Sotto la Tua guida - Capitolo 7
di
Baby_Ali
genere
dominazione
PRIMA SETTIMANA DI ADDESTRAMENTO
6 maggio
Ricordo che quella sera feci tutto quello che mi aveva chiesto. Inviai il materiale, il piano delle mie giornate, gli orari, gli impegni. Non tralasciai nulla. A distanza di mesi, quello che mi torna in mente non è tanto cosa scrissi, ma la sensazione che provai dopo aver premuto “invia”. Era come se avessi appena consegnato qualcosa di più di semplici informazioni.
7 maggio
L’indomani mattina arrivarono i primi ordini. Non erano richieste complicate, ma significava che l’addestramento era iniziato davvero.
Per prima cosa mi disse che ogni giorno avrei dovuto svegliarmi alle 6:45 e scrivergli per confermare che ero sveglia. Quello era il primo gesto della giornata. Subito dopo, avrei dovuto prendermi qualche minuto in silenzio, restando ferma, nella posizione di attesa. Quel compito mi colpì più degli altri, perché era un modo per ricordare a me stessa cosa avevo scelto. E tra l'altro quell'ordine dovetti eseguirlo con effetto immediato. Ricordo ancora il momento in cui mi portai con le ginocchia a terra, in posizione. All’inizio fu strano, perché non c’era niente da fare se non restare lì e respirare. Col tempo però mi abituai.
Infine mi chiese anche di aggiornare le mie attività nel caso qualcosa cambiasse rispetto a quello che gli avevo inviato. A distanza di tempo, capisco che non era solo organizzazione, era un modo per ricordarmi che lui ne faceva parte fin dall’inizio.
Quella stessa mattina, mia madre notò il collare. Ricordo che eravamo in cucina quando il suo sguardo si fermò sul mio collo e mi chiese cosa fosse. Istintivamente portai una mano al velluto rosso e cercai di sorridere con naturalezza, dicendole che l'avevo comprato a Torino, ma che non l'avevo ancora indossato. La sua risposta mi stupì, perché era vera. Mi disse che non mi aveva mai vista con qualcosa del genere. Lì sentii un leggero nodo allo stomaco, mentre cercavo di sembrare tranquilla.
La prima settimana di addestramento passò così, con lui che ogni giorno aggiungeva un nuovo compito che dovevo svolgere, senza dimenticarmi dei precedenti. Infatti, un altro compito che aggiunse, fu quello d'inviarli ogni mattina, dopo essermi vestita, una foto di ciò che avevo indossato. Inizialmente pensai che avrebbe commentato e probabilmente mi avrebbe fatta cambiare, ma non fece ne l'uno, ne l'altro. A quel punto mi ricordai delle sue parole di qualche giorno prima ''nel quotidiano puoi indossare ciò che vuoi. Nei miei giorni solo ciò che approvo" e capii che il suo era solo un modo per farmi sentire esposta e controllata. Infatti l'invio della foto non si limitava solo alla mattina, ma a ogni qualvolta nell'arco della giornata mi fossi cambiata. Come successe il sabato sera di quella prima settimana, quando ero uscita con i miei amici, come accadeva quasi ogni weekend in cui ero libera dal lavoro. Lui lo sapeva, perché glielo avevo detto nei giorni precedenti. Dicevo, quella sera mi chiese la foto di come stavo uscendo. Ora non ricordo bene cosa indossai, probabilmente dovrei sfogliare le innumerevoli foto inviate, ma sicuramente era un qualcosa di semplice, ma comunque sexy. E come sempre lui non disse nulla, ma ricordo che quando tornai a casa, trovai un suo messaggio nell'altra chat. Si perché avevamo due diverse chat. Una per le foto che dovevo inviargli e l'altra classica in cui parlavamo. Lì mi chiedeva com'era andata la serata. Gli raccontai che appena seduti al tavolo, una delle mie amiche inclinò la testa chiedendomi meravigliata cosa fosse quell'accessorio al collo. Io diedi la stessa risposta che avevo usato con mia madre, ma loro mi conoscevano bene e sapevano che le uniche collane che avevo sempre indossato erano sottilissime, quasi invisibili. Quello invece era diverso e per tutta la serata il loro sguardo tornò spesso lì.
Durante quel primo weekend, mentre io iniziavo a prendere confidenza con i compiti che mi aveva assegnato giorno dopo giorno, lui si prese il tempo di leggere i miei racconti.
Non mi disse molto, solo che ero brava, che sapevo raccontare e che riuscivo a mettere tutto nero su bianco in modo preciso. Quelle parole mi colpirono più di quanto mi aspettassi. Poi aggiunse che da quel momento, voleva che iniziassi a scrivere di ogni incontro, di ogni dettaglio.
Ricordo che non lo disse come una proposta, ma come un compito. Avrei dovuto farlo a partire dalla settimana successiva, ogni volta che ci saremmo visti. Gli chiesi se dovessi anche pubblicarli, era stata la cosa più naturale da pensare, per come avevo sempre vissuto la scrittura fino a quel momento. Ma negò spiegandomi che sarebbero rimasti solo nostri…almeno per il momento, scoprii più avanti.
6 maggio
Ricordo che quella sera feci tutto quello che mi aveva chiesto. Inviai il materiale, il piano delle mie giornate, gli orari, gli impegni. Non tralasciai nulla. A distanza di mesi, quello che mi torna in mente non è tanto cosa scrissi, ma la sensazione che provai dopo aver premuto “invia”. Era come se avessi appena consegnato qualcosa di più di semplici informazioni.
7 maggio
L’indomani mattina arrivarono i primi ordini. Non erano richieste complicate, ma significava che l’addestramento era iniziato davvero.
Per prima cosa mi disse che ogni giorno avrei dovuto svegliarmi alle 6:45 e scrivergli per confermare che ero sveglia. Quello era il primo gesto della giornata. Subito dopo, avrei dovuto prendermi qualche minuto in silenzio, restando ferma, nella posizione di attesa. Quel compito mi colpì più degli altri, perché era un modo per ricordare a me stessa cosa avevo scelto. E tra l'altro quell'ordine dovetti eseguirlo con effetto immediato. Ricordo ancora il momento in cui mi portai con le ginocchia a terra, in posizione. All’inizio fu strano, perché non c’era niente da fare se non restare lì e respirare. Col tempo però mi abituai.
Infine mi chiese anche di aggiornare le mie attività nel caso qualcosa cambiasse rispetto a quello che gli avevo inviato. A distanza di tempo, capisco che non era solo organizzazione, era un modo per ricordarmi che lui ne faceva parte fin dall’inizio.
Quella stessa mattina, mia madre notò il collare. Ricordo che eravamo in cucina quando il suo sguardo si fermò sul mio collo e mi chiese cosa fosse. Istintivamente portai una mano al velluto rosso e cercai di sorridere con naturalezza, dicendole che l'avevo comprato a Torino, ma che non l'avevo ancora indossato. La sua risposta mi stupì, perché era vera. Mi disse che non mi aveva mai vista con qualcosa del genere. Lì sentii un leggero nodo allo stomaco, mentre cercavo di sembrare tranquilla.
La prima settimana di addestramento passò così, con lui che ogni giorno aggiungeva un nuovo compito che dovevo svolgere, senza dimenticarmi dei precedenti. Infatti, un altro compito che aggiunse, fu quello d'inviarli ogni mattina, dopo essermi vestita, una foto di ciò che avevo indossato. Inizialmente pensai che avrebbe commentato e probabilmente mi avrebbe fatta cambiare, ma non fece ne l'uno, ne l'altro. A quel punto mi ricordai delle sue parole di qualche giorno prima ''nel quotidiano puoi indossare ciò che vuoi. Nei miei giorni solo ciò che approvo" e capii che il suo era solo un modo per farmi sentire esposta e controllata. Infatti l'invio della foto non si limitava solo alla mattina, ma a ogni qualvolta nell'arco della giornata mi fossi cambiata. Come successe il sabato sera di quella prima settimana, quando ero uscita con i miei amici, come accadeva quasi ogni weekend in cui ero libera dal lavoro. Lui lo sapeva, perché glielo avevo detto nei giorni precedenti. Dicevo, quella sera mi chiese la foto di come stavo uscendo. Ora non ricordo bene cosa indossai, probabilmente dovrei sfogliare le innumerevoli foto inviate, ma sicuramente era un qualcosa di semplice, ma comunque sexy. E come sempre lui non disse nulla, ma ricordo che quando tornai a casa, trovai un suo messaggio nell'altra chat. Si perché avevamo due diverse chat. Una per le foto che dovevo inviargli e l'altra classica in cui parlavamo. Lì mi chiedeva com'era andata la serata. Gli raccontai che appena seduti al tavolo, una delle mie amiche inclinò la testa chiedendomi meravigliata cosa fosse quell'accessorio al collo. Io diedi la stessa risposta che avevo usato con mia madre, ma loro mi conoscevano bene e sapevano che le uniche collane che avevo sempre indossato erano sottilissime, quasi invisibili. Quello invece era diverso e per tutta la serata il loro sguardo tornò spesso lì.
Durante quel primo weekend, mentre io iniziavo a prendere confidenza con i compiti che mi aveva assegnato giorno dopo giorno, lui si prese il tempo di leggere i miei racconti.
Non mi disse molto, solo che ero brava, che sapevo raccontare e che riuscivo a mettere tutto nero su bianco in modo preciso. Quelle parole mi colpirono più di quanto mi aspettassi. Poi aggiunse che da quel momento, voleva che iniziassi a scrivere di ogni incontro, di ogni dettaglio.
Ricordo che non lo disse come una proposta, ma come un compito. Avrei dovuto farlo a partire dalla settimana successiva, ogni volta che ci saremmo visti. Gli chiesi se dovessi anche pubblicarli, era stata la cosa più naturale da pensare, per come avevo sempre vissuto la scrittura fino a quel momento. Ma negò spiegandomi che sarebbero rimasti solo nostri…almeno per il momento, scoprii più avanti.
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