A cagna cieca

di
genere
gay

Voleva vedermi far la puttana con i suoi amici, ci stavo?, l'avrei fatto per lui?, non dovevo temere nulla, c'era lui.
Ero preoccupato. Odiavo quando Carlo faceva così.
E soprattutto odiavo me che ci stavo cascando come una ragazzina con il marinaio puttaniere. Ma Carlo era un militare (ne aveva forza e determinazione) e non stava facendomi una dichiarazione d'amore; mi stava semplicemente ricordando che ero la sua troia. Che rispondergli?
“Mi sta bene.”
S'alzò dal tavolino. Eravamo al bar in piazza, come due amici normali e di Carlo l'ultima cosa che si potesse pensare era che fosse gay o bisex. E non lo era di certo, fissava le ragazze che passavano, ma amava il culo più della figa.
Cosa potessero pensare di me m'importava una sega. Io avevo vent'anni ma ne dimostravo molti meno, un bel ragazzo non effeminato ma liscio e magro, solo i più maliziosi potevano pensare che ero ul culo di Carlo.

Lo seguii all'auto. Minchia s'era alto il mio maschio.
Carlo come al solito parlava d'altro. Sul corso mi palpò il culo, che ci vedessero fregava un cazzo. In auto mi poggiò la mano pesante strattonandomi il pacco. “Oggi ci divertiamo forte!”

Mi portò a casa sua.
C'erano i vicini nel cortiletto accanto, una coppia di anziani. Andò a salutarli, oggi aveva amici a casa per vedere il gran premio, disse e chiese come andava l'artrite della moglie.
Un secondo dopo aver chiuso a porta a chiave avevo ventun centimetri di cazzo su per il culo. M'ero preparato, me lo aspettavo, ma ogni volta è una roba folle essere presi così, mi sento peggio che puttana, un culo da violentare. E il male è una fitta che ti arriva fino al cervello e godo davvero male nell'anima.
“Cazzo Mirko, la prossima volta ti violento in piazza!”
Minchia, questo l'avrebbe fatto davvero, ho perso l'equilibrio per le spinte e sono caduto in ginocchio sulle piastrelle e Carlo ha continuato a trivellarmi in culo come un toro in pressione.

E poi doccia nudi insieme. È un igienista e ama stare nudo. A me piace il cazzo bagnato, farmi toccare e toccare, sentire il buco spanato, insaponare, insomma mi piace farmi la doccia con un maschio che mi invidiano tutte le donne della terra.
Girava per la camera nudo.
Ancora una volta mi sciolsi nell'ammirargli il fisico tatuato. Pareva un leone nella savana, le natiche muscolose che gli s'incavavano ai lati camminando. Me le immaginavo mentre mi scopava.
Da uno sportello scelse un po' di roba e la lanciò davanti a me, sul letto: un tubetto di crema, una benda ed un collare nero.
Non mi diede tempo di ragionare, mi stava già mettendo il collare al collo. “Sei la mia cagnetta”, mi spiegò, “devi portarlo.”
Il ragionamento filava via liscio come l'olio. In parole povere significava che l'avevo preso in culo. Sembrò leggermelo nella mente, rise e mi sbaciucchiò il viso come nella doccia. “Mi raccomando, questo è il nostro segreto, io... io non sono frocio.” Lo so, avrei voluto rispondergli, limoni soltanto con i frocetti, seghi e succhi come una sedicenne, ma sei etero. Tranqui, non lo racconto ai tuoi amici.
Recuperò la dignità di vero etero-inculafroci e, senza troppe storie, mi ficcò nell'ano due dita unte di crema. Mi tirò indietro la testa e se le ripulì strofinandole sulle labbra, lasciandomi senza fiato. Una sensazione pazzesca, unto in culo e bocca, mi pareva di non aver mai sentito prima le labbra: ero bocca e culo.
Lasciai che mi sistemasse sul letto come un manichino.
“Mettiti a gattoni, bene, così, chinati sui gomiti e alza di più il culo, okay, ma allarga un po' le ginocchia, devi mostrare bene lo spacco di culo, sei fantastico.” M'aggiustò anche coglioni e cazzo pendenti. “Ora questa.” Mi bendò con una mascherina nera e mi diede la solita carezza ai capelli: “Non ti muovere, vado ad aprire.”
Non mi mossi d'un millimetro, ma vibravo dalla tensione. Ero totalmente cieco e con le orecchie tese cercavo di capire cosa cazzo stesse facendo. Lo sentii aprire la porta d'ingresso. Nessun saluto, solo qualche voce indistinta, delle pacche sulle spalle e delle risate.
Richiuse a chiave. “La cagnetta è in camera”, lo sentii dire.
Entrarono.
Ero cieco a gattoni sul lettone.
Fica che troia; 'sto culo me lo faccio prima io; dove l'hai trovato? è pazzesco; un bel culetto davvero, questo frocetto va sfondato come merita; ahaha, siamo il Pronto Intervento Cagne in Calore; ma guarda che porca, vuole essere violentata; porcoputtana s'è liscio; c'ha anche la bocca da pompinara 'sta troia...
Mi pareva d'aver le antenne, li percepivo muoversi per la camera e lasciar cadere i vestiti, ma non capivo quanti fossero.
Mi toccarono. Ogni sfioramento, palpata e pizzicotto era una scossa che mi scorreva sottopelle. M'arrivò uno scapaccione che m'infiammò la natica.
Qualcuno mi si piazzò di fronte, sentii il materasso affondare. Avevo le labbra socchiuse, già pronte ai cazzi e le aprii automaticamente appena le sentii sfiorare. Ma era un dito, un pollice. Risero: cazzo che frocio, questa ha fame!
Qualcuno mi palpò l'interno coscia e mi munse tirando forte; un altro mi carezzò la schiena, dal garrese alla coda, e mi stropicciò il muso come ad un cane; uno spiritosone mi spinse il ginocchio contro il culo mandandomi in deliquio. Poi due si divertirono con le mie palle, giocando a picchiettarmele a turno; un terzo, il più stronzo di loro, disse che voleva sentire come gemeva la troia, e mi chiuse i coglioni in una mano d'acciaio. Tessi il più possibile, poi implorai piangendo. Allentò la morsa soddisfatto. Uno per distrarmi dal male mi torse un capezzolo.
Un'altra mano carezzò la testa e si strinse a pugno sul collare: era Carlo, in piedi alla mia sinistra, che mi teneva fermo. Mi rilassai, era vicino a me.
“Allora? Ve la volete scopare o no?”
S'era fermato il mondo.
Attendevo nel buio più totale, tremavo di paura ed eccitazione ed i porci lo sapevano: s'erano azzittiti, quasi trattenevano il respiro e stavano immobili. Ero ancora piegato sui gomiti, con la testa bassa, il culo alto e le palle nella mano dello stronzo.
Finalmente il materasso ondeggiò un poco ed un cazzo mi risalì in gola; nello stesso istante mi si liberarono i coglioni, che ciondolarono doloranti, ed un cazzo scivolò deciso in culo senza alcun inciampo nello sfondarmi l'ano e mandandomi a sbattere col naso contro il pube peloso. Whoww! Ero una cagna cieca.
Lo stronzo che mi pistonava dietro era un degno allievo di Carlo; ne aveva l'invidiabile dotazione e scopava a ritmo lento come se stesse facendo addominali in palestra, soffiando fuori l'aria ogni due picconate, sempre più profonde. Io ansimavo e sbavavo su due cazzi che lottavano tra loro impazienti d'infilarsi in bocca; mentre ne spompinavo uno si faceva strada un altro e, per quanto mi smascellassi, riuscivo appena due insieme. Allora mi punivano a turno, scopandomi in gola aggrappati alla mia nuca.
Il tipo dietro s'irrigidì aggrappato ai miei fianchi. Sborrò in culo. “Cazzo, questo è meglio di una figa!” Si sfilò massaggiandomi le chiappe. Ma non avevo finito di godere in culo che uno mi saltò sopra a cavallina rischiando di farmi crollare steso.
Carlo mi strattonò per il collare. L'amico era più leggero del primo stronzo e molto più passionale; mi s'ingroppò addosso abbracciandomi con braccia e gambe e carezzandomi dappertutto. Non aveva peli sul torace e nemmeno al pube; le cosce erano lisce. Mi scopò con la foga di una sveltina nel cesso di un treno e venne con un lamento, cercando di spingere dentro anche i coglioni. Una figata!
Risero tutti e gli saltarono addosso tempestandolo d'insulti e botte: fanculo Diego che cazzo corri?!, ma sei una checca, non hai capito un cazzo, ti sei innamorato di questo frocio?, o hai fretta di prenderlo anche tu in culo?... Diego rideva ed implorava mentre lo pestavano sul letto.
Io succhiavo cieco il cazzo davanti, volevo sborra, cercai di segarlo con la mano, ma a Carlo non stava bene. mi tirò indietro per il collo..
Mi fecero sollevare un ginocchio e qualcuno mi s'infilò sotto, tra le gambe. Non capivo che cazzo volevano fare.
Sentii un buchetto spingere contro la mia cappella. Era sicuramente Diego, la troia di questi stronzi. Spinsi indietro le ginocchia e mi lasciai cadere impalandolo a fondo. L'abbrancai alle spalle e mi ci strofinai con tutto il corpo. Gemeva e profumava di ragazzo. Il tizio davanti mi portò via il cazzo e lo diede da ciucciare a Diego sotto di me.
Protesi la bocca nel buio per reclamare il cazzo che m'aveva fregato. Risate attorno a me, ma riottenni il cazzo contro le tonsille. Uno stronzo mi balzò sul culo e m'inchiodò a Diego. Pauroso!. Spensi del tutto il cervello. Ciucciavo al buio cazzo e coglioni mentre lo stronzo mi demoliva il culo a picconate che facevano grugnire anche Diego sotto di me; un altro amico mi mise il cazzo in mano; io cercai e strinsi con la sinistra il manico di Carlo, che mi sussurrò all'orecchio: ”Sei una cagna, hai un metro di cazzi solo per te.”
Non era vero, quello di fronte non era tutto per me, se lo ciucciava a turno anche Diego, ma mi pareva davvero d'essere spaccato in culo da un troll. Lo stronzo mi massacrò da bestia fino alla sborrata, lasciandomi tremante. Paralizzato, col suo cazzo ancora in culo, venni senza spingere, scaricandomi nel culetto liscio della seconda troia. Ma c'era ancora l'altro amico, che mi lasciò con la mano vuota e mi saltò sopra con almeno novanta chili di peso, spalmandomi su Diego. Aveva la pancia prominente e ruvida di peli, ma anche un venti centimetri larghi ch'erano una punizione per le cagne come me. Ero esausto; lo imploravo di venire o, se avevo la bocca impegnata, gemevo da puttana ad ogni sua spinta. La tensione era al limite. Anche il cazzo di Carlo mi pulsava in mano.
Prima esplose quello in bocca, Diego diede di matto e mi si rivoltò sotto per baciarmi, poi il pachiderma in culo. Carlo me lo spinse via per farmi il culo fino a muggire anche.
Una volta scaricati avevano fretta di sparire; li udii, uno dopo l'altro, sciacquarsi in bagno e salutare Carlo. Diego invece sarebbe rimasto volentieri; mi pulì il viso senza levarmi la mascherina e, eccitato come un cagnolino di fronte alla ciotola, mi spinse la lingua anche nell'ano. Cazzo che porco! Lasciai fare, era cagna come me, e me lo inzuppò di nuovo.
Carlo lo cacciò stancamente.

Una volta soli mi tolse la benda. Ma non mi guardò, si vergognava un poco. Strappò lenzuola ed asciugamani e li appallottolò: “Questi devono andare in lavatrice... tu come va?” Mi chiese con tono neutro, guardandomi distrattamente. Fece per slacciarmi il collare.
Gli sfiorai la mano per fermarlo: “Non togliermi il collare.” Dissi.
Era di fronte a me, nudo, col bellissimo pene a riposo.
“Ho bisogno di una doccia.”

Mentre mi insaponava in doccia me lo ficcò perché me lo doveva e perché con me gli viene duro. Adoro il suo cazzo duro fermo in culo. Quando mi tiene così mi tocca come un amante e mi sega dolcemente. Sborro e ogni schizzata è una dolce fitta al culo che mi si chiude sul suo cazzo.
Sono a pezzi.
Mi inginocchio.
Ho l'uccello davanti agli occhi.
Piscia caldo.
Sono la sua cagna.
Vorrei quasi che richiamasse i suoi amici. Per lui lo rifarei.
di
scritto il
2026-07-15
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