La piscina

di
genere
incesti

Storie e persone non fanno riferimento a fatti realmente accaduti, ma sono frutto della fantasia e dell’immaginazione.

Nikos vide Dimitra mentre cercava di convincere sua figlia ad entrare sotto la doccia obbligatoria. Lei era già in costume, con un asciugamano arrotolato sotto il braccio, e sembrava perfettamente a suo agio nel caos della piscina comunale. Quando lo notò, gli fece un sorriso e un cenno con la mano, come se fosse del tutto normale incontrarsi lì, in mezzo agli spruzzi.
Nikos arrivò con le ciabatte che gli scivolavano un po’ dai piedi e la maglietta già pronta per essere lasciata sul lettino. Anche lui era in costume, deciso a passare il pomeriggio in acqua insieme a suo figlio, che nel frattempo era già sparito verso il trampolino.
«Non pensavo di trovarti qui» disse, sistemando la borsa accanto al lettino del fratello.
«Giornata perfetta per stare a mollo» rispose lui.
Si sedettero un momento, osservando i bambini che si lanciavano in gare improvvisate. L’odore di cloro, le urla, i braccioli colorati: tutto contribuiva a quell’atmosfera semplice e un po’ buffa che rendeva la piscina comunale un posto dove, volendo, ci si poteva davvero rilassare.
«Almeno qui si divertono» disse Dimitra.
«E noi possiamo stare tranquilli per un po’ di tempo» aggiunse Nikos.
Era una scena ordinaria, ma piacevole: fratello e sorella, in costume, con un pomeriggio libero e nessuna fretta.
Non era affatto previsto che quel pomeriggio si trasformasse in un incontro tra fratelli. Ognuno era arrivato alla piscina con il proprio programma: Dimitra per far sfogare sua figlia, Nikos per mantenere la promessa di “buttarsi almeno una volta” con suo figlio. E invece eccoli lì, seduti uno accanto all’altra, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
In realtà, un filo di imbarazzo c’era. Non enorme, ma quel tanto che basta per far controllare se il costume fosse a posto, per sistemare la maglietta con un gesto un po’ troppo rapido. Erano anni che non si vedevano così, senza strati di vestiti a fare da filtro, e da adulti il corpo diventa quasi un territorio privato, da mostrare solo quando serve.
Dimitra si passò una mano sulla coscia, Nikos si aggiustò le ciabatte che scivolavano. Entrambi fingevano disinvoltura, ma sapevano che la situazione aveva un che di imbarazzante. E proprio per questo risultava piacevole: un piccolo ritorno a una confidenza antica, quella che non ha bisogno di essere spiegata.
«Strano ritrovarsi così» disse lei, sorridendo.
«Già. Ma non è male» rispose lui, lasciando che il rumore dei tuffi sciogliesse quel lieve disagio.
E mentre i bambini continuavano a ridere e spruzzarsi, i due fratelli si accorsero che quel pomeriggio non programmato stava diventando un regalo inatteso: qualche ora di acqua, cloro e chiacchiere, senza fretta e senza ruoli.
Dimitra si sistemò i pantaloncini copricostume, Nikos seguì con lo sguardo un pallone che rotolava verso il bordo della vasca, poi tornò a lei, con un mezzo sorriso che sembrava dire non so da dove cominciare.
«Ti ricordi quando venivamo qui il sabato mattina?» chiese lei, lasciando che la domanda scivolasse fuori senza pensarci troppo.
«Certo. Tu che facevi finta di nuotare per non bagnarti i capelli.» «E tu che ti lamentavi perché l’acqua era sempre troppo fredda.»
Si guardarono un istante, e quel breve scambio — così semplice, così innocuo — bastò a sciogliere un altro strato di distanza. Non era nostalgia, non del tutto. Era più una constatazione: certe cose, anche se cambiano, restano in qualche modo riconoscibili.
Un bimbo passò correndo tra loro due, lasciando una scia di gocce sul pavimento. Dimitra rise, e Nikos si accorse che quel suono gli mancava più di quanto avesse immaginato.
«Allora,» disse lui, «come va davvero? Non la versione da messaggio vocale, quella vera.»
Lei sospirò, ma non in modo pesante. «Va… come va. Ci sono giorni buoni, giorni storti. Ma oggi è un giorno buono, direi.»
«Già. Anche per me.»
Si sedettero sul bordo della vasca, con i piedi nell’acqua tiepida. Non avevano bisogno di parlare subito. Il silenzio, per una volta, non era un ostacolo: era un ponte. E mentre il pomeriggio scivolava piano, i due fratelli si resero conto che quel ritrovarsi per caso non era poi così casuale.
«Se vuoi togliere i pantaloncini facciamo un bagno anche noi».
«Non posso, mi vergogno a dirtelo ma non ho avuto il tempo di depilarmi».
«Ma che problema c’è? In acqua non ti vede nessuno e poi quando esci ti copri con l’asciugamano».
«No, Nikos, non voglio che mi veda tu così, non gli altri!» Arrossì appena, e Nikos capì subito a cosa alludesse. La frase gli aprì un varco nella memoria: come quando si soffia via la polvere da un oggetto dimenticato in soffitta, le immagini di quel giorno tornarono nitide, e con esse quella strana sensazione allo stomaco.
Per un istante restarono entrambi rigidi, sospesi. L’unica cosa che Nikos riuscì a mormorare fu un «scusa», basso, intriso di vergogna e forse di un filo di pentimento. Lei scoppiò in una risata fragorosa, scrollando via tutto. «Ma dai, eravamo giovani», disse, come se bastasse quello a sciogliere ogni nodo.
Non bastò, ma senz’altro fu di aiuto.
Nikos si alzò con l’intenzione di andare a prendere un caffè shakerato.
“Vado al bar, ti va un caffè freddo?»
«Sììì, volentieri, poi ti do i soldi».
Dimitra si stava crogiolando al sole di quel caldo pomeriggio d’agosto. Le era sempre piaciuto abbronzarsi, ma ultimamente il calore le sembrava più insistente, quasi avvolgente. Le gocce di sudore le scivolavano dalle ascelle all’interno delle braccia, mentre altre correvano lungo il seno, impregnando il tessuto del costume che le aderiva alla pelle in modo morbido e pesante. Il caldo la circondava come un abbraccio lento, e per un istante chiuse gli occhi, lasciandosi attraversare da quella sensazione. «Un bagno ci starebbe proprio bene”, pensò.
Da lì a poco arrivò Nikos con il caffè: «Gli ho fatto aggiungere due palline di gelato, spero non ti dispiaccia», «al contrario, ci vuole proprio qualcosa di fresco, grazie Nikos, sei un tesoro».
Aprì gli occhi lentamente, ancora avvolta da quel torpore caldo, e allungò una mano verso il bicchiere che Nikos le porgeva.
Si sedettero sui rispettivi lettini uno di fronte all’altra e iniziarono a gustarsi quella specie di affogato.
Nikos, come al solito, finì in un attimo e poté così soffermarsi ad osservare la sorella. Era ancora una bella donna: il viso conservava la delicatezza e l’eleganza di un tempo, mentre il corpo, un po’ più appesantito e meno tonico, restava comunque molto attraente.
Gli erano sempre piaciute le spalle e le braccia di Dimitra e ritrovò lo stesso piacere nell’osservarle. Si soffermò con lo sguardo sulle curve della sorella, sulla vita, ancora stretta e sui fianchi dolci e larghi, il caldo di quel pomeriggio, la vicinanza e quella nudità parziale ridestarono in lui un desiderio antico e mal sopito.
Proprio mentre i suoi occhi accarezzavano la pelle calda e sudata, una goccia di gelato cadde dal cucchiaino sul seno facendo reagire il capezzolo che si svegliò tendendo la stoffa del costume.
“Oh!” Dimitra raccolse velocemente il gelato con la punta del dito e se lo portò alla bocca.
Nikos sgranò gli occhi e non resistette: «E’ meglio che mi faccia un bagno!»
«Ah Ah Ah Ah… Scemo!»
«No, no, mi tuffo veramente…»
«Allora controlla un po’ i ragazzi.»
«Dai, vieni anche tu!»
«Uffa, te l’ho detto che non posso.»
«Vabbè…»
I ragazzi si stavano davvero divertendo, i due cugini avevano un bellissimo rapporto nonostante si vedessero poco.
Nikos ritornò al lettino, desiderava la vicinanza della sorella.
Dimitra finì il caffè, si sistemò i capelli e alzò le braccia per raccoglierli in uno chignon. Nikos la osservava con un’attenzione che rasentava l’adorazione, ma anche con un’avidità nascosta.
Lei, ignara, non notò nulla, ma quel gesto le scoprì le ascelle e Nikos restò in ammirazione gustando ogni attimo. Nelle sue narici, per un secondo, il mondo svanì. L’odore era lì: vivo, inebriante.
Sentì l’impulso fisico di avvicinarsi, di immergere il naso, di assaporare quel miscuglio di calore e sale, di leccare avidamente ogni goccia di sudore che scendeva dalla pelle. Un desiderio proibito, già consumato nella sua mente.
«Uh… cavolo, che puzza!» esclamò lei, tirando su il naso con disgusto. «Ho sudato troppo e non ho fatto nemmeno un bagnetto. Prima di cambiarmi devo farmi una doccia. Ma… si sente l’odore? Tu lo senti?»
Nikos non disse nulla, cercando di mantenere il volto impassibile ma si avvicinò per constatare.
«Un po’ si sente… lo trovo sensuale».
«Sensuale? Mi sento una puzzona! »
«Non direi proprio… anzi…»
«Vuoi metterci il naso? Ah ah ah ah … ma dai!»
«Eh… magari!» disse Nikos a bassa voce.
La sua mente era ormai catturata da quel desiderio, e sentì il corpo reagire prima ancora di pensarci. Si alzò in piedi, trovandosi improvvisamente a un passo dal volto di Dimitra. Il rigonfiamento era inarrestabile e difficile da nascondere; se il costume non fosse stato già fradicio, lei avrebbe visto chiaramente la macchia dell’eccitazione spandersi sul tessuto.
«Altro tuffo!»
«Sei sempre il solito pirla ah ah ah ah ah”».
Dimitra sembrava più divertita che infastidita, come se fosse a suo agio proprio su quel confine sottile tra confidenza e indecenza.
Nikos giocò un po' col figlio e la nipote, salutò un'amica della sua ex compagna — una che avrebbe fatto volentieri a meno di incontrare. Poi tornò al lettino, e stavolta si sedette proprio su quello della sorella, immersa nella lettura di una rivista.
«Credo sia quasi ora di tornare a casa». Mentre pronunciava quelle parole, accarezzò il malleolo della sorella, sfiorandole il piede sinistro con un tocco sospeso. Dimitra si destò dal torpore e, senza dare importanza a quelle parole, esclamò con gioia: «Sììì, bello! Mi fai un massaggio ai piedi come mi facevi tanti anni fa?»
Per Nikos, quel massaggio era un permesso rubato. Iniziò a lavorare sui piedi della sorella con cura e delicatezza, sfruttando le nozioni base di Shiatsu. Aveva imparato quei movimenti e poteva toccarla e trasformare un gesto apparentemente innocuo in un contatto intimo. Ogni piccolo suono di piacere che lei emetteva era per lui una scarica elettrica. Le sue mani conoscevano la forma di quei piedi, ma la sua mente desiderava altro: avrebbe voluto baciare la curva di ogni dito, baciare la pianta, perdere la ragione in un atto di adorazione fisica.
Il pomeriggio stava volgendo al termine e ormai la maggior parte delle persone se n’era andata; la piscina si stava svuotando e attorno a loro non c’era più nessuno. Nikos voleva odorare i piedi di Dimitra e si fece più audace. Con una scusa, le sollevò delicatamente la gamba e avvicinò il piede al suo viso, non troppo, senz’altro meno di quanto avrebbe voluto, ma riuscì comunque a percepire il profumo della sua pelle, l’odore del cuoio dei sandali, misto a un sentore di cloro:
«Hai sempre dei bei piedini curati.»
«Ti piacciono?»
Nikos annuì leggermente e continuò il suo massaggio.
«Quante attenzioni oggi! Non ricordavo di essermi sentita così bene!»
Si percepiva gratitudine nelle sue parole, gratitudine e una punta di dispiacere per il momento che si stava concludendo.
«Sono felice che tu sia stata bene, lo sono stato anch’io, molto! Però non hai fatto neanche un tuffo!»
«Sì, sono stata stupida… ma ora è tardi e vorrei fare una doccia.»
«Va bene, Dimi, come vuoi. Mentre fai la doccia, io recupero i ragazzi»
«Ok, perfetto».
Nikos raggiunse l’area giochi proprio mentre i due stavano finendo di rotolarsi tra i tappetini, madidi d’acqua e di risate.
«Dai, ragazzi, vi accompagno a fare la doccia e poi si va a casa» disse, battendo le mani.
Fu allora che accadde. I due si scambiarono un’occhiata rapida, complice.
«No!» disse Cino, incrociando le braccia magre con una serietà quasi comica. «Adesso siamo grandi, facciamo da soli.»
«Da soli?», Nikos inarcò un sopracciglio, trattenendo un sorriso. «Da quando?»
«Da oggi,» sentenziò Myra, già in piedi. «Tu vai via, zio, vai ad aiutare la mamma.»
«Sì, vai a cambiarti anche tu, non ti preoccupare» replicò Cino.
Nikos alzò le mani in segno di resa e indietreggiò, senza riuscire a trattenere una risata. «Va bene, va bene. Ma se vi perdete un calzino, io non c’entro.»
Dopo la doccia i due ragazzi entrarono nella cabina chiudendo velocemente la porta, per un istante, Nikos restò lì nel corridoio, con l’orecchio appoggiato al legno. Dall’interno, invece delle proteste che si aspettava, arrivò un mormorio concitato di strategia: «Tu prendi la maglietta, io i pantaloni», «No, prima le scarpe», e infine una risata strozzata.
Erano diventati grandi, pensò, con una punta di orgoglio e una di nostalgia. Ieri avrebbero pianto per una mutanda messa storta, oggi invece…
Dal fondo del corridoio sentì il rumore della doccia di Dimitra che si interrompeva. Il silenzio che calò sulla piscina era strano: per la prima volta in tutta la giornata, i due erano davvero soli.
La porta delle docce femminili si aprì e Dimitra uscì con i capelli bagnati raccolti in una coda fatta in fretta, una mano ancora sulla maniglia. «Li hai visti?» chiese, abbassando la voce, come se temesse di rompere quel silenzio.
«Mi hanno cacciato,» disse Nikos, sorridendo. «Pare che non sia più ammesso nei loro spogliatoi.»
Dimitra rise piano, appoggiandosi allo stipite. Rimasero così, uno di fronte all’altra, nel corridoio deserto, con l’odore di cloro che si raffreddava intorno a loro e le voci dei figli che discutevano amichevolmente.
«È tardi… ti dispiace se entro nella cabina con te?» Nikos temette di aver frainteso. Le chiese di ripetere e, quando Dimitra confermò, annuì sentendo il calore salire alle guance.
La cabina a rotazione era stretta e lunga, spoglia, con solo una panca e un cestino dei rifiuti.
Dimitra, avvolta nell’accappatoio e la sacca con il cambio stretta contro il fianco, entrò per prima e si portò verso il fondo.
Quando lei si sistemò, Nikos ebbe l’impressione che lo spazio si fosse ristretto attorno a loro. Un turbamento lieve, quasi timido, gli attraversò il respiro.
Iniziarono a cambiarsi in silenzio, con gesti misurati, attenti a non rivelare il corpo l’una all’altro.
Eppure quel pudore condiviso, quella cura nel proteggersi, aveva una forza più intensa di qualsiasi nudità: un’emozione sottile che sembrava avvicinarli proprio mentre cercavano di restare distanti.
L'educazione, il pudore, la decenza: tutto fu spazzato via dal desiderio che tormentava Nikos. Quasi come una preghiera sofferta, le sussurrò: «Lasciati guardare».
Dimitra fece finta di non udire. Nikos non ebbe la forza di ripeterlo. Continuò a spogliarsi, con un nodo in gola, lasciando che il silenzio si facesse più pesante.
Lei, senza dire nulla, lentamente lasciò cadere l’accappatoio, si girò verso il fratello e rimase immobile.
Nikos alzò gli occhi e vide il corpo della sorella, il corpo della donna che desiderava. Era proprio bella, osservò il seno pesante, un po’ rilasciato e con qualche smagliatura, i fianchi larghi e il pube davvero rigoglioso. Con la vista annebbiata dall’emozione si diresse verso la sorella esibendo quell’eccitazione incontrollabile.
Si avvicinò e strinse Dimitra in un abbraccio vigoroso, così prolungato da impedire alla donna di respirare. Lui, invece, inspirò il profumo della sua pelle, affondò il naso nei capelli ancora bagnati e iniziò a baciarle il collo, scendendo verso le spalle. Poi infilò il naso sotto il braccio che lei alzò con delicatezza, baciando con trasporto l'ascella sinistra, dove ricercava quell'odore dolce e pungente già assaporato nel pomeriggio.
Il bagnoschiuma aveva svolto il suo compito, ma la tensione e l’eccitazione del momento furono generose con Nikos: sulla pelle di Dimitra, appena sotto il braccio, perlarono nuove gocce di sudore. Lui non distolse il volto, vi si posò sopra con una lentezza deliberata, la lingua che sfiorava prima l’incavo della spalla, poi scendeva a raccogliere, una a una, assaporandole come un dono che solo quel corpo sapeva offrirgli.
Ogni goccia era un sapore familiare, un ricordo del pomeriggio che tornava vivo sulla punta della lingua, e Nikos le baciò e le leccò con devozione.
Dimitra, dapprima sorpresa, poi travolta dai gesti di Nikos, si abbandonò a quelle intime attenzioni, gemendo e ricambiando abbracci, baci e carezze. La sua mano scese ad avvolgere il pene duro e umido del fratello, massaggiandolo con dedizione.
Solo allora Nikos trovò il coraggio di cercare la bocca di Dimitra. Voleva baciarla, voleva sentire l’incontro delle loro lingue, e lo fece. Lei non aspettava altro: la passione unì i due corpi, fondendo le loro anime.
Nikos afferrò la natica sinistra di Dimitra, invitandola ad alzare la gamba e ad appoggiarla sulla panca. La sua mano corse tra le cosce fino a incontrare la sua intimità, accarezzò le labbra bagnate dapprima con delicatezza, poi con più energia. Poco dopo, si portò le dita umide al viso: le odorò e leccò gli umori trasparenti e profumati che le ricoprivano.
Dimitra gli cinse il collo, cercando le sue labbra come per ritrovare quel sapore.
Nell’abbraccio, il pene compresso tra i loro corpi pulsò violentemente. Nikos soffocò il gemito in gola per non farsi sentire, eiaculando copiosamente sul ventre di Dimitra e sul proprio.
La realtà bussò alla porta: «mamma… hai finito?» chiese Myra.
«Mi sto pettinando, due minuti ed esco» rispose Dimitra, cercando di pulirsi con l’accappatoio e rivestendosi in fretta.
Per come riuscì, fece la stessa cosa Nikos.
I due fratelli si guardarono, si sfiorarono con le dita e si abbracciarono stretti.
scritto il
2026-09-05
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