Il sapore della vergogna
di
Eva Nascosta
genere
dominazione
Il bagno era ancora avvolto nel vapore, quando Beatrice ne uscì. La lunga sosta sotto il getto caldo le aveva cancellato pian piano le ore di viaggio. Adesso, di fronte alla specchiera, l’accappatoio bianco ammucchiato ai suoi piedi, restò a guardarsi. Le ciocche bionde incollate al collo, il corpo umido, delle perle d’acqua ancora sulla pelle.
Si piaceva, così snella, le tette non particolarmente grandi ma un bel sedere, gli occhi di un’ambra intensa. Senza staccare lo sguardo dal proprio, prese ad accarezzarsi i seni; lentamente prima, e stringendoli sempre più decisa. Premendo nella carne, plasmandola, tornando con le dita sui capezzoli, lasciandoli per poi riprenderli subito tra l’indice e il pollice. Li pizzicò, torcendoli improvvisamente, con forza, gemendo. Il dolore le si irradiò feroce dalle punte attraversandola tutta, fin giù tra le cosce; torcendoli di nuovo gemette sempre più forte, socchiudendo gli occhi.
*
Era giunta in quella piccola città di provincia soltanto un’ora prima. Quando il treno si era fermato stridendo, unica passeggera della carrozza Beatrice era già pronta. All’apertura della porta, era scesa velocemente prima di girarsi e tirare giù anche il bagaglio. Aveva guardato intorno aggiustandosi la camicetta, la pensilina era deserta. Il silenzio, interrotto bruscamente dal fracasso di una bottiglia. Lei aveva scrutato tesa lungo la pensilina. Allungando la maniglia del trolley, si era subito affrettata verso la scala e l’uscita.
Pochi minuti per strade vuote, e il taxi l’aveva lasciata di fronte all’hotel. Un edificio bianco, tre piani, proprio davanti alla pineta. Lo aveva preferito tra i tanti, su Booking, sostanzialmente per questo: le era sembrata bella, l’idea di far colazione sul terrazzino delle foto. L’addetto alla reception era accorso ad accoglierla. Due parole gentili, i documenti, poi l’ascensore fino al secondo piano.
E adesso era lì, mezzanotte, in una camera d’albergo mentre si strizzava forte i capezzoli, con una stretta sporca tra le cosce. Ci spinse la mano, scivolando le dita nella spaccatura calda ma la ritrasse, stanca per il viaggio. Ci sarebbe stato tutto il tempo, del resto non era in vacanza? Raccolse l’accappatoio dal pavimento, lasciandolo nel bagno.
Aperta appena la finestra, restò a guardare per un po’ la pineta silenziosa. Curiosò nel frigo bar, poi si decise per un biscotto dei suoi. Lo mangiucchiò scrollando sullo smartphone, seduta sul letto. Quindi si infilò nuda tra le lenzuola.
Si addormentò quasi subito.
* * *
Quando riaprì gli occhi, il sole filtrava dalla finestra rimasta semiaperta. Beatrice si stiracchiò sbadigliando, ’Che sogno fantastico’ pensò. Si stiracchiò di nuovo, prese lo smartphone dal comodino, controllò le notifiche. Scalciò via il lenzuolo alzandosi per fare pipì, poi tornò nel letto.
Erano quasi le dieci.
Cercando di ricordare l’ultima volta che si era svegliata tanto tardi, la mente tornò pigramente alla notte prima. A lei nuda davanti alla specchiera. Alla torsione dei capezzoli. Al dolore che l’attraversava tutta. Allo spasmo bagnato tra le cosce.
Dimenticando la colazione, ricominciò da lì, strizzando i capezzoli tra l’indice e il pollice. Li torse forte, di più ancora, il dolore le provocò immediatamente una stretta. Lo fece di nuovo, e spinse una mano sotto, oltre il basso ventre, scivolando le dita lungo la fessura lucida. Allargandola, infilandoci le dita dentro. Le portò alla bocca per bagnarle di saliva, tornò giù. Una mano sul seno, tirandolo, schiacciandolo, torcendo il capezzolo, e l’altra spinta tra le cosce. Infilando nella figa prima un dito, poi un altro. Le ritrasse vischiose, per rispingerle dentro subito, affondando, ritraendole e affondandole ancora.
Si aprì di più, spingendoci dentro il terzo; riprendendo a scoparsi gemendo, con tre dita adesso, affondando ancora e ancora e ancora. La schiena inarcata, il respiro spezzato, tremante, la punta del piede sinistro piantata sul materasso. Sentendosi colare sulla mano, torse più forte il capezzolo, mugolando. Il suo odore muschiato era dappertutto.
Fu in quell’istante, mentre sentiva la figa squagliarsi contro le dita, che fu distratta da un suono inatteso. Spalancò gli occhi.
Ai piedi del suo letto, vestita di una divisa azzurrina, una lunga coda di capelli rossi e due occhi verdi, c’era una donna alta di mezz’età.
— Cazzo! — Drizzandosi di scatto a sedere, Beatrice ritrasse la mano, serrando le cosce, le sfuggì quasi uno squittio. Ghermì il lenzuolo per coprirsi. — Ma… ma tu… — riuscì solo a dire.
— Se ha concluso, io dovrei rifare la camera, signorina.
— Ma… ma… — Beatrice biascicò di nuovo.
— Ha dimenticato di mettere il ’Non disturbare’ sulla porta. Non potevo sapere — ribattè l’altra. — E comunque ho bussato.
Guardare quella sconosciuta lì dentro, lei sempre nuda e sudata, e protetta appena da un velo di stoffa, oltremodo consapevole di essere stata vista riempirsi con le dita, gemendo: la fece avvampare.
— Può… — Beatrice si schiarì la gola — Può ripassare dopo? La prego — le tremò la voce.
— Va bene, torno tra un’ora. Liberi la camera.
Scuotendo il capo, la sconosciuta fece dietro front lasciandola sola.
Vergognosa, Beatrice crollò indietro sul materasso mentre ancora ansimava, le dita tutte appiccicose del suo godimento. Il cuore non smetteva di picchiarle contro le costole.
*
Sospirando, finalmente spinse le gambe fuori dal letto.
Rimase seduta sul bordo, avvoltolata nel lenzuolo, con i piedi nudi sul parquet tiepido. Si fissava le unghie smaltate di quel rosso sfacciato. ’È un bel colore. Forse un po’ da troietta’, aveva detto sua sorella ridendo. Beatrice se l’era presa.
Ma adesso… dopo essersi fatta vedere così, mugolante, con la figa piena di dita… Come non darle ragione! Non una troietta, ma una troia intera, altroché.
’Che figura di merda’, pensava. E avrebbe incrociato quella donna di nuovo, per forza, in un hotel così piccolo. E se ’quella’ lo avesse già raccontato ai colleghi?
Beatrice si sentì sprofondare.
Si sollevò dal letto, lasciando scivolare il lenzuolo a terra. Fece due passi verso il bagno, fermandosi però nuda davanti alla specchiera.
Non riusciva a scrollarsi quegli occhi verdi di dosso.
L’avevano guardata godere. Avevano visto le sue dita affondate nella figa, per poi riemergere imbrattate di lei, dei suoi umori. Adesso, a mente più fredda, era quasi certa che quegli occhi ridessero.
— Che vergogna — mormorò nel silenzio.
Ma vergogna di cosa? Perché era stata vista ’così’, sporca?
O perché, in fondo, un po’ le era piaciuto?
Se non addirittura più di un po’...
Beatrice gemette, stizzita, perché il bagnato tra le cosce restava.
Tornò a controllare lo smartphone, era già trascorsa mezz’ora.
Doveva prepararsi, e affrontare l’addetto alla reception.
*
Dopo avere bussato, annunciandosi, la cameriera ritrovò la ragazza in piedi nel mezzo della camera. Completamente nuda, i capezzoli duri e turgidi e col respiro rotto. Beatrice sollevò lo sguardo, incrociando quello della donna che la stava fissando con un sorriso strano; riabbassò gli occhi sulle proprie unghie smaltate di rosso.
Tremando e con la gola secca, stentava a credere a quanto stava facendo, e per un lungo istante fu travolta dall’orrore — sentì l’urgenza di fuggire, di gridare, di dichiararsi una povera idiota, di scusarsi, di pregare l’altra di uscire immediatamente.
Ma ricacciò tutto dentro.
Sentì anche un fremito caldo, e una goccia tracimare oltre le pieghe dell’inguine.
— Quindi vuoi fare la troia — disse la cameriera. Fece un passo verso di lei, posando gli asciugamani puliti.
— Girati, e fatti guardare.
Quando Beatrice le volse le spalle, la cameriera le afferrò bruscamente una natica. — A carponi sul letto, subito — ordinò spingendola.
Beatrice montò sul letto singhiozzando.
— Più bassa. Fatti annusare.
Beatrice si piegò in avanti, testa e busto schiacciati sul materasso, il culo alzato. Sentì le mani della donna separarle le natiche, — Sta’ ferma. — Poi, il suo fiato caldo sul buco.
— Lo sapevo. Questo è davvero puzzo di cagna. — Ascoltando quelle parole, Beatrice si sentì cedere le gambe.
— E sai di buono — aggiunse l’altra, leccandole lo sfintere. Gemendo, Beatrice tentò di strofinarglielo contro la bocca. La donna la respinse.
— Ma non è questo che voglio — disse, la voce brusca. — Pancia su. Ora. — ordinò.
La pelle delicata chiazzata dall’eccitazione, Beatrice si rigirò goffamente sulla schiena. Rimase a guardare stordita la donna slacciarsi la divisa azzurrina; lasciarla cadere a terra, sollevarsi la gonna; poi sfilarsi le mutandine rosse. Le lasciò andare sopra la divisa.
Anche lei salì tra le lenzuola spiegazzate. Montando sopra Beatrice, continuando a fissarla negli occhi. Proseguendole sul corpo nudo e impaurito, a carponi. Su, su, fino a mettersi a cavalcioni sul suo viso, lo spazio intorno a Beatrice sostituito da una massa calda e sudata di carne, intrappolandola tra due cosce.
E senza una parola, la donna le calò sopra, schiacciando la spaccatura sopra il naso e la bocca di Beatrice. Fu come una presa alla gola, l’odore era crudo, il selvatico della figa opprimente.
— Lecca, cagna — ordinò la donna, e le si strofinò contro le labbra. Beatrice trattenne a stento un conato, intanto cercava di riprendere fiato, i polmoni saturi. Tentò di svincolarsi, e si arrese subito con un tremito. Aggrappata con le mani al lenzuolo, spinse fuori la lingua. Accennò un tocco incerto con la punta, poi la fece scivolare tra le pieghe leccando. Un sapore salmastro le invase tutta la bocca. La donna continuava a premerle contro.
— Sei sorda? Lecca — le ordinò di nuovo.
Tremando, Beatrice cominciò a leccare con foga disperata, le mani aggrappate alle cosce dell’altra. La lingua che premeva, allargava, succhiava nella spaccatura, raccogliendo tutto. Con la bocca colma dell’amaro di lei, Beatrice si sentiva la figa contrarsi in spasmi bagnati.
E quando la donna si spinse col bacino più avanti, premendole lo sfintere contro la bocca, Beatrice colò letteralmente. Le impuntò la lingua nel buco, aumentando la pressione; l’altra gemeva facendosi aprire. La lingua che poi tornava piatta, dall’ano alla figa, leccando e succhiando e pulendo ogni centimetro, per riscendere subito e ricominciare. Quando le fece raggiungere l’orgasmo, Beatrice finì quasi soffocata sotto il suo peso; dopo qualche istante di silenzio, la donna si tolse da sopra.
Ormai in cortocircuito, Beatrice si fece scivolare la mano tra le cosce; medio e anulare schiacciati nella fessura caldissima, imbrattandosi di un umore denso e vischioso. Le dita affondavano per poi riemergere e riaffondare ancora e ancora e ancora.
Aveva la bocca sporca di lei, e adesso, per lei, Beatrice si stava esibendo come la troia che era. Si sentiva oscena, sporca, umiliata, una vacca che si faceva guardare scoparsi.
La donna le colpì la mano: — Non adesso.
Ma Beatrice tornò sulla figa, lo sguardo sommerso, le cosce oscenamente aperte, le dita che battevano dentro schioccando; una crema densa le colava dalla spaccatura rovente sull’ano, che palpitava. Con l’altra mano prese a torcersi i capezzoli gemendo.
— Ho detto, fermati.
Beatrice aumentava il ritmo, le dita ancora più veloci. Sentiva l’onda salire più calda, colmarla, pronta a infrangersi e traboccare. Mugolando di un godimento sempre più sporco, l’orgasmo la dilaniò d’improvviso. E lei rantolò contraendosi in spasmi rapidi e successivi, inarcando la schiena, le cosce tremanti, il respiro spezzato con le dita schiacciate dentro; si schizzò forte contro il palmo. Crollò sul materasso sussultando, senza più fiato.
Rannicchiandosi intorno a sé stessa, sudata, ansimante, realizzò finalmente come la sua punizione sarebbe stata violenta e davvero fantastica.
*
Ma non ci fu nessun castigo. Tornando dal bagno, Beatrice ritrovò la camera deserta. La cameriera aveva cancellato ogni traccia, riportando tutto a un ordine asettico.
Trascorse il pomeriggio camminando lungo la spiaggia. Gli ombrelloni ormai chiusi, solo qualche turista, il mare un po' mosso. Nulla a cui fece caso, come estraniata dal mondo. La mente che tornava al sapore crudo della donna, e a quando le faceva scivolare la lingua nello sfintere, e al perché lei stessa era arrivata a godere, umiliandosi ancora. Lo riviveva in un circolo vizioso, le mutandine che continuavano a bagnarsi.
Quando tornò verso l’hotel, si fermò restando sull’altro lato della via, protetta dalla pineta. Fissò le finestre, per poi allontanarsi tra gli alberi. Accadde due volte.
Solo allo scoccare delle sette, decise che il turno della cameriera fosse per forza finito. Superando la reception, ribadì all’impiegato la propria partenza in anticipo, subito la mattina successiva. Salì in ascensore con lo stomaco contratto. Trovando il piano deserto, si sentì subito sollevata.
Durò poco. Svoltando l’angolo, restò di sasso alla vista del carrello fermo a metà del corridoio. Si avvicinò in silenzio con il cuore in gola, e dopo averlo superato — la camera di Beatrice era due porte oltre — si sentì apostrofare dalla cameriera comparsa alle sue spalle. Lei diede un sobbalzo.
— Ho saputo della sua partenza.
Beatrice si bloccò con un brivido, senza rispondere.
— Davvero un peccato. C’era ancora un sospeso.
Beatrice restò di nuovo in silenzio. Si voltò lentamente, lo sguardo sempre basso. Sentiva il cuore batterle nelle orecchie.
— Ma se lei si facesse trovare pronta, potrei tornare.
Con uno spasmo al basso ventre, Beatrice accennò di sì con la testa.
— D’accordo — bisbigliò appena.
Girandosi, proseguì poi quasi di corsa. Raggiunse la camera, aprì l’uscio, se lo richiuse dietro con un tonfo. Schiacciò la schiena contro il legno, cercando di riprendere fiato.
*
La cameriera la trovò già a carponi sul letto. Beatrice era nuda, silenziosa, la testa e il busto schiacciati sul materasso. Con le cosce aperte e il culo sollevato, esibiva la spaccatura lucida e l’ano contratto.
Quando avvertì la donna avvicinarsi alle sue spalle, e il materasso cedere mentre ci saliva, Beatrice si lasciò sfuggire un gemito.
Poi tutto avvenne in pochi momenti.
Si sentì sputare contro lo sfintere, e subito la donna ci spalmò sopra la saliva, premendo; spingendoci tutto il pollice, allargando, deformando. Lo estrasse quasi subito, penetrando brutalmente con due dita, Beatrice rantolò un gemito e artigliò il lenzuolo. La donna glieli piantava fino alla radice, li ritraeva e di nuovo affondava, senza dare tregua. Quando glieli torse dentro, Beatrice si sentì rompere, e un filo denso le colò dalla figa. Mugolando, spinse il culo più indietro.
Godeva gemendo, assecondando le spinte della donna. Mentre le spingeva un terzo dito, lei già gocciolava senza ritegno, la bocca premuta contro il materasso per non gridare. L’altra continuò a scoparla, schiaffeggiandole duramente la natica; la pelle era ormai striata di un rosso scarlatto.
La donna la portò fino al limite, Beatrice ansimava sull’orlo dell’orgasmo, tremava, con le mani piantate contro il materasso, il collo teso all’indietro, le cosce aperte fino allo sfinimento.
Ma la donna si bloccò d’improvviso. Sfilò le dita, le leccò la natica sudata.
— Basta — ordinò.
Sentendo le dita uscirle dal buco, Beatrice si percepì vuota. Immaginò il proprio sfintere slabbrato, come nei film che guardava da sola: un fiore rosso e dolorante. Rimase immobile, riprendendo fiato lentamente, aspettando.
— Scendi da qui. Inginocchiati.
Distrutta, Beatrice strisciò giù dal letto; restò in ginocchio sul parquet, con le natiche schiacciate sui talloni. Seduta sul bordo del materasso, la cameriera scalzò via le scarpe.
— Pulisci.
Le schiacciò la pianta del piede contro la guancia, premendo sul naso, allargando le dita; l’odore rancido aggredì Beatrice. La cameriera continuò, facendole scivolare l’alluce contro le labbra, stirando giù il labbro inferiore e scoprendole i denti.
Cambiò piede, schiacciando il tallone contro la fronte di Beatrice, lei contrasse i muscoli del collo. Prese la caviglia tra le mani, spinse il naso contro la carne sudata; chiuse gli occhi e inspirò tra le dita più piccole, dove l’odore ristagnava ancora più sporco. Lo spasmo tra le cosce le strappò un gemito roco.
Ansimando, infilò la lingua tra l'alluce e il secondo dito. Prima leccando con la sola punta, poi spingendoci la lingua intera, separando le dita e pulendo nello spazio. Serrò le labbra intorno all’alluce, cominciando a succhiarlo con suoni bagnati.
La donna la contemplava dall’alto.
— Pulisci ancora — ordinò.
E mentre succhiava tra le più piccole, Beatrice pensò davvero di rimandare la partenza.
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Si piaceva, così snella, le tette non particolarmente grandi ma un bel sedere, gli occhi di un’ambra intensa. Senza staccare lo sguardo dal proprio, prese ad accarezzarsi i seni; lentamente prima, e stringendoli sempre più decisa. Premendo nella carne, plasmandola, tornando con le dita sui capezzoli, lasciandoli per poi riprenderli subito tra l’indice e il pollice. Li pizzicò, torcendoli improvvisamente, con forza, gemendo. Il dolore le si irradiò feroce dalle punte attraversandola tutta, fin giù tra le cosce; torcendoli di nuovo gemette sempre più forte, socchiudendo gli occhi.
*
Era giunta in quella piccola città di provincia soltanto un’ora prima. Quando il treno si era fermato stridendo, unica passeggera della carrozza Beatrice era già pronta. All’apertura della porta, era scesa velocemente prima di girarsi e tirare giù anche il bagaglio. Aveva guardato intorno aggiustandosi la camicetta, la pensilina era deserta. Il silenzio, interrotto bruscamente dal fracasso di una bottiglia. Lei aveva scrutato tesa lungo la pensilina. Allungando la maniglia del trolley, si era subito affrettata verso la scala e l’uscita.
Pochi minuti per strade vuote, e il taxi l’aveva lasciata di fronte all’hotel. Un edificio bianco, tre piani, proprio davanti alla pineta. Lo aveva preferito tra i tanti, su Booking, sostanzialmente per questo: le era sembrata bella, l’idea di far colazione sul terrazzino delle foto. L’addetto alla reception era accorso ad accoglierla. Due parole gentili, i documenti, poi l’ascensore fino al secondo piano.
E adesso era lì, mezzanotte, in una camera d’albergo mentre si strizzava forte i capezzoli, con una stretta sporca tra le cosce. Ci spinse la mano, scivolando le dita nella spaccatura calda ma la ritrasse, stanca per il viaggio. Ci sarebbe stato tutto il tempo, del resto non era in vacanza? Raccolse l’accappatoio dal pavimento, lasciandolo nel bagno.
Aperta appena la finestra, restò a guardare per un po’ la pineta silenziosa. Curiosò nel frigo bar, poi si decise per un biscotto dei suoi. Lo mangiucchiò scrollando sullo smartphone, seduta sul letto. Quindi si infilò nuda tra le lenzuola.
Si addormentò quasi subito.
* * *
Quando riaprì gli occhi, il sole filtrava dalla finestra rimasta semiaperta. Beatrice si stiracchiò sbadigliando, ’Che sogno fantastico’ pensò. Si stiracchiò di nuovo, prese lo smartphone dal comodino, controllò le notifiche. Scalciò via il lenzuolo alzandosi per fare pipì, poi tornò nel letto.
Erano quasi le dieci.
Cercando di ricordare l’ultima volta che si era svegliata tanto tardi, la mente tornò pigramente alla notte prima. A lei nuda davanti alla specchiera. Alla torsione dei capezzoli. Al dolore che l’attraversava tutta. Allo spasmo bagnato tra le cosce.
Dimenticando la colazione, ricominciò da lì, strizzando i capezzoli tra l’indice e il pollice. Li torse forte, di più ancora, il dolore le provocò immediatamente una stretta. Lo fece di nuovo, e spinse una mano sotto, oltre il basso ventre, scivolando le dita lungo la fessura lucida. Allargandola, infilandoci le dita dentro. Le portò alla bocca per bagnarle di saliva, tornò giù. Una mano sul seno, tirandolo, schiacciandolo, torcendo il capezzolo, e l’altra spinta tra le cosce. Infilando nella figa prima un dito, poi un altro. Le ritrasse vischiose, per rispingerle dentro subito, affondando, ritraendole e affondandole ancora.
Si aprì di più, spingendoci dentro il terzo; riprendendo a scoparsi gemendo, con tre dita adesso, affondando ancora e ancora e ancora. La schiena inarcata, il respiro spezzato, tremante, la punta del piede sinistro piantata sul materasso. Sentendosi colare sulla mano, torse più forte il capezzolo, mugolando. Il suo odore muschiato era dappertutto.
Fu in quell’istante, mentre sentiva la figa squagliarsi contro le dita, che fu distratta da un suono inatteso. Spalancò gli occhi.
Ai piedi del suo letto, vestita di una divisa azzurrina, una lunga coda di capelli rossi e due occhi verdi, c’era una donna alta di mezz’età.
— Cazzo! — Drizzandosi di scatto a sedere, Beatrice ritrasse la mano, serrando le cosce, le sfuggì quasi uno squittio. Ghermì il lenzuolo per coprirsi. — Ma… ma tu… — riuscì solo a dire.
— Se ha concluso, io dovrei rifare la camera, signorina.
— Ma… ma… — Beatrice biascicò di nuovo.
— Ha dimenticato di mettere il ’Non disturbare’ sulla porta. Non potevo sapere — ribattè l’altra. — E comunque ho bussato.
Guardare quella sconosciuta lì dentro, lei sempre nuda e sudata, e protetta appena da un velo di stoffa, oltremodo consapevole di essere stata vista riempirsi con le dita, gemendo: la fece avvampare.
— Può… — Beatrice si schiarì la gola — Può ripassare dopo? La prego — le tremò la voce.
— Va bene, torno tra un’ora. Liberi la camera.
Scuotendo il capo, la sconosciuta fece dietro front lasciandola sola.
Vergognosa, Beatrice crollò indietro sul materasso mentre ancora ansimava, le dita tutte appiccicose del suo godimento. Il cuore non smetteva di picchiarle contro le costole.
*
Sospirando, finalmente spinse le gambe fuori dal letto.
Rimase seduta sul bordo, avvoltolata nel lenzuolo, con i piedi nudi sul parquet tiepido. Si fissava le unghie smaltate di quel rosso sfacciato. ’È un bel colore. Forse un po’ da troietta’, aveva detto sua sorella ridendo. Beatrice se l’era presa.
Ma adesso… dopo essersi fatta vedere così, mugolante, con la figa piena di dita… Come non darle ragione! Non una troietta, ma una troia intera, altroché.
’Che figura di merda’, pensava. E avrebbe incrociato quella donna di nuovo, per forza, in un hotel così piccolo. E se ’quella’ lo avesse già raccontato ai colleghi?
Beatrice si sentì sprofondare.
Si sollevò dal letto, lasciando scivolare il lenzuolo a terra. Fece due passi verso il bagno, fermandosi però nuda davanti alla specchiera.
Non riusciva a scrollarsi quegli occhi verdi di dosso.
L’avevano guardata godere. Avevano visto le sue dita affondate nella figa, per poi riemergere imbrattate di lei, dei suoi umori. Adesso, a mente più fredda, era quasi certa che quegli occhi ridessero.
— Che vergogna — mormorò nel silenzio.
Ma vergogna di cosa? Perché era stata vista ’così’, sporca?
O perché, in fondo, un po’ le era piaciuto?
Se non addirittura più di un po’...
Beatrice gemette, stizzita, perché il bagnato tra le cosce restava.
Tornò a controllare lo smartphone, era già trascorsa mezz’ora.
Doveva prepararsi, e affrontare l’addetto alla reception.
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Dopo avere bussato, annunciandosi, la cameriera ritrovò la ragazza in piedi nel mezzo della camera. Completamente nuda, i capezzoli duri e turgidi e col respiro rotto. Beatrice sollevò lo sguardo, incrociando quello della donna che la stava fissando con un sorriso strano; riabbassò gli occhi sulle proprie unghie smaltate di rosso.
Tremando e con la gola secca, stentava a credere a quanto stava facendo, e per un lungo istante fu travolta dall’orrore — sentì l’urgenza di fuggire, di gridare, di dichiararsi una povera idiota, di scusarsi, di pregare l’altra di uscire immediatamente.
Ma ricacciò tutto dentro.
Sentì anche un fremito caldo, e una goccia tracimare oltre le pieghe dell’inguine.
— Quindi vuoi fare la troia — disse la cameriera. Fece un passo verso di lei, posando gli asciugamani puliti.
— Girati, e fatti guardare.
Quando Beatrice le volse le spalle, la cameriera le afferrò bruscamente una natica. — A carponi sul letto, subito — ordinò spingendola.
Beatrice montò sul letto singhiozzando.
— Più bassa. Fatti annusare.
Beatrice si piegò in avanti, testa e busto schiacciati sul materasso, il culo alzato. Sentì le mani della donna separarle le natiche, — Sta’ ferma. — Poi, il suo fiato caldo sul buco.
— Lo sapevo. Questo è davvero puzzo di cagna. — Ascoltando quelle parole, Beatrice si sentì cedere le gambe.
— E sai di buono — aggiunse l’altra, leccandole lo sfintere. Gemendo, Beatrice tentò di strofinarglielo contro la bocca. La donna la respinse.
— Ma non è questo che voglio — disse, la voce brusca. — Pancia su. Ora. — ordinò.
La pelle delicata chiazzata dall’eccitazione, Beatrice si rigirò goffamente sulla schiena. Rimase a guardare stordita la donna slacciarsi la divisa azzurrina; lasciarla cadere a terra, sollevarsi la gonna; poi sfilarsi le mutandine rosse. Le lasciò andare sopra la divisa.
Anche lei salì tra le lenzuola spiegazzate. Montando sopra Beatrice, continuando a fissarla negli occhi. Proseguendole sul corpo nudo e impaurito, a carponi. Su, su, fino a mettersi a cavalcioni sul suo viso, lo spazio intorno a Beatrice sostituito da una massa calda e sudata di carne, intrappolandola tra due cosce.
E senza una parola, la donna le calò sopra, schiacciando la spaccatura sopra il naso e la bocca di Beatrice. Fu come una presa alla gola, l’odore era crudo, il selvatico della figa opprimente.
— Lecca, cagna — ordinò la donna, e le si strofinò contro le labbra. Beatrice trattenne a stento un conato, intanto cercava di riprendere fiato, i polmoni saturi. Tentò di svincolarsi, e si arrese subito con un tremito. Aggrappata con le mani al lenzuolo, spinse fuori la lingua. Accennò un tocco incerto con la punta, poi la fece scivolare tra le pieghe leccando. Un sapore salmastro le invase tutta la bocca. La donna continuava a premerle contro.
— Sei sorda? Lecca — le ordinò di nuovo.
Tremando, Beatrice cominciò a leccare con foga disperata, le mani aggrappate alle cosce dell’altra. La lingua che premeva, allargava, succhiava nella spaccatura, raccogliendo tutto. Con la bocca colma dell’amaro di lei, Beatrice si sentiva la figa contrarsi in spasmi bagnati.
E quando la donna si spinse col bacino più avanti, premendole lo sfintere contro la bocca, Beatrice colò letteralmente. Le impuntò la lingua nel buco, aumentando la pressione; l’altra gemeva facendosi aprire. La lingua che poi tornava piatta, dall’ano alla figa, leccando e succhiando e pulendo ogni centimetro, per riscendere subito e ricominciare. Quando le fece raggiungere l’orgasmo, Beatrice finì quasi soffocata sotto il suo peso; dopo qualche istante di silenzio, la donna si tolse da sopra.
Ormai in cortocircuito, Beatrice si fece scivolare la mano tra le cosce; medio e anulare schiacciati nella fessura caldissima, imbrattandosi di un umore denso e vischioso. Le dita affondavano per poi riemergere e riaffondare ancora e ancora e ancora.
Aveva la bocca sporca di lei, e adesso, per lei, Beatrice si stava esibendo come la troia che era. Si sentiva oscena, sporca, umiliata, una vacca che si faceva guardare scoparsi.
La donna le colpì la mano: — Non adesso.
Ma Beatrice tornò sulla figa, lo sguardo sommerso, le cosce oscenamente aperte, le dita che battevano dentro schioccando; una crema densa le colava dalla spaccatura rovente sull’ano, che palpitava. Con l’altra mano prese a torcersi i capezzoli gemendo.
— Ho detto, fermati.
Beatrice aumentava il ritmo, le dita ancora più veloci. Sentiva l’onda salire più calda, colmarla, pronta a infrangersi e traboccare. Mugolando di un godimento sempre più sporco, l’orgasmo la dilaniò d’improvviso. E lei rantolò contraendosi in spasmi rapidi e successivi, inarcando la schiena, le cosce tremanti, il respiro spezzato con le dita schiacciate dentro; si schizzò forte contro il palmo. Crollò sul materasso sussultando, senza più fiato.
Rannicchiandosi intorno a sé stessa, sudata, ansimante, realizzò finalmente come la sua punizione sarebbe stata violenta e davvero fantastica.
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Ma non ci fu nessun castigo. Tornando dal bagno, Beatrice ritrovò la camera deserta. La cameriera aveva cancellato ogni traccia, riportando tutto a un ordine asettico.
Trascorse il pomeriggio camminando lungo la spiaggia. Gli ombrelloni ormai chiusi, solo qualche turista, il mare un po' mosso. Nulla a cui fece caso, come estraniata dal mondo. La mente che tornava al sapore crudo della donna, e a quando le faceva scivolare la lingua nello sfintere, e al perché lei stessa era arrivata a godere, umiliandosi ancora. Lo riviveva in un circolo vizioso, le mutandine che continuavano a bagnarsi.
Quando tornò verso l’hotel, si fermò restando sull’altro lato della via, protetta dalla pineta. Fissò le finestre, per poi allontanarsi tra gli alberi. Accadde due volte.
Solo allo scoccare delle sette, decise che il turno della cameriera fosse per forza finito. Superando la reception, ribadì all’impiegato la propria partenza in anticipo, subito la mattina successiva. Salì in ascensore con lo stomaco contratto. Trovando il piano deserto, si sentì subito sollevata.
Durò poco. Svoltando l’angolo, restò di sasso alla vista del carrello fermo a metà del corridoio. Si avvicinò in silenzio con il cuore in gola, e dopo averlo superato — la camera di Beatrice era due porte oltre — si sentì apostrofare dalla cameriera comparsa alle sue spalle. Lei diede un sobbalzo.
— Ho saputo della sua partenza.
Beatrice si bloccò con un brivido, senza rispondere.
— Davvero un peccato. C’era ancora un sospeso.
Beatrice restò di nuovo in silenzio. Si voltò lentamente, lo sguardo sempre basso. Sentiva il cuore batterle nelle orecchie.
— Ma se lei si facesse trovare pronta, potrei tornare.
Con uno spasmo al basso ventre, Beatrice accennò di sì con la testa.
— D’accordo — bisbigliò appena.
Girandosi, proseguì poi quasi di corsa. Raggiunse la camera, aprì l’uscio, se lo richiuse dietro con un tonfo. Schiacciò la schiena contro il legno, cercando di riprendere fiato.
*
La cameriera la trovò già a carponi sul letto. Beatrice era nuda, silenziosa, la testa e il busto schiacciati sul materasso. Con le cosce aperte e il culo sollevato, esibiva la spaccatura lucida e l’ano contratto.
Quando avvertì la donna avvicinarsi alle sue spalle, e il materasso cedere mentre ci saliva, Beatrice si lasciò sfuggire un gemito.
Poi tutto avvenne in pochi momenti.
Si sentì sputare contro lo sfintere, e subito la donna ci spalmò sopra la saliva, premendo; spingendoci tutto il pollice, allargando, deformando. Lo estrasse quasi subito, penetrando brutalmente con due dita, Beatrice rantolò un gemito e artigliò il lenzuolo. La donna glieli piantava fino alla radice, li ritraeva e di nuovo affondava, senza dare tregua. Quando glieli torse dentro, Beatrice si sentì rompere, e un filo denso le colò dalla figa. Mugolando, spinse il culo più indietro.
Godeva gemendo, assecondando le spinte della donna. Mentre le spingeva un terzo dito, lei già gocciolava senza ritegno, la bocca premuta contro il materasso per non gridare. L’altra continuò a scoparla, schiaffeggiandole duramente la natica; la pelle era ormai striata di un rosso scarlatto.
La donna la portò fino al limite, Beatrice ansimava sull’orlo dell’orgasmo, tremava, con le mani piantate contro il materasso, il collo teso all’indietro, le cosce aperte fino allo sfinimento.
Ma la donna si bloccò d’improvviso. Sfilò le dita, le leccò la natica sudata.
— Basta — ordinò.
Sentendo le dita uscirle dal buco, Beatrice si percepì vuota. Immaginò il proprio sfintere slabbrato, come nei film che guardava da sola: un fiore rosso e dolorante. Rimase immobile, riprendendo fiato lentamente, aspettando.
— Scendi da qui. Inginocchiati.
Distrutta, Beatrice strisciò giù dal letto; restò in ginocchio sul parquet, con le natiche schiacciate sui talloni. Seduta sul bordo del materasso, la cameriera scalzò via le scarpe.
— Pulisci.
Le schiacciò la pianta del piede contro la guancia, premendo sul naso, allargando le dita; l’odore rancido aggredì Beatrice. La cameriera continuò, facendole scivolare l’alluce contro le labbra, stirando giù il labbro inferiore e scoprendole i denti.
Cambiò piede, schiacciando il tallone contro la fronte di Beatrice, lei contrasse i muscoli del collo. Prese la caviglia tra le mani, spinse il naso contro la carne sudata; chiuse gli occhi e inspirò tra le dita più piccole, dove l’odore ristagnava ancora più sporco. Lo spasmo tra le cosce le strappò un gemito roco.
Ansimando, infilò la lingua tra l'alluce e il secondo dito. Prima leccando con la sola punta, poi spingendoci la lingua intera, separando le dita e pulendo nello spazio. Serrò le labbra intorno all’alluce, cominciando a succhiarlo con suoni bagnati.
La donna la contemplava dall’alto.
— Pulisci ancora — ordinò.
E mentre succhiava tra le più piccole, Beatrice pensò davvero di rimandare la partenza.
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Duo lesbico, zero romance. Scriviamo erotismo crudo, Femdom e BDSM psicologico. Sappiamo esattamente cosa facciamo.
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