La setta (parte 15)

di
genere
sadomaso

Forte era lo stordimento procurato dagli eventi che le pareva fossero precipitati con una velocità ed una forza pari ad uno tsunami, sentendosi investita dai fatti ma anche dalle emozioni, da tutte quelle persone che la guardavano e la salutavano con affetto ed amicizia, in attesa che lei, adempiendo alla responsabilità affidatale, li servisse.
La sua nudità quella sera assunse altra funzione, colore e sapore. Era uno strumento non per trattenere le persone ma per donarsi senza ulteriori fini, per far comprendere che tutto l’affetto che le avrebbero dato sarebbe stato recepito direttamente sulla sua pelle, così come lei nulla avrebbe avuto da nascondere delle sue emozioni nei loro confronti.
Provò, contemporaneamente, la voglia e la paura di iniziare a servire e a prendere tra le mani la responsabilità del lavoro altrui.
Non la spaventò il riferimento alle punizioni, anzi, l’aveva trovato opportuno e dovuto.
Così, non si accorse del cenno che Mattia aveva fatto verso il fondo della sala.
Solo all’ultimo vide salire sul palco un uomo grosso, alto, la cui forza traspariva in ogni suo movimento.
Avevo lo sguardo sereno ma deciso. Gli occhi scuri, benché sorridenti, guardavano con attenzione ogni movimento che lo circondava, come se avesse dovuto studiarlo e interpretarlo.
Lo riconobbe subito in colui che, qualche settimana addietro, aveva visto tenere al guinzaglio quegli schiavi che portavano sulle loro spalle le gerle pesanti e cariche di legna e che aveva frustato la ragazza troppo lenta.
Con una naturalezza che tutti accettarono, lei compresa, l’uomo, il cui nome scoprì essere Vincenzo, le mise un collare nero, in pelle, spesso. Attaccò un guinzaglio e la tirò per farsi seguire.
Si diresse verso un locale dedicato alla preparazione del personale e le ordinò di spogliarsi.
Il tono era deciso. Non sembrava un invito ma nemmeno un ordine. Era stato pronunciato come se fosse la cosa più naturale che avrebbe potuto dire.
Mentre si tolse i vestiti, l’uomo si dedicò ad altre operazioni, per nulla interessato alla sua nudità, a differenza di quanto accadeva con i suoi amanti che si godevano ogni istante della svestizione che lei riusciva a compiere con quella sensualità che le era innata.
L’uomo si rivolse verso lei senza prestare attenzione al suo corpo nudo.
Martina cominciava ad imparare, ed apprezzare, la nudità scevra da erotismo, solo quale gesto simbolico, al punto da non meritare nemmeno gli sguardi lascivi e carichi di eccitazione ai quali era abituata. I primi istanti quasi vi era rimasta male. Adesso, invece, li apprezzava e, anzi, le avrebbe dato fastidio il contrario.
Le piaceva la nudità, quasi cominciando a fare pace col proprio corpo che non era più la merce di scambio per avere attenzioni effimere dagli uomini.
“Inginocchiati”.
Non percepì erotismo, ed eseguì.
“Siediti sui talloni. Ecco, brava, così. Allarga appena le ginocchia. Non così tanto, non sei una sgualdrina. Devi solo dimostrare di non avere nulla da nascondere e di non avere timore della tua nudità del corpo e dell’anima. Così, brava. Appoggia le mani sulle cosce. No, non il palmo verso l’alto, non stai facendo l'elemosina".
Martina comprese che le stava solo insegnando l’attività del servizio.
“Brava. Devi pensare che sei in rispettosa attesa di poter servire coloro che apprezzeranno il tuo operato, consci del fatto che sei stata colei la quale ha avuto la responsabilità di portare loro quanto altri hanno coltivato, curato e preparato. Brava. Non devi tenere lo sguardo basso. Devi guardare avanti, appena in alto, così da osservare le espressioni di coloro che hai servito, per capire se il cibo è di loro gusto e se sono contenti del tuo lavoro. Brava”.
Prima di farla alzare le fece vedere un telecomando che, premuto, provocò una vibrazione al collare.
“Tu sei assegnata al tavolo 3, dalla parte dove siedono Mattia e Ilaria. Devi servire le prime 10 file, quindi 20 persone. Ciascun capotavola ha questo telecomando collegato alla persona che deve servire quella parte del tavolo. Quando ha bisogno di essere servito lo preme e la serva deve precipitarsi, inginocchiarsi e attendere l’ordine”.
Martine diede segno di avere capito. Era contenta di essere stata assegnata al tavolo dei leader, anche se sentiva doppia responsabilità. Provava sempre una sorte di attrazione e soggezione per Mattia ed Ilaria.
Andò a raggiungere gli altri servi in attesa di essere chiamata a prestare la propria opera. Non aveva ricevuto ordini ulteriori, quindi si apprestò a seguire gli altri e ad imitarli.
Cercò gli occhi di Mattia, ma lo trovò intento a parlare con i suoi vicini. Prima di distogliere lo sguardo, lo vide gettare a terra, in corrispondenza di Elena, un pezzo di pane.
Vincenzo era particolarmente eccitato da quella bella gnocca nuda che aveva avuto in ginocchio davanti a lui. Le avrebbe volentieri messo il cazzo in bocca mentre le raccontava tutte quelle panzane sulle responsabilità e sulla coltivazione. Lui sapeva che quelli erano solo schiavi che con quelle scuse alle quali non capiva come potessero fare a credere, servivano agli scopi di Mattia e Ilaria, per i quali lui era un valido collaboratore. Prima o poi avrebbe avuto a disposizione quel corpo. Mattia sapeva essere riconoscente e spesse volte gli prestava le sue schiave personali che erano sempre le più belle.
Lui aveva il diritto, però, di scopare tutte le altre, a piacimento. Certo, doveva farlo con tatto, senza far capire che erano schiave. Ormai ci sapeva fare ed aveva imparato a muoversi bene, guadagnando anche altrettanto bene. La sua preferita era Monica, la bestia da soma che adorava caricare per vederla in difficoltà e, così, frustarla. Lo eccitava vederla stremata per la fatica e, al termine del lavoro cui la sottoponeva, la trascinava al guinzaglio nella sua abitazione dove se lo faceva prima succhiare e, poi, la scopava.
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2026-07-28
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