Vacanza a Miami - Capitolo 3
di
Michael035
genere
incesti
La mattina dopo, l'aria nella nostra suite è strana. Non è pesante come i giorni scorsi, ma non è nemmeno rilassata. È come se fossimo in una zona demilitarizzata, una tregua silenziosa in cui entrambi stiamo pensando alla prossima mossa.
Il vassoio della colazione in camera è abbandonato sul tavolino del balcone. Marika è seduta davanti allo specchio della zona trucco, già truccata e pettinata, intenta a passarsi un velo di lucidalabbra. Indossa un copricostume di lino bianco, leggermente trasparente. C'è distanza tra noi, è vero, ma è una freddezza fisiologica, quasi necessaria. Nessuno dei due ha tirato fuori l'argomento di ieri notte, ma so che ce l'abbiamo stampato a fuoco nel cervello. Quella distanza fittizia si scioglierà da sola non appena la temperatura tra noi tornerà a salire, è solo questione di tempo.
Ma io ho un piano diverso per oggi. Mi allaccio i pantaloncini da bagno neri e mi infilo una t-shirt bianca, raccogliendo gli occhiali da sole dal comodino.
«Io oggi salto la spiaggia,» annuncio, rompendo il silenzio. Il rumore del mare in sottofondo copre quasi la mia voce.
Marika si ferma con il lucidalabbra a mezz'aria. Mi guarda attraverso il riflesso dello specchio, un sopracciglio perfettamente disegnato che si alza appena.
«Ah sì? Hai già rinunciato alla tintarella?»
«Mi ispira di più la piscina oggi,» le rispondo, il tono volutamente piatto, indifferente.
«Non ho voglia di avere la sabbia bollente incastrata ovunque già alle dieci del mattino. E l'acqua è decisamente più fresca.»
Fa spallucce, tornando a fissarsi nello specchio.
«Fai come ti pare. Io scendo con mamma e papà giù ai lettini.»
«Bene, allora io vado.»
Mi alzo, recupero l'asciugamano dalla poltrona, e mi dirigo verso la porta. Marika si alza quasi nello stesso istante per riporre il lucidalabbra nel beauty-case vicino all'ingresso, e per un secondo i nostri percorsi si incrociano esattamente sulla soglia — lei ferma lì, di spalle, a bloccarmi completamente il passaggio.
Non ci penso un secondo. Le do uno schiaffo secco a mano aperta sul culo, abbastanza forte da farlo sussultare sotto il tessuto leggero.
«Scusa, sorellina. Blocco stradale,» dico, passando di fianco a lei come fosse la cosa più normale del mondo.
Si volta di scatto, gli occhi spalancati, la bocca aperta un secondo buono prima che ne esca qualcosa.
«Ma sei fuori di testa?! Non ti azzardare mai più a—»
«A cosa? A toccarti il culo per farti spostare?» la interrompo, senza nascondere il sorriso.
«Era in mezzo al mio passaggio. Ho agito con urgenza... poteva sbatterci altro...»
«Potevi dire "scusa, permesso" come una persona normale,» ribatte, portandosi istintivamente una mano dietro, sul punto esatto dove l'ho toccata — un gesto che dura un secondo di troppo, mentre le guance le si accendono di un colore che il sole di ieri non giustifica del tutto.
«Non ti saresti spostata,» dico, aprendo la porta.
«Ne riparliamo stasera. Buona spiaggia, sorellina.»
Esco senza aspettare risposta, ma faccio in tempo a sentirla mormorare qualcosa che suona sospettosamente meno arrabbiato di quanto vorrebbe far credere. Appena la porta scatta alle mie spalle, faccio un respiro profondo. L'obiettivo della giornata è cristallino: svuotare la testa, azzerare la frustrazione fisica e tornare stasera in quella stanza con una lucidità glaciale che la farà impazzire.
Quando metto piede nell'area piscina dell'Acqualina, l'impatto con la luce di Miami è quasi accecante. L'acqua azzurrissima contrasta con il rosso vivo degli ombrelloni. Profumo di cloro, crema solare al cocco, lusso sfrenato.
Non ci metto molto a trovarla.
Brooke è esattamente dove aveva detto che sarebbe stata. Sdraiata su un lettino a bordo vasca, bikini turchese sfacciato sulla pelle già dorata, occhiali calati sul naso, telefono in mano. Non è sola. Accanto a lei, un'altra ragazza che basta un'occhiata per inquadrare: biondissima, capelli piastrati alla perfezione nonostante l'umidità assurda, occhiali Céline che costeranno quanto un affitto a Milano Brera, costume intero bianco. Il tipo di ragazza che non guarda un uomo, ne fa una valutazione patrimoniale.
Mi avvicino. Brooke alza lo sguardo e le si apre un sorriso a trentadue denti.
«Buongiorno... cominciavo a perdere le speranze,» dice, togliendosi gli occhiali. «Pensavo non saresti sceso. O che ti avesse rapito qualcun'altra....»
«Il rischio c'era» rispondo. «Ma mantengo la parola data.»
«Mh, interessante.» Indica il lettino libero alla sua sinistra.
«Ti ho tenuto il posto. Lei è Emily. La mia complice per queste due settimane.»
Emily abbassa gli occhiali quel tanto che basta per squadrarmi da capo a piedi, con la fretta di chi fa inventario.
«Quindi tu sei l'italiano di cui Brooke non ha smesso di parlare a colazione,» dice, voce strascicata.
«Piacere.»
«Piacere mio,» rispondo, sedendomi e togliendomi la maglietta.
Emily ridacchia, scambia un'occhiata con Brooke — un'occhiata che dice tutto quello che serve sapere: hanno già parlato di me, hanno già deciso i ruoli.
L'ora successiva scivola via esattamente come mi aveva anticipato il barista ieri sera. Nessun gioco mentale malato, nessuna tensione repressa. Solo flirt puro, leggero ed esplicito. Beviamo un paio di drink ghiacciati ordinati direttamente dal lettino. Brooke si fa spalmare l'olio abbronzante sul corpo, ride alle mie battute con quella spontaneità americana che rende tutto più facile.
È una boccata d'ossigeno. Ma la verità, per quanto mi dia fastidio ammetterlo, è che mentre la guardo spalmarsi l'olio sul seno rifatto dove il top non arriva a coprire, la mia testa continua a fare paragoni con una certa rossa che occupa il mio stesso letto. Un motivo in più per chiudere la questione in fretta e rimettere in sesto la mia chimica cerebrale.
Verso l'ora di pranzo, il sole inizia a picchiare sul serio. Brooke si passa una mano dietro il collo, sollevando la massa di capelli castani, e lascia andare un sospiro teatrale.
«Okay, mi sto letteralmente sciogliendo» annuncia, mettendosi a sedere. Si spazzola via un po' di condensa del drink dal petto e guarda Emily.
«Em, ho lasciato su la mia crema specifica per il viso, e ho un bisogno disperato di una doccia gelata prima del pranzo. Sali con me?»
È una mossa da manuale. Talmente studiata a tavolino che quasi mi viene da sorridere.
Emily non fa nemmeno finta di pensarci. Non sposta nemmeno lo sguardo dalla rivista che sta sfogliando dietro gli occhiali da sole. «No, tesoro. Io resto qui ad aspettare il cameriere con il mio prosecco. Fatti la doccia e poi ti raggiungo.»
Brooke si volta verso di me, l'espressione fintamente innocente ma gli occhi carichi di un invito che non lascia spazio a interpretazioni. Raccoglie la borsa di paglia e si alza in piedi, sistemandosi il pezzo di sotto del bikini in modo da farmi godere appieno il panorama.
«Beh...» mormora, mordicchiandosi l'interno guancia. «Tu invece che fai, Michael? Vuoi accompagnarmi fino alla stanza o preferisci liquefarti qui con Emily?»
Incrocio lo sguardo con Emily per una frazione di secondo. Lei gira pagina alla rivista, un piccolo sorriso complice sulle labbra, ignorandoci completamente.
Torno a guardare Brooke. È il momento perfetto. Niente complicazioni, niente drammi familiari, solo una camera d'albergo vuota e una ragazza che vuole esattamente quello che voglio io.
Mi alzo dal lettino, passandomi una mano tra i capelli asciutti.
«Ti accompagno... così passo anche io nella mia stanza per una doccia gelata. Serve anche a me,» rispondo, affiancandola. «Fammi strada.»
La serratura elettronica della sua camera scatta con un suono soffuso, e l'istante dopo la porta si chiude alle nostre spalle, tagliando fuori il brusio della piscina. L'aria condizionata è accesa, un getto gelato che fa quasi fumare la pelle bollente.
Brooke non perde nemmeno un secondo a fare gli onori di casa. Non c'è bisogno di convenevoli, sappiamo benissimo entrambi perché siamo saliti. Si volta verso di me, camminando all'indietro verso il centro della stanza, con un sorriso malizioso stampato in faccia. Con un movimento fluido delle mani, va dietro la schiena e sgancia il pezzo di sopra del bikini turchese.
Il tessuto bagnato cade a terra sul pavimento di marmo con un rumore sordo.
«La doccia ci aspetta allora...» mormora, facendomi cenno con la testa verso il bagno, mentre i suoi occhi scuri mi sfidano apertamente.
Faccio un passo avanti, accorciando la distanza in un attimo. Le afferro i fianchi nudi, sentendo subito le dita scivolare sulla sua pelle.
«Io invece direi che può aspettare qualche minuto.»
Le stampo una mano sul petto e la spingo indietro. Brooke si lascia cadere sul suo letto singolo con una risata soffocata, i capelli castani che si spargono sul copriletto. Non perdo tempo: salgo sopra di lei, piazzando le ginocchia ai lati dei suoi fianchi e bloccandola sul materasso.
La vista da quassù è esattamente la valvola di sfogo di cui avevo bisogno. Brooke è completamente cosparsa di un olio abbronzante al cocco, che sotto le luci della stanza la fa letteralmente risplendere. La sua pelle è lucida, scivolosa, incredibilmente calda al tatto. È una sensazione totalmente opposta a quella della sera prima: qui non c'è sabbia, non c'è il bruciore dell'ustione, c'è solo un invito esplicito a toccare ovunque.
Senza il bikini, il suo seno si mostra in tutta la sua artificiale perfezione. Sono due coppe sode, rotonde, che non risentono minimamente della forza di gravità mentre è sdraiata a pancia in su. La pelle sopra è tesa, resa ancora più lucida e cangiante dallo strato di olio che riflette la luce della stanza. Quando ci appoggio sopra le mani, la consistenza è compatta, leggermente dura, quel tipo di sodezza chirurgica che non ha nulla di naturale ma che, in questo preciso momento, è fottutamente eccitante.
«Ti piace quel che vedi, Michael?» sussurra lei, portando le mani dietro la mia nuca per tirarmi giù, mentre le sue gambe si allacciano veloci dietro la mia schiena, attirando il mio bacino contro il suo. Il pezzo di sotto del suo costume è l'unica barriera rimasta, e sta già scivolando via.
«Sei tu che mi hai provocato giù al bar,» ribatto a pochi millimetri dalle sue labbra, sentendo il suo profumo agrumato mescolarsi all'odore dolce del doposole.
«Volevo solo vedere se l'italiano sapeva gestire il gioco,» provoca lei, inarcando la schiena e spingendo il petto contro le mie mani. La patina d'olio fa scivolare i miei palmi sui suoi seni in una carezza fluida, quasi liquida. I suoi capezzoli, rigidi per l'aria condizionata, sfregano contro la mia pelle nuda.
«Lo gestisco benissimo. Guarda e impara.»
La bacio con forza. Con Brooke è tutto estremamente semplice. Non devo calibrare ogni parola, non devo temere lo sguardo di mio padre a cena, non devo gestire nessun senso di colpa. È un puro contratto di divertimento estivo, firmato e controfirmato con i corpi che si muovono all'unisono sul letto.
Le mie mani scendono lungo i suoi fianchi snelli, lasciando strisce opache sulla sua pelle lucida d'olio. Le sfilo il bagnato del bikini con un unico gesto deciso, gettandolo chissà dove nella stanza. Brooke emette un gemito basso, un suono gutturale di pura approvazione, mentre mi graffia i fianchi con le sue unghie.
«Sono tua, Michael... fammi vedere se voi Italiani siete così stalloni come si dice,» ansima contro il mio collo, muovendosi sotto di me con un ritmo frenetico, bagnata di sudore e lozione solare.
Mentre mi libero velocemente del costume, guardando quel corpo perfetto, lucido e accogliente steso sotto di me, sento una strana scarica di onnipotenza. Questo è esattamente il reset di cui avevo bisogno.
Allunga una mano, ma non mi tocca. Si porta le dita alla bocca, le bagna con la saliva, poi mi afferra. La sua mano è bagnata, scivolosa, e la usa per lubrificare la mia cappella e tutta l'asta, rendendomi pronto per lei.
Allarga le gambe, un invito inequivocabile. Mi posiziono davanti a lei, e senza un attimo di esitazione, spingo. Entra in un sol colpo, affondando fino in fondo. La sua figa è più elastica di molte altre, che mi risucchia dentro in un lampo. Un gemito le sfugge dalla sua bocca, un suono roco di pura soddisfazione.
«Cosi!» sussurra, la voce carica di desiderio.
«Scopami. Scopami forte.» Inizio a muovermi, spinte potenti che fanno tremare il letto. Lei si adatta al mio ritmo, alzando il bacino per incontrare i miei colpi. Poi, le sue parole diventano un ordine. «Oh! Yes, yess! Ancora! Lo adoro...» Obbedisco. La rabbia e la confusione che mi hanno portato qui trovano una via d'uscita nel suo corpo. La butto con forza, i miei colpi sono asciutti, profondi, il suono delle nostre pelli che sbattono insieme riempie la stanza. Lei geme più forte, le sue unghie mi graffiano la schiena.
«Girati,» ordino, la voce roca. Lei obbedisce senza esitare, mettendosi a quattro zampe. Il suo culo è perfetto, lucido di olio anch'esso. La sua schiena forma un arco delicato. Mi posiziono dietro di lei, afferrandola forte sui fianchi. La pelle è liscia e scivolosa sotto la mia presa. «Scopami» implora di nuovo, guardandomi dietro la spalla.
«Avanti, Michael! Scopami, non resisto.» Sposto le mani, afferrandola per le spalle, usando tutta la forza del mio corpo per tirarla contro di me mentre mi spingo dentro di nuovo. I letto sbatte contro il muro. Lei urla, un suono che è metà dolore e metà estasi totale.
«Yes! Yes! Oooh Yes! Così!» urla, e il suo corpo si irrigidisce. La sua figa si contrae violentemente attorno al mio cazzo, una serie di spasmi che la fanno tremare da capo a piedi. Sta venendo, e si stacca da me spostandosi più avanti. Viene, uno schizzo del suo orgasmo bagna il copriletto. Poi, con un gemito esanime, crolla in avanti. Si distende sul letto, il respiro affannoso, il corpo che trema ancora per le scosse di ritorno.
Non le do tempo di riprendersi. Si rialza a fatica, i suoi occhi sono lucidi e soddisfatti. Scende dal letto e, senza dire una parola, si inginocchia sul pavimento di fronte a me. Il mio cazzo è ancora duro, coperto dei suoi succhi, pulsante e bisognoso. Lei non mi prende in bocca. Si avvicina, si protende in avanti e poggia solo le labbra, morbide e calde, sulla punta pulsante. È un contatto quasi innocente, un bacio leggero, ma carico di un'intensità erotica che mi fa mancare il respiro. Mentre le sue labbra restano lì, la sua mano inizia a muoversi, a segarmi con un ritmo veloce e sicuro.
La vedo inginocchiata, con il viso sollevato verso di me, le labbra premute contro la mia cappella, la sua mano che sfrega la mia asta bagnata e calda. L'immagine è tutto ciò che serve. Un calore mi sale dalle palle e un brivido mi percorre la schiena.
«Sto per venire,» sbuffo. Lei non si muove, non si tira indietro. Anzi, chiude leggermente gli occhi e apre al bocca come in attesa. Il primo getto parte con la forza di un proiettile, colpendola sulla guancia. Un secondo, più copioso, le colpisce la fronte, il naso, il labbro superiore. Continuo a venire, coprendole il viso di sborra calda e densa, che le cola anche dentro la bocca. Quando finisco, lei si limita a leccarsi le labbra, raccogliendo una goccia del mio sperma con un sorriso vittorioso e compiaciuto. Il suo viso è una maschera bianca, un'opera d'arte.
Brooke si alza in piedi, mi guarda ancora con quello sguardo malizioso e soddisfatto.
«Ti assicuro che questa crema è migliore di qualsiasi altra marca di lusso» rompo il silenzio. Brooke ride.
«Lo so... è quella che preferisco»
«Comunque non male... ho fatto scopate migliori, ma voglio darti una buona sufficienza, dai»
«Cosa? Solo una sufficienza? Eri in estasi, letteralmente»
«Dovevo fare un po' di scena, no? Ahahaha. Ora se non ti dispiace, vado a rinfrescarmi... non scrivermi, mi faccio viva io, chiaro?»
«Tranquilla, di certo non ci sei solo tu nelle mie chat. Ci vediamo.»
Esco dalla stanza e mi dirigo verso la mia suite. Ho un bisogno disperato di farmi una doccia anch'io.
La giornata prosegue normalmente, mi ero sfogato ed ero felice. Dopo pranzo, me ne tornai nella suite con l'aria condizionata impostata perennemente a 24°. Mi sdraiai sul letto per farmi una dormita prima di scendere in spiaggia quando la temperatura sarà discretamente più accettabile.
Dopo esserci lavati e preparati per la serata, scendiamo alla hall alle sette, i nostri genitori ci stanno già aspettando, pronti per il giro che mia madre ha organizzato con la sua solita precisione. Camminiamo verso Bal Harbour mentre il sole comincia a calare, i nostri sono qualche passo avanti a parlare di fatturati e ristoranti alla moda, io e Marika dietro, nel solito silenzio — solo che stavolta è più denso, carico di qualcosa che non riesco a definire.
Rientriamo all'Acqualina che sono passate da un pezzo le due di notte.
Siamo stanchi, esausti in quel modo che non ha niente a che fare col sonno.
Ci spogliamo a turno nel bagno, senza dirci una parola, ormai abituati a questa assurda coreografia. io resto con i boxer e mi butto sul lato destro del letto, lei sparisce in bagno e ne esce poco dopo con un reggiseno bianco e dei pantaloncini da notte neri. Mi giro su un fianco, dandole le spalle. Il materasso sprofonda quando ci si butta sopra a peso morto
«Dio, non ce la faccio più. Voglio solo dormire» Dice
«Allora dormi, chi ti dice niente,» rispondo, con indifferenza totale che lei nota subito.
L'effetto benefico della "terapia Brooke" della mattina si fa ancora sentire: sono rilassato, i muscoli distesi, e per una volta non provo quel bisogno spasmodico di cercare il contatto con Marika. Afferro lo smartphone dal comodino, sblocco lo schermo e apro WhatsApp quasi per abitudine. C'è un messaggio di Brooke, vecchio di un paio d'ore.
"Il trattamento per il viso è stato eccellente... Sei un ragazzaccio..."
Sorrido nel buio e inizio a rispondere col pollice, veloce, senza pensarci troppo. Non mi interessa niente di Brooke, ma in questo momento l'ego è qualcosa che mi prendo volentieri. Il rumore secco della tastiera — tac, tac, tac — riempie il silenzio tombale della stanza. Sento Marika muoversi nervosamente alle mie spalle, le lenzuola che frusciano.
«Puoi togliere il suono a quella cazzo di tastiera?» sibila, la voce impastata dal sonno ma già carica di irritazione. «O magari smettere direttamente di scrivere e dormire?»
«Mettiti i tappi,» rispondo piano, senza smettere di digitare, e torno a Brooke:
"Non hai ancora visto quanto posso essere cattivo..."
Tac, tac, tac.
«Michael, io ti odio... spegni.»
Non fa in tempo a finire la frase. Alle mie spalle scatta qualcosa — un movimento furioso, poi un clic metallico, e la luce dorata dell'abat-jour dal suo lato inonda la stanza, accecandomi per un istante. Prima che riesca a voltarmi del tutto, una mano scatta oltre la mia spalla come una molla e le dita sottili di Marika si chiudono attorno al mio telefono, strappandomelo con una forza che non mi aspettavo.
«Quanto rompi il cazzo! Ridammelo» sbotto, mettendomi a sedere di scatto.
Lei è già rannicchiata contro la testiera, il telefono stretto tra le mani, i capelli rossi scompigliati su una spalla, gli occhi scuri che scorrono rapidi sullo schermo. La vedo sgranarli appena, e poi la sua espressione si sfalda: la stanchezza lascia spazio a un lampo di comprensione, subito seguito da un'ombra scura, velenosa. Ha letto i messaggi. Ha capito esattamente perchè sono andato in piscina questa mattina.
«Dammi quel telefono, Marika,» intimo, la voce che scende di un'ottava.
«"Il trattamento per il viso è stato eccellente"?» legge ad alta voce, alzando gli occhi su di me, le labbra increspate in una smorfia che vorrebbe sembrare disgusto e invece lascia trapelare una rabbia molto più feroce.
«Davvero, Michael? Sei andato a scoparti una mezza tacca oggi?...» Si blocca. Non dice nient'altro.
«Non sono affari tuoi,» ringhio.
Mi lancio in avanti. Lei cerca di ritrarsi, stringendosi il telefono al petto, ma è troppo lenta: le afferro i polsi e, quando si divincola puntando i talloni sul materasso per spingermi via, il dislivello di forza gioca a mio favore. Le blocco le braccia sopra la testa, i polsi schiacciati contro il cuscino, e per fermare le gambe che scalciano mi lascio andare a cavalcioni su di lei.
L'impatto ci congela entrambi all'istante. Il telefono le scivola dalle dita e atterra morbido tra le coperte, dimenticato da tutti e due.
Mi ritrovo esattamente sopra di lei, le ginocchia piantate ai lati, il bacino schiacciato contro il suo, l'attrito tra il cotone sottile dei miei boxer e quello impalpabile dei suoi pantaloncini che è inevitabile. Il calore del suo inguine mi arriva addosso così nitido, così reale, che il mio corpo reagisce nel giro di tre battiti cardiaci: l'erezione prende vita prepotente, dura, e va a posizionarsi esattamente contro la fessura della sua vagina, separata solo da due ridicoli strati di tessuto.
I nostri visi sono a cinque centimetri di distanza. Sento il suo respiro corto, accelerato, infrangersi contro le mie labbra; il petto, coperto solo dal suo reggiseno. L'aria si è fatta pesante, elettrica, di quella carica che rizza i peli sulle braccia.
È in quel secondo che faccio la cosa più stupida della notte: mi abbasso e la bacio. Veloce, quasi rabbioso, un contatto secco che dura appena un battito di ciglia prima che mi ritragga, sorpreso di me stesso quanto lei sembra esserlo di me. Per un istante lunghissimo nessuno dei due dice niente. Marika mi fissa a bocca socchiusa, il respiro sospeso a metà — poi qualcosa le si richiude in faccia di scatto, come una saracinesca, e torna a guardarmi con l'espressione di chi vorrebbe uccidermi. Solo che non è rabbia pura, quella che le brucia negli occhi. La conosco troppo bene per non sentire la differenza.
Smette di lottare. I polsi restano immobili sotto la mia presa, ma non fa niente per sottrarsi — anzi, con un movimento minimo, quasi impercettibile, inarca la schiena e aumenta la pressione del mio sesso contro il suo centro.
«Hai finito di fare l'investigatrice privata?» sussurro, la voce rotta, roca, senza staccare lo sguardo dai suoi occhi neri e dilatati.
Allento la presa sui polsi ma non mi sposto di un millimetro — anzi, faccio pressione verso il basso, schiacciando ancora di più l'erezione contro la sua intimità. Sento il suo calore, l'umidità che sta già impregnando il cotone leggero dei pantaloncini. Sicuramente non indossa le mutande.
«Non sai proprio tenertelo nei pantaloni, eh?» sussurra lei, ignorando la vicinanza, anche se la voce le esce come un graffio spezzato.
«Vai a svuotarti con la prima turista americana che ti apre le gambe. Fai pena, Michael.»
Sorrido storto, sfiorandole il naso col mio. L'odore della sua pelle — bagnoschiuma e vaniglia — mi riempie i polmoni.
«Rosichi, sorellina?» mormoro, la voce bassa, carica di provocazione. «Rosichi perché a me ci sono volute tre ore per trovare una troietta con cui scopare, mentre a te si limitano a sbavarti dietro guardandoti il culo in spiaggia?»
Sgrana gli occhi, colpita in pieno nell'orgoglio. Sento i muscoli del suo addome contrarsi sotto di me.
«Sei un pallone gonfiato...»
«E tu sei fradicia,» la interrompo, spingendo il bacino in avanti — lento, spietato — a sfregare l'erezione dura come pietra esattamente contro il suo clitoride.
«Lo sento da qui, Marika.»
Per un istante, prima che rimetta su la maschera della rabbia, le vedo attraversare il viso qualcosa che non è smentita — è resa. Come se sapesse benissimo che ho ragione, e fosse proprio questo, non la mia erezione contro di lei, a spaventarla davvero.
Scivola con i polsi fuori dalla mia presa ormai allentata — ma invece di spingermi via, le sue dita scendono veloci lungo i miei fianchi e si aggrappano all'elastico dei boxer, stringendo il tessuto con forza.
«Se pensi che mi abbasserò a farti un altro pompino gratis solo perché ti strusci contro di me, hai sbagliato i calcoli,» sibila — ma il tono è cambiato. Non c'è più repulsione, c'è un patto, una sfida.
«Non ho nessuna intenzione di darti piacere stanotte, scordatelo.»
Un brivido mi risale la spina dorsale. L'ho spezzata. O forse ci siamo spezzati a vicenda.
«Non te lo stavo chiedendo,» rispondo a fior di labbra.
«Stanotte è il tuo turno... ma vale la regola di ieri»
Mi sollevo appena, il tempo di afferrare l'elastico dei suoi pantaloncini grigi e degli slip bianchi sotto, e lei solleva i fianchi senza dire una parola, collaborando. Con un solo gesto le sfilo via tutto, lasciando cadere la stoffa sul pavimento.
Scendo più in basso sul materasso, in ginocchio tra le sue gambe aperte. Intravedo la sua pelle chiara, i fianchi perfetti, l'inguine lucido. Marika trattiene il respiro, le mani che stringono convulsamente le lenzuola — non l'ho mai vista così vulnerabile, eppure continua a fissarmi dall'alto con quell'autorità arrogante che mi manda fuori di testa.
Le apro di più le cosce e abbasso il viso. Il suo profumo naturale, acre e dolce insieme, si mescola all'odore inconfondibile dell'eccitazione. Quando la lingua entra in contatto con lei, sfiorandole il clitoride già bagnato, Marika lascia andare un gemito acuto, strozzato — un suono che non ha niente a che vedere coi suoi soliti sospiri controllati.
«Cazzo, Michael...» sussurra, la voce che trema.
Comincio piano, movimenti ampi, assaggiandola, godendomi il sapore del desiderio che ha represso fino a un minuto fa, poi accelero, concentrandomi su quel punto esatto che la fa tremare. Le infilo due dita dentro, trovandola incredibilmente stretta e scivolosa, e affondo ricreando il ritmo di una penetrazione mentre la bocca non le dà tregua.
Assaporo tutto il liquido che esce da lei, dolce e salato insieme. La lingua le scivola dentro, raccogliendo ogni goccia mentre lei geme più forte.
«Oh sì,» geme. «Proprio lì.»
Inserisco due dita mentre continuo a leccare il suo clitoride. È stretta, calda, le pareti della sua figa si stringono intorno alle mie dita. Lei trema, le gambe che si aprono di più, i fianchi che si muovono in ritmo con le mie dita.
«Non fermarti,» dice, la voce tremante «Per favore, non fermarti.»
Ha gli occhi chiusi, la bocca aperta in un gemito continuo. Il suo corpo è teso, pronto per esplodere. Il mio cazzo è così duro che fa male.
Mi alzo leggermente, allineando il cazzo con la sua figa bagnata. La punta tocca appena l'entrata, e lei sobbalza.
«No,»dice immediatamente, le mani che mi spingono via.
«Non ci pensare neanche»
«Vuoi che usi il preservativo?»
«No, ho la spirale, sai che mi frega del preservativo» dice, più fermamente. «Decido io SE e quando dartela... per ora accontentati»
«Cosa? Hai la spirale?? E da quando»
«Fatti i cazzi tuoi... ce l'ho e basta»
Torno a usare le dita, più veloci questa volta. Le infilo dentro e fuori, il pollice che le massaggia la clitoride. Il suono è bagnato, forte, si mescola ai suoi gemiti che diventano più alti, più disperati.
«Sì sì sì,» geme, il corpo che si contorce. «Così. Mi piace... Sì, così.»
Il suo finto controllo va in frantumi. Le mani abbandonano le lenzuola e si tuffano nei miei capelli, stringendo le ciocche, tirandomi contro di lei.
«Mmmh!» ansima, spingendo il bacino contro il mio viso, assecondando il ritmo «Fammi venire...»
La guardo dal basso mentre continuo a leccarla e a spingere dentro di lei: il viso stravolto dal piacere, le labbra dischiuse, il collo teso all'indietro. Sentirla gemere sotto di me, sapere di aver ridotto in polvere il suo muro d'orgoglio in meno di cinque minuti, è la sensazione più bella che abbia mai provato. Con l'altra mano salgo fino al suo seno. Non resisto, devo toccarlo. Afferro la tetta destra e la stringo più che posso tra le mie mani. È morbida, piena e i suoi capezzoli sono così duri da sembrare pietra.
I muscoli interni si stringono come una morsa attorno alle dita. Sento i fremiti salirle lungo le gambe, il respiro che si trasforma in un singhiozzo continuo.
«Vengo... Michael, vengo...» balbetta, le unghie piantate nel mio cuoio capelluto.
Aumento la pressione, la lingua più veloce, finché non ce la fa più. Il corpo è scosso da spasmi violenti, un orgasmo potente che la fa gemere forte nel silenzio della stanza — uno schizzo mi arriva diretto dalla sua figa, bagnandomi il petto.
Resta lì, ansimante, il respiro frenetico, gli occhi socchiusi. Mi tiro su, pulendomi la bocca col dorso della mano, il fiato pesante.
«È il tuo turno, sorellina...»
«Scordatelo... ti ho fatto un pompino ieri, oggi ti sei scopato quella tacca... direi che sei a posto così. Io sono stanca e voglio dormire. Buonanotte»
Non mi degna neanche di uno sguardo, si alza e va a pulirsi in bagno. Dopo circa cinque minuti eccola che esce dal bagno. Io sono sdraiato, la mia erezione non accenna a placarsi, ma non posso farci niente.
Marika si sistema sul letto dandomi le spalle.
«Più ci pensi e peggio è. Dormi fratellino, ti passerà.»
«Sei proprio stronza quando ti ci metti,» rispondo.
«Siamo pari... io te l'ho succhiando ieri e tu me l'hai leccata oggi. Buonanotte»
«Buonanotte.»
CONTINUA... . .
Il vassoio della colazione in camera è abbandonato sul tavolino del balcone. Marika è seduta davanti allo specchio della zona trucco, già truccata e pettinata, intenta a passarsi un velo di lucidalabbra. Indossa un copricostume di lino bianco, leggermente trasparente. C'è distanza tra noi, è vero, ma è una freddezza fisiologica, quasi necessaria. Nessuno dei due ha tirato fuori l'argomento di ieri notte, ma so che ce l'abbiamo stampato a fuoco nel cervello. Quella distanza fittizia si scioglierà da sola non appena la temperatura tra noi tornerà a salire, è solo questione di tempo.
Ma io ho un piano diverso per oggi. Mi allaccio i pantaloncini da bagno neri e mi infilo una t-shirt bianca, raccogliendo gli occhiali da sole dal comodino.
«Io oggi salto la spiaggia,» annuncio, rompendo il silenzio. Il rumore del mare in sottofondo copre quasi la mia voce.
Marika si ferma con il lucidalabbra a mezz'aria. Mi guarda attraverso il riflesso dello specchio, un sopracciglio perfettamente disegnato che si alza appena.
«Ah sì? Hai già rinunciato alla tintarella?»
«Mi ispira di più la piscina oggi,» le rispondo, il tono volutamente piatto, indifferente.
«Non ho voglia di avere la sabbia bollente incastrata ovunque già alle dieci del mattino. E l'acqua è decisamente più fresca.»
Fa spallucce, tornando a fissarsi nello specchio.
«Fai come ti pare. Io scendo con mamma e papà giù ai lettini.»
«Bene, allora io vado.»
Mi alzo, recupero l'asciugamano dalla poltrona, e mi dirigo verso la porta. Marika si alza quasi nello stesso istante per riporre il lucidalabbra nel beauty-case vicino all'ingresso, e per un secondo i nostri percorsi si incrociano esattamente sulla soglia — lei ferma lì, di spalle, a bloccarmi completamente il passaggio.
Non ci penso un secondo. Le do uno schiaffo secco a mano aperta sul culo, abbastanza forte da farlo sussultare sotto il tessuto leggero.
«Scusa, sorellina. Blocco stradale,» dico, passando di fianco a lei come fosse la cosa più normale del mondo.
Si volta di scatto, gli occhi spalancati, la bocca aperta un secondo buono prima che ne esca qualcosa.
«Ma sei fuori di testa?! Non ti azzardare mai più a—»
«A cosa? A toccarti il culo per farti spostare?» la interrompo, senza nascondere il sorriso.
«Era in mezzo al mio passaggio. Ho agito con urgenza... poteva sbatterci altro...»
«Potevi dire "scusa, permesso" come una persona normale,» ribatte, portandosi istintivamente una mano dietro, sul punto esatto dove l'ho toccata — un gesto che dura un secondo di troppo, mentre le guance le si accendono di un colore che il sole di ieri non giustifica del tutto.
«Non ti saresti spostata,» dico, aprendo la porta.
«Ne riparliamo stasera. Buona spiaggia, sorellina.»
Esco senza aspettare risposta, ma faccio in tempo a sentirla mormorare qualcosa che suona sospettosamente meno arrabbiato di quanto vorrebbe far credere. Appena la porta scatta alle mie spalle, faccio un respiro profondo. L'obiettivo della giornata è cristallino: svuotare la testa, azzerare la frustrazione fisica e tornare stasera in quella stanza con una lucidità glaciale che la farà impazzire.
Quando metto piede nell'area piscina dell'Acqualina, l'impatto con la luce di Miami è quasi accecante. L'acqua azzurrissima contrasta con il rosso vivo degli ombrelloni. Profumo di cloro, crema solare al cocco, lusso sfrenato.
Non ci metto molto a trovarla.
Brooke è esattamente dove aveva detto che sarebbe stata. Sdraiata su un lettino a bordo vasca, bikini turchese sfacciato sulla pelle già dorata, occhiali calati sul naso, telefono in mano. Non è sola. Accanto a lei, un'altra ragazza che basta un'occhiata per inquadrare: biondissima, capelli piastrati alla perfezione nonostante l'umidità assurda, occhiali Céline che costeranno quanto un affitto a Milano Brera, costume intero bianco. Il tipo di ragazza che non guarda un uomo, ne fa una valutazione patrimoniale.
Mi avvicino. Brooke alza lo sguardo e le si apre un sorriso a trentadue denti.
«Buongiorno... cominciavo a perdere le speranze,» dice, togliendosi gli occhiali. «Pensavo non saresti sceso. O che ti avesse rapito qualcun'altra....»
«Il rischio c'era» rispondo. «Ma mantengo la parola data.»
«Mh, interessante.» Indica il lettino libero alla sua sinistra.
«Ti ho tenuto il posto. Lei è Emily. La mia complice per queste due settimane.»
Emily abbassa gli occhiali quel tanto che basta per squadrarmi da capo a piedi, con la fretta di chi fa inventario.
«Quindi tu sei l'italiano di cui Brooke non ha smesso di parlare a colazione,» dice, voce strascicata.
«Piacere.»
«Piacere mio,» rispondo, sedendomi e togliendomi la maglietta.
Emily ridacchia, scambia un'occhiata con Brooke — un'occhiata che dice tutto quello che serve sapere: hanno già parlato di me, hanno già deciso i ruoli.
L'ora successiva scivola via esattamente come mi aveva anticipato il barista ieri sera. Nessun gioco mentale malato, nessuna tensione repressa. Solo flirt puro, leggero ed esplicito. Beviamo un paio di drink ghiacciati ordinati direttamente dal lettino. Brooke si fa spalmare l'olio abbronzante sul corpo, ride alle mie battute con quella spontaneità americana che rende tutto più facile.
È una boccata d'ossigeno. Ma la verità, per quanto mi dia fastidio ammetterlo, è che mentre la guardo spalmarsi l'olio sul seno rifatto dove il top non arriva a coprire, la mia testa continua a fare paragoni con una certa rossa che occupa il mio stesso letto. Un motivo in più per chiudere la questione in fretta e rimettere in sesto la mia chimica cerebrale.
Verso l'ora di pranzo, il sole inizia a picchiare sul serio. Brooke si passa una mano dietro il collo, sollevando la massa di capelli castani, e lascia andare un sospiro teatrale.
«Okay, mi sto letteralmente sciogliendo» annuncia, mettendosi a sedere. Si spazzola via un po' di condensa del drink dal petto e guarda Emily.
«Em, ho lasciato su la mia crema specifica per il viso, e ho un bisogno disperato di una doccia gelata prima del pranzo. Sali con me?»
È una mossa da manuale. Talmente studiata a tavolino che quasi mi viene da sorridere.
Emily non fa nemmeno finta di pensarci. Non sposta nemmeno lo sguardo dalla rivista che sta sfogliando dietro gli occhiali da sole. «No, tesoro. Io resto qui ad aspettare il cameriere con il mio prosecco. Fatti la doccia e poi ti raggiungo.»
Brooke si volta verso di me, l'espressione fintamente innocente ma gli occhi carichi di un invito che non lascia spazio a interpretazioni. Raccoglie la borsa di paglia e si alza in piedi, sistemandosi il pezzo di sotto del bikini in modo da farmi godere appieno il panorama.
«Beh...» mormora, mordicchiandosi l'interno guancia. «Tu invece che fai, Michael? Vuoi accompagnarmi fino alla stanza o preferisci liquefarti qui con Emily?»
Incrocio lo sguardo con Emily per una frazione di secondo. Lei gira pagina alla rivista, un piccolo sorriso complice sulle labbra, ignorandoci completamente.
Torno a guardare Brooke. È il momento perfetto. Niente complicazioni, niente drammi familiari, solo una camera d'albergo vuota e una ragazza che vuole esattamente quello che voglio io.
Mi alzo dal lettino, passandomi una mano tra i capelli asciutti.
«Ti accompagno... così passo anche io nella mia stanza per una doccia gelata. Serve anche a me,» rispondo, affiancandola. «Fammi strada.»
La serratura elettronica della sua camera scatta con un suono soffuso, e l'istante dopo la porta si chiude alle nostre spalle, tagliando fuori il brusio della piscina. L'aria condizionata è accesa, un getto gelato che fa quasi fumare la pelle bollente.
Brooke non perde nemmeno un secondo a fare gli onori di casa. Non c'è bisogno di convenevoli, sappiamo benissimo entrambi perché siamo saliti. Si volta verso di me, camminando all'indietro verso il centro della stanza, con un sorriso malizioso stampato in faccia. Con un movimento fluido delle mani, va dietro la schiena e sgancia il pezzo di sopra del bikini turchese.
Il tessuto bagnato cade a terra sul pavimento di marmo con un rumore sordo.
«La doccia ci aspetta allora...» mormora, facendomi cenno con la testa verso il bagno, mentre i suoi occhi scuri mi sfidano apertamente.
Faccio un passo avanti, accorciando la distanza in un attimo. Le afferro i fianchi nudi, sentendo subito le dita scivolare sulla sua pelle.
«Io invece direi che può aspettare qualche minuto.»
Le stampo una mano sul petto e la spingo indietro. Brooke si lascia cadere sul suo letto singolo con una risata soffocata, i capelli castani che si spargono sul copriletto. Non perdo tempo: salgo sopra di lei, piazzando le ginocchia ai lati dei suoi fianchi e bloccandola sul materasso.
La vista da quassù è esattamente la valvola di sfogo di cui avevo bisogno. Brooke è completamente cosparsa di un olio abbronzante al cocco, che sotto le luci della stanza la fa letteralmente risplendere. La sua pelle è lucida, scivolosa, incredibilmente calda al tatto. È una sensazione totalmente opposta a quella della sera prima: qui non c'è sabbia, non c'è il bruciore dell'ustione, c'è solo un invito esplicito a toccare ovunque.
Senza il bikini, il suo seno si mostra in tutta la sua artificiale perfezione. Sono due coppe sode, rotonde, che non risentono minimamente della forza di gravità mentre è sdraiata a pancia in su. La pelle sopra è tesa, resa ancora più lucida e cangiante dallo strato di olio che riflette la luce della stanza. Quando ci appoggio sopra le mani, la consistenza è compatta, leggermente dura, quel tipo di sodezza chirurgica che non ha nulla di naturale ma che, in questo preciso momento, è fottutamente eccitante.
«Ti piace quel che vedi, Michael?» sussurra lei, portando le mani dietro la mia nuca per tirarmi giù, mentre le sue gambe si allacciano veloci dietro la mia schiena, attirando il mio bacino contro il suo. Il pezzo di sotto del suo costume è l'unica barriera rimasta, e sta già scivolando via.
«Sei tu che mi hai provocato giù al bar,» ribatto a pochi millimetri dalle sue labbra, sentendo il suo profumo agrumato mescolarsi all'odore dolce del doposole.
«Volevo solo vedere se l'italiano sapeva gestire il gioco,» provoca lei, inarcando la schiena e spingendo il petto contro le mie mani. La patina d'olio fa scivolare i miei palmi sui suoi seni in una carezza fluida, quasi liquida. I suoi capezzoli, rigidi per l'aria condizionata, sfregano contro la mia pelle nuda.
«Lo gestisco benissimo. Guarda e impara.»
La bacio con forza. Con Brooke è tutto estremamente semplice. Non devo calibrare ogni parola, non devo temere lo sguardo di mio padre a cena, non devo gestire nessun senso di colpa. È un puro contratto di divertimento estivo, firmato e controfirmato con i corpi che si muovono all'unisono sul letto.
Le mie mani scendono lungo i suoi fianchi snelli, lasciando strisce opache sulla sua pelle lucida d'olio. Le sfilo il bagnato del bikini con un unico gesto deciso, gettandolo chissà dove nella stanza. Brooke emette un gemito basso, un suono gutturale di pura approvazione, mentre mi graffia i fianchi con le sue unghie.
«Sono tua, Michael... fammi vedere se voi Italiani siete così stalloni come si dice,» ansima contro il mio collo, muovendosi sotto di me con un ritmo frenetico, bagnata di sudore e lozione solare.
Mentre mi libero velocemente del costume, guardando quel corpo perfetto, lucido e accogliente steso sotto di me, sento una strana scarica di onnipotenza. Questo è esattamente il reset di cui avevo bisogno.
Allunga una mano, ma non mi tocca. Si porta le dita alla bocca, le bagna con la saliva, poi mi afferra. La sua mano è bagnata, scivolosa, e la usa per lubrificare la mia cappella e tutta l'asta, rendendomi pronto per lei.
Allarga le gambe, un invito inequivocabile. Mi posiziono davanti a lei, e senza un attimo di esitazione, spingo. Entra in un sol colpo, affondando fino in fondo. La sua figa è più elastica di molte altre, che mi risucchia dentro in un lampo. Un gemito le sfugge dalla sua bocca, un suono roco di pura soddisfazione.
«Cosi!» sussurra, la voce carica di desiderio.
«Scopami. Scopami forte.» Inizio a muovermi, spinte potenti che fanno tremare il letto. Lei si adatta al mio ritmo, alzando il bacino per incontrare i miei colpi. Poi, le sue parole diventano un ordine. «Oh! Yes, yess! Ancora! Lo adoro...» Obbedisco. La rabbia e la confusione che mi hanno portato qui trovano una via d'uscita nel suo corpo. La butto con forza, i miei colpi sono asciutti, profondi, il suono delle nostre pelli che sbattono insieme riempie la stanza. Lei geme più forte, le sue unghie mi graffiano la schiena.
«Girati,» ordino, la voce roca. Lei obbedisce senza esitare, mettendosi a quattro zampe. Il suo culo è perfetto, lucido di olio anch'esso. La sua schiena forma un arco delicato. Mi posiziono dietro di lei, afferrandola forte sui fianchi. La pelle è liscia e scivolosa sotto la mia presa. «Scopami» implora di nuovo, guardandomi dietro la spalla.
«Avanti, Michael! Scopami, non resisto.» Sposto le mani, afferrandola per le spalle, usando tutta la forza del mio corpo per tirarla contro di me mentre mi spingo dentro di nuovo. I letto sbatte contro il muro. Lei urla, un suono che è metà dolore e metà estasi totale.
«Yes! Yes! Oooh Yes! Così!» urla, e il suo corpo si irrigidisce. La sua figa si contrae violentemente attorno al mio cazzo, una serie di spasmi che la fanno tremare da capo a piedi. Sta venendo, e si stacca da me spostandosi più avanti. Viene, uno schizzo del suo orgasmo bagna il copriletto. Poi, con un gemito esanime, crolla in avanti. Si distende sul letto, il respiro affannoso, il corpo che trema ancora per le scosse di ritorno.
Non le do tempo di riprendersi. Si rialza a fatica, i suoi occhi sono lucidi e soddisfatti. Scende dal letto e, senza dire una parola, si inginocchia sul pavimento di fronte a me. Il mio cazzo è ancora duro, coperto dei suoi succhi, pulsante e bisognoso. Lei non mi prende in bocca. Si avvicina, si protende in avanti e poggia solo le labbra, morbide e calde, sulla punta pulsante. È un contatto quasi innocente, un bacio leggero, ma carico di un'intensità erotica che mi fa mancare il respiro. Mentre le sue labbra restano lì, la sua mano inizia a muoversi, a segarmi con un ritmo veloce e sicuro.
La vedo inginocchiata, con il viso sollevato verso di me, le labbra premute contro la mia cappella, la sua mano che sfrega la mia asta bagnata e calda. L'immagine è tutto ciò che serve. Un calore mi sale dalle palle e un brivido mi percorre la schiena.
«Sto per venire,» sbuffo. Lei non si muove, non si tira indietro. Anzi, chiude leggermente gli occhi e apre al bocca come in attesa. Il primo getto parte con la forza di un proiettile, colpendola sulla guancia. Un secondo, più copioso, le colpisce la fronte, il naso, il labbro superiore. Continuo a venire, coprendole il viso di sborra calda e densa, che le cola anche dentro la bocca. Quando finisco, lei si limita a leccarsi le labbra, raccogliendo una goccia del mio sperma con un sorriso vittorioso e compiaciuto. Il suo viso è una maschera bianca, un'opera d'arte.
Brooke si alza in piedi, mi guarda ancora con quello sguardo malizioso e soddisfatto.
«Ti assicuro che questa crema è migliore di qualsiasi altra marca di lusso» rompo il silenzio. Brooke ride.
«Lo so... è quella che preferisco»
«Comunque non male... ho fatto scopate migliori, ma voglio darti una buona sufficienza, dai»
«Cosa? Solo una sufficienza? Eri in estasi, letteralmente»
«Dovevo fare un po' di scena, no? Ahahaha. Ora se non ti dispiace, vado a rinfrescarmi... non scrivermi, mi faccio viva io, chiaro?»
«Tranquilla, di certo non ci sei solo tu nelle mie chat. Ci vediamo.»
Esco dalla stanza e mi dirigo verso la mia suite. Ho un bisogno disperato di farmi una doccia anch'io.
La giornata prosegue normalmente, mi ero sfogato ed ero felice. Dopo pranzo, me ne tornai nella suite con l'aria condizionata impostata perennemente a 24°. Mi sdraiai sul letto per farmi una dormita prima di scendere in spiaggia quando la temperatura sarà discretamente più accettabile.
Dopo esserci lavati e preparati per la serata, scendiamo alla hall alle sette, i nostri genitori ci stanno già aspettando, pronti per il giro che mia madre ha organizzato con la sua solita precisione. Camminiamo verso Bal Harbour mentre il sole comincia a calare, i nostri sono qualche passo avanti a parlare di fatturati e ristoranti alla moda, io e Marika dietro, nel solito silenzio — solo che stavolta è più denso, carico di qualcosa che non riesco a definire.
Rientriamo all'Acqualina che sono passate da un pezzo le due di notte.
Siamo stanchi, esausti in quel modo che non ha niente a che fare col sonno.
Ci spogliamo a turno nel bagno, senza dirci una parola, ormai abituati a questa assurda coreografia. io resto con i boxer e mi butto sul lato destro del letto, lei sparisce in bagno e ne esce poco dopo con un reggiseno bianco e dei pantaloncini da notte neri. Mi giro su un fianco, dandole le spalle. Il materasso sprofonda quando ci si butta sopra a peso morto
«Dio, non ce la faccio più. Voglio solo dormire» Dice
«Allora dormi, chi ti dice niente,» rispondo, con indifferenza totale che lei nota subito.
L'effetto benefico della "terapia Brooke" della mattina si fa ancora sentire: sono rilassato, i muscoli distesi, e per una volta non provo quel bisogno spasmodico di cercare il contatto con Marika. Afferro lo smartphone dal comodino, sblocco lo schermo e apro WhatsApp quasi per abitudine. C'è un messaggio di Brooke, vecchio di un paio d'ore.
"Il trattamento per il viso è stato eccellente... Sei un ragazzaccio..."
Sorrido nel buio e inizio a rispondere col pollice, veloce, senza pensarci troppo. Non mi interessa niente di Brooke, ma in questo momento l'ego è qualcosa che mi prendo volentieri. Il rumore secco della tastiera — tac, tac, tac — riempie il silenzio tombale della stanza. Sento Marika muoversi nervosamente alle mie spalle, le lenzuola che frusciano.
«Puoi togliere il suono a quella cazzo di tastiera?» sibila, la voce impastata dal sonno ma già carica di irritazione. «O magari smettere direttamente di scrivere e dormire?»
«Mettiti i tappi,» rispondo piano, senza smettere di digitare, e torno a Brooke:
"Non hai ancora visto quanto posso essere cattivo..."
Tac, tac, tac.
«Michael, io ti odio... spegni.»
Non fa in tempo a finire la frase. Alle mie spalle scatta qualcosa — un movimento furioso, poi un clic metallico, e la luce dorata dell'abat-jour dal suo lato inonda la stanza, accecandomi per un istante. Prima che riesca a voltarmi del tutto, una mano scatta oltre la mia spalla come una molla e le dita sottili di Marika si chiudono attorno al mio telefono, strappandomelo con una forza che non mi aspettavo.
«Quanto rompi il cazzo! Ridammelo» sbotto, mettendomi a sedere di scatto.
Lei è già rannicchiata contro la testiera, il telefono stretto tra le mani, i capelli rossi scompigliati su una spalla, gli occhi scuri che scorrono rapidi sullo schermo. La vedo sgranarli appena, e poi la sua espressione si sfalda: la stanchezza lascia spazio a un lampo di comprensione, subito seguito da un'ombra scura, velenosa. Ha letto i messaggi. Ha capito esattamente perchè sono andato in piscina questa mattina.
«Dammi quel telefono, Marika,» intimo, la voce che scende di un'ottava.
«"Il trattamento per il viso è stato eccellente"?» legge ad alta voce, alzando gli occhi su di me, le labbra increspate in una smorfia che vorrebbe sembrare disgusto e invece lascia trapelare una rabbia molto più feroce.
«Davvero, Michael? Sei andato a scoparti una mezza tacca oggi?...» Si blocca. Non dice nient'altro.
«Non sono affari tuoi,» ringhio.
Mi lancio in avanti. Lei cerca di ritrarsi, stringendosi il telefono al petto, ma è troppo lenta: le afferro i polsi e, quando si divincola puntando i talloni sul materasso per spingermi via, il dislivello di forza gioca a mio favore. Le blocco le braccia sopra la testa, i polsi schiacciati contro il cuscino, e per fermare le gambe che scalciano mi lascio andare a cavalcioni su di lei.
L'impatto ci congela entrambi all'istante. Il telefono le scivola dalle dita e atterra morbido tra le coperte, dimenticato da tutti e due.
Mi ritrovo esattamente sopra di lei, le ginocchia piantate ai lati, il bacino schiacciato contro il suo, l'attrito tra il cotone sottile dei miei boxer e quello impalpabile dei suoi pantaloncini che è inevitabile. Il calore del suo inguine mi arriva addosso così nitido, così reale, che il mio corpo reagisce nel giro di tre battiti cardiaci: l'erezione prende vita prepotente, dura, e va a posizionarsi esattamente contro la fessura della sua vagina, separata solo da due ridicoli strati di tessuto.
I nostri visi sono a cinque centimetri di distanza. Sento il suo respiro corto, accelerato, infrangersi contro le mie labbra; il petto, coperto solo dal suo reggiseno. L'aria si è fatta pesante, elettrica, di quella carica che rizza i peli sulle braccia.
È in quel secondo che faccio la cosa più stupida della notte: mi abbasso e la bacio. Veloce, quasi rabbioso, un contatto secco che dura appena un battito di ciglia prima che mi ritragga, sorpreso di me stesso quanto lei sembra esserlo di me. Per un istante lunghissimo nessuno dei due dice niente. Marika mi fissa a bocca socchiusa, il respiro sospeso a metà — poi qualcosa le si richiude in faccia di scatto, come una saracinesca, e torna a guardarmi con l'espressione di chi vorrebbe uccidermi. Solo che non è rabbia pura, quella che le brucia negli occhi. La conosco troppo bene per non sentire la differenza.
Smette di lottare. I polsi restano immobili sotto la mia presa, ma non fa niente per sottrarsi — anzi, con un movimento minimo, quasi impercettibile, inarca la schiena e aumenta la pressione del mio sesso contro il suo centro.
«Hai finito di fare l'investigatrice privata?» sussurro, la voce rotta, roca, senza staccare lo sguardo dai suoi occhi neri e dilatati.
Allento la presa sui polsi ma non mi sposto di un millimetro — anzi, faccio pressione verso il basso, schiacciando ancora di più l'erezione contro la sua intimità. Sento il suo calore, l'umidità che sta già impregnando il cotone leggero dei pantaloncini. Sicuramente non indossa le mutande.
«Non sai proprio tenertelo nei pantaloni, eh?» sussurra lei, ignorando la vicinanza, anche se la voce le esce come un graffio spezzato.
«Vai a svuotarti con la prima turista americana che ti apre le gambe. Fai pena, Michael.»
Sorrido storto, sfiorandole il naso col mio. L'odore della sua pelle — bagnoschiuma e vaniglia — mi riempie i polmoni.
«Rosichi, sorellina?» mormoro, la voce bassa, carica di provocazione. «Rosichi perché a me ci sono volute tre ore per trovare una troietta con cui scopare, mentre a te si limitano a sbavarti dietro guardandoti il culo in spiaggia?»
Sgrana gli occhi, colpita in pieno nell'orgoglio. Sento i muscoli del suo addome contrarsi sotto di me.
«Sei un pallone gonfiato...»
«E tu sei fradicia,» la interrompo, spingendo il bacino in avanti — lento, spietato — a sfregare l'erezione dura come pietra esattamente contro il suo clitoride.
«Lo sento da qui, Marika.»
Per un istante, prima che rimetta su la maschera della rabbia, le vedo attraversare il viso qualcosa che non è smentita — è resa. Come se sapesse benissimo che ho ragione, e fosse proprio questo, non la mia erezione contro di lei, a spaventarla davvero.
Scivola con i polsi fuori dalla mia presa ormai allentata — ma invece di spingermi via, le sue dita scendono veloci lungo i miei fianchi e si aggrappano all'elastico dei boxer, stringendo il tessuto con forza.
«Se pensi che mi abbasserò a farti un altro pompino gratis solo perché ti strusci contro di me, hai sbagliato i calcoli,» sibila — ma il tono è cambiato. Non c'è più repulsione, c'è un patto, una sfida.
«Non ho nessuna intenzione di darti piacere stanotte, scordatelo.»
Un brivido mi risale la spina dorsale. L'ho spezzata. O forse ci siamo spezzati a vicenda.
«Non te lo stavo chiedendo,» rispondo a fior di labbra.
«Stanotte è il tuo turno... ma vale la regola di ieri»
Mi sollevo appena, il tempo di afferrare l'elastico dei suoi pantaloncini grigi e degli slip bianchi sotto, e lei solleva i fianchi senza dire una parola, collaborando. Con un solo gesto le sfilo via tutto, lasciando cadere la stoffa sul pavimento.
Scendo più in basso sul materasso, in ginocchio tra le sue gambe aperte. Intravedo la sua pelle chiara, i fianchi perfetti, l'inguine lucido. Marika trattiene il respiro, le mani che stringono convulsamente le lenzuola — non l'ho mai vista così vulnerabile, eppure continua a fissarmi dall'alto con quell'autorità arrogante che mi manda fuori di testa.
Le apro di più le cosce e abbasso il viso. Il suo profumo naturale, acre e dolce insieme, si mescola all'odore inconfondibile dell'eccitazione. Quando la lingua entra in contatto con lei, sfiorandole il clitoride già bagnato, Marika lascia andare un gemito acuto, strozzato — un suono che non ha niente a che vedere coi suoi soliti sospiri controllati.
«Cazzo, Michael...» sussurra, la voce che trema.
Comincio piano, movimenti ampi, assaggiandola, godendomi il sapore del desiderio che ha represso fino a un minuto fa, poi accelero, concentrandomi su quel punto esatto che la fa tremare. Le infilo due dita dentro, trovandola incredibilmente stretta e scivolosa, e affondo ricreando il ritmo di una penetrazione mentre la bocca non le dà tregua.
Assaporo tutto il liquido che esce da lei, dolce e salato insieme. La lingua le scivola dentro, raccogliendo ogni goccia mentre lei geme più forte.
«Oh sì,» geme. «Proprio lì.»
Inserisco due dita mentre continuo a leccare il suo clitoride. È stretta, calda, le pareti della sua figa si stringono intorno alle mie dita. Lei trema, le gambe che si aprono di più, i fianchi che si muovono in ritmo con le mie dita.
«Non fermarti,» dice, la voce tremante «Per favore, non fermarti.»
Ha gli occhi chiusi, la bocca aperta in un gemito continuo. Il suo corpo è teso, pronto per esplodere. Il mio cazzo è così duro che fa male.
Mi alzo leggermente, allineando il cazzo con la sua figa bagnata. La punta tocca appena l'entrata, e lei sobbalza.
«No,»dice immediatamente, le mani che mi spingono via.
«Non ci pensare neanche»
«Vuoi che usi il preservativo?»
«No, ho la spirale, sai che mi frega del preservativo» dice, più fermamente. «Decido io SE e quando dartela... per ora accontentati»
«Cosa? Hai la spirale?? E da quando»
«Fatti i cazzi tuoi... ce l'ho e basta»
Torno a usare le dita, più veloci questa volta. Le infilo dentro e fuori, il pollice che le massaggia la clitoride. Il suono è bagnato, forte, si mescola ai suoi gemiti che diventano più alti, più disperati.
«Sì sì sì,» geme, il corpo che si contorce. «Così. Mi piace... Sì, così.»
Il suo finto controllo va in frantumi. Le mani abbandonano le lenzuola e si tuffano nei miei capelli, stringendo le ciocche, tirandomi contro di lei.
«Mmmh!» ansima, spingendo il bacino contro il mio viso, assecondando il ritmo «Fammi venire...»
La guardo dal basso mentre continuo a leccarla e a spingere dentro di lei: il viso stravolto dal piacere, le labbra dischiuse, il collo teso all'indietro. Sentirla gemere sotto di me, sapere di aver ridotto in polvere il suo muro d'orgoglio in meno di cinque minuti, è la sensazione più bella che abbia mai provato. Con l'altra mano salgo fino al suo seno. Non resisto, devo toccarlo. Afferro la tetta destra e la stringo più che posso tra le mie mani. È morbida, piena e i suoi capezzoli sono così duri da sembrare pietra.
I muscoli interni si stringono come una morsa attorno alle dita. Sento i fremiti salirle lungo le gambe, il respiro che si trasforma in un singhiozzo continuo.
«Vengo... Michael, vengo...» balbetta, le unghie piantate nel mio cuoio capelluto.
Aumento la pressione, la lingua più veloce, finché non ce la fa più. Il corpo è scosso da spasmi violenti, un orgasmo potente che la fa gemere forte nel silenzio della stanza — uno schizzo mi arriva diretto dalla sua figa, bagnandomi il petto.
Resta lì, ansimante, il respiro frenetico, gli occhi socchiusi. Mi tiro su, pulendomi la bocca col dorso della mano, il fiato pesante.
«È il tuo turno, sorellina...»
«Scordatelo... ti ho fatto un pompino ieri, oggi ti sei scopato quella tacca... direi che sei a posto così. Io sono stanca e voglio dormire. Buonanotte»
Non mi degna neanche di uno sguardo, si alza e va a pulirsi in bagno. Dopo circa cinque minuti eccola che esce dal bagno. Io sono sdraiato, la mia erezione non accenna a placarsi, ma non posso farci niente.
Marika si sistema sul letto dandomi le spalle.
«Più ci pensi e peggio è. Dormi fratellino, ti passerà.»
«Sei proprio stronza quando ti ci metti,» rispondo.
«Siamo pari... io te l'ho succhiando ieri e tu me l'hai leccata oggi. Buonanotte»
«Buonanotte.»
CONTINUA... . .
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