La doccia con la zia dalle tette grosse

di
genere
incesti


Era una sera indolente di fine estate.
Camilla, cinquantasei anni, mamma bolognese dai capelli castano ramati lunghi e dagli occhi scuri, si era affacciata per la prima volta alla sua piccola finestra sul web. Donna curvy, con una sesta naturale di seno florido e sensuale, portata con classe e ironia. Da lì quel suo soprannome, Tettatop, scelto come cam girl, ridendo allo specchio. Aveva sistemato con cura il suo album fotografico, come si sistema la tavola per gli ospiti. E gli ospiti erano arrivati, e le facevano i complimenti per quella luce tranquilla che aveva addosso, anche non mostrando il viso ma lasciando un velo di eccitante mistero in quel contesto hot ma garbatamente riservato.
Dalla Romagna si collegò subito Riccardo. Anche lui piuttosto robusto, cinquantadue anni portati da ragazzone buono, grande e morbido. Barba corta brizzolata, capelli biondicci, tagliati corti e mani larghe da lavoro. Parlava lentamente in videochat. Con genuina sincerità.
"Da ragazzino vivevo in cascina" le raccontò. "Ero cicciottello, con le ginocchia sempre sbucciate e il quaderno di matematica aperto sul tavolo. Matematica che non voleva saperne di entrarmi in testa. Pensa che ora, invece, lavoro come ragioniere!".
In quella cascina, in mezzo al grano che dondolava giallo al vento, ai filari di viti ordinati e al cielo limpido, c'era sua zia Brigida.
Brigida, settantenne oggi, donna robusta e ancora oggi soda e in carne, mediamente alta, capelli rossi raccolti a crocchia, occhiali bassi sul naso importante e grembiule sempre addosso. Era il cuore della casa a quel tempo genuino e lontano dal caos odierno.
La sua mattina iniziava presto nell'orto. Coltivava fiori e piante officinali. Aveva una piccola serra calda. Un rifugio per lei e per il suo nipotino, cresciuto tra rosmarino e maggiorana. Mai sposato. Mai andato via dalla casa materna. Angoli di rose, bouganville, gelsomini, lavanda e girasoli alti più di lei che curava con le mani nella terra scura, fischiettando come un muratore spiccavano con sfacciata vitalità. Il cortile profumava sempre d'estate. E tutto sprizzava semplicità e voglia di vivere.
Poi, quando rientrava, la cucina si riempiva di profumo di burro e zucchero. Sfornava torte, ciambelloni alti e crostate alla marmellata che lasciava a raffreddare sul davanzale, mentre fuori le rondini sfrecciavano sopra il tetto della stalla.
Il pomeriggio, quando il sole calava, si sedeva col nipote paffutello al grande tavolo di legno, gli versava una tazza di latte appena munto, gli spostava il quaderno stropicciato e gli faceva lezione di matematica. Non con le bacchettate, ma con le fette di torta. "Vedi, se questa torta la dividiamo in quattro, quanto ne rimane a ognuno?" gli domandava. E contava con lui i petali dei fiori del giardino per insegnargli le tabelline. Era una presenza solida e buona, una montagna dolce e burrosa.
Mentre Riccardo raccontava, Camilla dalla sua stanza a Bologna sorrideva.
"Sai Riccardo" gli disse con quella sua voce tranquilla da mamma "Mi hai fatto venire in mente mia nonna. Anche lei mi insegnava le cose con le torte".
E fuori dalla sua finestra la città si spegneva piano, mentre dentro, in quella chat, era come se per un attimo fossero tutti nella stessa cucina di campagna, con una torta sul davanzale e il profumo di lavanda che entrava dai campi.
Ad un tratto la conversazione prese una piega diversa.
"Posso raccontarti qualcosa in privato?" le chiese lui. "Certo, vieni pure nella mia stanza".
Da quel momento il contatore segnava i secondi ai quali corrispondevano euro spesi da Riccardo per rievocare l'eccitazione che aveva accompagnato la sua adolescenza e mai più riprovata, forse, da allora, in modo tanto intenso.
"Il tuo seno grande mi ricorda quello della zia. Io sono romagnolo e un tempo in campagna per risparmiare l'acqua si faceva la doccia insieme. Io la facevo con la zia Brigida che aveva delle tettone enormi. Me le sbatteva in faccia mentre mi insaponava tutto, passando le sue dita vellutate ovunque, sulle spalle, sul culetto, tra le gambe. E il mio piccolo cazzo diventava durissimo. Le davo le spalle ma lei se ne accorgeva e sorrideva... il mio momento preferito della giornata era proprio la doccia con la zia e la vista di quelle tette e di quei capezzoloni rosa, grossi e duri. Beh, non tutti i giorni si poteva fare la doccia ma io cercavo di sudare il più possibile così che lei mi dicesse 'fila
in bagno, che oggi puzzi'. La frase che mi rendeva davvero un bambino felice. Ricordo ancora il tepore, l'odore di sapone di marsiglia, l'atmosfera poetica e la mia eccitazione incontenibile e mal celata. Forse anche quella della zia che si toccava i capezzoli e faceva sobbalzare le tette come quelle di una mucca al pascolo. Quelle della Rosina quando era da mungere alla sera somigliavano a quelle della zia Brigida. Qualche volta si girava di culo. Un culo grosso che avrei voluto accarezzare. Lei però di scatto si voltava e diceva con piglio autorevole: socc mel, ora ti sculaccio eh'. Che bei momenti!", sospirava Riccardo.
Camilla, guardava il contatore andare ed era felice. Anche il suo interlocutore nel ricordare quella dolce e perduta intimità adolescenziale.
"Potresti ora mostrarmi le tue, per piacere!?" chiese come un bimbo curioso.
"Cala la spallina. Ora l'altra. Ora tirane fuori una". Camilla obbedì. "Socc, che bomba! Anche l'altra dai!", lei tirò fuori tutto dal reggiseno, così che fossero più unite e più all'insù, a favore della telecamera del computer posta in alto. "Che bombe! Queste sono più grandi di quelle della zia, eh. Toccati i capezzoli per me. Non hai una crema da metterci su? Come se fosse la mia?". Camilla scomparve per un attimo dal video e tornò con un tubetto bianco
"Schizza la crema sui capezzoli che così mi fai venire. Non come la maiala della mia zia che mi provocava e poi mi rimproverava".
Riccardo venne copiosamente e Camilla, senza fare granché, si trovò accreditati duecento euro sul suo conto corrente. La sua missione "tettonica" era iniziata col botto. Grazie alla zia Brigida!




scritto il
2026-09-10
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