La caduta di una moglie fedele

di
genere
confessioni

Sono una donna di trentacinque anni, apparentemente felice nel matrimonio con un mio coetaneo. Affermo «felicemente» anche se, da un anno a questa parte, la mia vita sessuale è precipitata in un abisso di degrado e di eccitazione incontrollata che non avrei mai immaginato di raggiungere. Nel narrare gli eventi utilizzerò nomi di fantasia, poiché mio marito è completamente all’oscuro di tutto ciò che sto per rivelare.
Fisicamente sono alta un metro e sessantotto, con un corpo snello ma curvilineo: seni pieni e sodi di una quarta misura, vita stretta, fianchi larghi e un sedere rotondo e sodo. La pelle è chiara e liscia, con un leggero colorito dorato sulle spalle e sul décolleté. I capelli, castano scuro e lunghi fino a metà schiena, sono sempre tenuti con cura; gli occhi sono nocciola, grandi e leggermente a mandorla. Il viso è ovale, con zigomi alti e labbra carnose, naturalmente rosate.
Fino a circa un anno fa i miei rapporti sessuali erano stati esclusivamente con mio marito Paolo. Ci eravamo conosciuti al liceo; nonostante i numerosi corteggiatori, non avevo occhi che per lui. Ancora oggi le mie amiche lo giudicano un uomo di straordinaria bellezza: alto un metro e settantotto, occhi verdi, viso dai tratti perfetti, corpo proporzionato. La sera stessa in cui mi invitò a uscire ci fidanzammo. Da allora il mio amore per lui non è mai diminuito.
Paolo non mi ha mai costretto ad alcuna pratica. Solo dopo anni di pazienza riuscì a ottenere un rapporto orale. Il contatto del pene con la mia bocca mi provocava una repulsione così violenta da indurre conati di vomito. Mi sforzavo, ma ogni tentativo falliva. Per autopunizione gli proibivo anche di leccarmi. Fu lui a convincermi a desistere e ad accettare almeno che lo facesse lui. Piano piano superai il disgusto. Ogni rapporto divenne per me qualcosa di meraviglioso. Ero ancora un poco inibita a prenderlo in bocca, ma lo accettavo come atto d’amore.
Una volta, in occasione del suo compleanno, decisi di concedergli un rapporto anale. Pochi giorni prima aveva affittato una videocassetta di Tinto Brass e le scene di penetrazione anale lo avevano eccitato a tal punto da dover cambiare gli slip. Lasciai sul comodino una bottiglietta di olio di vaselina e indossai un perizoma di seta nera, ridottissimo, che lasciava completamente scoperti i glutei. La preparazione mi eccitò intensamente; quando lui iniziò a leccarmi l’ano, poi a massaggiarlo con le dita unte, venni parzialmente. Ma appena mi penetrò, il dolore fu lancinante. Piansi. Da allora non abbiamo più tentato.
La nostra vita sessuale, sebbene non particolarmente spinta, era appagante.
Poi arrivò quel giorno. Paolo mi telefonò dall’ufficio chiedendomi di portargli la macchina. Indossavo un completo da ufficio sobrio ma femminile: una camicetta di seta bianca a maniche corte, abbottonata fino al terzo bottone, che lasciava intravedere la scollatura e il bordo del reggiseno di pizzo avorio; una gonna a tubino grigio perla, stretta sui fianchi, che terminava a metà coscia; collant neri sottilissimi e décolleté nere con un tacco medio. I capelli erano raccolti in una coda bassa, lasciando scoperto il collo.
Lo raggiunsi. All’ingresso lo trovai in compagnia di un uomo. Paolo mi presentò il signor Giovanni. Quell’uomo era la personificazione di tutto ciò che una donna può trovare detestabile: pochi capelli unti e disordinati, viso dai tratti marcati, occhi piccoli, sguardo da mandrillo, sorriso mellifluo che scopriva denti giallastri, statura medio-bassa, pancia visibile, abbigliamento trasandato e aspetto di scarsa igiene.
Quando Paolo mi disse che Giovanni si era offerto di riaccompagnarmi a casa, accettai a malincuore. Salii nella sua auto. Appena entrata percetti il forte odore di sudore che emanava dal suo corpo. Eppure quello stesso odore cominciò a produrre su di me un effetto inquietante: un’eccitazione sordida e incontrollabile.
Volsi lo sguardo alle sue mani sul volante: forti, virili, con avambracci muscolosi. Lui notò il mio interesse.
«Sa, era un’occasione che proprio non potevo lasciarmi sfuggire», disse. «Quella di conoscerla. Tra i clienti di suo marito girava voce che lei fosse una gran bella… signora.»
La pausa rese il complimento volgare. Tentai di far cadere la conversazione, ma lui proseguì, insistendo sul fatto che una donna come me avesse bisogno di «un vero uomo». Le parole «signorino» e «maritino» riferite a Paolo mi fecero imbestialire. Risposi con durezza.
Lui, senza staccare la mano destra dal volante, abbassò la cerniera dei pantaloni con la sinistra e tirò fuori il pene. Ciò che vidi mi sbalordì. Lo spessore non era eccessivamente maggiore di quello di mio marito, ma la lunghezza era quasi il doppio, e quello era ancora flaccido. Immaginai che potesse raggiungere i trenta centimetri.
Rimasi ipnotizzata. Lui imboccò una traversa isolata e si fermò. Il pene cominciò a indurirsi. Mi venne l’acquolina in bocca.
«Su, signora, non abbia timore.»
Mi passò la mano destra sulla nuca e mi piegò energicamente verso quel pezzo di carne. A pochi centimetri dal glande percetti un odore forte, sgradevole. Tentai di ritrarmi, ma la presa divenne più ferrea. Quella stessa puzza si trasformò improvvisamente in un aroma selvatico e eccitante.
Spalancai le labbra e accolsi il glande. Sentii la pelle calda e leggermente ruvida scivolare sulla lingua. Il membro cresceva dentro la mia bocca, gonfiandosi millimetro dopo millimetro, premendo contro il palato e costringendomi ad aprire ulteriormente le labbra. La camicetta di seta bianca si era sbottonata di un altro bottone per lo sforzo; i seni, compressi dal reggiseno di pizzo avorio, salivano e scendevano con il ritmo del mio respiro affannoso.
Mentre la mia testa saliva e scendeva lentamente lungo l’enorme lunghezza, lui non rimase passivo. Con la mano sinistra afferrò l’orlo della gonna a tubino grigio perla e la sollevò con un gesto deciso fino oltre i fianchi, scoprendo i collant neri sottilissimi e il perizoma di pizzo avorio. La stoffa della gonna si accumulò sulla mia vita. Poi, senza alcuna delicatezza, afferrò il tessuto dei collant all’altezza dell’inguine e lo strappò con uno strappo netto e secco. Il nylon si lacerò con un suono asciutto, lasciando un’ampia apertura che metteva a nudo completamente la mia intimità.
Due dita grosse e callose si infilarono immediatamente attraverso lo strappo. Una premette contro l’ingresso già umido della vagina e vi penetrò fino alla seconda falange, trovando le pareti interne calde e scivolose. L’altra, contemporaneamente, cercò l’ano e, dopo averne massaggiato per un istante il bordo contratto, lo forzò con decisione. Il dito anale entrò interamente, provocandomi un bruciore iniziale seguito da una sensazione di pienezza intensa e umiliante.
Mentre la mia bocca continuava a lavorare sul pene ormai completamente eretto — le labbra tese intorno allo spessore, la lingua che premeva contro la vena ventrale, la gola che si apriva per accogliere i primi centimetri — le due dita di lui si muovevano all’unisono. Quella vaginale frizionava il punto più sensibile all’interno, quella anale ruotava e spingeva più in profondità, dilatando lo sfintere. I collant strappati restavano attaccati alle cosce, il perizoma era stato semplicemente spostato di lato, e la gonna arrotolata sulla vita lasciava completamente esposto il mio sedere e l’inguine.
L’odore del suo corpo, il sapore salato del liquido preeiaculatorio che cominciava a colarmi sulla lingua, la pressione delle due dita che mi riempivano contemporaneamente e il ritmo imposto dalla mano sulla mia nuca mi fecero venire con una violenza inaspettata. Gli spasmi mi scossero le cosce e il ventre; la vagina si contrasse intorno al dito e l’ano si strinse convulsamente intorno all’altro. Continuai a succhiare, quasi senza fiato, mentre lui accelerava i movimenti delle dita, sfruttando ogni contrazione del mio corpo.
Quando raggiunsi il secondo orgasmo, più lungo e più umido del primo, il suo pene pulsò violentemente contro il mio palato. Un fiume di sperma caldo e denso mi riempì la bocca. Tentai di inghiottirlo tutto, ma una parte mi scivolò sulle labbra, tra i capelli sciolti dalla coda e sul collo, macchiando ulteriormente il colletto della camicetta. Lui ritirò lentamente le dita, lasciandomi una sensazione di vuoto improvviso, e mi lasciò la testa appoggiata sulla sua coscia, ancora tremante, con la gonna alzata, i collant lacerati e i due orifizi pulsanti.
Rise, basso e soddisfatto:
«E brava la signora. Prima fa la sostenuta, poi basta che tiri fuori il cazzo e lei si precipita a ingoiarlo… e intanto si fa fingere da due dita come una troia qualsiasi.»
Prese una banconota da cinquantamila lire, vi scrisse il numero di cellulare e me la gettò in grembo, sul tessuto grigio della gonna ancora alzata.
«Non la sto pagando come una puttana. Le lascio il mio numero perché so già che mi cercherà.»
Mi sentivo peggio di una prostituta. Raccolsi comunque la banconota.
A casa non feci altro che rivivere ogni dettaglio. Mi eccitai più volte, ancora vestita, la gonna alzata, le dita che scivolavano attraverso lo strappo dei collant. Quella sera Paolo mi chiamò: sarebbe rimasto fuori fino al mattino successivo. Dopo interminabili esitazioni, telefonai a Giovanni. Si dimostrò sorpreso, poi disse che sarebbe venuto a casa.
Quando suonò il citofono aprii senza rispondere. Avevo cambiato abito: indossavo una vestaglia di seta color avorio, legata appena in vita, che lasciava scoperto il décolleté e scendeva fino a metà coscia. Sotto non c’era nulla. I capelli erano sciolti sulle spalle. Alla porta ebbi l’impulso di non far entrare, ma l’eccitazione era troppo forte.
Insieme a Giovanni entrò un altro uomo. Impallidii. Giovanni rise:
«Hai visto? Sembra una santarellina. Ed è proprio quello che crede suo marito. Ma devi vederla quando succhia.»
Si rivolse a me:
«Non temere. Non l’avrei portato se non fosse stato alla tua altezza.»
Senza altri preamboli i due abbassarono le cerniere. Il pene di Giovanni appariva ancora più grosso, interamente flaccido. Quello dello sconosciuto era già duro, lucido di liquido preeiaculatorio.
«Dai, inginocchiati.»
Mi inginocchiai sul pavimento del soggiorno. La vestaglia di seta si aprì completamente, scoprendo i seni nudi, il ventre piatto e il monte di Venere rasato. Avvicinai la bocca al nuovo membro, lo circondai con le dita e lo osservai. Non era grosso come quello di Giovanni, ma duro come pietra. Avvicinai la lingua al glande e assaggiai il sapore salato del liquido trasparente. Roteai la lingua, inghiottendo avidamente, mentre con la mano sinistra cercavo il pene di Giovanni.
Se Paolo mi avesse vista… Ero inginocchiata, nuda sotto la vestaglia aperta, alternando succhiate profonde, leccate lente e morsi leggeri ai due membri. Ne assaporavo i liquidi, esploravo con la lingua ogni rilievo, affondavo la testa fino a farmeli entrare in gola, quasi a soffocare. La saliva e il liquido preeiaculatorio mi colavano sul mento e scendevano tra i seni.
Lo sconosciuto si staccò, si allontanò e tornò completamente nudo. Giovanni mi allontanò, mi fece alzare e ordinò:
«Basta. Adesso girati.»
Ubbidii. La vestaglia scivolò via completamente dalle spalle e rimase ammucchiate ai miei piedi. Mi trovai di fronte all’altro uomo, che mi spinse la testa sul suo pene mantenendo le gambe dritte. Così porgevo il sedere a Giovanni, il quale infilò immediatamente il suo enorme membro nella mia vagina, già ultra bagnata e dilatata. Venni all’istante. Il pensiero di leccare il cazzo di uno sconosciuto mentre un altro depositava il suo seme in un luogo che fino a quella mattina era stato solo di mio marito scatenò un orgasmo multiplo così violento che tremavo tutta e persi il controllo della vescica, urinandoci addosso. Il liquido caldo mi scorreva lungo le cosce interne.
Ero ancora intontita quando Giovanni disse:
«Adesso sei pronta.»
Sentii il suo pene premere contro il mio ano. Tentai di alzare la testa, ma l’altro uomo mi afferrò per i capelli e mi affondò il cazzo in gola fino in fondo. Lo sentivo quasi nel petto; mi mancava il fiato. Ricordai la gastroscopia e il consiglio di respirare con il naso. Continuai, accompagnando i suoi movimenti.
Giovanni strofinava la punta del suo pene contro il mio ano senza forzare. Dopo poco mi accorsi di collaborare attivamente, cercando di allargarmi. Poi, all’improvviso, sentii il mostro aprirsi un varco. Un senso di freddo accompagnò lo schiocco della rottura dello sfintere. Di nuovo la sensazione di soffocamento. Giovanni scivolava nelle mie viscere, penetrando così in profondità che immaginai assurdamente fosse diventato ancora più lungo. Il tempo si fermò. Non saprei dire quanto durò quella posizione prima che entrambi venissero in sincronia perfetta, depositando il loro sperma caldo e abbondante in profondità nel mio corpo: uno nella gola, l’altro nell’ano. Il liquido caldo mi colava dai due orifizi mentre crollavo sul pavimento, nuda, tremante, con i capelli appiccicati al viso e lo sperma che mi scorreva sul collo e tra i seni.
Giovanni si inginocchiò, mi appoggiò il pene ancora semi-duro in faccia e disse:
«Non spendere quella banconota. Ho tanti amici da presentarti.»
Da quel giorno ho continuato a incontrare Giovanni e altre persone con frequenza almeno bisettimanale. Non l’ho più fatto a casa mia. Le banconote adesso sono tre.

Il racconto è ora unificato in un’unica narrazione continua. Se desidera ulteriori modifiche, espansioni di altre scene o aggiustamenti di dettaglio, indichi pure.
scritto il
2026-09-19
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