La setta (parte 14)
di
Kugher
genere
sadomaso
Martina aveva visto tanto in quella comunità, ed aveva iniziato a prendere confidenza con la sottomissione e le punizioni come mezzo per ottenere disciplina e dedizione verso la comunità.
Le era stato spiegato che tutti erano al servizio di tutti e c’è un solo modo per essere al servizio della comunità, cioè servire, con devozione e umiltà.
Tuttavia restò basita quando entrò nella sala mensa. Come ogni comunità unita, la cena è un momento importante, di condivisione di una attività umana essenziale per l’esistenza.
Come sapeva, nella comunità vi erano animali per il latte, cavalli e quanto potesse essere utile. Non facevano ricorso a mezzi meccanici, quindi i campi erano arati con i buoi e la forza muscolare dei partecipanti.
La fatica ed il sudore (degli adepti) nobilitava e faceva apprezzare ogni singolo prodotto che avrebbero consumato.
In realtà questa scelta era dettata dalla necessità di lasciare addosso ai membri una costante stanchezza fisica che, unita ad una alimentazione che lasciava sempre una sensazione di fame, avrebbe portato molta stanchezza e poco desiderio di avere propri pensieri.
Tutto veniva riciclato e gli scarti erano sempre ridotti al minimo, per il rispetto verso la fatica fatta per produrre il cibo.
Vi erano 5 tavolate lunghe. In quella centrale, a capotavola, vi erano Mattia e Ilaria.
A tutti gli altri capitavola sedevano i responsabili della tavolata.
Il servizio era affidato a componenti della comunità, principalmente giovani e, soprattutto, nudi. La regola prevedeva tale condizione in quanto chi era deputato al servizio (prima o poi, in ogni attività, tutti a turno avrebbero servito, chi a tavola, chi altrove) doveva essere completamente offerto. I vestiti coprono, la nudità espone e, così, loro erano esposti ed offerti al servizio. Ovviamente nessun uso sessuale era permesso.
Martina, abituata a vedere la nudità come merce di scambio per le attenzioni, cominciò ad essere vista nella sua naturalezza.
I leader, invece, vedevano nella nudità un ulteriore tassello che predisponeva la gente ad accettare la sottomissione e quella schiavitù camuffata da comunità.
I giovani deputati al servizio per quella serata erano radunati in un angolo, in attesa.
Mattia ed Ilaria entrarono accompagnati da Elena e Martina.
La prima si accucciò a terra accanto alla sedia dei Padroni che, invece, salirono su un piccolo palco con Martina.
“Amici, abbiamo una nuova amica che ha voluto conoscerci ed avvicinarci. E’ una bellissima persona con un’anima che vale la pena conoscere, apprezzare e proteggere, da avvolgere e difendere da qualsiasi cosa, facendo gruppo contro chiunque la voglia colpire o anche solo ferire”.
Martina, a quelle parole pubbliche, provò una forte emozione.
“Questa sera l’ho invitata a cena, così che possa ulteriormente conoscerci ed apprezzarci. Le chiederei, se siete d’accordo, di farci l’onore di servirci.”
Si rivolse a Martina.
“Amica mia e nostra, servire la cena è cosa importante. Tutti i giovani laggiù in attesa sono onorati di poter svolgere questo servizio in quanto, benché apparentemente secondario, è importante tanto quanto la coltivazione e la preparazione. E’ una parte fondamentale della comunità perché senza nessuno che, con ordine e disciplina, serva la cena, tutta la coltivazione e la preparazione andrebbero persi. Il mondo esterno guarda con sufficienza ed altezzosità coloro che servono. Noi, invece, li apprezziamo e siamo onorati di essere serviti da loro. Noi apprezziamo ogni piccolo gesto di coloro che sono utili, anche con lavori che il resto del mondo ritiene umili, mentre noi li riteniamo nobili. Attenta, però, amica mia e nostra. Avete una responsabilità enorme, perché, nel servire, trasportate il frutto del lavoro di chi ha coltivato, tenuto gli animali e preparato il cibo. Nulla va perso e tutto va trattato con rispetto. Tu sai che la mancanza di rispetto e di attenzione per il lavoro altrui, porta a punizioni”.
Martina era confusa.
“Vuoi quindi farci l’onore di assumerti la responsabilità del servizio questa sera? Sarebbe per noi un grande onore affidare questa responsabilità ad una nuova amica, nella speranza che, condividendo i nostri valori, tu voglia stare con noi. Decisione che puoi assumere solo dopo averci conosciuti e apprezzati, così come noi abbiamo conosciuto ed apprezzato te”.
La ragazza avvertì dentro di sé un turbinio di emozioni composte da paure, desideri, voglia di essere accolta e timore di non farcela, voglia di ricevere protezione e amore da tutta quella gente che viveva con le porte aperte, pronta ad accogliere chiunque della comunità avesse avuto voglia di sedersi ai loro tavolini. Aveva voglia di essere apprezzata e non giudicata, ma, anzi, aiutata ad affrontare le paure senza timore alcuno”.
“Sarebbe per me un enorme piacere”.
Prevalse, in lei, il desiderio del gruppo, della forza, dell’apprezzamento, della fine della finzione per potersi abbandonare, a qualunque costo, comprendendo anche l'importanza delle punizioni che pensava le avrebbero lavato l’anima dagli errori, come se fossero utili per un reset che la rimettesse, pulita, in carreggiata.
Le era stato spiegato che tutti erano al servizio di tutti e c’è un solo modo per essere al servizio della comunità, cioè servire, con devozione e umiltà.
Tuttavia restò basita quando entrò nella sala mensa. Come ogni comunità unita, la cena è un momento importante, di condivisione di una attività umana essenziale per l’esistenza.
Come sapeva, nella comunità vi erano animali per il latte, cavalli e quanto potesse essere utile. Non facevano ricorso a mezzi meccanici, quindi i campi erano arati con i buoi e la forza muscolare dei partecipanti.
La fatica ed il sudore (degli adepti) nobilitava e faceva apprezzare ogni singolo prodotto che avrebbero consumato.
In realtà questa scelta era dettata dalla necessità di lasciare addosso ai membri una costante stanchezza fisica che, unita ad una alimentazione che lasciava sempre una sensazione di fame, avrebbe portato molta stanchezza e poco desiderio di avere propri pensieri.
Tutto veniva riciclato e gli scarti erano sempre ridotti al minimo, per il rispetto verso la fatica fatta per produrre il cibo.
Vi erano 5 tavolate lunghe. In quella centrale, a capotavola, vi erano Mattia e Ilaria.
A tutti gli altri capitavola sedevano i responsabili della tavolata.
Il servizio era affidato a componenti della comunità, principalmente giovani e, soprattutto, nudi. La regola prevedeva tale condizione in quanto chi era deputato al servizio (prima o poi, in ogni attività, tutti a turno avrebbero servito, chi a tavola, chi altrove) doveva essere completamente offerto. I vestiti coprono, la nudità espone e, così, loro erano esposti ed offerti al servizio. Ovviamente nessun uso sessuale era permesso.
Martina, abituata a vedere la nudità come merce di scambio per le attenzioni, cominciò ad essere vista nella sua naturalezza.
I leader, invece, vedevano nella nudità un ulteriore tassello che predisponeva la gente ad accettare la sottomissione e quella schiavitù camuffata da comunità.
I giovani deputati al servizio per quella serata erano radunati in un angolo, in attesa.
Mattia ed Ilaria entrarono accompagnati da Elena e Martina.
La prima si accucciò a terra accanto alla sedia dei Padroni che, invece, salirono su un piccolo palco con Martina.
“Amici, abbiamo una nuova amica che ha voluto conoscerci ed avvicinarci. E’ una bellissima persona con un’anima che vale la pena conoscere, apprezzare e proteggere, da avvolgere e difendere da qualsiasi cosa, facendo gruppo contro chiunque la voglia colpire o anche solo ferire”.
Martina, a quelle parole pubbliche, provò una forte emozione.
“Questa sera l’ho invitata a cena, così che possa ulteriormente conoscerci ed apprezzarci. Le chiederei, se siete d’accordo, di farci l’onore di servirci.”
Si rivolse a Martina.
“Amica mia e nostra, servire la cena è cosa importante. Tutti i giovani laggiù in attesa sono onorati di poter svolgere questo servizio in quanto, benché apparentemente secondario, è importante tanto quanto la coltivazione e la preparazione. E’ una parte fondamentale della comunità perché senza nessuno che, con ordine e disciplina, serva la cena, tutta la coltivazione e la preparazione andrebbero persi. Il mondo esterno guarda con sufficienza ed altezzosità coloro che servono. Noi, invece, li apprezziamo e siamo onorati di essere serviti da loro. Noi apprezziamo ogni piccolo gesto di coloro che sono utili, anche con lavori che il resto del mondo ritiene umili, mentre noi li riteniamo nobili. Attenta, però, amica mia e nostra. Avete una responsabilità enorme, perché, nel servire, trasportate il frutto del lavoro di chi ha coltivato, tenuto gli animali e preparato il cibo. Nulla va perso e tutto va trattato con rispetto. Tu sai che la mancanza di rispetto e di attenzione per il lavoro altrui, porta a punizioni”.
Martina era confusa.
“Vuoi quindi farci l’onore di assumerti la responsabilità del servizio questa sera? Sarebbe per noi un grande onore affidare questa responsabilità ad una nuova amica, nella speranza che, condividendo i nostri valori, tu voglia stare con noi. Decisione che puoi assumere solo dopo averci conosciuti e apprezzati, così come noi abbiamo conosciuto ed apprezzato te”.
La ragazza avvertì dentro di sé un turbinio di emozioni composte da paure, desideri, voglia di essere accolta e timore di non farcela, voglia di ricevere protezione e amore da tutta quella gente che viveva con le porte aperte, pronta ad accogliere chiunque della comunità avesse avuto voglia di sedersi ai loro tavolini. Aveva voglia di essere apprezzata e non giudicata, ma, anzi, aiutata ad affrontare le paure senza timore alcuno”.
“Sarebbe per me un enorme piacere”.
Prevalse, in lei, il desiderio del gruppo, della forza, dell’apprezzamento, della fine della finzione per potersi abbandonare, a qualunque costo, comprendendo anche l'importanza delle punizioni che pensava le avrebbero lavato l’anima dagli errori, come se fossero utili per un reset che la rimettesse, pulita, in carreggiata.
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