Sotto la Tua guida - Capitolo 6

di
genere
dominazione

6 Maggio 2026

Era mercoledì mattina e avevo lavorato come sempre. O almeno, ci avevo provato. Col senno di poi, ricordo poco di quelle ore, se non una concentrazione a metà e quella sensazione costante di attesa che mi accompagnava. Sapevo che dopo sarei andata da lui e questo bastava a tenermi in uno stato di tensione sottile, continua.
Quando finii, tornai a casa per cambiarmi velocemente. Scelsi qualcosa di semplice, senza pensarci troppo. Non sapevo ancora quanto, da lì in poi, ciò che avevo indossato mi sarebbe stato vietato. Arrivai da lui con qualche minuto di anticipo e vedendo la sua macchina già nel vialetto, mi precipitai a suonare. Ricordo che attesi un po' prima di poter entrare, ciò mi sembrò strano, ma in quel momento non mi porsi domande.
Quando arrivai sulla soglia, mi osservò e poi abbassò lo sguardo sull’orologio, dicendomi che ero in anticipo.
«Sono arrivata prima…» risposi.
«Lo vedo» mi fece entrare «D’ora in poi sarai puntuale»
Ricordo che non capii quell'affermazione. Non capivo perché mi dicesse di essere puntuale, quando lui stesso mi confermò che ero in anticipo.
«Essere puntuale non significa arrivare prima» mi rispose quando glielo feci notare «Significa arrivare esattamente quando ti viene richiesto. Né un minuto prima, né uno dopo» fece un pausa «L’anticipo è una forma d'impazienza. Il ritardo una mancanza di rispetto. In entrambi i casi rompi l’equilibrio» Fu in quel momento che iniziai a capire che, con lui, anche i dettagli più piccoli non erano mai casuali.
Con la sua solita gentilezza, mi prese il soprabito e con una mano sulla schiena, mi accompagnò verso il tavolo. Anche attraverso i vestiti, quel contatto mi provocò il solito brivido, immediato, difficile da ignorare.
«Ferma qui» disse.
Si allontanò verso una scrivania poco distante da cui estrarre qualcosa. Quando tornò, posò una cartellina nera sul tavolo, proprio davanti a me. Non ebbi bisogno di leggere ciò che estrasse per capire cos’era. Era la versione definitiva del contratto. Ordinata, stampata, reale.
«Sei ancora in tempo per andare via» disse «Se esci adesso da quella porta, finisce qui. Nessuna conseguenza» Ricordo di aver guardato davvero verso l’ingresso, per un istante. Poi di nuovo il foglio, poi lui. Non dissi nulla, ma la mia risposta era chiara.
Mi osservò, come se volesse essere certo che non fosse solo un impulso. Poi mi porse una penna e mi ordinò di firmare. Il cuore batteva forte, ma non c’era esitazione del mio gesto. Ricordo ancora la lentezza con cui scrissi il mio nome. Come se ogni lettera avesse un peso preciso.
«Da questo momento, le parole che usi con me cambiano» mi disse quando finii di firmare. Il respiro mi si fermò per un istante.
«Marco non è più adatto. Da oggi mi chiamerai Padrone»
«Sì…sì, Padrone» sussurrai prima incerta, poi più sicura.
Tornò verso la scrivania per riporre il contratto e ne estrasse una piccola scatola. La aprì davanti ai miei occhi e vidi un cinturino sottile di velluto rosso, con una catenina dorata e un piccolo cuore lucido.
Sembrava un gioiello, ma qualcosa mi diceva che non lo era, così chiesi maggiori spiegazioni. Lui non rispose, ma sollevò l’oggetto tra le dita, lasciandolo oscillare appena il ciondolo. «Non hai mai avuto qualcosa del genere, scommetto»
Confermai.
Non aggiunse altro, ma sentii il significato arrivare prima ancora di comprenderlo del tutto. Ciò nonostante chiesi di più su quel regalo.
«Un segno»
Quelle due parole mi fecero contrarre leggermente lo stomaco. «Un segno di cosa?»
«Del fatto che da oggi appartieni a qualcuno» Ricordo ancora il modo in cui il respiro mi si bloccò per un istante, mentre un brivido mi attraversava la schiena.
«Vuoi che…lo indossi?»
Mi guardò, ma il suo sguardo cambiò leggermente. «Stai dimenticando qualcosa»
Ci misi un secondo a capire. Poi il calore mi salì alle guance.
«Scusami…» inspirai piano. «Vuoi che lo indossi, Padrone?»
«Sì. Questo non è un collare da esibire…ma è qualcosa che porterai sempre»
Quelle parole mi fecero pensare subito a una cosa. «Ma…Padrone…» esitai «andiamo verso la bella stagione. I vestiti saranno più leggeri…si vedrà»
Lui non sembrò affatto turbato. Anzi, nei suoi occhi passò qualcosa che somigliava a un sorriso. Annuì.
«E se qualcuno chiede cos’è?» chiesi.
«Dirai che è un gioiello e non sarà nemmeno una bugia» il piccolo cuore rosso oscillò tra le sue dita. «Solo tu e io sapremo cosa significa davvero»
Poi mi fece inginocchiare e alzare i capelli, scoprendo il collo. Con un gesto delicato, potei dire quasi sensuale, lo posizionò attorno al mio collo. Ricordo bene le sue dita che sfioravano la mia pelle. Ancora adesso se ci penso le percepisco. E poi il piccolo click per agganciarlo.
«Abituati alla sensazione» mi sussurrò all'orecchio «Lo toglierai solo per dormire, per lavarti e quando vai a nuoto. Per il resto del tempo, rimarrà al suo posto»
«È…strano» dissi.
«In che senso?»
Cercai le parole giuste. «Non ho mai indossato qualcosa del genere»
«Lo so ed è per questo che iniziamo da qui» Annuii, ma lui continuò entrando in un discorso ancora più intenso, di quel gesto. «Voglio che tu capisca bene una cosa. Questo non è un gioco improvvisato» lo ascoltai «Quello che iniziamo oggi è un addestramento»
Riflettei su quella parola «Io…ho già avuto qualcosa di simile»
«Immaginavo» disse senza sorprendersi, mentre iniziava a girarmi attorno «Compiti, ordini, cose da indossare o da non indossare» Il calore mi salì alle guance ricordando tutto ciò che mi fu insegnato. «Ma non è quello che intendo»
Rimasi in silenzio. «Quello era controllo esterno. Un elenco di cose da fare o da evitare. Ciò che faremo noi è diverso»
Lo sentii alle mie spalle «In che senso, Padrone?»
«Il tuo addestramento non riguarda solo il sesso»
Quella frase mi colse di sorpresa. «Riguarda disciplina, presenza e controllo…» poi tornò davanti a me e indicò due punti. La mia testa e il collare «…che partono da qui e qui»
«Imparerai a seguire delle regole» continuò «Ma soprattutto imparerai a capire perché esistono»
«E se sbaglio?» chiesi piano.
«Sbaglierai» disse «Fa parte dell’addestramento»
«E cosa succede quando sbaglio…Padrone?»
«Quando sbagli verrai corretta» Immaginai che corretta significasse punita, come mi succedeva con precedente padrone, ma non osai chiedere, annuii solo. Lui non continuò il discorso, mi aiutò solamente ad alzarmi e mentre ci riaccomodavamo mi disse che mi avrebbe fatto una domanda e che avrei dovuto essere onesta nella risposta. Mi sembrò una richiesta semplice, quasi banale… ma il modo in cui lo disse la rese tutt’altro che banale.
«Prima d'iniziare...c’è qualcosa che non mi hai detto?»
La domanda mi colpì più di quanto avrei immaginato e in un attimo mi passò davanti un'immagine precisa di ciò che avevo tenuto per me. «Perché lo chiedi, Padrone?» esitai nel chiederlo.
«Perché quando qualcuno capisce che sta iniziando qualcosa di serio...c’è sempre una parte che trattiene. Qualcosa che evita di dire finché può»
Il mio stomaco si contrasse e per un attimo pensai di lasciar perdere, di non dirlo. Non era necessario, infondo non lo sapeva. Ma proprio per quello, non dirlo avrebbe significato iniziare nascondendomi.
«C’è una cosa…io scrivo racconti»
Ricordo che quella volta fu lui a non capire quello che intendessi. «Che tipo di racconti?»
«Racconti erotici»
Probabilmente non si aspettava quella rivelazione, perché impiegò un attimo a pormi la domanda successiva «Quello che scrivi… è solo fantasia?» Negai. «Quanto è reale?»
«Molto» Sentivo che ormai non potevo fermarmi a metà. «Alcuni racconti nascono da cose che ho vissuto davvero...anche esperienze con il mio primo padrone»
«Perché?»
«Perché... sapere che qualcuno poteva leggere, immaginare...mi faceva sentire esposta...e mi piaceva» Mi ascoltava concentrandosi su ogni parola che sussurravo, anche quando esitavo. Ma a un certo punto mi fermò.
«Aspetta. Chi dovrebbe leggerli?»
La domanda mi colse impreparata, ma capii che non potevo più restare vaga. Dovevo essere chiara.
«Li pubblico su un sito. Non tutti…ma alcuni sì»
«Quindi c’è qualcuno che li legge»
Annuii «Ci sono…delle persone che mi seguono più di altre e che aspettano di leggere»
«E loro sanno che quello che leggono…è reale?»
Confermai e gli spiegai anche che insieme ai racconti avevo creato uno spazio mio, fatto di messaggi, commenti, email. Che alcune persone non si limitavano a leggere, ma mi scrivevano e che con alcuni di loro, col tempo, si era creato qualcosa di più continuo, con scambi che andavano oltre il racconto, oltre la storia pubblicata.
E mentre glielo dicevo, mi rendevo conto che non stavo solo raccontando cosa facevo…ma quanto avevo bisogno di farlo.
Ricordo che a quel punto iniziò a farmi domande più precise. Voleva capire da quanto tempo scrivessi, se lo facessi con il mio nome, quanti racconti avessi pubblicato. Gli spiegai che andava avanti da un po’, che non usavo il mio semplice nome ma un nick e che nel tempo ne avevo scritti diversi, ma la maggior parte non erano stati pubblicati. Gli spiegai che non mi era stato imposto, ma che a un certo punto, ero stata io a chiedere di poter condividere alcune di quelle cose, perché volevo espormi. Volevo che qualcuno sapesse cosa succedeva nel mio privato, cosa facevo, cosa provavo. E quella sensazione mi piaceva, mi eccitava l’idea che chi leggeva potesse immaginare e lasciarsi coinvolgere da quello che scrivevo.
«Non è tutto, però Padrone» continuai, mentre lui mi invitò a continuare. Gli dissi anche dell'email che usavo per avere dei contatti più diretti con i miei lettori, e che all'inizio, il mio vecchio padrone mi aveva chiesto di limitare quegli scambi esclusivamente ai miei racconti, quindi potevo rispondere alle domande sui testi, chiarire qualche curiosità o confrontarmi con chi li leggeva, ma senza parlare della mia vita privata. E per qualsiasi eccezione, dovevo prima chiedere il permesso a lui.
Quando quel rapporto si chiuse, decisi di annullare quelle limitazioni, col tempo iniziai a raccontare anche qualcosa di me, a rispondere a messaggi che non riguardavano più soltanto le storie che pubblicavo. Con alcuni lettori nacquero conversazioni semplici, che a volte si allontanavano completamente dall'argomento dei racconti.
Insomma, era diventato un modo piacevole per confrontarmi con persone che mi seguivano da tempo e che, senza quasi accorgermene, avevano iniziato a conoscere anche una parte di Alice, non solo quella che scriveva.
Una volta che finii mi disse che prima di tutto voleva leggere ogni mio racconto, sia quelli pubblicati, che quelli privati e che avrei dovuto mandarli la sera stessa. E poi mi mise un limite chiaro. Mi disse che, per il momento, avrei dovuto smettere di cercare qualunque tipo d'interazione con chiunque altro. Niente più scambi di email. Mi assicurò che non era una punizione, ma una direttiva.
Il fatto che volesse leggere tutto e soprattutto che volesse che smettessi di avere qualsiasi tipo di contatto con altri uomini, anche solo attraverso uno schermo, mi colpì più di quanto mi aspettassi. Mi sentii spiazzata. Era come se qualcuno avesse improvvisamente chiuso una porta che avevo sempre lasciato socchiusa. Quelle chat, quei messaggi, quelle attenzioni erano diventate una presenza costante, quasi automatica e l’idea di rinunciarci mi fece vacillare per un attimo.
Il fatto che lui volesse concentrare tutto su di sé, che volesse essere l’unico spazio in cui potevo esprimere quella parte, mi destabilizzava, ma allo stesso tempo mi faceva sentire vista in un modo più profondo.
Il pensiero che avrebbe letto ogni cosa e non come uno sconosciuto. Quella cosa mi mise a nudo molto più di qualsiasi pubblicazione. Non potevo nascondermi dietro un nick e non potevo scegliere cosa mostrare e cosa no. Lui avrebbe visto tutto ciò che avevo scritto d'impulso. E sorprendentemente non fu qualcosa da cui scappai. Infatti quella sera stessa raccolsi tutti i racconti in una cartella e glieli inviai senza modificarli.
Infine riportò l’attenzione su di noi e chiarì che da quel momento sarebbe iniziato l’addestramento, di cui mi aveva parlato prima. Mi disse che per il primo mese non ci sarebbe stato nulla di sessuale. Quelle parole mi colpirono più di quanto avrei immaginato, perché non me lo aspettavo. Continuò spiegandomi che avrebbe osservato tutto: il mio corpo, le mie abitudini, il modo in cui parlavo, come rispondevo. Avrebbe stabilito regole, compiti, momenti di verifica. E solo alla fine di quel primo periodo avrebbe deciso come andare avanti. Ricordo di aver deglutito, cercando di assorbire ogni parola senza perderne il senso. Poi iniziò dalle basi e da quella che lui chiamò "posizione di attesa", che era la stessa in cui mi fece mettere il giorno prima. Ero ancora seduta accanto a lui sul divano, quando con un gesto mi fece cenno di alzarmi e con un gesto della mano indicò il pavimento davanti a lui. Poi mi indicò come tenere le gambe, la schiena, le mani. Solo quando fui nella posizione corretta mi spiegò che non era una posizione di sottomissione teatrale, piuttosto una posizione di concentrazione, di ascolto.
Poi passò alla prima regola, la precisione. Mi spiegò che significava puntualità, chiarezza nelle risposte e rispetto delle parole e che anche il modo in cui mi rivolgevo a lui faceva parte di questo. A quel punto mi mise alla prova, chiedendo quale fosse il termine corretto. Glielo dissi quasi sottovoce: Padrone.
Poi continuò. Da quel giorno, ogni volta che sarei entrata in una stanza con lui, avrei dovuto assumere quella posizione e aspettare un suo segnale per muovermi o alzarmi. E mi fece fare anche questa prova.
Prima di congedarmi, aggiunse un’ultima cosa. Gli incontri sarebbero stati due a settimana, come avevamo stabilito ma per quel mese sarebbe stato lui a decidere i giorni e che l’addestramento non si sarebbe fermato lì, ma ci sarebbero stati compiti ogni giorno e che i primi compiti sarebbero arrivati quella sera, ma non accennò nulla in quel momento.
E mentre mi congedava, capii che non stavo più entrando in qualcosa. Ci ero già dentro.
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2026-07-03
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