Innamorato di una Puttana... 5
di
Impotente
genere
corna
Marika venne a vivere a casa mia.
Non come amanti. Non come moglie e marito. Semplicemente come due amici che condividevano lo stesso tetto.
Aveva smesso di fare la professione.
Per circa sei mesi tutto filò liscio. Io andavo a lavoro, lei si riposava. Mentalmente e fisicamente. Ogni tanto spariva qualche giorno e tornava dai suoi in Calabria, a riprendere fiato tra le braccia di sua madre. Quando era con me cucinava cene stupende, teneva la casa in ordine, ogni tanto mi veniva a prendere al lavoro e andavamo a pranzo in qualche trattoria.
Io la rispettavo.
La trattavo semplicemente come si tratta una Donna un Amica. Niente tocchi fuori luogo, niente baci sulla bocca, niente sguardi troppo lunghi. Serate sul divano, lei con la testa sulla mia spalla, io con un braccio intorno a lei. La differenza d’età la sentivo, e proprio per quello stavo attento.
Poi arrivò un mattino di giugno.
Ero sotto la doccia nel mio bagno. Acqua calda, occhi chiusi, testa vuota. Sentii la porta del bagno aprirsi. Poi i passi nudi. Poi la maniglia della box.
Aprì.
Era nuda.
Completamente nuda, i capelli sciolti, lo sguardo fisso nei miei. Non c’era pudore. C’era solo una determinazione calda e un po’ impaurita. Entrò sotto il getto senza dire niente. Mi prese il viso tra le mani bagnate e mi baciò.
Fu un bacio lungo, umido, affamato. Le labbra si aprirono sulle mie come se avessero tenuto tutto dentro per mesi. La sentii tremare leggermente contro di me.
Quando si staccò appena, abbastanza da potermi parlare contro la bocca, la voce le uscì bassa, quasi arrabbiata con se stessa:
«Gianni… cazzo, non ce la faccio più.»
La guardai, ancora stordito, l’acqua che ci scorreva addosso.
«Marika… che fai…»
Lei scosse la testa, mi strinse il viso più forte.
«Ho una voglia che mi sta mangiando viva. Ti prego… scopami. Scopami come la puttana che sono. Non voglio più stare qui a fare la brava. Non voglio più solo le cene e il divano. Ti prego, Gianni…»
La voce le tremò sull’ultima parola. Gli occhi erano lucidi, ma non di pianto. Di bisogno. Di decisione.
Io restai fermo un secondo, il cuore che batteva forte.
«Sei sicura? Dopo tutto questo tempo… dopo come ti ho trattata… sei sicura che è questo che vuoi? Perché se partiamo, non torno indietro.»
Lei annuì, e una mezza risata nervosa le uscì insieme a un sospiro.
«Sì. Sono stanca di essere solo la tua amica. Sono stanca di fingere che non ti guardo il cazzo sul divano che diventa duro. Voglio che mi prendi. Voglio che mi fotti forte… e che mentre lo fai mi guardi come mi hai guardato la prima sera. Ti prego…»
Mi baciò di nuovo, più disperata.
Le mani mi scivolarono sulla schiena bagnata, mi tirò contro di sé.
E io, che per sei mesi avevo tenuto tutto chiuso a chiave, sentii la serratura cedere.
Non riuscii a resistere.
Quella voglia era anche la mia. Sei mesi di rispetto, di serate sul divano, di sguardi trattenuti… tutto crollò in un secondo.
La presi in braccio.
Lei si aggrappò al mio collo, le gambe intorno alla mia vita, i corpi ancora gocciolanti. Uscimmo dalla doccia lasciando una scia d’acqua sul pavimento. La portai nella mia camera, sul letto sfatto a metà, le lenzuola ancora scomposte dalla notte. La sdraiai senza mai staccare le labbra dalle sue.
Ero caldo. Bagnato. Duro come non lo ero da mesi.
Le allargai le cosce con le mani e mi buttai tra le sue gambe come un affamato.
La sua figa era già aperta, lucida, gonfia. Un odore dolce e forte mi salì al cervello. Affondai la lingua senza preamboli. La leccai con disperazione, con rabbia trattenuta, con tutta la voglia che avevo tenuto chiusa. La lingua le entrò dentro, le labbra succhiarono il clitoride già duro, il naso premuto contro il suo pube rasato.
Marika gemette forte, subito.
Un gemito lungo, rotto, come se un’onda l’avesse travolta.
«Oh cazzo… Gianni… così… più forte…»
Le mani le si conficcarono nei miei capelli bagnati. Mi premeva il viso contro di sé con forza, muovendo il bacino, scopandomi la bocca. Era giovane, bella, calda… e piena di una voglia che sembrava uno tsumami. La sua figa pulsava contro la mia lingua, i succhi dolci e mielosi mi colavano sul mento, sulle guance. La leccavo come un cane affamato, succhiavo, penetravo con la lingua, le mordevo piano le labbra gonfie.
«Sì… leccami tutta… mangiami… sono la tua puttana… cazzo come mi manca…»
I suoi gemiti diventavano sempre più acuti. Le cosce mi stringevano la testa, i piedi le si piantavano sulla mia schiena. Veniva già. Lo sentivo. Il corpo le si irrigidì, un grido strozzato le uscì dalla gola e un’ondata calda mi inondò la bocca. Continuai a leccarla mentre spasimava, assaporando ogni goccia, finché mi tirò su per i capelli.
«Dentro… adesso… fottimi… ti prego…»
Non me lo feci ripetere.
Mi sollevai, il cazzo durissimo e gocciolante. La guardai negli occhi un istante — quegli occhi furbi, lucidi, pieni di bisogno — poi afferrai le sue cosce, le allargai ancora di più e spinsi.
Entrai tutto d’un colpo.
Fino in fondo.
Con un impeto animale.
Marika urlò.
Un urlo di piacere puro, misto a sollievo. La sua figa era stretta, bollente, bagnatissima. Mi strinse come una morsa.
Cominciai a scoparla.
Forte.
Senza pietà.
Le spinte erano lunghe, profonde, violente. Il rumore umido dei nostri corpi che sbattevano riempiva la stanza. Il letto cigolava. Lei si torceva sotto di me, unghie conficcate nella mia schiena, seni che ballavano a ogni urto.
«Più forte… cazzo… scopami come una troia… rompimi…»
Le parole mi accendevano ancora di più. Le afferrai i polsi e glieli bloccai sopra la testa. Continuai a spingere, sempre più duro, sempre più a fondo. La cappella le batteva contro il fondo a ogni colpo. Lei gemeva, urlava, mi chiamava porco, maiale, amore… tutto mescolato.
La sentivo venire di nuovo.
La figa che si contraeva a ondate intorno al mio cazzo, i muscoli che mi mungevano. Non resistetti. Con un grugnito animale affondai fino in fondo e sborrai.
Copiosamente.
A getti caldi e che le riempirono la figa. Continuai a spingere mentre venivo, spingendo lo sperma sempre più dentro, finché non ne uscii più nemmeno una goccia.
Restammo così, uniti, ansimanti, sudati, bagnati di acqua e di sesso.
Lei mi strinse forte con le gambe, mi tenne dentro.
E io, ancora duro dentro di lei, capii che quei sei mesi di rispetto non erano stati un digiuno.
Erano stati solo l’attesa.
Lei era ancora sotto di me, il respiro corto, la figa che mi pulsava intorno. Gli occhi lucidi di piacere e di qualcosa di più profondo. Mi guardò e la voce le uscì rotta, piena di desiderio:
«Oddio Gianni… sììììì così ti voglio… voglio essere la tua puttana… io sono una puttana e ho un bisogno animale di cazzo… sìììì ti prego non trattarmi da bambola di porcellana… trattami da puttana da usare… ti voglio…»
Quelle parole mi colpirono dritto nello stomaco.
Per sei mesi l’avevo trattata con i guanti, come qualcosa di fragile e prezioso. Adesso mi chiedeva il contrario. Mi chiedeva di vederla per quello che era… e di amarla comunque.
Si liberò da sotto di me con un movimento agile, si mise carponi sul letto sfatto e mi afferrò il cazzo ancora semi-duro e lucido della mia sborra e dei suoi umori. Lo portò alla bocca senza esitazione. Le labbra calde e umide lo avvolsero tutto d’un colpo. La lingua girava, succhiava, leccava con una fame vorace.
E il mio cazzo, traditore e felice, rispose subito.
Si indurì di nuovo tra le sue labbra, gonfio, pulsante, mentre lei lo succhiava con gli occhi alzati verso di me, gola aperta, saliva che le colava sul mento mescolata al mio sperma.
Quando fu duro come pietra si staccò, un filo di saliva ancora che ci univa.
«Ora ti scopo io…»
Si issò sopra di me, le ginocchia ai lati dei miei fianchi. Afferrò il mio cazzo con una mano, lo allineò alla sua figa ancora aperta, larga, colante della sborra che le avevo appena riversato dentro, e si infilò.
Un gemito lungo e roco le uscì dalla gola mentre scendeva fino in fondo.
La sentii.
Le pareti calde e bagnate che mi stringevano la cappella, la sborra che schizzava fuori a ogni movimento, il calore vischioso che ci univa.
Cominciò a muoversi.
Come un’amazzone.
Prima lenta, godendosi ogni centimetro, poi sempre più veloce, più selvaggia. Il bacino lo ruotava, le tette le ballavano, i capelli le cascavano sul viso. Si lasciava andare completamente. Gemiti aperti, senza freni, il corpo che ondeggia va con una grazia lasciva e disperata.
Io le misi le mani sui seni.
Li impastai, li strinsi, le pizzicai i capezzoli turgidi tra le dita. Lei gettò la testa all’indietro e accelerò ancora, scopandomi con forza, usando il mio cazzo come voleva.
«Gianni… dimmi… dimmi che sono la tua puttana… che mi vuoi come donna ma anche come troia… dimmelo… ti prego…»
La guardai mentre mi cavalcava, sudata, bella, piena della mia sborra e della sua voglia. Le mani le premevano i seni, i pollici le strofinavano i capezzoli.
«Sei la mia puttana» le dissi con voce urlata, mentre lei mi stringeva ancora di più. «Sei la mia donna e la mia troia. Ti voglio tutta. Così. Sporca. Mia. E di nessuno. Scopami, Marika… usami… sei perfetta.»
Lei sorrise, un sorriso da gatta sazi a e ancora affamata, e accelerò.
Il letto scricchiolava. I nostri corpi sbattevano. La sua figa mi mungeva, piena, calda, golosa.
E io la lasciai fare.
La lasciai essere esattamente quello che voleva essere.
Lei mi cavalcava ancora, il respiro corto, i seni che si muovevano sotto le mie mani. Ma qualcosa in me — forse i sei mesi di rispetto, forse la memoria di quello che aveva subito — mi fece rallentare. Le mani scesero dai suoi seni ai suoi fianchi, la bloccai piano, abbastanza da farla guardare.
«Marika… fermati un attimo.»
Lei si fermò, ancora infilata fino in fondo, confusa e arrapata.
«Che c’è? Non ti piace?»
Le accarezzai i fianchi con i pollici, la voce bassa ma chiara.
«Mi piace da morire. Ma voglio essere sicuro. Dimmi la verità… stai facendo questo perché lo vuoi tu, o perché pensi che io me lo aspetti? Perché se c’è anche solo un pezzetto di te che lo fa per me e non per te… mi fermo. Subito.»
Lei mi guardò. Gli occhi ancora lucidi di piacere, ma adesso c’era anche lucidità. Restò in silenzio un secondo, poi si chinò in avanti, le mani sul mio petto, il viso a pochi centimetri dal mio.
«Gianni… ascoltami bene. Per sei mesi mi hai trattata come una principessa. Non mi hai mai toccata se non per tenermi la mano o mettermi un braccio intorno. Non mi hai mai chiesto niente. Non mi hai mai fatto sentire in debito. E proprio per questo… adesso lo voglio. Lo voglio io. Con tutto il corpo. Con tutta la testa.»
Si mosse appena, facendomi sentire quanto era ancora calda e stretta.
«Voglio essere la tua puttana perché lo scelgo. Non perché qualcuno me lo impone. Non perché ho paura. Non perché devo. Perché mi eccita. Perché mi fa sentire viva. Perché con te posso essere sporca e amata nello stesso momento. Capisci?»
Annuì. Le mani le risalirono sui fianchi, ma restarono leggere.
«Allora dimmelo. Adesso. Chiaro.»
Lei sorrise, un sorriso vero, un po’ malizioso e un po’ commosso.
«Ti do il permesso. Ti do il consenso. Voglio che mi scopi senza limiti. Voglio che mi usi. Voglio che mi chiami puttana e troia e tutto quello che ti viene. E se a un certo punto non mi piace più, te lo dico e ti fermi. Ma adesso… adesso voglio questo porco!.»
Mi baciò. Un bacio lento, profondo, che sapeva di noi.
«E tu?» chiese contro le mie labbra. «Tu lo vuoi perché lo vuoi, o perché pensi di dovermi “accontentare”?»
Sorrisi. La strinsi più forte contro di me.
«Lo voglio perché ti desidero da sei cazzo di mesi. Perché mi fai impazzire. Perché sei bella, perché sei forte, perché sei tu. E perché mi hai chiesto di non trattarti da bambola di porcellana… e io voglio darti me stesso corpo e testa mia meravigliosa Puttana!»
Lei annuì, soddisfatta. Si raddrizzò di nuovo, riprese a muoversi, più lenta stavolta, più consapevole. Ogni spinta era una conferma. Ogni gemito un sì.
E mentre la sua figa mi risucchiava intorno, calda e piena, capii che il vero eccitamento non era solo il sesso.
Era il fatto che, per la prima volta dopo tanto tempo, Marika ed io ci stavamo scegliendo.
Fu passione pura.
Nei mesi che seguirono non esisté più niente altro.
Le cene venivano dimenticate sul tavolo. I piatti restavano intatti mentre noi ci nutrivamo di altro: di bocche, di pelle, di gemiti, di sborra. Ci nutrivamo di noi. Di quell’amore che era rimasto chiuso per sei mesi e che adesso esplodeva senza dighe. Desiderio represso, ostinato, senza remore e senza limiti.
Scopavamo continuamente.
Ovunque.
Sul divano dove un tempo ci limitavamo ad accoccolarci. In cucina, con lei piegata sul piano di lavoro e le mie mani che le tenevano i fianchi mentre la inculavo. Sotto la doccia, contro il muro, sul pavimento del bagno. In macchina, tornando dal lavoro. Tante volte anche in ufficio, a porte chiuse, con lei seduta sulla mia scrivania e le gambe aperte mentre le leccavo la figa fino a farla squirtare sui disegni.
Sperimentavamo cose che non avevamo mai fatto e Marika vista la sua ex professione ne sapeva tante!
O che avevamo solo sfiorato.
Lei impazziva per le mie mani. Voleva le dita. Sempre. Nella figa, nel culo, tutte e due insieme. Mi prendeva il polso e me le spingeva dentro, gemendo:
«Ancora… più a fondo… usami! Metti dentro la tua mano, Gianni… riempimi…»
E io le ubbidivo. La scopavo con le mani finché non veniva stringendomi le dita come in una morsa, poi la giravo e la inculavo. Ovunque. In piedi, carponi, sdraiata a pancia in giù con il viso affondato nel cuscino. Il suo culetto si apriva per me con una naturalezza che mi faceva perdere la testa. E ogni volta che le sborravo dentro il culo, lei spingeva indietro, come per tenermi tutto.
Producevo sperma come un ragazzino.
Forse era l’eccitazione, forse il Cialis che ormai prendevo a iosa, senza nemmeno nasconderlo. Lei lo sapeva e ne rideva:
«Il mio vecchio porco drogato dal cazzo sempre duro… vieni qui che te lo meriti.»
E se lo prendeva. Tutto. In gola, in figa, in culo. Mi mungeva fino all’ultima goccia e poi mi baciava con la bocca piena, facendomi assaggiare me stesso.
Era bellissimo farla godere.
Lei si dava e pretendeva. Sporco. Dolce. Violento. Tutto insieme. Voleva essere presa alla gola e chiamata puttana, e due minuti dopo voleva che le dicessi che la amavo mentre le leccavo i capezzoli con dolcezza. Voleva schiaffi sul culo e carezze sui capelli. Voleva essere usata e coccolata. E io glielo davo. Tutto.
Ero perso.
Completamente perso.
In quella figa, in quel culo, in quegli occhi che mi guardavano mentre veniva, in quella voce che mi chiamava porco e amore nello stesso respiro.
Non c’era più confine tra sesso e amore.
C’era solo Marika.
E io che ci annegavo dentro, felice di affogare.
Ma come in tutte le rose profumate e bellissime, c’era sempre qualche spina.
E la spina arrivò.
Si svelò con una telefonata.
Era una sera come tante altre. Marika era ancora nuda tra le mie braccia, la pelle calda di sesso, i capelli appiccicati alla fronte. Il telefono sul comodino vibrò. Lei allungò una mano pigra, guardò lo schermo… e il sorriso le morì in faccia.
«È mia sorella…»
Rispose. La voce dall’altra parte era agitata, rotta. La sentii anche io, confusa ma chiara: la mamma si era sentita male. Ricoverata d’urgenza. Sospetto ictus.
Marika impallidì.
Il telefono le tremava in mano. Quando chiuse la chiamata restò ferma un secondo, gli occhi spalancati, poi si voltò verso di me.
«Gianni… devo andare. Subito.»
Non ci fu discussione.
In meno di un’ora eravamo in macchina. Attraversammo l’Italia di notte, lei silenziosa e contratta sul sedile del passeggero, le mani strette in grembo, lo sguardo fisso sulla strada che scorreva veloce. Ogni tanto le prendevo una mano e la stringevo. Lei rispondeva con una pressione debole, ma non parlava. Era costernata. Stremata dalla preoccupazione.
Arrivammo a Cirò.
L’ospedale odorava di disinfettante e di paura. Ci fecero entrare nella stanza.
La mamma era lì.
Semi-inconscia sul letto bianco, il volto tirato da una parte, il braccio e la gamba sinistra immobili. Paralizzata.
Marika non resistette.
Si buttò in avanti con un singhiozzo rotto, le braccia intorno al corpo fragile della madre, il viso affondato contro il suo collo.
«Mamma… mamma mia…»
Le lacrime le scendevano libere, calde, disperate. Quella donna così passionale, così vera, così forte nel sesso e nella vita, adesso era solo una figlia spaventata.
Accanto al letto c’erano le due sorelle.
Giovani. Belle. Entrambe.
Una aveva un corpo perfetto, snello e armonioso come quello di Marika. L’altra era un po’ più in carne, forme morbide e generose. Ma quello che mi colpì di più furono gli occhi.
Gli stessi occhi di Marika.
Profondi. Scuri. Particolari. Occhi in cui ci si poteva perdere. Occhi che raccontavano la stessa terra, lo stesso sangue, la stessa intensità.
Mi feci da parte, rispettoso.
Restai in silenzio vicino alla porta, presente ma non invadente. Marika aveva bisogno di essere figlia, in quel momento. Non amante. Non fidanzata. Solo figlia.
E io, che per mesi l’avevo avuta tutta per me — corpo, gemiti, sborra, amore sporco e dolce — adesso la guardavo piangere su sua madre e sentivo il cuore stringersi in un modo diverso.
Più quieto.
Più vero.
La rosa aveva mostrato le sue spine.
E io restavo lì, a tenerle la mano quando me la cercava, senza null'altro.
La cultura calabrese ci avvolse appena mettemmo piede in quella stanza d’ospedale.
Non era fatta di cartoline o di stereotipi. Era qualcosa di più antico, più carnale. Era il sangue che chiama il sangue. Era la famiglia come unica vera religione.
Le sorelle di Marika non mi guardarono con sospetto. Mi guardarono come si guarda chi arriva insieme a una di loro nei momenti brutti. Con un cenno del capo, con occhi stanchi ma aperti. Una di loro — quella dal corpo perfetto, che si chiamava Rosaria — mi porse una sedia senza dire una parola. L’altra, più morbida, Lucia, mi offrì un fazzoletto di carta e un sorso d’acqua da una bottiglia ancora fresca.
«Siediti, uagliò… stai con noi.»
La voce aveva il ritmo lento e cantilenante della Calabria ionica. Cirò. Terra di vino forte, di sole che brucia, di mare che sa di sale e di storie antiche.
Marika era ancora piegata sul letto della madre, le spalle scosse dai singhiozzi. Le sorelle non la toccarono subito. Aspettarono. Nella cultura di quella terra il dolore si rispetta. Si lascia spazio. Poi, quando il primo urto è passato, si entra. Lucia le posò una mano sui capelli e cominciò a parlarle piano, in dialetto. Parole che non capivo del tutto, ma che suonavano come una ninnananna antica:
«Stai calma, sorella mia… a mamma è tosta… a mamma è calabrese… non si arrende mica così…»
E io, settentrionale fino al midollo, capii in quel momento quanto fosse diversa la loro idea di famiglia.
Non era solo affetto. Era possesso dolce. Era “sangue mio”. Era il mondo intero ridotto a quelle quattro persone intorno a un letto d’ospedale.
Fuori dalla stanza, nel corridoio, arrivarono zii, cugini, vicini di casa. Nessuno aveva chiamato. Si erano sparsa la voce. In Calabria le notizie cattive viaggiano più veloci del vento. Portavano anche buste di cibo: taralli fatti in casa. Non per mangiare subito. Per stare. Per dire “ci siamo”.
Una vecchia zia, tutta nera e rughe, mi fissò a lungo. Poi chiese a Marika, a mezza voce:
«Chistu è u to omu?»
Marika alzò il viso gonfio di pianto e annuì.
«Sì, zia. È Gianni.»
La vecchia mi studiò ancora un secondo, poi fece un cenno del capo, come se mi avesse accettato nel cerchio. Mi porse un tarallo.
«Mangia. T’ha fatto la strada lunga. E tieni stretta a Marika. Chista famigghia ha bisogno di omini veri adesso.»
In quelle parole c’era tutta la Calabria che stavo conoscendo: la durezza, la tenerezza grezza, il senso del dovere verso i propri, la convivenza quotidiana con la sventura, e quella forza silenziosa che viene dalla terra e dal sangue.
Marika mi cercò con lo sguardo. Io le presi la mano.
E per la prima volta da quando eravamo arrivati, lei strinse forte.
Non eravamo più solo amanti.
Non eravamo più solo due corpi che si cercavano ovunque.
Eramo entrati in qualcosa di più grande.
Nella famiglia.
Nella Calabria.
Nelle spine e nel profumo della stessa rosa.
Poi dovemmo uscire da quella stanza.
Le ore di visita erano finite. Gli infermieri, gentili ma fermi, ci fecero capire che la mamma aveva bisogno di riposo e di silenzio. Marika non voleva andarsene. Si era aggrappata al bordo del letto bianco come se lasciarlo significasse abbandonarla. Gli occhi gonfi, le labbra strette, il corpo teso.
«Non posso lasciarla sola… è mia madre…»
Le sorelle la presero dolcemente per le braccia. Io restai un passo indietro, presente ma discreto. Alla fine, con un ultimo bacio sulla fronte della mamma, Marika si lasciò trascinare fuori.
Nel corridoio si fermò.
Si appoggiò al muro e chiuse gli occhi. Si vedeva chiaro: le mancava già. Si sentiva la figlia più grande. Quella che doveva sostituirla. Quella che doveva tenere insieme i pezzi.
E allora si fece forza.
Quella forza che ha dentro. La forza della sua terra. Una terra fatta di contrasti duri: sole implacabile e ombre profonde, mare dolce e montagne aspre, generosità sconfinata e orgoglio tagliente. Proprio come lei. Marika era fatta così. Piena di spigoli, di contraddizioni, di ferite e di fuoco. Ma quando riuscivi a rompere quel velo — quel velo anche di puttana consapevole, di donna ferita, di figlia spaventata — trovavi una passione unica. Una forza unica. Una generosità che non teneva nulla per sé.
Uscimmo dall’ospedale.
L’aria di Cirò sapeva di sale e di terra. Salimmo in macchina e guidammo verso casa della mamma. Una casa bassa, bianca, con il cortile pieno di vasi di fiori e di limoni, le sedie di plastica messe in cerchio come a voler dire “qui si sta insieme”.
Entrammo.
E lì, tra le foto alle pareti e l’odore di caffè fatto al mattino e mai finito, scoprii qualcosa che non sapevo.
Nella cultura calabro-albanese — quella antica, arbëreshe, che ancora resiste in certi paesi della costa ionica e dell’entroterra — la vera capo famiglia è la donna.
L’uomo sembra il comandante. È lui che parla a voce alta, che gesticola, che prende le decisioni “ufficiali”. Ma è sempre un passo indietro. Sempre. La vera autorità, quella silenziosa e definitiva, è della madre. Della nonna. Della donna che tiene i fili. Che sa. Che decide chi entra e chi esce dal cerchio del sangue.
Marika lo sapeva.
Lo aveva sempre saputo.
E adesso che la mamma era su quel letto d’ospedale con la metà del corpo spenta, sentiva il peso di quel ruolo scivolare sulle sue spalle.
Si tolse la giacca.
Si mise a fare il caffè.
Aprì le finestre. Sistemò le sedie. Chiamò le sorelle e cominciò a organizzare i turni in ospedale, chi avrebbe cucinato, chi avrebbe avvisato i parenti più lontani.
La guardavo muoversi in quella casa che odorava di madre e di terra, e capivo.
Capivo perché era così.
Perché poteva essere puttana e santa, fragile e d’acciaio, dolce e spietata.
Perché la sua terra l’aveva fatta così: di contrasti, di spine e di petali.
E io, che venivo da un Nord più freddo e più lineare, restavo in silenzio ad osservarla.
A rispettarla ed amarla ancora di più.
In quella casa mi sentivo fuori posto.
Non perché mi trattassero con distanza. Anzi. Mi avevano accolto come si accoglie chi arriva insieme a una di loro nei momenti duri: caffè subito, sedia vicina al tavolo, domande gentili sul viaggio, sul lavoro, su “come stai, Gianni”. La zia mi aveva già messo da parte un piatto di pasta al forno “per quando hai fame”. Lucia mi aveva sorriso con quegli stessi occhi profondi. Rosaria mi aveva chiesto se avessi bisogno di cambiare i vestiti.
Eppure stavo a disagio.
Perché Marika, lì, era diversa.
Era vera.
Era Addolorata.
Quello era il suo vero nome. Addolorata. Un nome pregno, antico, pieno di sacro e di sofferenza, come tante donne di quella terra. Lei al Nord l’aveva trasformato in Marika per ovvi motivi. Marika era l’alter ego. La versione leggera, carnale, libera, la dea del sesso senza limiti. Marika era quella che si faceva chiamare puttana e lo faceva con orgoglio. Marika era quella che ha scopato con tanti uomini clienti e scopava me sul divano e mi chiedeva di trattarla da troia da usare.
Ma lì, in quella casa bassa dal cortile pieno di limoni, tra le foto della mamma giovane al matrimonio e i santi alle pareti, lei era Addolorata.
Di nome e di fatto.
La figlia maggiore. La più forte. Quella che doveva tenere insieme i pezzi. Quella che faceva il caffè, organizzava, parlava piano con le sorelle, asciugava le lacrime senza farle vedere troppo.
Io sapevo cose di lei che in quel contesto erano fuori luogo.
Fuori tempo.
Sapevo il sapore della sua figa quando veniva. Sapevo come gemesse quando la inculavo. Sapevo le parole sporche che mi chiedeva di dirle. Sapevo che era stata una Puttana per lavoro ed anche per piacere. Sapevo i sei mesi di rispetto e poi l’esplosione di sesso e amore senza freni.
E lì dovevo fingere.
Dovevo essere solo “Gianni, l’amico di Addolorata”. L’uomo del Nord che l’aveva accompagnata. Il compagno discreto.
Oddio, fingere.
E lì dovevo fingere.
Ogni volta che lei mi guardava di sfuggita, con quegli occhi che solo io conoscevo fino in fondo, sentivo il peso di quel segreto. Non era vergogna. Era rispetto. Rispetto per quella casa, per quella madre sul letto d’ospedale, per quelle sorelle che non sapevano — e non dovevano sapere — chi fosse Marika.
Mi alzai.
Chiesi scusa con un sorriso stanco.
«Vado a fare due passi. Mi serve aria.»
Addolorata annuì. Capì.
Mi lesse dentro, come solo lei sapeva fare.
Uscì nel cortile. L’aria di Cirò sapeva di mare e di terra calda. Mi sedetti su una sedia di plastica e guardai i limoni.
E pensai che amare una donna come lei significava anche questo: saper stare nel suo mondo di contrasti. Saper essere l’amante di Marika e l’ombra discreta di Addolorata.
Senza confonderli.
Senza tradirli.
Mi misi a fumare il mio toscano.
Il fumo denso e aromatico mi riempì i polmoni, mi calò sulle spalle come una coperta grezza. Mi rilassava sempre. Era il mio piccolo rito quando il mondo diventava troppo stretto.
Il telefono, invece, non mi dava tregua.
Messaggi, chiamate, mail di lavoro che si accumulavano come un’ondata. I cantieri, i fornitori, i clienti. La vita di sempre che pretendeva di continuare come se niente fosse.
Al diavolo.
Deviai tutto.
Chiamai Sonia.
«Sonia, scusa sono io. Devi occuparti tu di tutto per i prossimi giorni. Avvisa chi di dovere che sono assente per motivi familiari urgenti. Non si discute. Grazie.»
Chiusi la chiamata prima che potesse fare domande. Spensi le notifiche. Riposi il telefono sul muretto del cortile.
Avevo voglia di ritrovarmi.
Di ritrovare quel mio equilibrio instabile ma che mi saziava. Quell’equilibrio fatto di rispetto, di sesso, di silenzi e di gemiti, di Marika e di Addolorata.
Ma una voce dentro di me non stava zitta.
Una voce cattiva. Lucida. Crudele.
Ma che cazzo ci fai qui…
Sei vecchio.
Fai il vecchio e smettila di credere di poter tornare giovane. La tua vita l’hai già vissuta.
Cosa ci fai con Marika… anzi, con Addolorata…
Lei ha bisogno di un giovane. Di uno che ha ancora una vita davanti. Di figli.
Tu saresti solo un nonno. Non un papà.
Il toscano mi tremò leggermente tra le dita.
Guardai il fumo salire verso il cielo di Cirò, limpido e indifferente.
Venticinque anni di differenza.
Io con i che diventano brizzolati, lei con la vita ancora tutta da scrivere. Io che avevo già amato, perso, fallito. Lei che aveva già sofferto troppo e meritava qualcosa di intero, di futuro.
Eppure…
Eppure quando mi guardava con quegli occhi — gli stessi occhi delle sorelle, gli stessi della madre sul letto d’ospedale — qualcosa dentro di me diceva il contrario. Qualcosa diceva che l’età era solo un numero. Che l’amore non chiede il certificato di nascita. Che lei mi aveva scelto. Non per il cazzo. Non per i soldi. Ma per come la trattavo. Per come la vedevo. Per come restavo.
Il toscano si stava consumando.
La voce cattiva continuava a parlare.
Ma io restai seduto su quella sedia di plastica, in quel cortile pieno di limoni, e non me ne andai.
Perché anche se fossi stato solo un nonno…
anche se fossi stato troppo vecchio…
in quel momento ero l’unico uomo che Addolorata voleva vicino.
E quello, almeno per ora, doveva bastare anche a me!
Per info Impotente@proton.me
Non come amanti. Non come moglie e marito. Semplicemente come due amici che condividevano lo stesso tetto.
Aveva smesso di fare la professione.
Per circa sei mesi tutto filò liscio. Io andavo a lavoro, lei si riposava. Mentalmente e fisicamente. Ogni tanto spariva qualche giorno e tornava dai suoi in Calabria, a riprendere fiato tra le braccia di sua madre. Quando era con me cucinava cene stupende, teneva la casa in ordine, ogni tanto mi veniva a prendere al lavoro e andavamo a pranzo in qualche trattoria.
Io la rispettavo.
La trattavo semplicemente come si tratta una Donna un Amica. Niente tocchi fuori luogo, niente baci sulla bocca, niente sguardi troppo lunghi. Serate sul divano, lei con la testa sulla mia spalla, io con un braccio intorno a lei. La differenza d’età la sentivo, e proprio per quello stavo attento.
Poi arrivò un mattino di giugno.
Ero sotto la doccia nel mio bagno. Acqua calda, occhi chiusi, testa vuota. Sentii la porta del bagno aprirsi. Poi i passi nudi. Poi la maniglia della box.
Aprì.
Era nuda.
Completamente nuda, i capelli sciolti, lo sguardo fisso nei miei. Non c’era pudore. C’era solo una determinazione calda e un po’ impaurita. Entrò sotto il getto senza dire niente. Mi prese il viso tra le mani bagnate e mi baciò.
Fu un bacio lungo, umido, affamato. Le labbra si aprirono sulle mie come se avessero tenuto tutto dentro per mesi. La sentii tremare leggermente contro di me.
Quando si staccò appena, abbastanza da potermi parlare contro la bocca, la voce le uscì bassa, quasi arrabbiata con se stessa:
«Gianni… cazzo, non ce la faccio più.»
La guardai, ancora stordito, l’acqua che ci scorreva addosso.
«Marika… che fai…»
Lei scosse la testa, mi strinse il viso più forte.
«Ho una voglia che mi sta mangiando viva. Ti prego… scopami. Scopami come la puttana che sono. Non voglio più stare qui a fare la brava. Non voglio più solo le cene e il divano. Ti prego, Gianni…»
La voce le tremò sull’ultima parola. Gli occhi erano lucidi, ma non di pianto. Di bisogno. Di decisione.
Io restai fermo un secondo, il cuore che batteva forte.
«Sei sicura? Dopo tutto questo tempo… dopo come ti ho trattata… sei sicura che è questo che vuoi? Perché se partiamo, non torno indietro.»
Lei annuì, e una mezza risata nervosa le uscì insieme a un sospiro.
«Sì. Sono stanca di essere solo la tua amica. Sono stanca di fingere che non ti guardo il cazzo sul divano che diventa duro. Voglio che mi prendi. Voglio che mi fotti forte… e che mentre lo fai mi guardi come mi hai guardato la prima sera. Ti prego…»
Mi baciò di nuovo, più disperata.
Le mani mi scivolarono sulla schiena bagnata, mi tirò contro di sé.
E io, che per sei mesi avevo tenuto tutto chiuso a chiave, sentii la serratura cedere.
Non riuscii a resistere.
Quella voglia era anche la mia. Sei mesi di rispetto, di serate sul divano, di sguardi trattenuti… tutto crollò in un secondo.
La presi in braccio.
Lei si aggrappò al mio collo, le gambe intorno alla mia vita, i corpi ancora gocciolanti. Uscimmo dalla doccia lasciando una scia d’acqua sul pavimento. La portai nella mia camera, sul letto sfatto a metà, le lenzuola ancora scomposte dalla notte. La sdraiai senza mai staccare le labbra dalle sue.
Ero caldo. Bagnato. Duro come non lo ero da mesi.
Le allargai le cosce con le mani e mi buttai tra le sue gambe come un affamato.
La sua figa era già aperta, lucida, gonfia. Un odore dolce e forte mi salì al cervello. Affondai la lingua senza preamboli. La leccai con disperazione, con rabbia trattenuta, con tutta la voglia che avevo tenuto chiusa. La lingua le entrò dentro, le labbra succhiarono il clitoride già duro, il naso premuto contro il suo pube rasato.
Marika gemette forte, subito.
Un gemito lungo, rotto, come se un’onda l’avesse travolta.
«Oh cazzo… Gianni… così… più forte…»
Le mani le si conficcarono nei miei capelli bagnati. Mi premeva il viso contro di sé con forza, muovendo il bacino, scopandomi la bocca. Era giovane, bella, calda… e piena di una voglia che sembrava uno tsumami. La sua figa pulsava contro la mia lingua, i succhi dolci e mielosi mi colavano sul mento, sulle guance. La leccavo come un cane affamato, succhiavo, penetravo con la lingua, le mordevo piano le labbra gonfie.
«Sì… leccami tutta… mangiami… sono la tua puttana… cazzo come mi manca…»
I suoi gemiti diventavano sempre più acuti. Le cosce mi stringevano la testa, i piedi le si piantavano sulla mia schiena. Veniva già. Lo sentivo. Il corpo le si irrigidì, un grido strozzato le uscì dalla gola e un’ondata calda mi inondò la bocca. Continuai a leccarla mentre spasimava, assaporando ogni goccia, finché mi tirò su per i capelli.
«Dentro… adesso… fottimi… ti prego…»
Non me lo feci ripetere.
Mi sollevai, il cazzo durissimo e gocciolante. La guardai negli occhi un istante — quegli occhi furbi, lucidi, pieni di bisogno — poi afferrai le sue cosce, le allargai ancora di più e spinsi.
Entrai tutto d’un colpo.
Fino in fondo.
Con un impeto animale.
Marika urlò.
Un urlo di piacere puro, misto a sollievo. La sua figa era stretta, bollente, bagnatissima. Mi strinse come una morsa.
Cominciai a scoparla.
Forte.
Senza pietà.
Le spinte erano lunghe, profonde, violente. Il rumore umido dei nostri corpi che sbattevano riempiva la stanza. Il letto cigolava. Lei si torceva sotto di me, unghie conficcate nella mia schiena, seni che ballavano a ogni urto.
«Più forte… cazzo… scopami come una troia… rompimi…»
Le parole mi accendevano ancora di più. Le afferrai i polsi e glieli bloccai sopra la testa. Continuai a spingere, sempre più duro, sempre più a fondo. La cappella le batteva contro il fondo a ogni colpo. Lei gemeva, urlava, mi chiamava porco, maiale, amore… tutto mescolato.
La sentivo venire di nuovo.
La figa che si contraeva a ondate intorno al mio cazzo, i muscoli che mi mungevano. Non resistetti. Con un grugnito animale affondai fino in fondo e sborrai.
Copiosamente.
A getti caldi e che le riempirono la figa. Continuai a spingere mentre venivo, spingendo lo sperma sempre più dentro, finché non ne uscii più nemmeno una goccia.
Restammo così, uniti, ansimanti, sudati, bagnati di acqua e di sesso.
Lei mi strinse forte con le gambe, mi tenne dentro.
E io, ancora duro dentro di lei, capii che quei sei mesi di rispetto non erano stati un digiuno.
Erano stati solo l’attesa.
Lei era ancora sotto di me, il respiro corto, la figa che mi pulsava intorno. Gli occhi lucidi di piacere e di qualcosa di più profondo. Mi guardò e la voce le uscì rotta, piena di desiderio:
«Oddio Gianni… sììììì così ti voglio… voglio essere la tua puttana… io sono una puttana e ho un bisogno animale di cazzo… sìììì ti prego non trattarmi da bambola di porcellana… trattami da puttana da usare… ti voglio…»
Quelle parole mi colpirono dritto nello stomaco.
Per sei mesi l’avevo trattata con i guanti, come qualcosa di fragile e prezioso. Adesso mi chiedeva il contrario. Mi chiedeva di vederla per quello che era… e di amarla comunque.
Si liberò da sotto di me con un movimento agile, si mise carponi sul letto sfatto e mi afferrò il cazzo ancora semi-duro e lucido della mia sborra e dei suoi umori. Lo portò alla bocca senza esitazione. Le labbra calde e umide lo avvolsero tutto d’un colpo. La lingua girava, succhiava, leccava con una fame vorace.
E il mio cazzo, traditore e felice, rispose subito.
Si indurì di nuovo tra le sue labbra, gonfio, pulsante, mentre lei lo succhiava con gli occhi alzati verso di me, gola aperta, saliva che le colava sul mento mescolata al mio sperma.
Quando fu duro come pietra si staccò, un filo di saliva ancora che ci univa.
«Ora ti scopo io…»
Si issò sopra di me, le ginocchia ai lati dei miei fianchi. Afferrò il mio cazzo con una mano, lo allineò alla sua figa ancora aperta, larga, colante della sborra che le avevo appena riversato dentro, e si infilò.
Un gemito lungo e roco le uscì dalla gola mentre scendeva fino in fondo.
La sentii.
Le pareti calde e bagnate che mi stringevano la cappella, la sborra che schizzava fuori a ogni movimento, il calore vischioso che ci univa.
Cominciò a muoversi.
Come un’amazzone.
Prima lenta, godendosi ogni centimetro, poi sempre più veloce, più selvaggia. Il bacino lo ruotava, le tette le ballavano, i capelli le cascavano sul viso. Si lasciava andare completamente. Gemiti aperti, senza freni, il corpo che ondeggia va con una grazia lasciva e disperata.
Io le misi le mani sui seni.
Li impastai, li strinsi, le pizzicai i capezzoli turgidi tra le dita. Lei gettò la testa all’indietro e accelerò ancora, scopandomi con forza, usando il mio cazzo come voleva.
«Gianni… dimmi… dimmi che sono la tua puttana… che mi vuoi come donna ma anche come troia… dimmelo… ti prego…»
La guardai mentre mi cavalcava, sudata, bella, piena della mia sborra e della sua voglia. Le mani le premevano i seni, i pollici le strofinavano i capezzoli.
«Sei la mia puttana» le dissi con voce urlata, mentre lei mi stringeva ancora di più. «Sei la mia donna e la mia troia. Ti voglio tutta. Così. Sporca. Mia. E di nessuno. Scopami, Marika… usami… sei perfetta.»
Lei sorrise, un sorriso da gatta sazi a e ancora affamata, e accelerò.
Il letto scricchiolava. I nostri corpi sbattevano. La sua figa mi mungeva, piena, calda, golosa.
E io la lasciai fare.
La lasciai essere esattamente quello che voleva essere.
Lei mi cavalcava ancora, il respiro corto, i seni che si muovevano sotto le mie mani. Ma qualcosa in me — forse i sei mesi di rispetto, forse la memoria di quello che aveva subito — mi fece rallentare. Le mani scesero dai suoi seni ai suoi fianchi, la bloccai piano, abbastanza da farla guardare.
«Marika… fermati un attimo.»
Lei si fermò, ancora infilata fino in fondo, confusa e arrapata.
«Che c’è? Non ti piace?»
Le accarezzai i fianchi con i pollici, la voce bassa ma chiara.
«Mi piace da morire. Ma voglio essere sicuro. Dimmi la verità… stai facendo questo perché lo vuoi tu, o perché pensi che io me lo aspetti? Perché se c’è anche solo un pezzetto di te che lo fa per me e non per te… mi fermo. Subito.»
Lei mi guardò. Gli occhi ancora lucidi di piacere, ma adesso c’era anche lucidità. Restò in silenzio un secondo, poi si chinò in avanti, le mani sul mio petto, il viso a pochi centimetri dal mio.
«Gianni… ascoltami bene. Per sei mesi mi hai trattata come una principessa. Non mi hai mai toccata se non per tenermi la mano o mettermi un braccio intorno. Non mi hai mai chiesto niente. Non mi hai mai fatto sentire in debito. E proprio per questo… adesso lo voglio. Lo voglio io. Con tutto il corpo. Con tutta la testa.»
Si mosse appena, facendomi sentire quanto era ancora calda e stretta.
«Voglio essere la tua puttana perché lo scelgo. Non perché qualcuno me lo impone. Non perché ho paura. Non perché devo. Perché mi eccita. Perché mi fa sentire viva. Perché con te posso essere sporca e amata nello stesso momento. Capisci?»
Annuì. Le mani le risalirono sui fianchi, ma restarono leggere.
«Allora dimmelo. Adesso. Chiaro.»
Lei sorrise, un sorriso vero, un po’ malizioso e un po’ commosso.
«Ti do il permesso. Ti do il consenso. Voglio che mi scopi senza limiti. Voglio che mi usi. Voglio che mi chiami puttana e troia e tutto quello che ti viene. E se a un certo punto non mi piace più, te lo dico e ti fermi. Ma adesso… adesso voglio questo porco!.»
Mi baciò. Un bacio lento, profondo, che sapeva di noi.
«E tu?» chiese contro le mie labbra. «Tu lo vuoi perché lo vuoi, o perché pensi di dovermi “accontentare”?»
Sorrisi. La strinsi più forte contro di me.
«Lo voglio perché ti desidero da sei cazzo di mesi. Perché mi fai impazzire. Perché sei bella, perché sei forte, perché sei tu. E perché mi hai chiesto di non trattarti da bambola di porcellana… e io voglio darti me stesso corpo e testa mia meravigliosa Puttana!»
Lei annuì, soddisfatta. Si raddrizzò di nuovo, riprese a muoversi, più lenta stavolta, più consapevole. Ogni spinta era una conferma. Ogni gemito un sì.
E mentre la sua figa mi risucchiava intorno, calda e piena, capii che il vero eccitamento non era solo il sesso.
Era il fatto che, per la prima volta dopo tanto tempo, Marika ed io ci stavamo scegliendo.
Fu passione pura.
Nei mesi che seguirono non esisté più niente altro.
Le cene venivano dimenticate sul tavolo. I piatti restavano intatti mentre noi ci nutrivamo di altro: di bocche, di pelle, di gemiti, di sborra. Ci nutrivamo di noi. Di quell’amore che era rimasto chiuso per sei mesi e che adesso esplodeva senza dighe. Desiderio represso, ostinato, senza remore e senza limiti.
Scopavamo continuamente.
Ovunque.
Sul divano dove un tempo ci limitavamo ad accoccolarci. In cucina, con lei piegata sul piano di lavoro e le mie mani che le tenevano i fianchi mentre la inculavo. Sotto la doccia, contro il muro, sul pavimento del bagno. In macchina, tornando dal lavoro. Tante volte anche in ufficio, a porte chiuse, con lei seduta sulla mia scrivania e le gambe aperte mentre le leccavo la figa fino a farla squirtare sui disegni.
Sperimentavamo cose che non avevamo mai fatto e Marika vista la sua ex professione ne sapeva tante!
O che avevamo solo sfiorato.
Lei impazziva per le mie mani. Voleva le dita. Sempre. Nella figa, nel culo, tutte e due insieme. Mi prendeva il polso e me le spingeva dentro, gemendo:
«Ancora… più a fondo… usami! Metti dentro la tua mano, Gianni… riempimi…»
E io le ubbidivo. La scopavo con le mani finché non veniva stringendomi le dita come in una morsa, poi la giravo e la inculavo. Ovunque. In piedi, carponi, sdraiata a pancia in giù con il viso affondato nel cuscino. Il suo culetto si apriva per me con una naturalezza che mi faceva perdere la testa. E ogni volta che le sborravo dentro il culo, lei spingeva indietro, come per tenermi tutto.
Producevo sperma come un ragazzino.
Forse era l’eccitazione, forse il Cialis che ormai prendevo a iosa, senza nemmeno nasconderlo. Lei lo sapeva e ne rideva:
«Il mio vecchio porco drogato dal cazzo sempre duro… vieni qui che te lo meriti.»
E se lo prendeva. Tutto. In gola, in figa, in culo. Mi mungeva fino all’ultima goccia e poi mi baciava con la bocca piena, facendomi assaggiare me stesso.
Era bellissimo farla godere.
Lei si dava e pretendeva. Sporco. Dolce. Violento. Tutto insieme. Voleva essere presa alla gola e chiamata puttana, e due minuti dopo voleva che le dicessi che la amavo mentre le leccavo i capezzoli con dolcezza. Voleva schiaffi sul culo e carezze sui capelli. Voleva essere usata e coccolata. E io glielo davo. Tutto.
Ero perso.
Completamente perso.
In quella figa, in quel culo, in quegli occhi che mi guardavano mentre veniva, in quella voce che mi chiamava porco e amore nello stesso respiro.
Non c’era più confine tra sesso e amore.
C’era solo Marika.
E io che ci annegavo dentro, felice di affogare.
Ma come in tutte le rose profumate e bellissime, c’era sempre qualche spina.
E la spina arrivò.
Si svelò con una telefonata.
Era una sera come tante altre. Marika era ancora nuda tra le mie braccia, la pelle calda di sesso, i capelli appiccicati alla fronte. Il telefono sul comodino vibrò. Lei allungò una mano pigra, guardò lo schermo… e il sorriso le morì in faccia.
«È mia sorella…»
Rispose. La voce dall’altra parte era agitata, rotta. La sentii anche io, confusa ma chiara: la mamma si era sentita male. Ricoverata d’urgenza. Sospetto ictus.
Marika impallidì.
Il telefono le tremava in mano. Quando chiuse la chiamata restò ferma un secondo, gli occhi spalancati, poi si voltò verso di me.
«Gianni… devo andare. Subito.»
Non ci fu discussione.
In meno di un’ora eravamo in macchina. Attraversammo l’Italia di notte, lei silenziosa e contratta sul sedile del passeggero, le mani strette in grembo, lo sguardo fisso sulla strada che scorreva veloce. Ogni tanto le prendevo una mano e la stringevo. Lei rispondeva con una pressione debole, ma non parlava. Era costernata. Stremata dalla preoccupazione.
Arrivammo a Cirò.
L’ospedale odorava di disinfettante e di paura. Ci fecero entrare nella stanza.
La mamma era lì.
Semi-inconscia sul letto bianco, il volto tirato da una parte, il braccio e la gamba sinistra immobili. Paralizzata.
Marika non resistette.
Si buttò in avanti con un singhiozzo rotto, le braccia intorno al corpo fragile della madre, il viso affondato contro il suo collo.
«Mamma… mamma mia…»
Le lacrime le scendevano libere, calde, disperate. Quella donna così passionale, così vera, così forte nel sesso e nella vita, adesso era solo una figlia spaventata.
Accanto al letto c’erano le due sorelle.
Giovani. Belle. Entrambe.
Una aveva un corpo perfetto, snello e armonioso come quello di Marika. L’altra era un po’ più in carne, forme morbide e generose. Ma quello che mi colpì di più furono gli occhi.
Gli stessi occhi di Marika.
Profondi. Scuri. Particolari. Occhi in cui ci si poteva perdere. Occhi che raccontavano la stessa terra, lo stesso sangue, la stessa intensità.
Mi feci da parte, rispettoso.
Restai in silenzio vicino alla porta, presente ma non invadente. Marika aveva bisogno di essere figlia, in quel momento. Non amante. Non fidanzata. Solo figlia.
E io, che per mesi l’avevo avuta tutta per me — corpo, gemiti, sborra, amore sporco e dolce — adesso la guardavo piangere su sua madre e sentivo il cuore stringersi in un modo diverso.
Più quieto.
Più vero.
La rosa aveva mostrato le sue spine.
E io restavo lì, a tenerle la mano quando me la cercava, senza null'altro.
La cultura calabrese ci avvolse appena mettemmo piede in quella stanza d’ospedale.
Non era fatta di cartoline o di stereotipi. Era qualcosa di più antico, più carnale. Era il sangue che chiama il sangue. Era la famiglia come unica vera religione.
Le sorelle di Marika non mi guardarono con sospetto. Mi guardarono come si guarda chi arriva insieme a una di loro nei momenti brutti. Con un cenno del capo, con occhi stanchi ma aperti. Una di loro — quella dal corpo perfetto, che si chiamava Rosaria — mi porse una sedia senza dire una parola. L’altra, più morbida, Lucia, mi offrì un fazzoletto di carta e un sorso d’acqua da una bottiglia ancora fresca.
«Siediti, uagliò… stai con noi.»
La voce aveva il ritmo lento e cantilenante della Calabria ionica. Cirò. Terra di vino forte, di sole che brucia, di mare che sa di sale e di storie antiche.
Marika era ancora piegata sul letto della madre, le spalle scosse dai singhiozzi. Le sorelle non la toccarono subito. Aspettarono. Nella cultura di quella terra il dolore si rispetta. Si lascia spazio. Poi, quando il primo urto è passato, si entra. Lucia le posò una mano sui capelli e cominciò a parlarle piano, in dialetto. Parole che non capivo del tutto, ma che suonavano come una ninnananna antica:
«Stai calma, sorella mia… a mamma è tosta… a mamma è calabrese… non si arrende mica così…»
E io, settentrionale fino al midollo, capii in quel momento quanto fosse diversa la loro idea di famiglia.
Non era solo affetto. Era possesso dolce. Era “sangue mio”. Era il mondo intero ridotto a quelle quattro persone intorno a un letto d’ospedale.
Fuori dalla stanza, nel corridoio, arrivarono zii, cugini, vicini di casa. Nessuno aveva chiamato. Si erano sparsa la voce. In Calabria le notizie cattive viaggiano più veloci del vento. Portavano anche buste di cibo: taralli fatti in casa. Non per mangiare subito. Per stare. Per dire “ci siamo”.
Una vecchia zia, tutta nera e rughe, mi fissò a lungo. Poi chiese a Marika, a mezza voce:
«Chistu è u to omu?»
Marika alzò il viso gonfio di pianto e annuì.
«Sì, zia. È Gianni.»
La vecchia mi studiò ancora un secondo, poi fece un cenno del capo, come se mi avesse accettato nel cerchio. Mi porse un tarallo.
«Mangia. T’ha fatto la strada lunga. E tieni stretta a Marika. Chista famigghia ha bisogno di omini veri adesso.»
In quelle parole c’era tutta la Calabria che stavo conoscendo: la durezza, la tenerezza grezza, il senso del dovere verso i propri, la convivenza quotidiana con la sventura, e quella forza silenziosa che viene dalla terra e dal sangue.
Marika mi cercò con lo sguardo. Io le presi la mano.
E per la prima volta da quando eravamo arrivati, lei strinse forte.
Non eravamo più solo amanti.
Non eravamo più solo due corpi che si cercavano ovunque.
Eramo entrati in qualcosa di più grande.
Nella famiglia.
Nella Calabria.
Nelle spine e nel profumo della stessa rosa.
Poi dovemmo uscire da quella stanza.
Le ore di visita erano finite. Gli infermieri, gentili ma fermi, ci fecero capire che la mamma aveva bisogno di riposo e di silenzio. Marika non voleva andarsene. Si era aggrappata al bordo del letto bianco come se lasciarlo significasse abbandonarla. Gli occhi gonfi, le labbra strette, il corpo teso.
«Non posso lasciarla sola… è mia madre…»
Le sorelle la presero dolcemente per le braccia. Io restai un passo indietro, presente ma discreto. Alla fine, con un ultimo bacio sulla fronte della mamma, Marika si lasciò trascinare fuori.
Nel corridoio si fermò.
Si appoggiò al muro e chiuse gli occhi. Si vedeva chiaro: le mancava già. Si sentiva la figlia più grande. Quella che doveva sostituirla. Quella che doveva tenere insieme i pezzi.
E allora si fece forza.
Quella forza che ha dentro. La forza della sua terra. Una terra fatta di contrasti duri: sole implacabile e ombre profonde, mare dolce e montagne aspre, generosità sconfinata e orgoglio tagliente. Proprio come lei. Marika era fatta così. Piena di spigoli, di contraddizioni, di ferite e di fuoco. Ma quando riuscivi a rompere quel velo — quel velo anche di puttana consapevole, di donna ferita, di figlia spaventata — trovavi una passione unica. Una forza unica. Una generosità che non teneva nulla per sé.
Uscimmo dall’ospedale.
L’aria di Cirò sapeva di sale e di terra. Salimmo in macchina e guidammo verso casa della mamma. Una casa bassa, bianca, con il cortile pieno di vasi di fiori e di limoni, le sedie di plastica messe in cerchio come a voler dire “qui si sta insieme”.
Entrammo.
E lì, tra le foto alle pareti e l’odore di caffè fatto al mattino e mai finito, scoprii qualcosa che non sapevo.
Nella cultura calabro-albanese — quella antica, arbëreshe, che ancora resiste in certi paesi della costa ionica e dell’entroterra — la vera capo famiglia è la donna.
L’uomo sembra il comandante. È lui che parla a voce alta, che gesticola, che prende le decisioni “ufficiali”. Ma è sempre un passo indietro. Sempre. La vera autorità, quella silenziosa e definitiva, è della madre. Della nonna. Della donna che tiene i fili. Che sa. Che decide chi entra e chi esce dal cerchio del sangue.
Marika lo sapeva.
Lo aveva sempre saputo.
E adesso che la mamma era su quel letto d’ospedale con la metà del corpo spenta, sentiva il peso di quel ruolo scivolare sulle sue spalle.
Si tolse la giacca.
Si mise a fare il caffè.
Aprì le finestre. Sistemò le sedie. Chiamò le sorelle e cominciò a organizzare i turni in ospedale, chi avrebbe cucinato, chi avrebbe avvisato i parenti più lontani.
La guardavo muoversi in quella casa che odorava di madre e di terra, e capivo.
Capivo perché era così.
Perché poteva essere puttana e santa, fragile e d’acciaio, dolce e spietata.
Perché la sua terra l’aveva fatta così: di contrasti, di spine e di petali.
E io, che venivo da un Nord più freddo e più lineare, restavo in silenzio ad osservarla.
A rispettarla ed amarla ancora di più.
In quella casa mi sentivo fuori posto.
Non perché mi trattassero con distanza. Anzi. Mi avevano accolto come si accoglie chi arriva insieme a una di loro nei momenti duri: caffè subito, sedia vicina al tavolo, domande gentili sul viaggio, sul lavoro, su “come stai, Gianni”. La zia mi aveva già messo da parte un piatto di pasta al forno “per quando hai fame”. Lucia mi aveva sorriso con quegli stessi occhi profondi. Rosaria mi aveva chiesto se avessi bisogno di cambiare i vestiti.
Eppure stavo a disagio.
Perché Marika, lì, era diversa.
Era vera.
Era Addolorata.
Quello era il suo vero nome. Addolorata. Un nome pregno, antico, pieno di sacro e di sofferenza, come tante donne di quella terra. Lei al Nord l’aveva trasformato in Marika per ovvi motivi. Marika era l’alter ego. La versione leggera, carnale, libera, la dea del sesso senza limiti. Marika era quella che si faceva chiamare puttana e lo faceva con orgoglio. Marika era quella che ha scopato con tanti uomini clienti e scopava me sul divano e mi chiedeva di trattarla da troia da usare.
Ma lì, in quella casa bassa dal cortile pieno di limoni, tra le foto della mamma giovane al matrimonio e i santi alle pareti, lei era Addolorata.
Di nome e di fatto.
La figlia maggiore. La più forte. Quella che doveva tenere insieme i pezzi. Quella che faceva il caffè, organizzava, parlava piano con le sorelle, asciugava le lacrime senza farle vedere troppo.
Io sapevo cose di lei che in quel contesto erano fuori luogo.
Fuori tempo.
Sapevo il sapore della sua figa quando veniva. Sapevo come gemesse quando la inculavo. Sapevo le parole sporche che mi chiedeva di dirle. Sapevo che era stata una Puttana per lavoro ed anche per piacere. Sapevo i sei mesi di rispetto e poi l’esplosione di sesso e amore senza freni.
E lì dovevo fingere.
Dovevo essere solo “Gianni, l’amico di Addolorata”. L’uomo del Nord che l’aveva accompagnata. Il compagno discreto.
Oddio, fingere.
E lì dovevo fingere.
Ogni volta che lei mi guardava di sfuggita, con quegli occhi che solo io conoscevo fino in fondo, sentivo il peso di quel segreto. Non era vergogna. Era rispetto. Rispetto per quella casa, per quella madre sul letto d’ospedale, per quelle sorelle che non sapevano — e non dovevano sapere — chi fosse Marika.
Mi alzai.
Chiesi scusa con un sorriso stanco.
«Vado a fare due passi. Mi serve aria.»
Addolorata annuì. Capì.
Mi lesse dentro, come solo lei sapeva fare.
Uscì nel cortile. L’aria di Cirò sapeva di mare e di terra calda. Mi sedetti su una sedia di plastica e guardai i limoni.
E pensai che amare una donna come lei significava anche questo: saper stare nel suo mondo di contrasti. Saper essere l’amante di Marika e l’ombra discreta di Addolorata.
Senza confonderli.
Senza tradirli.
Mi misi a fumare il mio toscano.
Il fumo denso e aromatico mi riempì i polmoni, mi calò sulle spalle come una coperta grezza. Mi rilassava sempre. Era il mio piccolo rito quando il mondo diventava troppo stretto.
Il telefono, invece, non mi dava tregua.
Messaggi, chiamate, mail di lavoro che si accumulavano come un’ondata. I cantieri, i fornitori, i clienti. La vita di sempre che pretendeva di continuare come se niente fosse.
Al diavolo.
Deviai tutto.
Chiamai Sonia.
«Sonia, scusa sono io. Devi occuparti tu di tutto per i prossimi giorni. Avvisa chi di dovere che sono assente per motivi familiari urgenti. Non si discute. Grazie.»
Chiusi la chiamata prima che potesse fare domande. Spensi le notifiche. Riposi il telefono sul muretto del cortile.
Avevo voglia di ritrovarmi.
Di ritrovare quel mio equilibrio instabile ma che mi saziava. Quell’equilibrio fatto di rispetto, di sesso, di silenzi e di gemiti, di Marika e di Addolorata.
Ma una voce dentro di me non stava zitta.
Una voce cattiva. Lucida. Crudele.
Ma che cazzo ci fai qui…
Sei vecchio.
Fai il vecchio e smettila di credere di poter tornare giovane. La tua vita l’hai già vissuta.
Cosa ci fai con Marika… anzi, con Addolorata…
Lei ha bisogno di un giovane. Di uno che ha ancora una vita davanti. Di figli.
Tu saresti solo un nonno. Non un papà.
Il toscano mi tremò leggermente tra le dita.
Guardai il fumo salire verso il cielo di Cirò, limpido e indifferente.
Venticinque anni di differenza.
Io con i che diventano brizzolati, lei con la vita ancora tutta da scrivere. Io che avevo già amato, perso, fallito. Lei che aveva già sofferto troppo e meritava qualcosa di intero, di futuro.
Eppure…
Eppure quando mi guardava con quegli occhi — gli stessi occhi delle sorelle, gli stessi della madre sul letto d’ospedale — qualcosa dentro di me diceva il contrario. Qualcosa diceva che l’età era solo un numero. Che l’amore non chiede il certificato di nascita. Che lei mi aveva scelto. Non per il cazzo. Non per i soldi. Ma per come la trattavo. Per come la vedevo. Per come restavo.
Il toscano si stava consumando.
La voce cattiva continuava a parlare.
Ma io restai seduto su quella sedia di plastica, in quel cortile pieno di limoni, e non me ne andai.
Perché anche se fossi stato solo un nonno…
anche se fossi stato troppo vecchio…
in quel momento ero l’unico uomo che Addolorata voleva vicino.
E quello, almeno per ora, doveva bastare anche a me!
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