La setta (parte 2)
di
Kugher
genere
sadomaso
Jessica in realtà si chiamava Martina ed aveva scelto quel nome perchè sapeva di esotico, come se un nome straniero potesse renderla più interessante. La ragazza ripensò alla serata stesa, al buio, nel suo letto di quella casa piccola, che si era conquistata quando non ce l’aveva fatta più a sopportare sua madre.
Tutti conoscevano il suo vero nome, ma tutti la chiamavano come lei invece voleva, con quel nome finto, come finto sarebbe stato il rapporto che, al massimo, durava 2, forse 3 incontri di sesso.
Una volta che l’uomo di turno l’aveva scopata, perdeva interesse. Né, lei, era capace di stimolare altro interesse. La relazione con i suoi amanti occasionali partiva dall’attrazione che il suo corpo alto, slanciato, atletico, sapeva creare, complice quella naturale sensualità i cui risultati erano sempre immediati.
Sapeva che agli uomini interessava scoparla, così come sapeva che a lei interessava la fase precedente, quella delle attenzioni che erano disposti a darle per avere in premio la sua fica.
Più riusciva a farsi desiderare, maggiori erano le attenzioni che le venivano dedicate.
Ormai era diventata bravissima a tirare la corda fino all'ultimo per godere di ciò che le dava piacere. Poi, si sarebbe data e, come accadeva sempre, dopo un altro paio di scopate (di questo si trattava) la davano per conquistata e, quindi, venivano sempre meno quelle attenzioni che le regalavano le emozioni delle quali aveva bisogno.
I primi tempi si innervosiva perché non capiva ciò che le serviva, poi, piano piano, aveva compreso che quelle attenzioni ricevute la facevano stare bene e si era concentrata sempre più a ricercarle e a stimolarle con la promessa di travolgenti scopate nelle quali era disposta a fare tutto ciò che desideravano, quasi a ripagarli di quelle sensazioni per lei importantissime.
Non aveva mai fatto la cagna ed il riferimento al collare ed al guinzaglio le era venuto spontaneo quando aveva visto quel signore attempato con il suo cagnolino.
Le era piaciuto, non in termini di eccitazione, ma al pensiero del rapporto puro, pulito e sincero tra padrone e cane.
Si stupì di questi pensieri che non conosceva e nei quali faceva fatica a riconoscersi.
Il pensiero si soffermò sul compagno di quella serata. Con buone probabilità Giacomo non sarebbe arrivato alla seconda scopata. Non dipendeva tanto dalla persone che, tutto sommato, le era piaciuta. Era stanca di quel gioco volto alla ricerca delle attenzioni che, piano piano, riusciva a darle sempre meno, facendole avvertire tutta la finzione.
Si addormentò senza nemmeno pensare alla mise del giorno successivo per andare al lavoro. Non aveva voglia, non aveva testa, quella testa che si sentiva svuotata e arrabbiata con sé stessa per quella serata che, adesso, le stava procurando un po’ di amaro in bocca, una sensazione che aveva già iniziato a provare ma che in quella serata buia, stesa sul letto solitario, con Vasco in sottofondo, si sentì esplodere dentro.
Il treno che, la mattina successiva, la portava al lavoro, la stava cullando. Le piaceva quel dondolio. Le ricordava quando, da piccola, trascorreva qualche settimana dai nonni, a Genova. Tanto diceva e faceva che, ogni tanto, il nonno cedeva alle sue richieste e la portava a fare un giro col treno. A volte era Camogli, altre si spingevano fino alle 5 terre. Una volta si era fatta portare a Montecarlo dove si era fermata ad osservare quelle bellissime e giovani donne corteggiate dai loro accompagnatori.
Aprì gli occhi e vide il pendolare seduto di fronte che le stava sorridendo. Si tolse le cuffiette perché il movimento delle labbra del suo vicino proferivano parole che con buone probabilità erano dirette a lei.
“Scusa, stai dicendo a me?”
“Ciao, sì, certo. Ti guardavo gli occhi, sono più tristi del solito oggi”.
Restò interdetta e, per qualche secondo che le sembrò infinito, senza parole.
Lei nemmeno aveva notato quella persona ordinaria, quasi anonima rispetto ai tipi che era solita frequentare. Anzi, durante i viaggi non considerava proprio nessuno, sempre chiusa nel suo mondo dal quale tagliava fuori tutto il resto.
Eppure quel tipo non solo aveva guardato i suoi occhi in precedenza, ma era anche in grado di dire che oggi erano più tristi del solito.
Non fu nemmeno tentata di dire la frase solita quando veniva abbordata con modi e nei luoghi anonimi.
Lo stupore lasciò spazio ad un sorriso privo di parole che non le uscivano.
L’uomo aveva occhi che trasmettevano calma e serenità, dando la sensazione di persona tranquilla con la quale era possibile dialogare senza alzare eccessivamente le difese.
“Più che tristi, forse li definirei spenti, ecco, sì, spenti”.
Cazzo, aveva ragione, “spenti” era il termine che avrebbe usato lei.
Quella persona l’aveva osservata, guardata, con discrezione, cercandole l’anima attraverso gli occhi, capendola.
Quando realizzò questo, il sorriso trasmise il piacere che aveva provato, un piacere egoistico in quanto nasceva dall’essere osservata senza che lei avesse cercato di comprendere, condividere e "sentire" le emozioni, i pensieri e le esperienze di quella persona.
“Grazie”.
Parlarono per tutto il viaggio.
Lui non le guardò le gambe, peraltro coperte da quei pantaloni larghi la cui moda aveva fatto fatica a comprendere in quanto non le evidenziavano il bel corpo. Nemmeno si era concentrato sui seni. Le aveva guardato solo gli occhi.
Il giorno dopo fu quasi delusa di non averlo incontrato, ma fu felice quando lo vide il giorno dopo ancora, e dopo ancora e ancora, fino a prendere lei l’iniziativa di dare appuntamento sul treno a quell’uomo che le faceva domande su di lei, domande tese a cercare e a capire la sua anima, la sua persona, le sue emozioni, le sue sensazioni, capendole, capendole sempre, a volte anticipandole. Capitava anche che fosse lui a dare un senso ad alcune sue sensazioni che lei stessa non sapeva definire, ma che ritrovava dopo che lui gliele aveva spiegate.
Mai una frase a doppio senso, o una confidenza che si avvicinava all’erotismo. Niente, come se la sua bellezza e sensualità sparissero per lasciare posto alla sua anima che, sempre più, le usciva con una spontaneità che non conosceva.
Tutti conoscevano il suo vero nome, ma tutti la chiamavano come lei invece voleva, con quel nome finto, come finto sarebbe stato il rapporto che, al massimo, durava 2, forse 3 incontri di sesso.
Una volta che l’uomo di turno l’aveva scopata, perdeva interesse. Né, lei, era capace di stimolare altro interesse. La relazione con i suoi amanti occasionali partiva dall’attrazione che il suo corpo alto, slanciato, atletico, sapeva creare, complice quella naturale sensualità i cui risultati erano sempre immediati.
Sapeva che agli uomini interessava scoparla, così come sapeva che a lei interessava la fase precedente, quella delle attenzioni che erano disposti a darle per avere in premio la sua fica.
Più riusciva a farsi desiderare, maggiori erano le attenzioni che le venivano dedicate.
Ormai era diventata bravissima a tirare la corda fino all'ultimo per godere di ciò che le dava piacere. Poi, si sarebbe data e, come accadeva sempre, dopo un altro paio di scopate (di questo si trattava) la davano per conquistata e, quindi, venivano sempre meno quelle attenzioni che le regalavano le emozioni delle quali aveva bisogno.
I primi tempi si innervosiva perché non capiva ciò che le serviva, poi, piano piano, aveva compreso che quelle attenzioni ricevute la facevano stare bene e si era concentrata sempre più a ricercarle e a stimolarle con la promessa di travolgenti scopate nelle quali era disposta a fare tutto ciò che desideravano, quasi a ripagarli di quelle sensazioni per lei importantissime.
Non aveva mai fatto la cagna ed il riferimento al collare ed al guinzaglio le era venuto spontaneo quando aveva visto quel signore attempato con il suo cagnolino.
Le era piaciuto, non in termini di eccitazione, ma al pensiero del rapporto puro, pulito e sincero tra padrone e cane.
Si stupì di questi pensieri che non conosceva e nei quali faceva fatica a riconoscersi.
Il pensiero si soffermò sul compagno di quella serata. Con buone probabilità Giacomo non sarebbe arrivato alla seconda scopata. Non dipendeva tanto dalla persone che, tutto sommato, le era piaciuta. Era stanca di quel gioco volto alla ricerca delle attenzioni che, piano piano, riusciva a darle sempre meno, facendole avvertire tutta la finzione.
Si addormentò senza nemmeno pensare alla mise del giorno successivo per andare al lavoro. Non aveva voglia, non aveva testa, quella testa che si sentiva svuotata e arrabbiata con sé stessa per quella serata che, adesso, le stava procurando un po’ di amaro in bocca, una sensazione che aveva già iniziato a provare ma che in quella serata buia, stesa sul letto solitario, con Vasco in sottofondo, si sentì esplodere dentro.
Il treno che, la mattina successiva, la portava al lavoro, la stava cullando. Le piaceva quel dondolio. Le ricordava quando, da piccola, trascorreva qualche settimana dai nonni, a Genova. Tanto diceva e faceva che, ogni tanto, il nonno cedeva alle sue richieste e la portava a fare un giro col treno. A volte era Camogli, altre si spingevano fino alle 5 terre. Una volta si era fatta portare a Montecarlo dove si era fermata ad osservare quelle bellissime e giovani donne corteggiate dai loro accompagnatori.
Aprì gli occhi e vide il pendolare seduto di fronte che le stava sorridendo. Si tolse le cuffiette perché il movimento delle labbra del suo vicino proferivano parole che con buone probabilità erano dirette a lei.
“Scusa, stai dicendo a me?”
“Ciao, sì, certo. Ti guardavo gli occhi, sono più tristi del solito oggi”.
Restò interdetta e, per qualche secondo che le sembrò infinito, senza parole.
Lei nemmeno aveva notato quella persona ordinaria, quasi anonima rispetto ai tipi che era solita frequentare. Anzi, durante i viaggi non considerava proprio nessuno, sempre chiusa nel suo mondo dal quale tagliava fuori tutto il resto.
Eppure quel tipo non solo aveva guardato i suoi occhi in precedenza, ma era anche in grado di dire che oggi erano più tristi del solito.
Non fu nemmeno tentata di dire la frase solita quando veniva abbordata con modi e nei luoghi anonimi.
Lo stupore lasciò spazio ad un sorriso privo di parole che non le uscivano.
L’uomo aveva occhi che trasmettevano calma e serenità, dando la sensazione di persona tranquilla con la quale era possibile dialogare senza alzare eccessivamente le difese.
“Più che tristi, forse li definirei spenti, ecco, sì, spenti”.
Cazzo, aveva ragione, “spenti” era il termine che avrebbe usato lei.
Quella persona l’aveva osservata, guardata, con discrezione, cercandole l’anima attraverso gli occhi, capendola.
Quando realizzò questo, il sorriso trasmise il piacere che aveva provato, un piacere egoistico in quanto nasceva dall’essere osservata senza che lei avesse cercato di comprendere, condividere e "sentire" le emozioni, i pensieri e le esperienze di quella persona.
“Grazie”.
Parlarono per tutto il viaggio.
Lui non le guardò le gambe, peraltro coperte da quei pantaloni larghi la cui moda aveva fatto fatica a comprendere in quanto non le evidenziavano il bel corpo. Nemmeno si era concentrato sui seni. Le aveva guardato solo gli occhi.
Il giorno dopo fu quasi delusa di non averlo incontrato, ma fu felice quando lo vide il giorno dopo ancora, e dopo ancora e ancora, fino a prendere lei l’iniziativa di dare appuntamento sul treno a quell’uomo che le faceva domande su di lei, domande tese a cercare e a capire la sua anima, la sua persona, le sue emozioni, le sue sensazioni, capendole, capendole sempre, a volte anticipandole. Capitava anche che fosse lui a dare un senso ad alcune sue sensazioni che lei stessa non sapeva definire, ma che ritrovava dopo che lui gliele aveva spiegate.
Mai una frase a doppio senso, o una confidenza che si avvicinava all’erotismo. Niente, come se la sua bellezza e sensualità sparissero per lasciare posto alla sua anima che, sempre più, le usciva con una spontaneità che non conosceva.
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