La setta (parte 3)
di
Kugher
genere
sadomaso
Quell’uomo si chiamava Franco. Era stata lei a chiedergli il nome, mentre lui, il suo, già lo sapeva.
“Ti osservo da tanto tempo”.
“Mi guardi il culo?”
Martina lo disse in modo scherzoso, ma subito se ne pentì. Capì che era una battuta lontana dalla personalità di quell’uomo che riusciva a guardare dentro le sue emozioni.
Non parve offeso, anzi, le sorrise in quel modo che aveva imparato ad apprezzare, pulito, sereno, semplice, sincero, ecco, questo era l’aggettivo che più trovava adatto a descriverlo: sincero.
Non la stupì nemmeno la sua risposta.
“Gli occhi, lo sguardo, il sorriso sono la porta verso l’anima di una persona, che è l’unica cosa che conta”.
Sembrava fuori dal mondo quel tipo. In effetti scoprì che era davvero fuori dal mondo o, almeno, fuori dal suo e da quella della maggior parte della gente che lei conosceva.
Innanzitutto non conosceva nessun pettegolezzo sulla gente famosa.
Scoprì che viveva in una comunità.
Le uscì facile la battuta sugli hippie. Nemmeno questa volta si offese. Era impossibile offenderlo. Rispondeva sempre serenamente stando allo scherzo.
“No, è semplicemente un posto dove stiamo tutti assieme, dividiamo tutto, anche le sofferenze. Noi non ci sentiamo soli ed abbiamo sempre qualcuno che ascolta i nostri disagi, ma anche i nostri momenti allegri. Ci ascoltiamo e ci guardiamo dentro”.
Più parlava più si sentiva affascinata da quella realtà che trovava strana. Vivevano senza la famiglia biologica ma avevano sempre qualcuno che li ascoltava, li capiva e non li giudicava.
Pensò a suo padre che aveva abbandonato lei e sua madre per farsi una famiglia nuova, ignorandola. Era andata a vedere come la sua sorellastra era felice con suo padre. Li aveva visti da lontano e aveva provato prima rabbia, poi solitudine.
Pensava a sua madre, più intenta a farsi scopare e a cercare la felicità altrove purché non fosse con lei che, a volte, si sentiva di troppo nella vita della sua genitrice.
Avvertì la differenza tra lei e Franco. Cercò di guardare i propri occhi e metterli a confronto con quelli del suo nuovo amico.
“Parlami della tua comunità”.
Era da un po’ che pensava di fargli questa domanda, ma temeva di essere invadente. Invece gli si allargò il sorriso.
“E’ una cosa semplice. Viviamo di cose essenziali senza cercare il superfluo. Siamo autosufficienti e tutti contribuiamo alla vita comune. C’è chi coltiva gli orti producendo il cibo, chi sistema i vestiti che cambiamo solo quando vanno oltre l’assenza di dignità”.
Martina si guardò bene dal pronunciare la parola “setta”, scoprendo che sarebbe stata una battuta facile ma lontana dal mondo sereno che le veniva descritto.
Fu attratta anche dai fondatori, Mattia e Ilaria e, soprattutto, dalla devozione, più che dall’affetto, che Franco provava per loro.
“Vuoi venire a visitarci?”
Il modo e la velocità con cui accettò, testimoniò come fosse in attesa di quell’invito che non osava stimolare per evitare di essere invadente.
“Questa sera stessa”.
“Devo prima chiedere a mia madre se ha bisogno di me”.
“Quella madre che non si interessa di te e non ti chiede com'è andata la tua giornata?”
Fu colpita da questa frase. Era vera, maledizione, eccome se era vera. La fece riflettere.
“Questa sera sia”.
L’area che ospitava la comunità le sembrava enorme.
C’era gente che si muoveva, altra che lavorava, ma tutti con gesti lontani da quella frenesia alla quale la grande città abitua al punto da farla divenire cosa normale, scontata, come se lo stress e l’ansia giornaliera fosse una possibilità senza alternativa.
Ebbe una strana sensazione che subito non seppe individuare e che più tardi avrebbe descritto con l’aggettivo “sereno”.
La gente salutava Franco ma anche lei. Si sentiva accolta.
Venne portata da Mattia e Ilaria, persone che avevano generato in lei tanta curiosità, soprattutto quando il suo amico le aveva detto quanto erano amati e, soprattutto, quanto la comunità gli fosse devota.
Devozione era un termine che appariva spesso.
Martina si aspettava di essere colpita dallo sguardo di Mattia, dal carisma che Franco le aveva descritto.
Invece, non essendo stata preparata a sufficienza, più che colpita, venne investita da sensazioni forti, strane, come se un tornado l’avesse presa e proiettata in alto vorticosamente, così da perdere ogni senso di riferimento.
Era passata da una situazione di assoluta serenità e tranquillità, ad una in cui un uomo stava seduto su una poltrona intento a leggere un libro mentre una ragazza, nuda, se ne stava a terra accucciata ai suoi piedi.
Il nero del cuoio del collare contrastava, peraltro in maniera bellissima, con i lunghi capelli biondi
“Ti osservo da tanto tempo”.
“Mi guardi il culo?”
Martina lo disse in modo scherzoso, ma subito se ne pentì. Capì che era una battuta lontana dalla personalità di quell’uomo che riusciva a guardare dentro le sue emozioni.
Non parve offeso, anzi, le sorrise in quel modo che aveva imparato ad apprezzare, pulito, sereno, semplice, sincero, ecco, questo era l’aggettivo che più trovava adatto a descriverlo: sincero.
Non la stupì nemmeno la sua risposta.
“Gli occhi, lo sguardo, il sorriso sono la porta verso l’anima di una persona, che è l’unica cosa che conta”.
Sembrava fuori dal mondo quel tipo. In effetti scoprì che era davvero fuori dal mondo o, almeno, fuori dal suo e da quella della maggior parte della gente che lei conosceva.
Innanzitutto non conosceva nessun pettegolezzo sulla gente famosa.
Scoprì che viveva in una comunità.
Le uscì facile la battuta sugli hippie. Nemmeno questa volta si offese. Era impossibile offenderlo. Rispondeva sempre serenamente stando allo scherzo.
“No, è semplicemente un posto dove stiamo tutti assieme, dividiamo tutto, anche le sofferenze. Noi non ci sentiamo soli ed abbiamo sempre qualcuno che ascolta i nostri disagi, ma anche i nostri momenti allegri. Ci ascoltiamo e ci guardiamo dentro”.
Più parlava più si sentiva affascinata da quella realtà che trovava strana. Vivevano senza la famiglia biologica ma avevano sempre qualcuno che li ascoltava, li capiva e non li giudicava.
Pensò a suo padre che aveva abbandonato lei e sua madre per farsi una famiglia nuova, ignorandola. Era andata a vedere come la sua sorellastra era felice con suo padre. Li aveva visti da lontano e aveva provato prima rabbia, poi solitudine.
Pensava a sua madre, più intenta a farsi scopare e a cercare la felicità altrove purché non fosse con lei che, a volte, si sentiva di troppo nella vita della sua genitrice.
Avvertì la differenza tra lei e Franco. Cercò di guardare i propri occhi e metterli a confronto con quelli del suo nuovo amico.
“Parlami della tua comunità”.
Era da un po’ che pensava di fargli questa domanda, ma temeva di essere invadente. Invece gli si allargò il sorriso.
“E’ una cosa semplice. Viviamo di cose essenziali senza cercare il superfluo. Siamo autosufficienti e tutti contribuiamo alla vita comune. C’è chi coltiva gli orti producendo il cibo, chi sistema i vestiti che cambiamo solo quando vanno oltre l’assenza di dignità”.
Martina si guardò bene dal pronunciare la parola “setta”, scoprendo che sarebbe stata una battuta facile ma lontana dal mondo sereno che le veniva descritto.
Fu attratta anche dai fondatori, Mattia e Ilaria e, soprattutto, dalla devozione, più che dall’affetto, che Franco provava per loro.
“Vuoi venire a visitarci?”
Il modo e la velocità con cui accettò, testimoniò come fosse in attesa di quell’invito che non osava stimolare per evitare di essere invadente.
“Questa sera stessa”.
“Devo prima chiedere a mia madre se ha bisogno di me”.
“Quella madre che non si interessa di te e non ti chiede com'è andata la tua giornata?”
Fu colpita da questa frase. Era vera, maledizione, eccome se era vera. La fece riflettere.
“Questa sera sia”.
L’area che ospitava la comunità le sembrava enorme.
C’era gente che si muoveva, altra che lavorava, ma tutti con gesti lontani da quella frenesia alla quale la grande città abitua al punto da farla divenire cosa normale, scontata, come se lo stress e l’ansia giornaliera fosse una possibilità senza alternativa.
Ebbe una strana sensazione che subito non seppe individuare e che più tardi avrebbe descritto con l’aggettivo “sereno”.
La gente salutava Franco ma anche lei. Si sentiva accolta.
Venne portata da Mattia e Ilaria, persone che avevano generato in lei tanta curiosità, soprattutto quando il suo amico le aveva detto quanto erano amati e, soprattutto, quanto la comunità gli fosse devota.
Devozione era un termine che appariva spesso.
Martina si aspettava di essere colpita dallo sguardo di Mattia, dal carisma che Franco le aveva descritto.
Invece, non essendo stata preparata a sufficienza, più che colpita, venne investita da sensazioni forti, strane, come se un tornado l’avesse presa e proiettata in alto vorticosamente, così da perdere ogni senso di riferimento.
Era passata da una situazione di assoluta serenità e tranquillità, ad una in cui un uomo stava seduto su una poltrona intento a leggere un libro mentre una ragazza, nuda, se ne stava a terra accucciata ai suoi piedi.
Il nero del cuoio del collare contrastava, peraltro in maniera bellissima, con i lunghi capelli biondi
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