamo pure rincoglioniti, di fronte a me. Ero pertanto diventata veramente brava in quello che facevo, ed ero riuscita a ottenere risultati straordinari. Un segreto vero e proprio non c'era, era un insieme di piccoli particolari che, messi insieme, mi davano la possibilità di manovrarli a mio piacimento e ad eccitarli in modo veramente considerevole.
Con alcuni di loro, il potere che avevo raggiunto nei loro confronti era talmente elevato e assoluto che riuscivo addirittura a farli eiaculare solo sfiorandoli. Riuscivo a eccitarli così tanto che non riuscivano più ad avere un minimo di autocontrollo. Ovvio quindi, che tutto questo mi dava delle sensazioni veramente straordinarie. L'altra cosa che mi metteva su un piano di assoluto predominio era il fatto che riuscissi a sottometterli anche sul piano fisico.
Nel corso di quei tre anni, come sostenuto prima, ero diventata sempre più forte e più brava e la facilità con la quale riuscivo a sconfiggerli era aumentata in modo impressionante, tanto da farmi prendere in considerazione l'idea di scegliere uomini in grado di impensierirmi di più, invece dei soliti che avevo scelto fino a quel momento. La prima volta che mi rapportavo con loro, dando sfoggio della mia superiorità fisica, i loro occhi si aprivano per la sorpresa, ma la seconda reazione che avevano era logicamente la paura. Una donna più forte di un uomo era una cosa che non riuscivano a concepire minimamente e, ovviamente, creava in loro una certa sudditanza psicologica, e solo il desiderio sessuale che provavano per me riusciva a far sì che accettassero quella condizione. Quella era la parte più complicata della vicenda, nel corso della quale dovevo anche rassicurarli un po’, far capire loro che, in fondo, sempre di un gioco si sarebbe trattato. Accettata questa situazione, solo per il desiderio che provavano nei miei confronti, riuscivano poi a calarsi perfettamente nei panni del maschio sottomesso. Ecco perché avevo bisogno di vestirmi in modo sensuale. Dovevano desiderarmi come mai avevano desiderato un’altra donna. Era strano però che alla fine tutti si assoggettassero. Un conto era un uomo che aveva già nel proprio istinto il desiderio di avere una donna superiore a lui, come mio marito, ad esempio, un altro era constatare come molti altri uomini si adattassero completamente e perfettamente a quella situazione. Mi faceva pensare a due cose. La prima era che bastava proporsi in una certa maniera, seducendoli, facendo in modo che mi desiderassero allo spasimo, per dominare psicologicamente un uomo. L'altra che forse era proprio il genere maschile stesso a desiderare la superiorità femminile. Può sembrare assurda questa mia convinzione, considerando l’enorme disparità tra il potere detenuto dagli uomini e dalle donne nel mondo reale, ma l'impressione che ne ricavavo era che il maschio, laddove trovasse una donna capace, una con le palle per intenderci, ma attraente e femminile nei modi, in grado di sfruttare quella femminilità, era destinato inevitabilmente alla sconfitta. Il potere del sesso, della seduzione, poteva essere micidiale quindi, e me ne stavo rendendo conto. Qualunque fosse stato il motivo che spingeva gli uomini ad accettare le mie condizioni e ad assoggettarsi a me, il sistema funzionava alla grande, e tutto questo non faceva altro che aumentare ogni volta il mio ego, arrivato ormai a picchi elevatissimi.

Ma lo schiavo più docile, più devoto e anche più affascinante in assoluto rimaneva sempre Marco. Può sembrare strana anche quest'ultima affermazione, ma io trovavo mio marito, a distanza di tanti anni da quando l'avevo conosciuto, ancora un bell'uomo. Mi piaceva un po' tutto di lui, i suoi lineamenti tipicamente maschili, la sua carnagione scura, e anche il suo corpo ben proporzionato. Per ultimo, ma non per ordine d'importanza, mi piaceva immensamente il suo modo di adorarmi. Se gli altri uomini mi veneravano come una dea, lui mi faceva sentire la regina delle dee. Ma non per questo io lo trattavo meglio degli altri. Anzi, mentre con gli altri mi ponevo certi limiti, con lui davo fondo a tutta la mia perversione e trasgressione, imponendogli tutto quello che mi capitava per la testa, sapendo perfettamente che con lui tutto mi era concesso. Ma con Marco non usavo sempre e solo le maniere forti, ed ero capace di slanci affettivi particolari, come vedremo più avanti.


Ma ce n’era anche un altro che in quel periodo mi stava dando veramente tante soddisfazioni. La sua sottomissione era stata per me fonte di immensa gioia, forse a causa della difficoltà con la quale avvenne. L’avevo conosciuto in una famosa libreria a metà settembre del 2002, in uno dei miei momenti di pausa. Da quando ero diventata la proprietaria del negozio infatti, il mio orario di lavoro era diventato molto più elastico rispetto al precedente. Prima, cascasse il mondo, alle 15 in punto me ne andavo. Certo, non è che stavo con l’orologio in mano sui blocchi di partenza in attesa che lo starter desse il via alla gara, e a volte potevo anche rimandare di alcuni minuti se a quell’ora stavo servendo una cliente, ma in linea di massima l’orario era quello. Ma da quando il negozio era diventato mio, l’orario era appunto più flessibile. Alle 14 arrivava la direttrice del pomeriggio, e io a quel punto potevo ritenermi libera. A volte rimanevo in negozio, soprattutto se ancora c’erano clienti al suo interno, e potevo fare addirittura più tardi di quanto facessi prima. Questo accadeva spesso in quanto quella zona era piene di uffici. Con la logica conseguenza che c’erano tantissime impiegate e giovani professioniste che uscivano proprio all’ora di pranzo per la loro pausa. Si facevano una passeggiata ammirando le vetrine e spesso, per mia fortuna, facevano un rapido shopping. Altre volte, soprattutto nei periodi di stanca, me ne andavo. Il problema era che la prima lezione in palestra ce l’avevo non prima delle 17, e a casa non trovavo nessuno in quanto Marco rientrava dal suo lavoro intorno alle 16, e le bambine erano ancora a scuola a fare il loro orario continuato. Quindi, per far scorrere un po’ di tempo, mi mettevo al bar a mangiare qualcosa per pranzo. La scelta era la solita: un po’ di bresaola oppure della vitella arrosto, verdura cotta, e poco altro. Sempre e comunque un pranzo leggero prima dei miei allenamenti. Spesso però, avevo ancora del tempo a disposizione, e allora prendevo la mia moto, facevo un breve percorso e mi fermavo in una libreria enorme situata proprio in una delle zone più centrali di Roma. A volte compravo un libro, molto più spesso, dopo averne sfogliati un numero enorme, non compravo niente e mi fermavo anche ad ascoltare un po’ di musica a tutto volume con le cuffie che la libreria metteva a disposizione della numerosa clientela.


Quel giorno di metà settembre, appena fece il suo arrivo la direttrice, unica persona alla quale potevo lasciare l’incombenza del negozio, me ne andai immediatamente. Si trattava appunto di uno di quei periodi di scarso lavoro, con poca clientela in giro, confusa tra la fine della stagione estiva e l’inizio di quella autunnale. Dopo mangiato, mi recai quindi nella libreria, distante dal mio negozio un paio di chilometri, legai accuratamente la mia moto e finalmente entrai. Per me era un piacevole passatempo girare tra gli scaffali, guardare le migliaia di libri, aprirli e sfogliarli con la massima delicatezza. Alla fine la mia scelta cadde su di Susie Salmon, incuriosita dalla prefazione e dal breve racconto sulla copertina. Uscii dalla libreria e trassi subito il libro dalla busta per dargli un ulteriore occhiata.
“Ti piacciono le storie commoventi, a quanto vedo.”
Alzai gli occhi per vedere da chi fossero uscite quelle parole. Non l’avevo mai visto. Era un tipo giovane, all’incirca della mia età, un bel sorriso su una faccia gradevole. Alto nella media anche se forse un po’ troppo magro per i miei gusti. Non era bellissimo, ma era comunque piacente. Mentalmente ripassai l’identikit dell’uomo medio pronto alla sottomissione secondo il mio personale parere, e mi resi conto che quel tipo non mi sembrava adatto. Troppo sfrontato. Senza degnarlo neanche di una risposta, mi rimisi a leggere le prime righe del libro.
“Dai, almeno una risposta potresti darmela”, proseguì imperterrito il giovane. Non mi piaceva affatto essere abbordata per strada e risposi piuttosto seccata.
“Lasciami in pace per favore.”
“Allora, se non vuoi parlare di libri, posso offrirti un caffè?”
“Il caffè l’ho già preso.”
“Allora, un succo di frutta, un tè, un aperitivo, una coca. Dimmi tu.”
“C’è una cosa che voglio. Che tu te ne vada”, ribadii sempre più piccata, e gli misi la mia mano sinistra sotto i suoi occhi.
“Bellissima mano. Lunga e forte, perfettamente curata.”
Stavolta riuscì a farmi sorridere. “Non la mano, l’anello al dito, scemo. Vedi? Sono sposata. Perciò, aria, bello.”
“Ti ho fatto sorridere. E’ un buon segno, malgrado tu sia sposata”, insistette imperterrito.
“Uffa! Sei testardo eh. Mi costringi ad andarmene”, mi lamentai di nuovo e, visto che quello non recedeva di un millimetro, fui costretta a farlo.


Non pensai più a quell’episodio fino a una decina di giorni dopo, quando mi ritrovai nella stessa libreria. Anche quella volta, dopo aver gironzolato un po’ tra i libri, mi misi le cuffie per ascoltare le ultime novità sul mercato discografico e, mentre ero immersa nell’ascolto, mi sentii togliere le cuffie e poi rapidamente, vidi due mani mettermi altre cuffie sulle orecchie.
“Senti questa! E’ stupenda. S’intitola “By the way” dei Red Hot Chili Peppers.” Mi voltai, anche se già immaginavo chi fosse. Era il tizio di dieci giorni prima.
“Ecco un altro fanatico del rock”, sospirai, riferendomi ovviamente alla passione musicale di Marco.
“Non ti piace?”
“Si, non è male. Ma tu che fai, ci lavori qui oppure ti piace solo importunare le clienti?” gli stavo dando spago e non era da me.
“Oh, no! Non ci lavoro e non sono neanche il tipo che importuna la gente. Ma una come te non si può non notare e cercare poi di farci amicizia. Comunque, se hai voglia di sapere qualcosa su di me e hai dieci minuti liberi, ti racconto tutto.”
“Per raccontare tutto di me ci vorrebbero dieci giorni e forse non basterebbero.”
“Una vita piena allora?”
“Non puoi immaginare quanto”, gli risposi enigmatica.
“Allora? L’accetti questa volta l’invito a bere qualcosa? Ti prometto che sono un bravo ragazzo.”
Ci pensai alcuni secondi. Non mi attirava l’idea di un’avventura e basta. Ormai guardavo un uomo non per la sua bellezza o la sua simpatia, ma solo per capire se fosse il tipo giusto da soggiogare. Certo, mi solleticava alquanto l’idea di sottomettere un tipo del genere, ma reputavo l’operazione troppo complicata e troppo lunga. Fino a quel momento, mi ero basata sul mio istinto per la ricerca dei miei schiavi, e non avevo mai fallito un colpo. Li avevo scelti alla perfezione, ed erano caduti nella mia rete. Ma con un tipo come questo ci sarei riuscita? Questa volta il mio istinto nicchiava. Non avevo voglia di fare flop, ma almeno avevo il dovere di capire meglio con chi avessi a che fare. Il dovere di una cacciatrice. Accettai dunque la proposta, riproponendomi però di abbandonare la pista se avessi avuto modo di constatare che le complicazioni fossero troppo elevate. Il tipo si chiamava Ruggiero, un bancario che lavorava in una filiale a poche decine di metri dalla libreria, e avevamo una cosa in comune: ambedue amavamo trascorrere la pausa pranzo alla ricerca di nuovi libri da leggere e di buona musica da ascoltare.
Io gli dissi poco di me. Parlai brevemente del mio lavoro e dissi che avevo una vita matrimoniale soddisfacente, senza accennare alla mia passione per la palestra. Ma il semplice fatto che stessi lì a parlare con lui, voleva dire che qualche interesse l’avevo trovato, e lui si sentì in dovere di provarci. Mentre stavo per congedarmi, mi prese la mano e sorrise.
“Come potrebbe fare un ragazzo come me a invitare a cena una bellissima donna che ha conosciuto in una libreria?”
Stavolta sorrisi io. Malgrado la chiacchierata avuta, anzi, proprio a causa di quella, ero ancor più dell’idea che non fosse proprio il caso. Parlandoci infatti, mi ero resa conto che l’immagine d’impatto che avevo ricevuto la prima volta corrispondeva al vero. Ruggiero era un tipo esuberante, niente affatto timido, particolarmente simpatico, un tipo che non rientrava affatto nella tipologia di maschio da sottomettere.
“Lascia stare, Ruggiero, forse è meglio che tu riponga le tue attenzioni su qualche ragazza libera”, gli dissi infatti.
“Ma a me piaci tu.”
“Ma che ne sai tu di me. Tu vedi solo l’involucro, ma non mi conosci affatto.”
“Forse. Però l’involucro è straordinario.” Ancora una volta mi fece ridere e lui proseguì. “E poi, cos’altro dovrei conoscere? Sei intelligente e starei ore a parlare con te, hai un sorriso dolcissimo. Cosa mai potresti essere?”
Mi rifeci seria e lo guardai. “Sono una donna con l’anima nera. Lascia stare, lo dico per te.” Mi voltai e uscii dal locale, ma Ruggiero mi corse dietro.
“Aspetta. Addirittura un’anima nera. Hai ucciso qualcuno nella tua vita? Sei una serial killer?”
Scossi la testa. “Ancora non sono arrivata a quel punto.”
“E allora? Accetta, ti prego. Solo una cena per conoscerci meglio, in amicizia. Sono sicuro che niente di quello che potrai dirmi potrebbe sconvolgermi.”
“Sono sposata”, mi difesi.
“Ma sei qui a parlare con me, e questo mi fa pensare che un po’ t’interesso.”
Povero Ruggiero. Era vero, m’interessava, ma non certo per i motivi che pensava lui. M’interessava non per la sua simpatia, non per il suo fascino, ma perché dentro di me avevo visioni che me lo facevano vedere sotto di me, incapace di difendersi e di resistermi, assoggettato anche lui come gli altri. Sospirai profondamente. Stavo per cedere, lo sapevo bene. Lo volevo come mio schiavo e, pur conoscendo le difficoltà alle quali andavo incontro, mi sentivo in dovere di provarci. Tutt’al più l’avrei fatto scappare il più lontano possibile da me e, in seguito, ci avrebbe pensato mille volte prima di abbordare una donna.
“Ok, accetto.”
“Davvero? Accetti un invito a cena? Oddio che gioia! Sinceramente non ci speravo proprio. Conosco un localino delizioso che...”
“Niente localino. A casa tua questo venerdì. Dammi l’indirizzo.”
“A casa mia? Io non credevo che...”
“Te l’avevo detto che tu non mi conosci. E ti avverto anche che per te sarà una serata... Come dire? Anomala?”
Ci scambiammo i numeri di telefono e mi diede l’indirizzo. Era stupefatto, quasi smarrito. Non avrebbe mai potuto immaginare che io fossi così diretta. Stavo già mettendomi il casco per andarmene quando Ruggiero mi corse incontro.
“Patty, non è che mi dai buca? Che hai preso quest’appuntamento solo per non starmi più a sentire e non hai affatto voglia di venire?”
“Stai tranquillo. Non ti darò buca e sarò puntuale. Quasi. Difficilmente riesco a essere puntuale ai miei appuntamenti, ma verrò. Ma non sarà come credi. Preparati psicologicamente.” Lo lasciai li, ancora più smarrito.
Non gli avrei dato buca, termine usato per indicare una situazione in cui una persona non si presentava a un appuntamento, ma non sarebbe stato quello che lui pensava.

Continua...


scritto il
2026-09-10
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