Mia moglie, i suoi maschi e le mie palle

di
genere
dominazione


Il lavoro sporco

La stanza puzza di sesso stantio, di sudore e sperma rappreso. Sei in ginocchio sul tappeto, la schiena inarcata, il culo esposto in aria con quel vibratore nero che ti squarcia l’ano a ogni vibrazione. Le ginocchia ti bruciano, ma non osi muoverti. Davanti a te, Laura è sdraiata sul divano, le gambe divaricate, un’offerta oscena di carne usata. La sua fica è un pantano di sperma: un liquido denso e bianco cola dalle labbra tumefatte, scendendo a formare una pozza tra le natiche. Le grandi labbra, gonfie e lucide, sono ricoperte da una patina lattiginosa. Il clitoride, rosso e gonfio, sporge come un frutto maturo pronto a scoppiare.

Ti avvicini strisciando, la lingua già fuori. Il primo contatto è umido, appiccicoso. Lecchi lungo la coscia interna, dove un rivolo di sperma si è asciugato. Il sapore è amaro, salato, ma non ti fermi. Risali, la lingua affonda nella carne bagnata. Raccolti una grossa quantità di liquido semifluido, lo fai rotolare in bocca, sentendo i grumi sciogliersi sul palato prima di ingoiarlo. Il sapore ti riempie la gola, pesante e opprimente.


"Guarda ’sto maiale, come se la gode" sibila Marco, puntandoti il cellulare in faccia. Il flash ti acceca per un istante. "Lecca, coglione. Lecca tutto, faje er bidet a ’sta troia. Senti che sapore! Sa de vero omo. Te piace, eh?"

Ti fermi un attimo, la lingua ancora immersa in lei.
SLAP!
Uno schiaffo violento ti ribalta la testa di lato. È l’amico di Marco, che ti afferra per i capelli. "Ma che cazzo stai a fa’? Nun te devi fermà, frocio! Leccala come se fosse l’ultimo pasto della tua vita di merda! E mo’ rispondi educato a Marco, cazzo!"

"S… sì, mi piace" balbetti, la bocca piena di saliva e sperma.

SLAP!

Un altro schiaffo, dall’altro lato. "Più forte! Più convinto! Te piace er sapore della fica de tua moje appena inchiappettata?"
"Sì! Mi piace!" sussurri, gli occhi che si inumidiscono di vergogna.

"Bravo" ride Marco. "Adesso ascolta bene, pezzo de merda. Sai cos’abbiamo fatto a ’sta puttana? Io l’ho messa a pecora, je ho ficcato er cazzo fino in gola. Mentre lui je dava in culo, lei squirtava sul tappeto come ’na cagna. Se l’è goduta un botto, Dio porco."

"È niente" lo interrompe l’amico, spingendoti la faccia contro la fica di Laura. "Io je ho aperto la fica cor cazzo, me la so’ magnata finché non ha smesso de trema’. Poi c’ho infilato er pugno, tutto. Esatto, ’na mano intera dentro. E lei urlava, ma non de dolore, no. Urlava ‘Dio sì, sfondami, porco!’. Te lo immagini ’sto spettacolo? Te lo immagini mentre stai lì a lecca’ tutto sto sburro?"

La tua lingua ora lavora freneticamente, spinta dalla mano che ti stringe i capelli. Lecchi, succhi, raschi. La bocca è piena dei loro umori, del sapore della fica di Laura mescolato al loro odore maschile. Il tuo cazzo, nonostante tutto, inizia a indurirsi, una goccia di pre-eiaculato scivola lungo il glande.


"E tu che facevi, eh?" ti chiede Marco, ridendo. "Te stavi a fa’ ’na pippa in un’altra stanza? Ce sentivi? Ce sentivi urlà ‘Dio sì, più forte, sfottimi!’ mentre tu te toccavi quer cazzetto duro?"

SLAP!

"Rispondi, merda!" urla l’amico.

"S… sì, vi sentivo" ammetti, la voce rotta dalla vergogna.

"E che facevi?" continua Marco, mentre ti riprende da vicino. "Dici a che cosa pensavi mentre tua moglie gridava ‘Sfondami!’ per noi."

"P… pensavo… a voi…" balbetti, leccando freneticamente il clitoride di Laura, che si contrae sotto la tua lingua. "Pensavo a come la stavate distruggendo…"

"E ti piaceva, eh?" continua Marco, la voce un sussurro crudele. "Ti piaceva sapere che la tua donna è ’na cagna pe’ noi, mentre tu sei solo ’n frocio de merda?"

"Sì… sì, mi piaceva" ammetti, e mentre lo dici, senti il cazzo indurirsi ancora di più, quasi doloroso.

"Guarda che maiale" ride l’amico, indicando il tuo cazzo con il mento. "Je s’è fatto duro a leccà ’sta fica piena de sborra. Che figura de merda. Te la sei guadagnata ’sta fica?"

"No, non se la può permettere" risponde Marco per te. "Lui non scopa. Lui lecca. Lui pulisce. È ’na serva, ’na cagna. La fica de la moje è ’na dispensa de sborra pe’ lui. E se sarai bravo, magari ti facciamo leccare anche i nostri cazzi. Ma solo dopo che te li siamo fatti pulire dalla fica de tua moglie, intesi?"

Ti fermi, sollevi la faccia bagnata. Senti le loro risate, i loro sguardi di disprezzo. La vergogna ti sale fino a bruciarti le guance. E il tuo cazzo, lì, duro come mai prima, tradisce ogni tuo sentimento umano. Senza che te lo chiedano, tiri giù la testa e ricominci a leccare, più affamato, più umile, più porco di prima.


La fica di Laura ora è lucida, quasi immacolata: solo un rossore violaceo testimonia la violenza subita. Si alza, fluida e dominante, ti guarda come si guarda un insetto da schiacciare. "Non hai finito il tuo lavoro da nettezza urbana, la tua serata di merda è solo all’inizio. Adesso pulisci i veri uomini, quelli che ti hanno sostituito."

Marco e il suo amico si piantano davanti a te, i loro cazzi semi-duri ti puntano contro come due cannoni. Ti inginocchi, le articolazioni che crepitano sul pavimento, il vibratore nel culo che sembra fremere in attesa. Laura ti afferra per i capelli e ti schianta la faccia contro il glande di Marco.

"Apri ’sta bocca da succhia-cazzi e leccalo, pezzo de merda. Fa’ vedere che vali almeno a questo."
Inizi a leccare, la lingua che si arrampica sulla pelle calda e umida. "Vedi ’sto cazzo? Quello è un cazzo da uomo. Grosso, duro, con le vene che gli saltano fuori. Non come quella salsiccia bollente che hai tu. Lo vedi il confronto? Tu sei ’n nanerottolo, loro sono i Colossi di Rodi."

Mentre lecchi, senti una pressione improvvisa e violenta sul fondoschiena. È il piede nudo di Laura, che ti spinge il vibratore più a fondo. Il dolore ti trafigge come un pugnale, un urlo strozzato ti esce dalla gola contro la carne di Marco.

"Leccalo mejo, stronzo! E nun piagne" sibila lui, afferrandoti la nuca. "Mostra che te piace ’sta minchia. Mostra a tu’ moje che sei solo ’na bocca calda pe’ i suoi amanti."

Passi all’altro cazzo, quello dell’amico. È diverso: più tozzo, con un glande più largo. Lo accarezzi con la lingua, mentre Laura continua il suo monito sadico.
"Questo è il cazzo che m’ha sfondato il culo. Sai che mi ha detto? ‘Ho una fidanzata, ma il culo tuo è meglio’. Te lo immagini? Me lo dice in faccia mentre me lo sta piantando dentro. E tu che facevi? Te lo segavi pensando a noi, eh?"

"Ma che dici!" ride l’amico, mentre ti infila il cazzo più a fondo in gola. "Io gli ho detto: ‘Dammi il culo che è più stretto’. E l’ho aperto a forza, Dio porco. Sentivo solo lei che urlava ‘Più forte, più forte!’. Te lo immagini ’sto spettacolo? Te lo immagini mentre stai lì a leccare?"

Ci sei dentro con la bocca, con la lingua, con l’anima. E poi, senza preavviso, mentre sei concentrato a leccare il perineo di Marco, ti arriva un calcio. Non uno schiaffo: un calcio secco e preciso, da dietro. Il piede nudo di Laura che ti colpisce le palle con la precisione di un chirurgo. Il dolore è abbagliante, una scossa elettrica che ti paralizza. Crolli a terra, contorto, le mani tra le gambe, la bocca spalancata in un urlo senza voce.

Loro tre ridono a crepapelle.
"Guarda ’sto merda che se la prende" ride Marco. "Alzati, cane, che non hai finito."

Ti rialzi a fatica, le palle che ti pulsano come due cuori alieni. Torni in ginocchio, il cazzo ora un po’ meno duro, la vergogna che ti soffoca. Ricominci a leccare, più umile, più sottomesso.

"E adesso ascolta, coglione" ti sibila Marco, mentre ti schiaccia le palle con la pianta del piede. "Non solo ce la siamo scopata, ma sei anche ’n cornuto che gode a guardare. Mentre io le davo nel culo, lei mi guardava negli occhi e mi diceva ‘Grazie, grazie’. E tu che credevi? Che ti amasse? Sei solo ’n portafoglio con ’n cazzo inutile, capito?"

SLAP!

Un altro calcetto nelle palle, questa volta è l’amico. "Rispondi, stronzo! Gliel’ho detto che sei ’n cornuto contento? Gliel’ho detto che mentre noi la sfondavamo tu stavi a segare in bagno?"

"S… sì, gliel’ha detto" balbetti, la bocca piena di saliva.

E mentre stai per rispondere, ti arriva il secondo calcio. Stesso piede di lei, stessa precisione, stesso dolore devastante. Questa volta urli davvero, un suono animale, disperato. Rotoli a terra, il viso contro il tappeto, le palle in fiamme. Il tuo cazzo è ormai moscio, un pezzo di carne morta tra le gambe.

"Alzati!" urla Laura. "Ti ho detto di alzarti!"

Ti trascini su, le lacrime che ti rigano il viso.
"Adesso finisci ’sto lavoro, cornuto" ti ordina Marco, infilandoti di nuovo il cazzo in bocca. "Leccami ’ste palle, che stanotte me le hai fatte venire ’na cifra."

Lecchi, succhi, ti dedichi al tuo compito con la rassegnazione di un condannato a morte. E mentre sei lì, con la faccia tra le gambe di Marco, ti arriva il terzo calcio. Il più forte, il più cattivo. Questa volta non crolli: rimani in ginocchio, piegato in due, il respiro che ti manca. Il dolore è così forte che ti sveglia, ti rende lucido, ti fa capire fino in fondo cosa sei.

"Adesso sei pronto" ti sussurra Laura nell’orecchio. "Adesso sei veramente nostro."

E mentre stai lì, piegato in due dal dolore, l’amico di Marco non si trattiene. Un gemito, una contrazione, e poi un getto caldo e denso ti riempie la bocca. Sborra in bocca, un torrente improvviso che ti cola lungo il mento.

"Guarda un po’!" ride Marco. "Te l’ha data in bocca! Te l’ha data tutta, senza chiederti il permesso! Che fortuna, eh? Bevila, coglione! Bevila tutta!"

Laura si piega su di te, ti afferra il mento e ti costringe a ingoiare.
"Bevi ’sta sborra. È il tuo premio. Il premio per essere il marito più umile del mondo. E adesso ringrazia."

"Grazie" gorgogli, con la bocca ancora piena del loro sapore.

"Grazia di cosa?" ti chiede, spingendoti il vibratore ancora più a fondo.

"Grazie… per la sborra…"

E loro ridono ancora, mentre tu resti lì, in ginocchio, con il culo che brucia, le palle che faticano a pulsare e la bocca che sa di loro. Un re senza regno, un padrone senza schiavi, un uomo senza dignità.


Ora sei a terra, un ammasso di umiliazione. Le palle non sono più tue: sono due pesi gonfi e violacei, un batterio pulsante che ti consuma dal basso. Ogni respiro è una lama.

"Ma che cazzo c’hai?" La voce di Marco è un sibilo secco, carico di irritazione. Si china su di te non per aiutarti, ma per ispezionare il danno, come si fa con un’auto incidentata in una brutta corsa. "Sembra un cactus che ha preso le botte."

Lui e l’altro ti rigirano come un sacco di immondizia, spalancandoti le gambe con violenza. Laura osserva da sopra, braccia conserte, con la faccia scocciata di chi sta guardando uno spettacolo noioso.

"Madonna porca, che casino" ride l’amico. "Guarda che palle je avemo fatto. Sembrano due palline de flipper usate."

"Se l’è fatto da solo, ’sto deficiente" taglia Laura, senza un briciolo di pietà. "Voleva fare il porco e ha avuto il fatto suo. Bisogna portarlo all’ospedale."

"No, aspetta!" decide Marco, tirando fuori il telefono. "L’ospedale nun se po’ se nun è necessario. Le domande, le carte, le guardie… Chiamo Franco. Quello lì non fa domande."

La chiamata è un monologo sbrigativo:
"Eh, Franco, scusa. Ho ’n problema. No, non è un cane, è un amico… Sì, te spiego dopo. Vieni subito, pago bene a nero."
Preso il tuo portafogli:
"C’ho 500 euro tutte tue!"

"Franco? Ma siete pazzi, un veterinario? Io voglio andare in ospedale, subito! Mi sento male!" La tua voce è un rantolo, un misto di dolore e panico. "Voi mi avete scassato le palle, stronzi!"

"E che vo’ raccontà, cojone?" ti sibila Marco in faccia, con un’aggressività improvvisa. "Che sei caduto dalle scale mentre eri in ginocchio a leccacce le palle? Se te portamo in ospedale, i medici fanno magari ’na denuncia. E siccome du’ carci te li ho dati pure io, e anche lui, ma eri tu che li volevi, noi due finimo dentro. Mo sentimo il dottore!"

"Esatto" conferma Laura, con freddezza. "Loro non vanno in galera per te, stronzo impotente. Non ci pensare nemmeno."

Quando arriva, Franco è l’incarnazione della rassegnazione. Si avvicina, si infila i guanti come se stesse per pulire una fogna e ti palpa con una forza che ti fa vedere le stelle.
"Idrocele traumatico con ematoma scrotale" sentenzia, rialzandosi e togliendosi i guanti con un gesto secco. "Poteva andargli peggio. Ma c’è rischio di torsione o di necrosi. A quel punto, te li amputano tutti e due."

"Allora? Che si fa?" chiede Marco, con l’ansia di chi non vuole rogne.

Franco ti guarda, poi guarda loro. Un sorriso quasi impercettibile gli sfiora le labbra.
"Potrebbe risolversi da solo, con riposo e ghiaccio. Ma è difficile. Quasi sicuro che stanotte peggiora e deve andare in ospedale. E poi è peggio per voi."
Fa una pausa, calcolatore.
"La cosa migliore, che io ve consiglio, è una soluzione rapida, pulita e sicura… come si fa coi cani quando si fanno male. Ve costerebbe altri 500 euro, mille in tutto. Orchiectomia bilaterale."

"Cosa?" chiedi, la voce un sibilo disperato. "Castrarmi? Ma siete tutti pazzi? No, mai!"

"Tu statte zitto, nessuno t’ha interpellato" e ti tira uno schiaffone. "Nun pensà che pe’ du’ carci se ne andamo in galera, c’avemo precedenti. All’ospedale, fai ’na denuncia, noi due finiamo dentro. Te lo dice il dottore: se aspetti, te li devi tagliare lo stesso. Famolo subito e te togli il pensiero."

"Esatto" conferma Franco, con una calma clinica che ti spaventa più di ogni minaccia. "Lui ha ragione. O te li facciamo noi, puliti, o te li tagliano loro, in emergenza, e chissà che ti lasciano appeso. Nun hai scelta, nessuno ti costringe, ma meglio per te."

"Ma che scelta, dottò!" reagisce infuriato l’amico, dandoti una pacca sulla guancia. "O te li facciamo noi e stai zitto, o te li tagliano loro e noi finiamo in galera."

"No! Non voglio! Lasciatemi stare! Aiuto!" inizi a protestare, cercando di divincolarti. Ma è inutile. Marco e l’amico ti bloccano le braccia e le gambe, schiacciandoti a terra. Laura si siede sul tuo petto, l’odore della sua fica sborrata ti toglie il respiro.

"Stai fermo, cornuto" ti sussurra all’orecchio, la sua voce un veleno dolce. "Sii buono che facciamo presto e ti facciamo anche ’n regalino."

"Vedi? È ’na cosa necessaria" ti dice Marco, con un tono da maestro elementare. "Sei tu che lo vuoi. Volontariamente. Così non c’è nessun problema, né per te, né per noi. Capito? È la soluzione migliore per tutti."

"Non è sufficiente però" interviene Franco, la voce tagliente come il suo bisturi. "Se non lo volete portare in ospedale per non avere problemi, voglio delle coperture. Io non faccio ’na procedura del genere senza ’na liberatoria. Non voglio finire nei guai per ’na vostra puttanata. O mi firma ’sta roba qui, dicendo che è ’na sua volontà, o me ne vado e vi auguro ’na buona fortuna al pronto soccorso."

Tira fuori una carta e una penna. La lettera è un capolavoro di gergo legale e minacce velate. Ti spiegano che se non firmi, ti lasceranno lì a crepare di dolore. E se poi deciderai di denunciarli, loro ti faranno la vita un inferno.
E Laura, Laura ti guarda con un sorriso che ti spezza il cuore.

"Firma, amore" ti dice, con una voce che è veleno e miele. "È la cosa migliore per tutti. Per noi. E anche per te, vedrai. Sono cose che possono capitare, dai, quante storie!"

Con le lacrime che ti rigano il viso, prendi la penna. La tua mano trema così tanto che fai fatica a scrivere il tuo nome. Firmi. La tua condanna.

Ti afferrano un braccio, non con delicatezza, ma con forza. Franco ti infila l’ago in una vena del gomito. Senti un bruciore violento, poi un’ondata di calore che ti scioglie le ossa e annebbia i pensieri. La testa ti gira, ma la paura rimane, lucida e affilata come un frammento di vetro.

"Adesso puliamo bene l’area operatoria" annuncia Franco, come se stesse per preparare un piatto. Estrae bisturi, pinze e una soluzione disinfettante che ti gela la pelle. Ti lavano le palle con cura maniacale, il freddo del cotone che contrasta con il fuoco che ti brucia dentro.

"Ok, siamo pronti. Tenetelo fermo che non voglio fare pasticci."

Franco prende il bisturi. Lo vedi luccicare sotto la luce del lampadario, una scintilla crudele. Lo avvicina al tuo sacco scrotale. Chiudi gli occhi, ma non puoi chiudere la mente.

Senti una pressione, poi un taglio netto e preciso. Il dolore non c’è, grazie all’anestesia, ma la sensazione della lama che ti apre la pelle è indelebile. Il sangue cola, un rivolo rosso scuro che Franco asciuga con una garza, senza fretta.

"Vedete? Come incidere ’na carta" commenta, con la voce tranquilla di chi sta facendo il suo mestiere.

"Ma che ti dicevo? Pulito e veloce" ride Marco, godendosi lo spettacolo.

Apri gli occhi, contro la tua volontà. Vedi il tuo sacco aperto, una ferita crudele che svela il suo interno. E lì, intravedi i due testicoli, bianchi e lisci, come due uova sode in un nido di sangue. Franco li afferra con una pinza, li estrae con un gesto deciso, tirandoli leggermente.

"Questa parte è un po’ più delicata" spiega, mentre lega i funicoli spermatici con del filo riassorbibile. "Basta ’n nodo male e si rischia l’infezione, o l’ernia inguinale. E non vogliamo rovinare il prodotto, vero?"

"Ma che bello" dice Laura, piegandosi per vedere meglio. "Sembrano due biglie. Ma per ’na cosa così leggera, che ci serve? Vedi, Franco? Gli avanzava pure."

"Effettivamente, sono di dimensioni decisamente ridotte" conferma il veterinario, con un tono da docente universitario. "Per un’orchiectomia bilaterale su un piccolo animale, direi che sono perfetti. Anzi, persino in eccesso."

---
E in quel momento, mentre Franco sta per separare per sempre le tue palle da te, senti qualcosa di inimmaginabile.
Un’erezione.
Un’erezione potentissima, durissima, quasi dolorosa. Il tuo cazzo si alza, rigido come un sasso, la cappella violacea che batte contro la tua pancia, un tradimento visibile a tutti.

"Ma che cazzo…!" esplode l’amico, indicandolo e scoppiando a ridere. "Gli è venuto ’no cappolone da paura! Mentre gli stanno tagliando le palle!"

"È ’n fenomeno da baraccone" ride Marco, che si avvicina e ti schiaffeggia il cazzo duro. "Guarda che durezza. Se l’è fatto venire solo dal pensiero de diventare ’na femmina completa."

"Reazione parasimpatica da stress acuto" spiega Franco, senza degnare di uno sguardo il tuo membro eretto. "Capita in alcuni soggetti durante dolore o umiliazione intensa. Non è ’na vera erezione, è solo ’n riempimento dei corpi cavernosi. Interessante."

"Chissenefrega della spiegazione!" ride Laura, divertita. "L’importante è che gode anche mentre gli amputano l’ultimo pezzo de dignità che gli rimane. Vai, Franco, taglia ’sta roba. Voglio vedere ’ste palle fuori dal suo corpo."

---
Franco procede. Con un altro paio di tagli del bisturi, stacca i due testicoli. Li mette su un vassoio di metallo, come se fossero due olive.

"Ecco fatto" dice, con un tono di soddisfazione. "Adesso suturiamo."

Mentre Franco ti cuce il sacco scrotale, lasciandolo liscio e vuoto, loro tre si avvicinano al vassoio. Ti guardano, ti ridono in faccia, mentre il tuo cazzo è ancora durissimo, un monumento alla tua umiliazione.

"Guarda che roba" dice Marco, prendendo in punta di dita uno dei tuoi testicoli. "Pesa ’n cazzo de niente."

"Me lo tengo io come portafortuna" ride Laura, prendendo l’altro. "Lo metto in formalina e lo tengo sulla scrivania. Così, quando sono triste, lo guardo e sorrido."

---
Franco finisce di suturare. Ti medicano, ti fasciano. Il dolore è sopito, ma la sensazione di vuoto tra le gambe è devastante. Ti lasciano lì, nudo, sul pavimento, con il cazzo ancora duro e il sacco vuoto che ti fa male in un modo nuovo, più profondo.

"Adesso sì che sei perfetto" ti dice Laura, accarezzandoti il viso. "Un marito senza palle. Proprio come me l’avevo sempre sognato."

E loro ridono, mentre tu resti lì, a guardare il tuo cazzo duro, l’ultima cosa che ti rimane della tua virilità, un tradimento completo e totale.

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qulottone@gmail.com

scritto il
2026-09-08
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