Il bacio nel bagno
di
Impotente
genere
corna
Il bacio nel bagno
Di impotente@proton.me
Un anno e mezzo fa ero appena uscito da una relazione intensa, forse troppo intensa. Io stavo per compiere sessantatré anni, lei ne aveva trentotto. Una donna bellissima, complicata, di cui mi ero innamorato con una forza che non riuscivo a controllare. Sapevo benissimo che non sarebbe potuto durare, eppure ci ricasco sempre. Si comincia con il sesso e, quasi senza accorgermene, mi ritrovo a perdere la testa come un ragazzo. Anche se mi dico che sono uno stupido stronzo, finisco comunque per lasciarmi travolgere dalla passione, che prima o poi si trasforma in qualcosa di più profondo. Come sempre mi ero ripromesso di non innamorarmi più. E come sempre quella promessa era stata fatta al vento.
Ma quella è un’altra storia. Una storia che ancora mi brucia un poco, e che racconterò un’altra volta.
Quel venerdì di febbraio del 2025 ero a pranzo con un fornitore di Parma. Mi aveva portato in un ristorante tranquillo, immerso nella campagna parmense. Parlavamo di lavoro, di progetti, di listini. Io cercavo di ottenere prezzi più bassi, lui resisteva con quella cortesia un po’ ostinata tipica di chi conosce bene il proprio mestiere. Niente di insolito. Aspettavamo i primi, intanto sbriciolavo il pane e bevevo un rosso eccellente, denso e caldo.
Dopo qualche minuto sentii un certo movimento all’ingresso. Entrò una coppia anziana: lui ancora sotto gli ottant’anni, lei di poco più giovane. Il mio commensale si chinò verso di me e mi sussurrò che si trattava di un noto politico emiliano, esponente di un partito di sinistra, spesso ospite dei dibattiti televisivi. Io lo riconobbi solo dopo che me lo ebbe detto. Quello che davvero mi colpì, però, fu la sua signora.
Era una donna di un’eleganza discreta e raffinata, con una chioma bianchissima che le incorniciava il viso. Nonostante l’età e qualche chilo di troppo, aveva un portamento straordinario. Dal momento in cui varcò la soglia, sembrò che il locale si fosse improvvisamente illuminato. Rimasi ammaliato. Solo più tardi scoprii che aveva settantacinque anni: a un primo sguardo l’avrei detta mia coetanea. La pelle era ancora limpida, quasi perfetta, e il seno generoso esaltava la sua figura con una naturalezza che non riuscivo a ignorare.
Da quando era entrata, la mia attenzione non riusciva più a staccarsi da lei. Andavo in confusione. Non mi era mai capitato di essere attratto in quel modo da una donna così anziana. Eppure lei aveva un alone particolare, un sorriso quieto e perfetto che mi toglieva lucidità.
Arrivarono i primi: tagliolini al ragù, eccellenti. Cercai di non guardarla con troppa insistenza e di tornare alla conversazione. Il vino, intanto, aveva reso l’atmosfera più leggera. Ridevamo, ci scambiavamo battute, e il mio fornitore, che ovviamente si era accorto di dove andasse il mio sguardo, cominciò a canzonarmi.
«Gianni, ma dai… con tutte le fighe che ci sono, ti piace proprio quella lì? Cazzo, hai visto la cameriera? Quella sì che è una fighetta, e che culo…»
Il tono era quello di sempre, grossolano e amichevole. Io sorrisi, ma dentro continuavo a sentire lo sguardo di quella donna bianca come un richiamo che non riuscivo a spegnere.
Distolsi volutamente lo sguardo da lei. Eppure credo che si fosse accorta del mio interesse. Da quando mi ero imposto di non guardarla più, anche lei cominciò a lanciare verso di me occhiate fugaci, ma intense. Era un gioco sottile, fatto di sguardi rubati, un dialogo silenzioso che si era instaurato fra noi senza una parola. Una sensazione strana, che non avevo mai provato.
Suo marito, intanto, non la degnava di uno sguardo. Continuava a rispondere al telefono, a messaggiare, immerso nelle sue faccende come se lei non esistesse.
Io cercavo di evitare i suoi occhi, ma dentro di me era scattato qualcosa di più inquietante: un desiderio lento, che conoscevo bene e che stava già trasformandosi in una leggera eccitazione sessuale. Mi meravigliavo di me stesso. Fra me e me pensavo: «Cazzo, Gianni, devi essere proprio malato. Hai bisogno di sesso, devi sfogarti. Come diavolo ti può piacere una donna così vecchia?»
Ma più cercavo di cacciare via quei pensieri, più il mio corpo li tradiva. Il cazzo viveva di vita propria, già fantasticava di leccarle i capezzoli. Che scemo.
Finito il primo, chiesi venia al mio ospite e mi alzai per andare in bagno a rinfrescarmi. Nel passare accanto al loro tavolo non potei fare a meno di sentire il suo profumo: floreale, delicato eppure intenso. Lei alzò lo sguardo verso di me e mi sorrise. Io ricambiai. Una sensazione piacevole, quasi dolce. I suoi occhi nei miei sembravano riconoscermi, come se esistesse già una sintonia innata, qualcosa di immediato e inspiegabile.
In bagno mi lavai il viso e mi guardai allo specchio. «Ma cazzo faccio… Gianni, lascia perdere.»
Quando rientrai nel salone, il suo sguardo mi seguì fin dall’ingresso. Il gioco di occhi si ripeté, più consapevole di prima. Era la conferma: fra noi c’era una sintonia speciale, un’intesa sottile che andava oltre ogni logica comprensibile.
Il pranzo proseguì. Mi imposi di non guardare più verso quel tavolo, anche se era difficile: li avevo praticamente di fronte. Quando lei sbirciava, facevo il distaccato e cercavo di concentrarmi sul mio fornitore. Piano piano trovammo un’intesa, e alla fine raggiungemmo un accordo. Durante il dessert lui ordinò, insieme al dolce, un vin santo decisamente alcolico per brindare. Eravamo entrambi soddisfatti: quel compromesso andava bene a entrambi e, data l’importanza della commessa, avrebbe garantito un buon ritorno.
La coppia, nel frattempo, continuava a pranzare. Lei restava un po’ in disparte, mentre il marito era assorbito dalle sue cose. Mi accorsi che era attratta dalla nostra allegria misurata, quasi desiderasse partecipare a quella leggera, serena felicità.
Dopo il vin santo mi alzai di nuovo e andai in bagno, per riordinarmi e recuperare un po’ di lucidità. Ero davanti al lavandino, finivo di sciacquarmi le mani, quando all’improvviso arrivò lei. Il suo sorriso e il suo sguardo, riflessi nello specchio, mi arrivarono dritti dentro. Mi voltai, scusandomi per le spalle.
Sorridendo mi disse che aveva notato la nostra allegria e che era felice di vedere due persone contente che festeggiavano. Le raccontai dell’accordo, spiegandole quanto fosse un passo importante sia per me sia per il mio fornitore. Poi non riuscii a trattenermi: le dissi quanto mi avesse colpito la sua eleganza innata e i suoi modi così signorili.
Lei sorrise. Mi rispose che era felice che, alla sua età, qualcuno la notasse ancora, e che anche io l’avevo colpita per l’intensità del mio sguardo.
Oddio, ecco che ci risiamo, pensai. Un’altra donna che mi entra nell’anima.
Eravamo a pochi centimetri. Sentivo il calore del suo corpo e quel seno così generoso, così evidente. Lei aveva capito che mi piaceva. Le dissi che non riuscivo a spiegarmi come un marito, a pranzo con una moglie così bella, potesse non corteggiarla e non ammirarla.
Si incupì un poco. Capii di aver toccato un punto dolente. Mi rispose che suo marito era assorto solo nei suoi interessi, e che lei non era più tra le sue priorità.
Allora mi presentai.
«Mi chiamo Gianni…»
Lei mi porse la mano.
«Piacere, Raffaella… ma per gli amici, Lella.»
Quando strinsi la sua mano sentii un fremito, una scossa leggera. La sentì anche lei. Come due ragazzini ci tirammo l’uno verso l’altra e ci baciammo. Non ero più padrone di me. Mi lasciai travolgere da quell’incontro. All’inizio fu titubante, poi si abbandonò al bacio e ci abbracciammo con una naturalezza che non avevo mai provato. Il cuore a mille, i sensi in subbuglio.
Fu un bacio di pura sintonia e di passione. Ma entrambi ci rendemmo conto quasi subito che stavamo correndo troppo. Anche se quell’epilogo così intenso ci era sembrato naturale, ci distaccammo. Ci guardammo negli occhi, un attimo di imbarazzo, e poi sorridemmo.
«Gianni, ma che stiamo facendo!» disse lei.
Io, sorridendo: «Lella, sei meravigliosa. Non lo so… mi è venuto di baciarti. Perdonami, non volevo offenderti. Scusa, ma mi è venuto così naturale. Scusa ancora.»
Lei mi guardò e, irrigidendosi un poco, rispose: «Sono sposata… non posso.»
Mi staccai a mia volta, palesemente imbarazzato.
Lei, più dolce: «Comunque grazie. È stato un bel momento.»
Ripresi un tono più composto e le dissi che mi sarebbe piaciuto conoscerla. Le porsi il mio biglietto da visita.
«Perdonami. Lo so che non siamo più dei ragazzini… anche se per un attimo sono tornato ai miei quindici anni. Grazie, Lella. Perdonami.»
Lei sorrise, imbarazzata.
«Non devi scusarti. Anch’io non ho capito nulla e mi sono lasciata trasportare… sarà il vino di queste parti.»
Ridemmo. Prese il bigliettino e lo mise nella borsetta.
Mi congedai dicendole che era una donna meravigliosa, unica. Poi, ancora imbarazzato, uscii dal bagno.
Dopo quell’incontro così strano e quel bacio breve ma intenso, di Lella non seppi più nulla per un po’. Di tanto in tanto, però, facevo ricerche su internet. Leggevo la sua biografia e quella del marito, guardavo le foto che li ritraevano insieme ai convegni. Pur avendo sentito più volte il cognome del consorte, non seguivo le sue vicende politiche: non ero certo in linea con le sue idee, anzi. Scoprii invece che quella bella donna era anche lei coinvolta in ruoli di partito, che era docente universitaria e che aveva scritto diversi libri, sia di carattere politico sia alcuni romanzi d’amore in cui faceva vivere passioni e debolezze umane tipiche della sua terra natia.
Un giorno ero a Milano, presso la Feltrinelli. Per pura curiosità entrai e cercai uno dei suoi romanzi. Volevo capirla meglio, conoscere il suo modo di pensare, i suoi sogni. Comprai l’ultimo. Mai mi sarei permesso di disturbarla. Forse mi era bastato quel bacio. Il mio stupido orgoglio di maschio si era saziatо di quella fugace conquista. Lo so, sono un pirla.
Poi arrivò una mattina di maggio. Nella notte mi era giunto un messaggio da un numero che non avevo in rubrica. Non ci feci troppo caso: con il mio lavoro ricevo contatti da tutto il mondo, e spesso arrivano messaggi da numeri sconosciuti. Non lo lessi subito. Solo nel pomeriggio, scorrendo i vari WhatsApp, lessi:
«Ciao, ho visto il sito della tua azienda e sai, visto che ti interessi di solare da anni, vorrei sapere se mi puoi dare un consiglio per la mia casa in campagna. Lella.»
All’inizio pensai fosse mia cugina Lella – in realtà si chiama Gabriella – e che avesse cambiato numero. Mi dissi: ma cavoli, perché non mi chiama? Stavo per comporre il numero di Gabriella quando mi tornò in mente quell’incontro al ristorante, quel bacio con quella Lella. Il cuore mi prese a battere forte, da ragazzino scemo. Ripensai a quelle labbra morbide, a quel seno contro il mio petto… alle sensazioni.
Risposi:
«Ciao, ma certo Lella, figurati. Con piacere. Chiamami quando puoi e vuoi e mi spieghi…»
Non insistetti oltre. Non volevo essere invadente, anche se avrei voluto chiamarla subito.
Prima di pranzo ero in ufficio quando squillò il cellulare. Era lei.
«Ciao Gianni, come stai?»
«Ciao Lella… che piacere. Tutto bene, sempre un casino, ma ci sono abituato. Tu come stai? Raccontami. Se posso darti una mano, volentieri… scusa, mi sento ancora un po’ imbarazzato per l’altra volta.»
«Ma no, non esserlo. È stato bello, davvero. Non scontato. Guarda, non ho resistito a curiosare un po’ su di te e su cosa fai. Visto che ti occupi di impianti solari, mi sono detta: perché non sentirlo? Magari mi dà un parere.»
«Hai fatto benissimo. E anch’io… pure senza avere riferimenti precisi, ho dato un’occhiata. Ho visto di cosa ti occupi, i tuoi libri… anzi, ti confesso che ne ho comprato uno. L’ultimo. La sera, prima di dormire, lo leggo. È strano, ma leggendo le tue parole mi viene da ripensarti.»
Lei rise piano.
«Ma dai… che bello. Allora sei diventato un mio lettore. Mi fa piacere, Gianni. Ti ho scritto perché ho questo casale di campagna, ereditato dai miei. Lo sto ristrutturando e vorrei mettere il solare. Io non ci capisco niente, e il geometra che mi segue… boh, mi sembra un po’ facilone. Non sa darmi indicazioni chiare.»
«Certo, figurati. Dovrei vedere il progetto di ristrutturazione e almeno la posizione. Da lì mi faccio un’idea con le mappe satellitari.»
«Ah, la posizione te la mando subito, nessuno problema. Io sto qui da un paio di mesi, nell’ala già sistemata. Per i progetti chiedo a Vittorio, il geometra, e te li faccio arrivare via mail. …Senti, non è che passi dalle parti di Parma dal tuo fornitore?»
«Sì, dopodomani sono in zona. Così è meglio: vengo, vedo di persona e ti do una soluzione più precisa.»
«Perfetto. Grazie, Gianni, sono contenta. Ora ti mando la posizione e mi chiami per l’orario, che mi organizzo. Io sono praticamente sempre qui.»
«A prestissimo, Lella. Grazie a te di avermi pensato.»
«Ciao Gianni… sono felice.»
La telefonata si chiuse con quella promessa di vedersi. Io ero felice. Davvero felice, come un ragazzino. Allora non ero stato solo io a pensare a lei.
Mi arrivò il messaggio con la posizione. Andai subito a vedere di dove si trattasse. Le possibilità erano molteplici. La mia mente immaginò quella bella donna lì, in quella campagna parmense così prosperosa… prosperosa e affascinante come lei. Una felicità coinvolgente e immotivata mi aveva avvolto. L’idea di rivederla mi aveva acceso i sensi. Il ricordo dei suoi occhi, di quel bacio, mi eccitava. Era un piacere averla nei pensieri, come un abbraccio.
Risposi al messaggio e cominciammo a chattare. Si era aperto un canale. A un certo punto le parlai del romanzo, di alcune scene d’amore tra i personaggi. La stuzzicai un po’:
«Certe parti sono davvero hot… soprattutto quella sulla cascina, in mezzo al fieno. Molto dettagliata. Mi chiedevo se ci fosse qualcosa di autobiografico, dei tuoi amori di gioventù.»
Lei rispose con un leggero imbarazzo tra le righe:
«Era la mia prima volta, con il mio primo ragazzo. Ma non è stata così… come dire, sfacciata e lunga come l’ho scritta. Era semplice, veloce, un po’ impacciata. Quello che ho messo nel libro era quello che avrei voluto che fosse.»
Io:
«I tuoi pensieri, scritti così, sono vivissimi. Mi hanno eccitato.»
Lei:
«Mi fa piacere. E a dirla tutta… anche quel bacio nel bagno del ristorante mi ha eccitata come non mi ricordavo più.»
Stavamo entrando in confidenza. E il desiderio di rivederci era ormai reciproco, e cominciava a farsi urgente.
Per info impotente@proton.me
Di impotente@proton.me
Un anno e mezzo fa ero appena uscito da una relazione intensa, forse troppo intensa. Io stavo per compiere sessantatré anni, lei ne aveva trentotto. Una donna bellissima, complicata, di cui mi ero innamorato con una forza che non riuscivo a controllare. Sapevo benissimo che non sarebbe potuto durare, eppure ci ricasco sempre. Si comincia con il sesso e, quasi senza accorgermene, mi ritrovo a perdere la testa come un ragazzo. Anche se mi dico che sono uno stupido stronzo, finisco comunque per lasciarmi travolgere dalla passione, che prima o poi si trasforma in qualcosa di più profondo. Come sempre mi ero ripromesso di non innamorarmi più. E come sempre quella promessa era stata fatta al vento.
Ma quella è un’altra storia. Una storia che ancora mi brucia un poco, e che racconterò un’altra volta.
Quel venerdì di febbraio del 2025 ero a pranzo con un fornitore di Parma. Mi aveva portato in un ristorante tranquillo, immerso nella campagna parmense. Parlavamo di lavoro, di progetti, di listini. Io cercavo di ottenere prezzi più bassi, lui resisteva con quella cortesia un po’ ostinata tipica di chi conosce bene il proprio mestiere. Niente di insolito. Aspettavamo i primi, intanto sbriciolavo il pane e bevevo un rosso eccellente, denso e caldo.
Dopo qualche minuto sentii un certo movimento all’ingresso. Entrò una coppia anziana: lui ancora sotto gli ottant’anni, lei di poco più giovane. Il mio commensale si chinò verso di me e mi sussurrò che si trattava di un noto politico emiliano, esponente di un partito di sinistra, spesso ospite dei dibattiti televisivi. Io lo riconobbi solo dopo che me lo ebbe detto. Quello che davvero mi colpì, però, fu la sua signora.
Era una donna di un’eleganza discreta e raffinata, con una chioma bianchissima che le incorniciava il viso. Nonostante l’età e qualche chilo di troppo, aveva un portamento straordinario. Dal momento in cui varcò la soglia, sembrò che il locale si fosse improvvisamente illuminato. Rimasi ammaliato. Solo più tardi scoprii che aveva settantacinque anni: a un primo sguardo l’avrei detta mia coetanea. La pelle era ancora limpida, quasi perfetta, e il seno generoso esaltava la sua figura con una naturalezza che non riuscivo a ignorare.
Da quando era entrata, la mia attenzione non riusciva più a staccarsi da lei. Andavo in confusione. Non mi era mai capitato di essere attratto in quel modo da una donna così anziana. Eppure lei aveva un alone particolare, un sorriso quieto e perfetto che mi toglieva lucidità.
Arrivarono i primi: tagliolini al ragù, eccellenti. Cercai di non guardarla con troppa insistenza e di tornare alla conversazione. Il vino, intanto, aveva reso l’atmosfera più leggera. Ridevamo, ci scambiavamo battute, e il mio fornitore, che ovviamente si era accorto di dove andasse il mio sguardo, cominciò a canzonarmi.
«Gianni, ma dai… con tutte le fighe che ci sono, ti piace proprio quella lì? Cazzo, hai visto la cameriera? Quella sì che è una fighetta, e che culo…»
Il tono era quello di sempre, grossolano e amichevole. Io sorrisi, ma dentro continuavo a sentire lo sguardo di quella donna bianca come un richiamo che non riuscivo a spegnere.
Distolsi volutamente lo sguardo da lei. Eppure credo che si fosse accorta del mio interesse. Da quando mi ero imposto di non guardarla più, anche lei cominciò a lanciare verso di me occhiate fugaci, ma intense. Era un gioco sottile, fatto di sguardi rubati, un dialogo silenzioso che si era instaurato fra noi senza una parola. Una sensazione strana, che non avevo mai provato.
Suo marito, intanto, non la degnava di uno sguardo. Continuava a rispondere al telefono, a messaggiare, immerso nelle sue faccende come se lei non esistesse.
Io cercavo di evitare i suoi occhi, ma dentro di me era scattato qualcosa di più inquietante: un desiderio lento, che conoscevo bene e che stava già trasformandosi in una leggera eccitazione sessuale. Mi meravigliavo di me stesso. Fra me e me pensavo: «Cazzo, Gianni, devi essere proprio malato. Hai bisogno di sesso, devi sfogarti. Come diavolo ti può piacere una donna così vecchia?»
Ma più cercavo di cacciare via quei pensieri, più il mio corpo li tradiva. Il cazzo viveva di vita propria, già fantasticava di leccarle i capezzoli. Che scemo.
Finito il primo, chiesi venia al mio ospite e mi alzai per andare in bagno a rinfrescarmi. Nel passare accanto al loro tavolo non potei fare a meno di sentire il suo profumo: floreale, delicato eppure intenso. Lei alzò lo sguardo verso di me e mi sorrise. Io ricambiai. Una sensazione piacevole, quasi dolce. I suoi occhi nei miei sembravano riconoscermi, come se esistesse già una sintonia innata, qualcosa di immediato e inspiegabile.
In bagno mi lavai il viso e mi guardai allo specchio. «Ma cazzo faccio… Gianni, lascia perdere.»
Quando rientrai nel salone, il suo sguardo mi seguì fin dall’ingresso. Il gioco di occhi si ripeté, più consapevole di prima. Era la conferma: fra noi c’era una sintonia speciale, un’intesa sottile che andava oltre ogni logica comprensibile.
Il pranzo proseguì. Mi imposi di non guardare più verso quel tavolo, anche se era difficile: li avevo praticamente di fronte. Quando lei sbirciava, facevo il distaccato e cercavo di concentrarmi sul mio fornitore. Piano piano trovammo un’intesa, e alla fine raggiungemmo un accordo. Durante il dessert lui ordinò, insieme al dolce, un vin santo decisamente alcolico per brindare. Eravamo entrambi soddisfatti: quel compromesso andava bene a entrambi e, data l’importanza della commessa, avrebbe garantito un buon ritorno.
La coppia, nel frattempo, continuava a pranzare. Lei restava un po’ in disparte, mentre il marito era assorbito dalle sue cose. Mi accorsi che era attratta dalla nostra allegria misurata, quasi desiderasse partecipare a quella leggera, serena felicità.
Dopo il vin santo mi alzai di nuovo e andai in bagno, per riordinarmi e recuperare un po’ di lucidità. Ero davanti al lavandino, finivo di sciacquarmi le mani, quando all’improvviso arrivò lei. Il suo sorriso e il suo sguardo, riflessi nello specchio, mi arrivarono dritti dentro. Mi voltai, scusandomi per le spalle.
Sorridendo mi disse che aveva notato la nostra allegria e che era felice di vedere due persone contente che festeggiavano. Le raccontai dell’accordo, spiegandole quanto fosse un passo importante sia per me sia per il mio fornitore. Poi non riuscii a trattenermi: le dissi quanto mi avesse colpito la sua eleganza innata e i suoi modi così signorili.
Lei sorrise. Mi rispose che era felice che, alla sua età, qualcuno la notasse ancora, e che anche io l’avevo colpita per l’intensità del mio sguardo.
Oddio, ecco che ci risiamo, pensai. Un’altra donna che mi entra nell’anima.
Eravamo a pochi centimetri. Sentivo il calore del suo corpo e quel seno così generoso, così evidente. Lei aveva capito che mi piaceva. Le dissi che non riuscivo a spiegarmi come un marito, a pranzo con una moglie così bella, potesse non corteggiarla e non ammirarla.
Si incupì un poco. Capii di aver toccato un punto dolente. Mi rispose che suo marito era assorto solo nei suoi interessi, e che lei non era più tra le sue priorità.
Allora mi presentai.
«Mi chiamo Gianni…»
Lei mi porse la mano.
«Piacere, Raffaella… ma per gli amici, Lella.»
Quando strinsi la sua mano sentii un fremito, una scossa leggera. La sentì anche lei. Come due ragazzini ci tirammo l’uno verso l’altra e ci baciammo. Non ero più padrone di me. Mi lasciai travolgere da quell’incontro. All’inizio fu titubante, poi si abbandonò al bacio e ci abbracciammo con una naturalezza che non avevo mai provato. Il cuore a mille, i sensi in subbuglio.
Fu un bacio di pura sintonia e di passione. Ma entrambi ci rendemmo conto quasi subito che stavamo correndo troppo. Anche se quell’epilogo così intenso ci era sembrato naturale, ci distaccammo. Ci guardammo negli occhi, un attimo di imbarazzo, e poi sorridemmo.
«Gianni, ma che stiamo facendo!» disse lei.
Io, sorridendo: «Lella, sei meravigliosa. Non lo so… mi è venuto di baciarti. Perdonami, non volevo offenderti. Scusa, ma mi è venuto così naturale. Scusa ancora.»
Lei mi guardò e, irrigidendosi un poco, rispose: «Sono sposata… non posso.»
Mi staccai a mia volta, palesemente imbarazzato.
Lei, più dolce: «Comunque grazie. È stato un bel momento.»
Ripresi un tono più composto e le dissi che mi sarebbe piaciuto conoscerla. Le porsi il mio biglietto da visita.
«Perdonami. Lo so che non siamo più dei ragazzini… anche se per un attimo sono tornato ai miei quindici anni. Grazie, Lella. Perdonami.»
Lei sorrise, imbarazzata.
«Non devi scusarti. Anch’io non ho capito nulla e mi sono lasciata trasportare… sarà il vino di queste parti.»
Ridemmo. Prese il bigliettino e lo mise nella borsetta.
Mi congedai dicendole che era una donna meravigliosa, unica. Poi, ancora imbarazzato, uscii dal bagno.
Dopo quell’incontro così strano e quel bacio breve ma intenso, di Lella non seppi più nulla per un po’. Di tanto in tanto, però, facevo ricerche su internet. Leggevo la sua biografia e quella del marito, guardavo le foto che li ritraevano insieme ai convegni. Pur avendo sentito più volte il cognome del consorte, non seguivo le sue vicende politiche: non ero certo in linea con le sue idee, anzi. Scoprii invece che quella bella donna era anche lei coinvolta in ruoli di partito, che era docente universitaria e che aveva scritto diversi libri, sia di carattere politico sia alcuni romanzi d’amore in cui faceva vivere passioni e debolezze umane tipiche della sua terra natia.
Un giorno ero a Milano, presso la Feltrinelli. Per pura curiosità entrai e cercai uno dei suoi romanzi. Volevo capirla meglio, conoscere il suo modo di pensare, i suoi sogni. Comprai l’ultimo. Mai mi sarei permesso di disturbarla. Forse mi era bastato quel bacio. Il mio stupido orgoglio di maschio si era saziatо di quella fugace conquista. Lo so, sono un pirla.
Poi arrivò una mattina di maggio. Nella notte mi era giunto un messaggio da un numero che non avevo in rubrica. Non ci feci troppo caso: con il mio lavoro ricevo contatti da tutto il mondo, e spesso arrivano messaggi da numeri sconosciuti. Non lo lessi subito. Solo nel pomeriggio, scorrendo i vari WhatsApp, lessi:
«Ciao, ho visto il sito della tua azienda e sai, visto che ti interessi di solare da anni, vorrei sapere se mi puoi dare un consiglio per la mia casa in campagna. Lella.»
All’inizio pensai fosse mia cugina Lella – in realtà si chiama Gabriella – e che avesse cambiato numero. Mi dissi: ma cavoli, perché non mi chiama? Stavo per comporre il numero di Gabriella quando mi tornò in mente quell’incontro al ristorante, quel bacio con quella Lella. Il cuore mi prese a battere forte, da ragazzino scemo. Ripensai a quelle labbra morbide, a quel seno contro il mio petto… alle sensazioni.
Risposi:
«Ciao, ma certo Lella, figurati. Con piacere. Chiamami quando puoi e vuoi e mi spieghi…»
Non insistetti oltre. Non volevo essere invadente, anche se avrei voluto chiamarla subito.
Prima di pranzo ero in ufficio quando squillò il cellulare. Era lei.
«Ciao Gianni, come stai?»
«Ciao Lella… che piacere. Tutto bene, sempre un casino, ma ci sono abituato. Tu come stai? Raccontami. Se posso darti una mano, volentieri… scusa, mi sento ancora un po’ imbarazzato per l’altra volta.»
«Ma no, non esserlo. È stato bello, davvero. Non scontato. Guarda, non ho resistito a curiosare un po’ su di te e su cosa fai. Visto che ti occupi di impianti solari, mi sono detta: perché non sentirlo? Magari mi dà un parere.»
«Hai fatto benissimo. E anch’io… pure senza avere riferimenti precisi, ho dato un’occhiata. Ho visto di cosa ti occupi, i tuoi libri… anzi, ti confesso che ne ho comprato uno. L’ultimo. La sera, prima di dormire, lo leggo. È strano, ma leggendo le tue parole mi viene da ripensarti.»
Lei rise piano.
«Ma dai… che bello. Allora sei diventato un mio lettore. Mi fa piacere, Gianni. Ti ho scritto perché ho questo casale di campagna, ereditato dai miei. Lo sto ristrutturando e vorrei mettere il solare. Io non ci capisco niente, e il geometra che mi segue… boh, mi sembra un po’ facilone. Non sa darmi indicazioni chiare.»
«Certo, figurati. Dovrei vedere il progetto di ristrutturazione e almeno la posizione. Da lì mi faccio un’idea con le mappe satellitari.»
«Ah, la posizione te la mando subito, nessuno problema. Io sto qui da un paio di mesi, nell’ala già sistemata. Per i progetti chiedo a Vittorio, il geometra, e te li faccio arrivare via mail. …Senti, non è che passi dalle parti di Parma dal tuo fornitore?»
«Sì, dopodomani sono in zona. Così è meglio: vengo, vedo di persona e ti do una soluzione più precisa.»
«Perfetto. Grazie, Gianni, sono contenta. Ora ti mando la posizione e mi chiami per l’orario, che mi organizzo. Io sono praticamente sempre qui.»
«A prestissimo, Lella. Grazie a te di avermi pensato.»
«Ciao Gianni… sono felice.»
La telefonata si chiuse con quella promessa di vedersi. Io ero felice. Davvero felice, come un ragazzino. Allora non ero stato solo io a pensare a lei.
Mi arrivò il messaggio con la posizione. Andai subito a vedere di dove si trattasse. Le possibilità erano molteplici. La mia mente immaginò quella bella donna lì, in quella campagna parmense così prosperosa… prosperosa e affascinante come lei. Una felicità coinvolgente e immotivata mi aveva avvolto. L’idea di rivederla mi aveva acceso i sensi. Il ricordo dei suoi occhi, di quel bacio, mi eccitava. Era un piacere averla nei pensieri, come un abbraccio.
Risposi al messaggio e cominciammo a chattare. Si era aperto un canale. A un certo punto le parlai del romanzo, di alcune scene d’amore tra i personaggi. La stuzzicai un po’:
«Certe parti sono davvero hot… soprattutto quella sulla cascina, in mezzo al fieno. Molto dettagliata. Mi chiedevo se ci fosse qualcosa di autobiografico, dei tuoi amori di gioventù.»
Lei rispose con un leggero imbarazzo tra le righe:
«Era la mia prima volta, con il mio primo ragazzo. Ma non è stata così… come dire, sfacciata e lunga come l’ho scritta. Era semplice, veloce, un po’ impacciata. Quello che ho messo nel libro era quello che avrei voluto che fosse.»
Io:
«I tuoi pensieri, scritti così, sono vivissimi. Mi hanno eccitato.»
Lei:
«Mi fa piacere. E a dirla tutta… anche quel bacio nel bagno del ristorante mi ha eccitata come non mi ricordavo più.»
Stavamo entrando in confidenza. E il desiderio di rivederci era ormai reciproco, e cominciava a farsi urgente.
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