La Signora Cristina 1
di
Adso_68
genere
confessioni
Ciao a tutti questa è una mia esperienza vissuta. Anche i nomi sono quelli originali, perché per me cambiarli significherebbe snaturare le sensazioni di allora.
Mi chiamo Roberto ed ero uno studente romano di 22 anni. Finita la scuola, trascorrevo le mie vacanze estive in un tranquillo paese di mare insieme alla famiglia, a casa dei miei nonni. Ero alto circa un metro e ottanta, con un fisico atletico, capelli chiari, occhi azzurri e una dotazione decisamente importante tra le gambe.
L’estate appena iniziata non era molto diversa dalle altre. Le mie giornate in paese, bene o male, scorrevano sempre uguali: la mattina al mare e nel pomeriggio passeggiate in bici, partite a calcetto o chiacchierate annoiate sotto i portici. La sera si usciva in comitiva in giro per il paese in festa per la sagra, si passeggiava sul lungomare o ci si spostava in spiaggia ad oziare, cantare, bere. Chi era in coppia, a un certo punto della serata, si appartava in una zona un po' più buia per amoreggiare, a seconda delle possibilità. In quel periodo io ero solo; mi ero appena lasciato con Emma, la mia ragazza storica, per questioni caratteriali. Pertanto mi godevo la stagione senza troppi crucci: se capita qualcuna che ci sta, bene, altrimenti mi sarei divertito con i miei amici.
Ma veniamo alla vicenda che cambiò radicalmente la mia visione del sesso, delle donne anche quelle molto vicine.
Come ho detto, eravamo in vacanza in questo paesino dove ci si conosce tutti. Ogni anno si organizzava una cena in un noto ristorante a una trentina di chilometri di distanza, insieme ad alcuni parenti e amici. Eravamo in molti ma con poche macchine. Una volta divisi i gruppi, io sarei andato in auto con Salvo e Cristina, una coppia di amici cinquantenni milanesi che si erano offerti di accompagnare mia nonna, una sua amica e il marito di quest'ultima, Alfio, visto che lui non guidava più.
I posti erano già stati assegnati: Salvo alla guida, Alfio di fianco, e dietro ci saremmo dovuti sistemare alla buona, in un’Alfa sud non era proprio semplice. Mia nonna e la sua amica occupavano i sedili singoli laterali, essendo anziane, mentre Cristina si sarebbe seduta sulle mie gambe. Partimmo un po' da pirati, ma a quei tempi, negli anni '80, essere in sei in una macchina da cinque posti non era poi così strano.
Il tragitto dalla casa al ristorante durava circa trenta minuti, perciò dovevo per forza trovare una collocazione più comoda, dato che la situazione iniziale non era delle più agevoli e l'aria nell'abitacolo era già surriscaldata.
Dissi a Cristina, con un filo di voce:
— Cri, scusami, ma devo sistemare le gambe, altrimenti rischio di farti male.
— Sì, sì, Roby, sistemati pure, io poi mi adatto — rispose lei, voltandosi a guardarmi con un sorriso enigmatico.
A quel punto, mentre lei si sollevava aggrappandosi al poggiatesta del sedile anteriore, la afferrai saldamente per i fianchi prosperosi e la aiutai nella manovra. Libero dal suo peso, allargai le gambe sistemando per bene il mio pantaloncino di lino leggero e le dissi di mettere le sue al centro del pianale, dove c'era spazio. Prima di riadagiarsi, cercò di accomodare il vestito per non sgualcirlo. Visto che le mie mani stringevano ancora i suoi fianchi, prese un lembo della sua lunga gonna e lo tirò dalla parte di mia nonna, che borbottò qualcosa di poco conto.
Quel movimento, apparentemente innocuo, aveva lasciato completamente nuda la parte inferiore delle sue gambe che, appoggiandosi, vennero a diretto contatto con la mia pelle. Il calore improvviso e la morbidezza assoluta delle sue cosce mi travolsero. Rendermi conto che quel fuoco arrivava dalle splendide gambe di Cristina mi provocò una reazione istantanea: una potente erezione che gonfiò il lino dei pantaloni, impossibile da nascondere.
Salvo e Cristina erano sposati e senza figli. Lui era un carabiniere in pensione di 63 anni; a suo tempo era stato un bell’uomo, ma la lotta contro il tempo lo vedeva ormai perdente. All'epoca era un uomo in sovrappeso, con pochi capelli, la pancia da bevitore e soprattutto una lingua lunga sempre pronta alla battuta, spesso fuori luogo e imbarazzante. Insomma, un uomo che viveva la giornata in attesa che qualcuno lo mandasse a quel paese non appena apriva bocca.
Cristina, invece, era una maestra elementare ancora di ruolo. Aveva 55 anni portati meravigliosamente: statura media, un corpo morbido con un seno pieno e abbondante un viso delicato incorniciato da un caschetto di capelli neri. Nel complesso, la Cri era una bella donna, una di quelle mature che sprizzano sensualità da ogni poro. Le nostre famiglie si conoscevano da sempre, perciò ero cresciuto con la sua presenza. Di lei adoravo il suo accento milanese, la pelle sempre abbronzata che profumava intensamente di creme solari, le unghie lunghe smaltate di rosso e soprattutto, il suo modo ipnotico di fumare.
C'era qualcosa di incredibilmente erotico nei suoi gesti: quando accendeva una sigaretta, lo faceva stringendo i filtri sottili tra le labbra carnose colorate di rosso, aspirando con un'intensità che le scavava leggermente le guance, per poi espirare il fumo lentamente, creando una nuvola densa e profumata che sembrava avvolgerla in un'aura di mistero.
Al tempo gli dedicavo le migliori seghe.
Per la serata, la Cri aveva indossato un vestito lungo di lino bianco che, nella sua semplicità, accarezzava le curve provocanti del suo corpo. Un filo di perle bianche le impreziosiva il generoso décolleté e un paio di sandali aperti completavano la figura sobria di donna matura. C'era un piccolo, micidiale dettaglio: come intimo indossava il bikini bianco, dato che i laccetti del reggiseno erano legati a mo' di fiocchetto dietro il collo nudo. Elegante all'apparenza, ma a guardare bene era una bomba di puro sesso pronta a esplodere per chiunque fosse attento ai dettagli.
Ma torniamo in macchina.
Nel momento in cui lasciò il poggiatesta del sedile anteriore, rimase per un attimo sospesa nel vuoto, in attesa di essere guidata. Fu così che, in preda ad un vuoto mentale e di eccitazione, la tirai decisamente verso di me, facendo aderire la sua schiena al mio petto. Alzai il bacino con un movimento calcolato fino a incastrare il mio membro dritto contro il suo fondoschiena. Quando lei si riappoggiò, il peso del suo corpo fece il resto.
Era seduta sul mio cazzo, gonfio all’inverosimile. I sottili strati di lino che ci dividevano tentavano in maniera eroica e inutile di arginare una situazione ormai fuori controllo. Sentivo il cuore battermi in gola, un calore liquido mi invadeva il basso ventre e il profumo della sua pelle mescolato alla crema solare mi stava letteralmente stordendo. Pensai: "Se se ne accorgono, succede un macello". Ma l'eccitazione derivante dal pericolo era una droga. Del resto, non avevo deciso io quella disposizione.
Cristina decise di rompere il ghiaccio, azzerando ogni mia esitazione.
— Ehi, Roby... sei comodo così? — sussurrò, con una voce che mi sembrò insolitamente calda.
— Bene... sì, sì, molto meglio di prima — riuscii a bofonchiare, con il fiato corto.
Lei accennò un sorriso malizioso e, muovendo lentamente e deliberatamente il bacino per "sistemarsi", mi disse:
— Scusa se ti volto le spalle, ma così è più comodo anche per me.
Nel dirlo, le sue mani scivolarono indietro, stringendo i miei polsi con una pressione complice, come a voler firmare un patto segreto: "Brutto bastardo, so benissimo cosa c'è qui sotto, me lo stai piantando nel solco del culo".
Nel vociare generale della macchina, a pochi centimetri da noi, intervenne Salvo con la sua solita delicatezza da caserma:
— Ehi Roby, mi raccomando, tieni le mani in bella vista che la Cristina l’è ancora una bella figliola e non è ancora vedova... Ahahahah!
Rimasi di ghiaccio, ma Cristina non si scompose di un millimetro. Rispose subito, mantenendo il tono scherzoso ma con una fermezza tagliente:
— Salvo, pensa a tenere le mani sul volante piuttosto, e non pensare a dove le tiene Roby. Lo avete obbligato a viaggiare sotto il peso di una vecchia bacucca come me, quindi almeno risparmiaci le tue battute che non fanno ridere nessuno. Tutto questo perché? Perché non avete voluto prendere un’altra macchina. Bah, io certe volte proprio non vi capisco!
Salvo, tutto piccato replicò:
—Ma mica ho deciso io...
— Vabbè, vabbè, chiudiamola qui, tanto ormai è fatta.
Mentre pronunciava quelle parole per zittire il marito, sentii chiaramente la pressione del bacino di Cristina che spingeva deliberatamente verso il basso, schiacciandosi contro il mio rigonfiamento. Quel movimento, amplificato dal dondolio della macchina in corsa sulla strada provinciale, si trasformò in una sega in piena regola, un gioco erotico clandestino a un palmo di distanza dagli occhi di Salvo.
Con le corde vocali tese dallo sforzo di non tradirmi, radunai le forze e dissi:
— Dai, non vi preoccupate, io sto comodissimo. E poi non è vero che pesi tanto, anzi, sei leggera come una piuma. —
Tutti risero, compresa la nonna che continuava a bisbigliare con l’amica, del tutto ignara del dramma sensuale che si consumava sul sedile posteriore.
Per il breve tragitto rimasto, mentre nell'abitacolo si parlava e si rideva, continuò quella danza impercettibile e torrida: io spingevo in su il bacino a ogni curva e lei rispondeva spingendo in basso il suo fondoschiena, cercando una frizione sempre più intima per sentirmi meglio. Questo mi mantenne in un'erezione granitica, con picchi di piacere così intensi che a un certo punto dovetti irrigidire i muscoli e trattenere il respiro per la paura folle di venire direttamente nei pantaloni.
Fortunatamente eravamo arrivati. Fuori dalla macchina l'aria fresca della sera mi aiutò a ritrovare un po' di contegno. Iniziò così la cena, ma la mia mente era rimasta intrappolata in quell'abitacolo.
Finita la cena, arrivò il momento del ritorno. Con mio immenso stupore — e un brivido che mi corse lungo la schiena — le disposizioni delle auto rimasero identiche. Mi sarei ritrovato Cristina di nuovo sopra. Mentre Salvo avviava il motore, aiutai mia nonna e la sua amica a sistemarsi. Girai dall’altra parte dell'auto e trovai Cristina che mi aspettava nell'oscurità del parcheggio. Teneva sollevato il lembo del vestito bianco, rivelando le gambe nude alla luce dei lampioni, mentre finiva di consumare l'ultimo tiro di una sigaretta. La brace brillava nel buio, illuminandole per un istante le labbra rosse.
Prima di salire, mi bloccò posando la mano calda sul mio braccio nudo. Gettò a terra il mozzicone e si avvicinò così tanto che il suo petto generoso si schiacciò contro il mio. Curvò la testa all'indietro per guardarmi, e quando aprì la bocca per parlare, fui travolto dal suo alito: era una ventata caldissima, densa, un mix incredibilmente inebriante e intimo di fumo e odore di vino rosso della cena. Sentire quel fiato caldo colpirmi dritto le narici, mi diede quasi le vertigini. Inoltre l'odore umido del suo corpo, caldo di estate, misto alla crema solare, creò un profumo stordente. Con uno sguardo reso lucido e languido dal vino, mi soffiò quelle parole calde sul viso, quasi a contatto con la mia pelle:
— Come prima? Ti va? Così siamo comodi... e non peso molto.
— Sì... certo. Come prima — risposi con un filo di voce, quasi aspirando a mia volta il calore del suo fiato. Quelle pochissime parole bastarono a far scattare il mio membro, che tornò duro come il marmo sotto il lino.
Presi posto sul sedile posteriore sinistro, nell'ombra proprio dietro le spalle di Salvo, e la invitai a salire. L’ingresso nello spazio stretto era difficoltoso: con una mano lei teneva sollevato il vestito e con l’altra si reggeva al poggiatesta del marito. Come all'andata, la cinsi per i fianchi, ma stavolta la piega del tessuto mi permise di far scivolare le mani direttamente sotto il vestito, sulla pelle nuda, afferrandola sopra lo slip del costume. Mentre la guidavo a sedersi su di me, nell'oscurità ebbi la visione ravvicinata e nitida del tessuto bianco del costume infilato profondamente tra le natiche sode del suo culo, che andò ad incastrarsi sopra la mia eccitazione.
Una volta chiusa la portiera, Cristina sistemò abilmente l'ampia gonna di lino per nascondere qualsiasi movimento alla vista esterna, ma lasciò le mie mani imprigionate sotto il tessuto, incollate alla sua pelle bollente. Aspettai che Salvo imboccasse la strada buia per risollevarla appena, tirarla ancora più contro il mio petto e riadagiarla in pieno sul mio membro teso. Ormai il segnale era chiaro: la complicità era assoluta, potevo osare l'impossibile.
Dopo dieci minuti di viaggio nel silenzio della notte, mia nonna e la sua amica cedettero al sonno, appisolandosi. Salvo, con gli occhi fissi sui fari nella strada, chiacchierava a bassa voce con Alfio di motori. Cristina, protetta dall'oscurità totale del sedile posteriore, si abbandonò all'indietro, poggiando la nuca sulla mia spalla. Ogni volta che espirava, sentivo il suo alito caldo, ancora impregnato del sapore della sigaretta e del vino, accarezzarmi la guancia e il lobo dell'orecchio, surriscaldando ancora di più l'atmosfera.
Le mie mani iniziarono a risalire lentamente le sue cosce lisce, accarezzando la pelle vellutata e giocando con i bordi sottili del suo slip. Il suo respiro si fece improvvisamente affannoso, un sussulto interrotto ogni volta che cercava di trattenere il fiato per non fare rumore; sentivo l'aria calda uscire velocemente dalle sue labbra dischiuse proprio accanto al mio viso. Con movimenti impercettibili, sciolsi i due laccetti laterali del bikini uno alla volta, liberando il suo sesso dall’ultima, fragile barriera. Lo slip scivolò via nell'ombra, lasciando la mia mano libera di scivolare verso il monte di Venere e prenderne il definitivo possesso.
Affamato di quel corpo, guidai le dita verso la meta. La sua intimità era gonfia, bollente e incredibilmente bagnata, tesa nello spasmo di pretendere quella violazione clandestina senza troppi preamboli. Cristina, che fino a quel momento era rimasta immobile, girò lentamente la testa del tutto verso di me: aveva gli occhi semichiusi, lucidi di desiderio, e la bocca spalancata in cerca d'aria. Cercò di dire qualcosa, ma la sua bocca emanò solo un'ondata di fiato caldissimo e un gemito soffocato, un sussulto trattenuto a stento a un millimetro dalle mie labbra quando affondai il dito medio dentro di lei, mentre il mio pollice faceva suo il clitoride turgido. Le sue labbra si contrassero oscenamente per il piacere, mentre il suo respiro affannato e caldo mi investiva il viso ininterrottamente, mischiandosi al mio.
A pochi centimetri da noi, Salvo continuava a guidare nella notte, del tutto ignaro del sontuoso ditalino che si stava consumando sul sedile posteriore della sua vettura, ai danni della sua bellissima moglie. La tensione del rischio portò l'eccitazione a livelli insostenibili. A un certo punto Cristina, incapace di contenersi, spinse il bacino verso il basso con una forza selvaggia, aumentando l’intensità dello sfregamento contro le mie dita bagnate e contro il mio cazzo che spingeva da sotto. Mi afferrò i polsi con una presa disperata: capii che era al limite della resistenza. Il suo respiro si trasformò in una serie di piccoli ansiti caldi e soffocati, finché il clitoride sensibilissimo arrivò alla resa finale; il suo corpo fu attraversato da una serie di piccoli spasmi, accompagnati da minuscoli getti di umori caldi. Nel silenzio assoluto del suo orgasmo rubato, espirò un'ultima volta e si accasciò completamente contro di me, vibrante bollente e appagata.
Dopo qualche minuto, ripresasi dall’estasi di quel godimento clandestino, Cristina si tirò su, appoggiandosi con apparente disinvoltura verso lo schienale del marito. Con una freddezza incredibile, iniziò a parlare con lui dei programmi per l'indomani mattina; contemporaneamente, però, fece scivolare la mano all’indietro, premendola con decisione contro i miei pantaloncini. Iniziò a stringere il mio membro con una forza felina, quasi a voler strappare il lino per liberare la malacarne e infilarla nella sua intimità ancora fradicia di umori, completando il tradimento proprio sotto gli occhi di Salvo. Ma non si poteva, il rischio di un tale azzardo era troppo alto per quella notte. La vista di quelle mani curate che bramavano la mia carne con quel misto di urgenza e sottomissione, mentre il profumo del suo sesso riempiva l'auto, era un trionfo di puro piacere che non aveva prezzo.
Appena scesi dall'auto, ci salutammo tutti come se nulla fosse. Una recita perfetta, al limite dell'assurdo. Eppure avevo addosso la prova schiacciante del contrario: i miei pantaloncini erano ancora bagnati, impregnati dei suoi umori. Fortunatamente, nell'oscurità della strada nessuno ci fece caso. Accompagnai mia nonna in casa, e riscesi dopo un quarto dora abbondante, ero andato in bagno a tirarmi un segone liberatorio e a cambiarmi i pantaloni. Rilassato momentaneamente, avevo un disperato bisogno di aria fresca, di camminare, di ritrovare un briciolo di controllo dopo quel terremoto in macchina.
Sotto le scale, mio padre e mia madre si erano fermati a parlare con Salvo, Cristina e altre due coppie. L’indomani gli uomini avevano in programma un’escursione in montagna; le donne, invece, sarebbero scese in spiaggia da sole, visibilmente entusiaste all'idea di levarsi di torno per un giorno intero quei mariti, noiosi e pedanti.
Cristina era lì, al centro del cerchio. Rideva, aspirando il fumo della sigaretta con una calma disarmante, quasi sfacciata. Mentre gli altri continuavano a chiacchierare del più e del meno, lei mi fissò. Si staccò dal gruppo con studiata lentezza e mi venne incontro. Aveva gli occhi lucidi, lo sguardo pesante, e quando parlò la sua voce scese di un'ottava, calda e confidenziale:
— Che fai, esci? — mi provocò, squadrandomi dall'alto in basso con un sorriso malizioso che diceva tutto. — Ti aspetta già la ragazza a quest'ora?
— Faccio solo un giro in bici, Cri. Ho bisogno di farmi passare un po' di calore dalla testa... — risposi, reggendo il suo sguardo. — E no, nessuna ragazza mi aspetta. Quest'anno sono completamente libero.
Lei fece un tiro lungo, trattenne il fumo e me lo espirò quasi sul viso, socchiudendo gli occhi.
— Quindi ci vediamo domani in spiaggia... o preferisci scappare in montagna anche tu con gli altri?
— No, quale montagna. Domani mare. Mi trovi lì, come sempre.
Mentre parlava, con le labbra lucide e quel profumo di tabacco e pelle che mi arrivava dritto allo stomaco, la mia mente era ancora inchiodata a pochi minuti prima, sul sedile della macchina. Se fossimo stati soli le avrei sollevato quel vestito leggero in un secondo, le avrei strappato quel costumino inutile e l’avrei presa lì, contro il muro, per tutta la notte. Ma era solo il film porno che mi girava in testa. Nella realtà, lei accorciò le distanze, si sporse e mi stampò due baci sulle guance. Le sue labbra sfiorarono l'angolo della mia bocca, calde, lasciando una scia elettrica.
— A domani allora. Vedi di non mancare — sussurrò, premendo sulle ultime parole, trasformando un saluto banale in una promessa segreta, un patto stipulato a porte chiuse che conoscevamo solo noi.
Ritornò nel gruppetto, richiamata dalla voce ignara di Salvo, e la sentii complimentarsi ad alta voce con mia madre per la mia educazione: «Proprio un bravo ragazzo, averne come lui, non ha fiatato in macchina, eravamo scomodi, ma lui non ha protestato», disse, girandosi a guardarmi un'ultima volta.
"Sì, come no", pensai, mentre un sorriso diabolico mi deformava la faccia. Dieci minuti prima quella santa aveva le mie dita infilate dentro le mutandine e il mio cazzo duro piantato tra le chiappe. Strano modo di essere un bravo ragazzo.
—Boh non ci stò a capì, più un cazzo— presi la bici e andai.
La mattina dopo mi svegliò il vociare in strada. I "montanari" stavano caricando l'auto, euforici e rimbambiti dall'illusione di una giornata di libertà da scolaresca in gita. Guardai dalla finestra e fissai Salvo. Pensai alle sue corna fresche e alla follia di quella situazione: mentre lui guidava la sua bella Cri si era goduta il figlio di Maria, la sua amica di spiaggia. Non l’avrei mai creduta così cagna. In passato in paese erano girate voci su sue presunte storie extraconiugali, ma le avevano sempre liquidate come le solite cattiverie invidiose delle bigotte del posto. Eppure, dicerie o meno, la sera prima si era fatta bagnare le dita da me senza opporre la minima resistenza.
Al solo pensiero, i miei venti centimetri di carne presero vita, spingendo con una violenza inaudita contro il tessuto leggero del pigiama. Battevano barzotti, reclamando di essere presi, sbattuti e sfogati dentro quel corpo caldo fino al raggiungimento del piacere estremo. Niente da fare. Sospirai, presi l’uccello e lo portai semplicemente a pisciare.
Aspettai che la banda dei cornuti partisse per evitare i loro rimbotti mattutini, poi scesi a fare colazione direttamente al mare. Al bar incontrai la solita comitiva che mi aggiornò sulla serata che mi ero perso e, dopo aver preso accordi per la partita di calcetto del tardo pomeriggio, mi avviai verso il nostro ombrellone. Da lontano vedevo già il conclave delle donne, pronte ad approfittare dell’assenza dei mariti per dare il via al gossip estivo.
Le salutai tutte, cercando di mantenere la mia solita maschera da bravo ragazzo. Poi arrivai a lei. Cristina mi guardò come se nulla fosse mai accaduto, ma quando i nostri occhi si incrociarono, la sua palpebra ebbe un impercettibile guizzo, una frazione di secondo in cui mi lesse dentro. Indossava un bikini rosso fuoco che faticava a contenere le sue forme esplosive, in tinta perfetta con lo smalto e il rossetto. La sua pelle abbronzata era lucida di crema solare e sprigionava un profumo inebriante, carnale, che unito alla morsa del sole stordiva i sensi di chiunque le passasse vicino. A me in particolare.
I suoi movimenti lenti nello spalmarsi la crema sembravano fatti apposta per provocarmi e per ricordarmi la consistenza di quella pelle che solo poche ore prima avevo accarezzato di nascosto. Mi sentii forte e chiesi:
—Buono l’odore di quella crema, ma che marca è? —Ti piace ? – rispose sorridendo -
—Si un sacco, profuma tantissimo
—E’ della bilboa, costa un botto ma lascia una pelle liscia, profumata, e ti mantiene a lungo l’abbronzatura. La vuoi provare ?? Vieni qui che la spalmo sulle spalle.
La cosa innocente, divenne estremamente erotica, in quanto una volta finito avevo addosso il suo stesso odore, e come mi muovevo, era sempre come averla alle spalle.
Tornai dalla spiaggia, verso l’una del pomeriggio, con un caldo bestia, di quelli che tolgono il respiro e una fame da lupi. Ero in cucina a torso nudo quando mia madre, intenta a trafficare davanti ai fornelli accesi per il pranzo, mi diede l’incarico perfetto senza nemmeno rendersene conto.
— Vai a portare queste due casse d’acqua a Cristina. Salvo è ancora in montagna con gli altri e mi ha chiesto il favore ieri sera, sennò quella povera donna rimane a secco.
Ti lascio il pranzo sul tavolo, io vado dal parrucchiere.
Caricai le casse d'acqua sulle spalle, grato a mio padre e a Salvo per aver scelto la montagna proprio quel giorno, e mi avviai lungo il vialetto rovente che separava le nostre villette.
Quando arrivai davanti alla sua porta, il silenzio della controra estiva era assoluto. Bussai tre volte col gomito, bloccato dal peso del carico. Sentii immediatamente il rumore inconfondibile di passi pesanti e cadenzati che si avvicinavano dall'interno. Quel battito secco e provocante sul pavimento lo avrei riconosciuto tra mille: il clic-clac delle sue zeppe alte.
La porta si aprì e mi colpì la faccia, fu l'immagine che mi si parò davanti.
Cristina era lì, da sola. Indossava lo stesso bikini rosso fuoco della mattina, che metteva in risalto l'abbronzatura lucida, e ai piedi portava un paio di zeppe da sturbo. Nient'altro. Quell'altezza artificiale le slanciava le gambe in modo assurdo, inarcandole la schiena e disegnandole un culo da infarto che il pezzo sotto del costume faticava a contenere. Le labbra erano ancora lucide di rossetto, e i suoi occhi scuri mi squadrarono con la solita fame diabolica.
— Ma guarda un po'... il servizio a domicilio del bravo ragazzo — esordì, appoggiandosi allo stipite della porta e spostando il peso da una gamba all'altra. Quel movimento fece oscillare i fianchi, accentuando la curva del bacino sulle zeppe. — Entra pure, appoggiale in cucina. C'è un caldo che si muore fuori.
Entrai, superandola di un soffio, inebriato dal suo sudore estivo misto a tabacco. Sentivo il suo sguardo piantato sulla mia schiena nuda e sui muscoli tesi per lo sforzo. Appoggiai le casse sul pavimento della cucina con studiata lentezza, cercando di riprendere fiato, anche se il vero affanno non dipendeva dal carico dell'acqua.
Quando mi girai, me la trovai di fronte. Si era chiusa la porta alle spalle e si era avvicinata senza fare rumore, camminando con quel passo felino che le zeppe rendevano malizioso e solenne al tempo stesso. Rimase a pochi centimetri da me, con le braccia incrociate sotto il seno esplosivo che quasi scappava dal triangolo rosso.
— Tua madre pensa che io sia a corto d'acqua... — sussurrò, sollevando la testa per guardarmi negli occhi,— Ma la verità è che qui dentro l'unica cosa di cui ho sete adesso, sei tu.
La guardai: il rosso del costume, la pelle ambrata, e giù fino a quelle zeppe che la trasformavano in una tentazione a cui era impossibile resistere alle tredici di un pomeriggio infuocato. Senza dire una parola, le afferrai i fianchi, tirandola bruscamente verso di me. Il contatto tra la mia pelle nuda e la sua fu una scossa elettrica. Le zeppe la tenevano perfettamente alla mia altezza, e mentre le mie mani scendevano a stringerle le chiappe sode, le nostre lingue si attorcigliavano come serpenti in lotta.
non ci fu bisogno di fare un solo passo verso la camera. Cristina mi afferrò per le spalle con una forza inaspettata e mi spinse all'indietro, facendomi crollare direttamente sul divano del soggiorno, a pochi metri dalla cucina. Si chinò leggermente in avanti, appoggiando le mani sulle ginocchia, lo sguardo infuocato fisso nei miei occhi. Il triangolo del bikini si era spostato, mostrando in tutta la sua bellezza la parte non abbronzata intorno al capezzolo scuro e dritto per l’eccitazione.
— Com'era ieri sera, eh? — sussurrò con una voce che era un graffio roco. — Credevi che fosse finita lì? Prima mi accendi e poi tanti saluti? Eh no, caro mio. Ora mi dai quel meraviglioso cazzo che mi hai piantato tra le chiappe ieri sera... e tu prenditi tutto quello che vuoi.
Senza perdere un secondo, infilai le dita sotto l'elastico del pezzo sotto del bikini, tirandolo di lato senza nemmeno toglierlo del tutto. Era già bagnata, caldissima, pronta. Quando con l'altra mano liberai i miei venti centimetri di carne, che spingevano da impazzire, lei emise un gemito soffocato, abbassò la testa e in un secondo sentii le sue mani stringere in una presa decisa la base. Mi guardò dal basso:
— Che meraviglia... Adesso ti faccio vedere come lo succhia una cinquantenne come me. Ti farò scordare tutte quelle puttanelle che ogni tanto ti fai, mi verrai a cercare ogni giorno.
Mentre parlava, si strusciava la mia cappella sulle labbra, sbavando una saliva calda che iniziava a colare giù fino alle palle.
— Succhialo,... — riuscii a rispondere. — Certo che ti vengo a cercare, mi devo rifare di tutte le seghe che mi hai fatto tirare. Ti do tanto di quel cazzo che tornerai a Milano con i buchi sfatti.
— ti prego fallo — riuscì a dire a voce bassa, senza neanche guardarmi, ora aveva tra le sue labbra, l’oggetto del suo desiderio.
La sua saliva calda avvolse completamente la cappella e diede inizio al più succoso pompino che avessi mai ricevuto fino ad allora. Dopo un tempo che parve interminabile, finalmente si staccò. Guardandomi con gli occhi persi nel piacere, mi disse:
— dai porco, è ora di farmi sentire femmina.
Ci sdraiammo sul pavimento fresco. Allargò le gambe spostando di lato il costume; puntai la cappella tra le sue labbra rosse e mi spinsi dentro di lei con un colpo secco, profondo, rabbioso. Cristina buttò la testa all'indietro stringendo i denti, mentre il clic-clac ritmico e sordo delle sue zeppe sul pavimento accompagnava ogni mio affondo, amplificando l'eco di quel tradimento consumato nel silenzio assoluto delle tredici di un pomeriggio di fuoco.
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Ora Cristina era sdraiata a pancia in su, sfinita ma per nulla doma. Nonostante la fatica dell'ultimo amplesso, non aveva ancora abbandonato le sue armi. Le gambe erano pigramente divaricate e ai piedi le zeppe spiccavano ancora come un feticcio monumentale, sporche della polvere della sabbia ma incredibilmente erotiche nel contrasto con la nudità della sua pelle. Il bikini rosso era ormai ridotto a un laccio disordinato, un elastico che le tagliava il fianco mettendo in risalto il rigonfiamento morbido e bagnato del suo sesso.
— porco — sussurrò, la voce ridotta a un soffio roco, quasi maschile per via del tabacco e del desiderio. — Sei un animale, lo sai?
Un sorriso pigro, quasi diabolico, le ridisegnò le labbra lucide.
— No, sei tu che mi ecciti a bestia, con i tuoi costumini, le tue cremine e quel modo tutto tuo di fare la signora—poi avvicinandomi al suo orecchio quassi sussurrando-- Ora te li sborro tutti i costumi, ti sborro i piedi con le zeppe, ti sborro i capezzoli…cosi faccio come le bestie che marcano il territorio –poi con il triangolino del costume in mano mi pulii il cazzo dal mix di umori, e glielo porsi sulla bocca – lecca troia,
E con occhi languidi rispose -Siiii, certo – tirò fuori la lingua ed inziò in suo gioco—
Disse —voglio sentire la puzza del tuo sperma dappertutto—bene—risposi- allora tieni— e con la mano dietro la nuca, la guidai di nuovo sul cazzo. Non fece opposizione, e docile docile riprese a pompare con foga, sapendo che non era finito.
Ad un certo punti dissi — dai girati, che ti sbatto come il Verro fa con la sua scrofa —Cristina rise, un suono basso che le fece vibrare il seno eretto, i capezzoli scuri e turgidi che puntavano il soffitto come due sfide aperte. Sfruttando la leva di quelle scarpe altissime, sollevò il bacino dal pavimento con un’elasticità sorprendente. Si girò su un fianco, poi a carponi, offrendomi la vista ravvicinata di quel culo da infarto che mi aveva ossessionato per tutta la serata.
Inarcò la schiena in modo spudorato, lasciando che le zeppe rimanessero piantate lateralmente e sollevando le natiche sode a un'altezza perfetta: un invito che non ammetteva repliche. Il pezzo sotto del bikini rosso era rimasto incastrato tra le cosce, una striscia di tessuto bagnato che divideva in due la sua carne ambrata.
— Vieni qui — comandò, voltando solo la testa per guardarmi con quegli occhi scuri colmi di una bramosia liquida. — Prenditi quello che vuoi. Ma stavolta voglio sentirti: insultami non avere timore, sono troia, sono una scrofa, dimmelo, a ogni botta devo sapere che sono tua è da tanto tempo che il mio corpo non riceve piacere, prendilo come un maschio sa fare.
Non me lo feci ripetere. Mi avventai su di lei da dietro, afferrando con le dita la carne morbida dei suoi fianchi e lasciando i segni rossi della mia presa sulla pelle lucida. Quando la mia bocca cercò il suo collo, mordendole il tendine teso, lei emise un grugnito di puro piacere animale, spingendo il bacino all'indietro per cercare il contatto.
Infilai la mano tra le sue gambe, accarezzando la carne caldissima e bagnata, stimolandola finché non la sentii sussultare. Cristina assecondava ogni mio gesto, le dita piantate nel tappeto, i muscoli delle cosce tesi allo spasmo per via dell'inclinazione forzata dalle scarpe. Il clic-clac delle zeppe non era più un calpestio regolare, ma un battito disordinato, un rumore sordo e frenetico sul pavimento ogni volta che il suo corpo oscillava sotto la spinta della mia carne.
Ogni affondo era un urto di pelle, sudore e odore di sesso. La dinamica tra noi era diventata una lotta di resistenza: lei cercava di domarmi con la spudoratezza del suo corpo fiero, io cercavo di sottometterla con la forza dei miei venti centimetri e la violenza di un desiderio che non riuscivo più a controllare.
Andammo avanti così, sospesi in quel pomeriggio di fuoco, dove l'unica legge rimasta era il calore dei nostri corpi e il suono ritmico di una scopata di inizio estate.
Avevamo varcato il limite.
Continua ….
Mi chiamo Roberto ed ero uno studente romano di 22 anni. Finita la scuola, trascorrevo le mie vacanze estive in un tranquillo paese di mare insieme alla famiglia, a casa dei miei nonni. Ero alto circa un metro e ottanta, con un fisico atletico, capelli chiari, occhi azzurri e una dotazione decisamente importante tra le gambe.
L’estate appena iniziata non era molto diversa dalle altre. Le mie giornate in paese, bene o male, scorrevano sempre uguali: la mattina al mare e nel pomeriggio passeggiate in bici, partite a calcetto o chiacchierate annoiate sotto i portici. La sera si usciva in comitiva in giro per il paese in festa per la sagra, si passeggiava sul lungomare o ci si spostava in spiaggia ad oziare, cantare, bere. Chi era in coppia, a un certo punto della serata, si appartava in una zona un po' più buia per amoreggiare, a seconda delle possibilità. In quel periodo io ero solo; mi ero appena lasciato con Emma, la mia ragazza storica, per questioni caratteriali. Pertanto mi godevo la stagione senza troppi crucci: se capita qualcuna che ci sta, bene, altrimenti mi sarei divertito con i miei amici.
Ma veniamo alla vicenda che cambiò radicalmente la mia visione del sesso, delle donne anche quelle molto vicine.
Come ho detto, eravamo in vacanza in questo paesino dove ci si conosce tutti. Ogni anno si organizzava una cena in un noto ristorante a una trentina di chilometri di distanza, insieme ad alcuni parenti e amici. Eravamo in molti ma con poche macchine. Una volta divisi i gruppi, io sarei andato in auto con Salvo e Cristina, una coppia di amici cinquantenni milanesi che si erano offerti di accompagnare mia nonna, una sua amica e il marito di quest'ultima, Alfio, visto che lui non guidava più.
I posti erano già stati assegnati: Salvo alla guida, Alfio di fianco, e dietro ci saremmo dovuti sistemare alla buona, in un’Alfa sud non era proprio semplice. Mia nonna e la sua amica occupavano i sedili singoli laterali, essendo anziane, mentre Cristina si sarebbe seduta sulle mie gambe. Partimmo un po' da pirati, ma a quei tempi, negli anni '80, essere in sei in una macchina da cinque posti non era poi così strano.
Il tragitto dalla casa al ristorante durava circa trenta minuti, perciò dovevo per forza trovare una collocazione più comoda, dato che la situazione iniziale non era delle più agevoli e l'aria nell'abitacolo era già surriscaldata.
Dissi a Cristina, con un filo di voce:
— Cri, scusami, ma devo sistemare le gambe, altrimenti rischio di farti male.
— Sì, sì, Roby, sistemati pure, io poi mi adatto — rispose lei, voltandosi a guardarmi con un sorriso enigmatico.
A quel punto, mentre lei si sollevava aggrappandosi al poggiatesta del sedile anteriore, la afferrai saldamente per i fianchi prosperosi e la aiutai nella manovra. Libero dal suo peso, allargai le gambe sistemando per bene il mio pantaloncino di lino leggero e le dissi di mettere le sue al centro del pianale, dove c'era spazio. Prima di riadagiarsi, cercò di accomodare il vestito per non sgualcirlo. Visto che le mie mani stringevano ancora i suoi fianchi, prese un lembo della sua lunga gonna e lo tirò dalla parte di mia nonna, che borbottò qualcosa di poco conto.
Quel movimento, apparentemente innocuo, aveva lasciato completamente nuda la parte inferiore delle sue gambe che, appoggiandosi, vennero a diretto contatto con la mia pelle. Il calore improvviso e la morbidezza assoluta delle sue cosce mi travolsero. Rendermi conto che quel fuoco arrivava dalle splendide gambe di Cristina mi provocò una reazione istantanea: una potente erezione che gonfiò il lino dei pantaloni, impossibile da nascondere.
Salvo e Cristina erano sposati e senza figli. Lui era un carabiniere in pensione di 63 anni; a suo tempo era stato un bell’uomo, ma la lotta contro il tempo lo vedeva ormai perdente. All'epoca era un uomo in sovrappeso, con pochi capelli, la pancia da bevitore e soprattutto una lingua lunga sempre pronta alla battuta, spesso fuori luogo e imbarazzante. Insomma, un uomo che viveva la giornata in attesa che qualcuno lo mandasse a quel paese non appena apriva bocca.
Cristina, invece, era una maestra elementare ancora di ruolo. Aveva 55 anni portati meravigliosamente: statura media, un corpo morbido con un seno pieno e abbondante un viso delicato incorniciato da un caschetto di capelli neri. Nel complesso, la Cri era una bella donna, una di quelle mature che sprizzano sensualità da ogni poro. Le nostre famiglie si conoscevano da sempre, perciò ero cresciuto con la sua presenza. Di lei adoravo il suo accento milanese, la pelle sempre abbronzata che profumava intensamente di creme solari, le unghie lunghe smaltate di rosso e soprattutto, il suo modo ipnotico di fumare.
C'era qualcosa di incredibilmente erotico nei suoi gesti: quando accendeva una sigaretta, lo faceva stringendo i filtri sottili tra le labbra carnose colorate di rosso, aspirando con un'intensità che le scavava leggermente le guance, per poi espirare il fumo lentamente, creando una nuvola densa e profumata che sembrava avvolgerla in un'aura di mistero.
Al tempo gli dedicavo le migliori seghe.
Per la serata, la Cri aveva indossato un vestito lungo di lino bianco che, nella sua semplicità, accarezzava le curve provocanti del suo corpo. Un filo di perle bianche le impreziosiva il generoso décolleté e un paio di sandali aperti completavano la figura sobria di donna matura. C'era un piccolo, micidiale dettaglio: come intimo indossava il bikini bianco, dato che i laccetti del reggiseno erano legati a mo' di fiocchetto dietro il collo nudo. Elegante all'apparenza, ma a guardare bene era una bomba di puro sesso pronta a esplodere per chiunque fosse attento ai dettagli.
Ma torniamo in macchina.
Nel momento in cui lasciò il poggiatesta del sedile anteriore, rimase per un attimo sospesa nel vuoto, in attesa di essere guidata. Fu così che, in preda ad un vuoto mentale e di eccitazione, la tirai decisamente verso di me, facendo aderire la sua schiena al mio petto. Alzai il bacino con un movimento calcolato fino a incastrare il mio membro dritto contro il suo fondoschiena. Quando lei si riappoggiò, il peso del suo corpo fece il resto.
Era seduta sul mio cazzo, gonfio all’inverosimile. I sottili strati di lino che ci dividevano tentavano in maniera eroica e inutile di arginare una situazione ormai fuori controllo. Sentivo il cuore battermi in gola, un calore liquido mi invadeva il basso ventre e il profumo della sua pelle mescolato alla crema solare mi stava letteralmente stordendo. Pensai: "Se se ne accorgono, succede un macello". Ma l'eccitazione derivante dal pericolo era una droga. Del resto, non avevo deciso io quella disposizione.
Cristina decise di rompere il ghiaccio, azzerando ogni mia esitazione.
— Ehi, Roby... sei comodo così? — sussurrò, con una voce che mi sembrò insolitamente calda.
— Bene... sì, sì, molto meglio di prima — riuscii a bofonchiare, con il fiato corto.
Lei accennò un sorriso malizioso e, muovendo lentamente e deliberatamente il bacino per "sistemarsi", mi disse:
— Scusa se ti volto le spalle, ma così è più comodo anche per me.
Nel dirlo, le sue mani scivolarono indietro, stringendo i miei polsi con una pressione complice, come a voler firmare un patto segreto: "Brutto bastardo, so benissimo cosa c'è qui sotto, me lo stai piantando nel solco del culo".
Nel vociare generale della macchina, a pochi centimetri da noi, intervenne Salvo con la sua solita delicatezza da caserma:
— Ehi Roby, mi raccomando, tieni le mani in bella vista che la Cristina l’è ancora una bella figliola e non è ancora vedova... Ahahahah!
Rimasi di ghiaccio, ma Cristina non si scompose di un millimetro. Rispose subito, mantenendo il tono scherzoso ma con una fermezza tagliente:
— Salvo, pensa a tenere le mani sul volante piuttosto, e non pensare a dove le tiene Roby. Lo avete obbligato a viaggiare sotto il peso di una vecchia bacucca come me, quindi almeno risparmiaci le tue battute che non fanno ridere nessuno. Tutto questo perché? Perché non avete voluto prendere un’altra macchina. Bah, io certe volte proprio non vi capisco!
Salvo, tutto piccato replicò:
—Ma mica ho deciso io...
— Vabbè, vabbè, chiudiamola qui, tanto ormai è fatta.
Mentre pronunciava quelle parole per zittire il marito, sentii chiaramente la pressione del bacino di Cristina che spingeva deliberatamente verso il basso, schiacciandosi contro il mio rigonfiamento. Quel movimento, amplificato dal dondolio della macchina in corsa sulla strada provinciale, si trasformò in una sega in piena regola, un gioco erotico clandestino a un palmo di distanza dagli occhi di Salvo.
Con le corde vocali tese dallo sforzo di non tradirmi, radunai le forze e dissi:
— Dai, non vi preoccupate, io sto comodissimo. E poi non è vero che pesi tanto, anzi, sei leggera come una piuma. —
Tutti risero, compresa la nonna che continuava a bisbigliare con l’amica, del tutto ignara del dramma sensuale che si consumava sul sedile posteriore.
Per il breve tragitto rimasto, mentre nell'abitacolo si parlava e si rideva, continuò quella danza impercettibile e torrida: io spingevo in su il bacino a ogni curva e lei rispondeva spingendo in basso il suo fondoschiena, cercando una frizione sempre più intima per sentirmi meglio. Questo mi mantenne in un'erezione granitica, con picchi di piacere così intensi che a un certo punto dovetti irrigidire i muscoli e trattenere il respiro per la paura folle di venire direttamente nei pantaloni.
Fortunatamente eravamo arrivati. Fuori dalla macchina l'aria fresca della sera mi aiutò a ritrovare un po' di contegno. Iniziò così la cena, ma la mia mente era rimasta intrappolata in quell'abitacolo.
Finita la cena, arrivò il momento del ritorno. Con mio immenso stupore — e un brivido che mi corse lungo la schiena — le disposizioni delle auto rimasero identiche. Mi sarei ritrovato Cristina di nuovo sopra. Mentre Salvo avviava il motore, aiutai mia nonna e la sua amica a sistemarsi. Girai dall’altra parte dell'auto e trovai Cristina che mi aspettava nell'oscurità del parcheggio. Teneva sollevato il lembo del vestito bianco, rivelando le gambe nude alla luce dei lampioni, mentre finiva di consumare l'ultimo tiro di una sigaretta. La brace brillava nel buio, illuminandole per un istante le labbra rosse.
Prima di salire, mi bloccò posando la mano calda sul mio braccio nudo. Gettò a terra il mozzicone e si avvicinò così tanto che il suo petto generoso si schiacciò contro il mio. Curvò la testa all'indietro per guardarmi, e quando aprì la bocca per parlare, fui travolto dal suo alito: era una ventata caldissima, densa, un mix incredibilmente inebriante e intimo di fumo e odore di vino rosso della cena. Sentire quel fiato caldo colpirmi dritto le narici, mi diede quasi le vertigini. Inoltre l'odore umido del suo corpo, caldo di estate, misto alla crema solare, creò un profumo stordente. Con uno sguardo reso lucido e languido dal vino, mi soffiò quelle parole calde sul viso, quasi a contatto con la mia pelle:
— Come prima? Ti va? Così siamo comodi... e non peso molto.
— Sì... certo. Come prima — risposi con un filo di voce, quasi aspirando a mia volta il calore del suo fiato. Quelle pochissime parole bastarono a far scattare il mio membro, che tornò duro come il marmo sotto il lino.
Presi posto sul sedile posteriore sinistro, nell'ombra proprio dietro le spalle di Salvo, e la invitai a salire. L’ingresso nello spazio stretto era difficoltoso: con una mano lei teneva sollevato il vestito e con l’altra si reggeva al poggiatesta del marito. Come all'andata, la cinsi per i fianchi, ma stavolta la piega del tessuto mi permise di far scivolare le mani direttamente sotto il vestito, sulla pelle nuda, afferrandola sopra lo slip del costume. Mentre la guidavo a sedersi su di me, nell'oscurità ebbi la visione ravvicinata e nitida del tessuto bianco del costume infilato profondamente tra le natiche sode del suo culo, che andò ad incastrarsi sopra la mia eccitazione.
Una volta chiusa la portiera, Cristina sistemò abilmente l'ampia gonna di lino per nascondere qualsiasi movimento alla vista esterna, ma lasciò le mie mani imprigionate sotto il tessuto, incollate alla sua pelle bollente. Aspettai che Salvo imboccasse la strada buia per risollevarla appena, tirarla ancora più contro il mio petto e riadagiarla in pieno sul mio membro teso. Ormai il segnale era chiaro: la complicità era assoluta, potevo osare l'impossibile.
Dopo dieci minuti di viaggio nel silenzio della notte, mia nonna e la sua amica cedettero al sonno, appisolandosi. Salvo, con gli occhi fissi sui fari nella strada, chiacchierava a bassa voce con Alfio di motori. Cristina, protetta dall'oscurità totale del sedile posteriore, si abbandonò all'indietro, poggiando la nuca sulla mia spalla. Ogni volta che espirava, sentivo il suo alito caldo, ancora impregnato del sapore della sigaretta e del vino, accarezzarmi la guancia e il lobo dell'orecchio, surriscaldando ancora di più l'atmosfera.
Le mie mani iniziarono a risalire lentamente le sue cosce lisce, accarezzando la pelle vellutata e giocando con i bordi sottili del suo slip. Il suo respiro si fece improvvisamente affannoso, un sussulto interrotto ogni volta che cercava di trattenere il fiato per non fare rumore; sentivo l'aria calda uscire velocemente dalle sue labbra dischiuse proprio accanto al mio viso. Con movimenti impercettibili, sciolsi i due laccetti laterali del bikini uno alla volta, liberando il suo sesso dall’ultima, fragile barriera. Lo slip scivolò via nell'ombra, lasciando la mia mano libera di scivolare verso il monte di Venere e prenderne il definitivo possesso.
Affamato di quel corpo, guidai le dita verso la meta. La sua intimità era gonfia, bollente e incredibilmente bagnata, tesa nello spasmo di pretendere quella violazione clandestina senza troppi preamboli. Cristina, che fino a quel momento era rimasta immobile, girò lentamente la testa del tutto verso di me: aveva gli occhi semichiusi, lucidi di desiderio, e la bocca spalancata in cerca d'aria. Cercò di dire qualcosa, ma la sua bocca emanò solo un'ondata di fiato caldissimo e un gemito soffocato, un sussulto trattenuto a stento a un millimetro dalle mie labbra quando affondai il dito medio dentro di lei, mentre il mio pollice faceva suo il clitoride turgido. Le sue labbra si contrassero oscenamente per il piacere, mentre il suo respiro affannato e caldo mi investiva il viso ininterrottamente, mischiandosi al mio.
A pochi centimetri da noi, Salvo continuava a guidare nella notte, del tutto ignaro del sontuoso ditalino che si stava consumando sul sedile posteriore della sua vettura, ai danni della sua bellissima moglie. La tensione del rischio portò l'eccitazione a livelli insostenibili. A un certo punto Cristina, incapace di contenersi, spinse il bacino verso il basso con una forza selvaggia, aumentando l’intensità dello sfregamento contro le mie dita bagnate e contro il mio cazzo che spingeva da sotto. Mi afferrò i polsi con una presa disperata: capii che era al limite della resistenza. Il suo respiro si trasformò in una serie di piccoli ansiti caldi e soffocati, finché il clitoride sensibilissimo arrivò alla resa finale; il suo corpo fu attraversato da una serie di piccoli spasmi, accompagnati da minuscoli getti di umori caldi. Nel silenzio assoluto del suo orgasmo rubato, espirò un'ultima volta e si accasciò completamente contro di me, vibrante bollente e appagata.
Dopo qualche minuto, ripresasi dall’estasi di quel godimento clandestino, Cristina si tirò su, appoggiandosi con apparente disinvoltura verso lo schienale del marito. Con una freddezza incredibile, iniziò a parlare con lui dei programmi per l'indomani mattina; contemporaneamente, però, fece scivolare la mano all’indietro, premendola con decisione contro i miei pantaloncini. Iniziò a stringere il mio membro con una forza felina, quasi a voler strappare il lino per liberare la malacarne e infilarla nella sua intimità ancora fradicia di umori, completando il tradimento proprio sotto gli occhi di Salvo. Ma non si poteva, il rischio di un tale azzardo era troppo alto per quella notte. La vista di quelle mani curate che bramavano la mia carne con quel misto di urgenza e sottomissione, mentre il profumo del suo sesso riempiva l'auto, era un trionfo di puro piacere che non aveva prezzo.
Appena scesi dall'auto, ci salutammo tutti come se nulla fosse. Una recita perfetta, al limite dell'assurdo. Eppure avevo addosso la prova schiacciante del contrario: i miei pantaloncini erano ancora bagnati, impregnati dei suoi umori. Fortunatamente, nell'oscurità della strada nessuno ci fece caso. Accompagnai mia nonna in casa, e riscesi dopo un quarto dora abbondante, ero andato in bagno a tirarmi un segone liberatorio e a cambiarmi i pantaloni. Rilassato momentaneamente, avevo un disperato bisogno di aria fresca, di camminare, di ritrovare un briciolo di controllo dopo quel terremoto in macchina.
Sotto le scale, mio padre e mia madre si erano fermati a parlare con Salvo, Cristina e altre due coppie. L’indomani gli uomini avevano in programma un’escursione in montagna; le donne, invece, sarebbero scese in spiaggia da sole, visibilmente entusiaste all'idea di levarsi di torno per un giorno intero quei mariti, noiosi e pedanti.
Cristina era lì, al centro del cerchio. Rideva, aspirando il fumo della sigaretta con una calma disarmante, quasi sfacciata. Mentre gli altri continuavano a chiacchierare del più e del meno, lei mi fissò. Si staccò dal gruppo con studiata lentezza e mi venne incontro. Aveva gli occhi lucidi, lo sguardo pesante, e quando parlò la sua voce scese di un'ottava, calda e confidenziale:
— Che fai, esci? — mi provocò, squadrandomi dall'alto in basso con un sorriso malizioso che diceva tutto. — Ti aspetta già la ragazza a quest'ora?
— Faccio solo un giro in bici, Cri. Ho bisogno di farmi passare un po' di calore dalla testa... — risposi, reggendo il suo sguardo. — E no, nessuna ragazza mi aspetta. Quest'anno sono completamente libero.
Lei fece un tiro lungo, trattenne il fumo e me lo espirò quasi sul viso, socchiudendo gli occhi.
— Quindi ci vediamo domani in spiaggia... o preferisci scappare in montagna anche tu con gli altri?
— No, quale montagna. Domani mare. Mi trovi lì, come sempre.
Mentre parlava, con le labbra lucide e quel profumo di tabacco e pelle che mi arrivava dritto allo stomaco, la mia mente era ancora inchiodata a pochi minuti prima, sul sedile della macchina. Se fossimo stati soli le avrei sollevato quel vestito leggero in un secondo, le avrei strappato quel costumino inutile e l’avrei presa lì, contro il muro, per tutta la notte. Ma era solo il film porno che mi girava in testa. Nella realtà, lei accorciò le distanze, si sporse e mi stampò due baci sulle guance. Le sue labbra sfiorarono l'angolo della mia bocca, calde, lasciando una scia elettrica.
— A domani allora. Vedi di non mancare — sussurrò, premendo sulle ultime parole, trasformando un saluto banale in una promessa segreta, un patto stipulato a porte chiuse che conoscevamo solo noi.
Ritornò nel gruppetto, richiamata dalla voce ignara di Salvo, e la sentii complimentarsi ad alta voce con mia madre per la mia educazione: «Proprio un bravo ragazzo, averne come lui, non ha fiatato in macchina, eravamo scomodi, ma lui non ha protestato», disse, girandosi a guardarmi un'ultima volta.
"Sì, come no", pensai, mentre un sorriso diabolico mi deformava la faccia. Dieci minuti prima quella santa aveva le mie dita infilate dentro le mutandine e il mio cazzo duro piantato tra le chiappe. Strano modo di essere un bravo ragazzo.
—Boh non ci stò a capì, più un cazzo— presi la bici e andai.
La mattina dopo mi svegliò il vociare in strada. I "montanari" stavano caricando l'auto, euforici e rimbambiti dall'illusione di una giornata di libertà da scolaresca in gita. Guardai dalla finestra e fissai Salvo. Pensai alle sue corna fresche e alla follia di quella situazione: mentre lui guidava la sua bella Cri si era goduta il figlio di Maria, la sua amica di spiaggia. Non l’avrei mai creduta così cagna. In passato in paese erano girate voci su sue presunte storie extraconiugali, ma le avevano sempre liquidate come le solite cattiverie invidiose delle bigotte del posto. Eppure, dicerie o meno, la sera prima si era fatta bagnare le dita da me senza opporre la minima resistenza.
Al solo pensiero, i miei venti centimetri di carne presero vita, spingendo con una violenza inaudita contro il tessuto leggero del pigiama. Battevano barzotti, reclamando di essere presi, sbattuti e sfogati dentro quel corpo caldo fino al raggiungimento del piacere estremo. Niente da fare. Sospirai, presi l’uccello e lo portai semplicemente a pisciare.
Aspettai che la banda dei cornuti partisse per evitare i loro rimbotti mattutini, poi scesi a fare colazione direttamente al mare. Al bar incontrai la solita comitiva che mi aggiornò sulla serata che mi ero perso e, dopo aver preso accordi per la partita di calcetto del tardo pomeriggio, mi avviai verso il nostro ombrellone. Da lontano vedevo già il conclave delle donne, pronte ad approfittare dell’assenza dei mariti per dare il via al gossip estivo.
Le salutai tutte, cercando di mantenere la mia solita maschera da bravo ragazzo. Poi arrivai a lei. Cristina mi guardò come se nulla fosse mai accaduto, ma quando i nostri occhi si incrociarono, la sua palpebra ebbe un impercettibile guizzo, una frazione di secondo in cui mi lesse dentro. Indossava un bikini rosso fuoco che faticava a contenere le sue forme esplosive, in tinta perfetta con lo smalto e il rossetto. La sua pelle abbronzata era lucida di crema solare e sprigionava un profumo inebriante, carnale, che unito alla morsa del sole stordiva i sensi di chiunque le passasse vicino. A me in particolare.
I suoi movimenti lenti nello spalmarsi la crema sembravano fatti apposta per provocarmi e per ricordarmi la consistenza di quella pelle che solo poche ore prima avevo accarezzato di nascosto. Mi sentii forte e chiesi:
—Buono l’odore di quella crema, ma che marca è? —Ti piace ? – rispose sorridendo -
—Si un sacco, profuma tantissimo
—E’ della bilboa, costa un botto ma lascia una pelle liscia, profumata, e ti mantiene a lungo l’abbronzatura. La vuoi provare ?? Vieni qui che la spalmo sulle spalle.
La cosa innocente, divenne estremamente erotica, in quanto una volta finito avevo addosso il suo stesso odore, e come mi muovevo, era sempre come averla alle spalle.
Tornai dalla spiaggia, verso l’una del pomeriggio, con un caldo bestia, di quelli che tolgono il respiro e una fame da lupi. Ero in cucina a torso nudo quando mia madre, intenta a trafficare davanti ai fornelli accesi per il pranzo, mi diede l’incarico perfetto senza nemmeno rendersene conto.
— Vai a portare queste due casse d’acqua a Cristina. Salvo è ancora in montagna con gli altri e mi ha chiesto il favore ieri sera, sennò quella povera donna rimane a secco.
Ti lascio il pranzo sul tavolo, io vado dal parrucchiere.
Caricai le casse d'acqua sulle spalle, grato a mio padre e a Salvo per aver scelto la montagna proprio quel giorno, e mi avviai lungo il vialetto rovente che separava le nostre villette.
Quando arrivai davanti alla sua porta, il silenzio della controra estiva era assoluto. Bussai tre volte col gomito, bloccato dal peso del carico. Sentii immediatamente il rumore inconfondibile di passi pesanti e cadenzati che si avvicinavano dall'interno. Quel battito secco e provocante sul pavimento lo avrei riconosciuto tra mille: il clic-clac delle sue zeppe alte.
La porta si aprì e mi colpì la faccia, fu l'immagine che mi si parò davanti.
Cristina era lì, da sola. Indossava lo stesso bikini rosso fuoco della mattina, che metteva in risalto l'abbronzatura lucida, e ai piedi portava un paio di zeppe da sturbo. Nient'altro. Quell'altezza artificiale le slanciava le gambe in modo assurdo, inarcandole la schiena e disegnandole un culo da infarto che il pezzo sotto del costume faticava a contenere. Le labbra erano ancora lucide di rossetto, e i suoi occhi scuri mi squadrarono con la solita fame diabolica.
— Ma guarda un po'... il servizio a domicilio del bravo ragazzo — esordì, appoggiandosi allo stipite della porta e spostando il peso da una gamba all'altra. Quel movimento fece oscillare i fianchi, accentuando la curva del bacino sulle zeppe. — Entra pure, appoggiale in cucina. C'è un caldo che si muore fuori.
Entrai, superandola di un soffio, inebriato dal suo sudore estivo misto a tabacco. Sentivo il suo sguardo piantato sulla mia schiena nuda e sui muscoli tesi per lo sforzo. Appoggiai le casse sul pavimento della cucina con studiata lentezza, cercando di riprendere fiato, anche se il vero affanno non dipendeva dal carico dell'acqua.
Quando mi girai, me la trovai di fronte. Si era chiusa la porta alle spalle e si era avvicinata senza fare rumore, camminando con quel passo felino che le zeppe rendevano malizioso e solenne al tempo stesso. Rimase a pochi centimetri da me, con le braccia incrociate sotto il seno esplosivo che quasi scappava dal triangolo rosso.
— Tua madre pensa che io sia a corto d'acqua... — sussurrò, sollevando la testa per guardarmi negli occhi,— Ma la verità è che qui dentro l'unica cosa di cui ho sete adesso, sei tu.
La guardai: il rosso del costume, la pelle ambrata, e giù fino a quelle zeppe che la trasformavano in una tentazione a cui era impossibile resistere alle tredici di un pomeriggio infuocato. Senza dire una parola, le afferrai i fianchi, tirandola bruscamente verso di me. Il contatto tra la mia pelle nuda e la sua fu una scossa elettrica. Le zeppe la tenevano perfettamente alla mia altezza, e mentre le mie mani scendevano a stringerle le chiappe sode, le nostre lingue si attorcigliavano come serpenti in lotta.
non ci fu bisogno di fare un solo passo verso la camera. Cristina mi afferrò per le spalle con una forza inaspettata e mi spinse all'indietro, facendomi crollare direttamente sul divano del soggiorno, a pochi metri dalla cucina. Si chinò leggermente in avanti, appoggiando le mani sulle ginocchia, lo sguardo infuocato fisso nei miei occhi. Il triangolo del bikini si era spostato, mostrando in tutta la sua bellezza la parte non abbronzata intorno al capezzolo scuro e dritto per l’eccitazione.
— Com'era ieri sera, eh? — sussurrò con una voce che era un graffio roco. — Credevi che fosse finita lì? Prima mi accendi e poi tanti saluti? Eh no, caro mio. Ora mi dai quel meraviglioso cazzo che mi hai piantato tra le chiappe ieri sera... e tu prenditi tutto quello che vuoi.
Senza perdere un secondo, infilai le dita sotto l'elastico del pezzo sotto del bikini, tirandolo di lato senza nemmeno toglierlo del tutto. Era già bagnata, caldissima, pronta. Quando con l'altra mano liberai i miei venti centimetri di carne, che spingevano da impazzire, lei emise un gemito soffocato, abbassò la testa e in un secondo sentii le sue mani stringere in una presa decisa la base. Mi guardò dal basso:
— Che meraviglia... Adesso ti faccio vedere come lo succhia una cinquantenne come me. Ti farò scordare tutte quelle puttanelle che ogni tanto ti fai, mi verrai a cercare ogni giorno.
Mentre parlava, si strusciava la mia cappella sulle labbra, sbavando una saliva calda che iniziava a colare giù fino alle palle.
— Succhialo,... — riuscii a rispondere. — Certo che ti vengo a cercare, mi devo rifare di tutte le seghe che mi hai fatto tirare. Ti do tanto di quel cazzo che tornerai a Milano con i buchi sfatti.
— ti prego fallo — riuscì a dire a voce bassa, senza neanche guardarmi, ora aveva tra le sue labbra, l’oggetto del suo desiderio.
La sua saliva calda avvolse completamente la cappella e diede inizio al più succoso pompino che avessi mai ricevuto fino ad allora. Dopo un tempo che parve interminabile, finalmente si staccò. Guardandomi con gli occhi persi nel piacere, mi disse:
— dai porco, è ora di farmi sentire femmina.
Ci sdraiammo sul pavimento fresco. Allargò le gambe spostando di lato il costume; puntai la cappella tra le sue labbra rosse e mi spinsi dentro di lei con un colpo secco, profondo, rabbioso. Cristina buttò la testa all'indietro stringendo i denti, mentre il clic-clac ritmico e sordo delle sue zeppe sul pavimento accompagnava ogni mio affondo, amplificando l'eco di quel tradimento consumato nel silenzio assoluto delle tredici di un pomeriggio di fuoco.
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Ora Cristina era sdraiata a pancia in su, sfinita ma per nulla doma. Nonostante la fatica dell'ultimo amplesso, non aveva ancora abbandonato le sue armi. Le gambe erano pigramente divaricate e ai piedi le zeppe spiccavano ancora come un feticcio monumentale, sporche della polvere della sabbia ma incredibilmente erotiche nel contrasto con la nudità della sua pelle. Il bikini rosso era ormai ridotto a un laccio disordinato, un elastico che le tagliava il fianco mettendo in risalto il rigonfiamento morbido e bagnato del suo sesso.
— porco — sussurrò, la voce ridotta a un soffio roco, quasi maschile per via del tabacco e del desiderio. — Sei un animale, lo sai?
Un sorriso pigro, quasi diabolico, le ridisegnò le labbra lucide.
— No, sei tu che mi ecciti a bestia, con i tuoi costumini, le tue cremine e quel modo tutto tuo di fare la signora—poi avvicinandomi al suo orecchio quassi sussurrando-- Ora te li sborro tutti i costumi, ti sborro i piedi con le zeppe, ti sborro i capezzoli…cosi faccio come le bestie che marcano il territorio –poi con il triangolino del costume in mano mi pulii il cazzo dal mix di umori, e glielo porsi sulla bocca – lecca troia,
E con occhi languidi rispose -Siiii, certo – tirò fuori la lingua ed inziò in suo gioco—
Disse —voglio sentire la puzza del tuo sperma dappertutto—bene—risposi- allora tieni— e con la mano dietro la nuca, la guidai di nuovo sul cazzo. Non fece opposizione, e docile docile riprese a pompare con foga, sapendo che non era finito.
Ad un certo punti dissi — dai girati, che ti sbatto come il Verro fa con la sua scrofa —Cristina rise, un suono basso che le fece vibrare il seno eretto, i capezzoli scuri e turgidi che puntavano il soffitto come due sfide aperte. Sfruttando la leva di quelle scarpe altissime, sollevò il bacino dal pavimento con un’elasticità sorprendente. Si girò su un fianco, poi a carponi, offrendomi la vista ravvicinata di quel culo da infarto che mi aveva ossessionato per tutta la serata.
Inarcò la schiena in modo spudorato, lasciando che le zeppe rimanessero piantate lateralmente e sollevando le natiche sode a un'altezza perfetta: un invito che non ammetteva repliche. Il pezzo sotto del bikini rosso era rimasto incastrato tra le cosce, una striscia di tessuto bagnato che divideva in due la sua carne ambrata.
— Vieni qui — comandò, voltando solo la testa per guardarmi con quegli occhi scuri colmi di una bramosia liquida. — Prenditi quello che vuoi. Ma stavolta voglio sentirti: insultami non avere timore, sono troia, sono una scrofa, dimmelo, a ogni botta devo sapere che sono tua è da tanto tempo che il mio corpo non riceve piacere, prendilo come un maschio sa fare.
Non me lo feci ripetere. Mi avventai su di lei da dietro, afferrando con le dita la carne morbida dei suoi fianchi e lasciando i segni rossi della mia presa sulla pelle lucida. Quando la mia bocca cercò il suo collo, mordendole il tendine teso, lei emise un grugnito di puro piacere animale, spingendo il bacino all'indietro per cercare il contatto.
Infilai la mano tra le sue gambe, accarezzando la carne caldissima e bagnata, stimolandola finché non la sentii sussultare. Cristina assecondava ogni mio gesto, le dita piantate nel tappeto, i muscoli delle cosce tesi allo spasmo per via dell'inclinazione forzata dalle scarpe. Il clic-clac delle zeppe non era più un calpestio regolare, ma un battito disordinato, un rumore sordo e frenetico sul pavimento ogni volta che il suo corpo oscillava sotto la spinta della mia carne.
Ogni affondo era un urto di pelle, sudore e odore di sesso. La dinamica tra noi era diventata una lotta di resistenza: lei cercava di domarmi con la spudoratezza del suo corpo fiero, io cercavo di sottometterla con la forza dei miei venti centimetri e la violenza di un desiderio che non riuscivo più a controllare.
Andammo avanti così, sospesi in quel pomeriggio di fuoco, dove l'unica legge rimasta era il calore dei nostri corpi e il suono ritmico di una scopata di inizio estate.
Avevamo varcato il limite.
Continua ….
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