Sotto la Tua guida - Capitolo 20 • II
di
Baby_Ali
genere
dominazione
Settimana dal 5 al 9 agosto.
5 Agosto 2026
Parcheggiai davanti a casa di Marco qualche minuto prima delle sette e un quarto. Spensi il motore, ma non scesi subito.
Accanto a me, sul sedile del passeggero, c'era la mia borsa. Dentro avevo messo il rossetto che avevo comprato il giorno precedente, prima di uscire di casa quella mattina. La aprii e lo tirai fuori, abbassai lo specchietto parasole e inizia a metterlo.
Una volta applicato rimasi a guardarmi. Il colore era decisamente più intenso di quelli che usavo abitualmente. Per un istante fui tentata di attenuarlo, ma sapevo già che se Marco se ne fosse accorto avrebbe capito immediatamente cosa avevo fatto, così lo lasciai esattamente com'era.
Alle sette e un quarto, scesi dall'auto ed entrai nella villetta. Come ormai facevo da giorni, dove aver lasciato la borsa e le chiavi nel solito posto, mi inginocchiai in posizione sul cuscino.
Marco comparve dopo qualche secondo e si fermò davanti a me.
«Buongiorno, Padrone» dissi, mentre il suo sguardo si soffermò sul mio viso, sul rossetto.
Non disse nulla. Quel silenzio, ormai, lo conoscevo bene, era il suo modo di osservare e di valutare. Quando capii che non avrebbe fatto commenti a riguardo, procedetti con la mia solita routine.
Non so se fu un caso o una scelta precisa, ma quel giorno indossò degli slip bianchi e quando fu il momento di lasciarli un bacio, lo guardai per un attimo da giù. Senza distogliere lo sguardo dal suo mi avvicinai e gli lascia l'impronta delle mie labbra sugli slip, poi tornai a guardare giù e afferrai il bordo per abbassarli. Marco però mi bloccò e afferrandomi il mento mi sollevò la testa riportando a unire i nostri sguardi.
«Mi stai sfidando?» mi chiese con voce roca.
«No, Padrone» risposi sincera. Non volevo sfidarlo, solo provocarlo e dimostrargli quanto iniziavo a sentirmi più sicura nei gesti con lui. Dal suo canto, tenendomi ferma dal mento, passo il pollice della stessa mano su tutte le labbra, con forza, tanto da spostare il rossetto e trasferirlo sul viso.
«Continua» il suo tono quel giorno era diverso. Più intenso.
Ripresi i miei gesti abituali, con l'unica differenza che il suo cazzo quella mattina era più teso del dovuto, ciò mi facilitò l'ingresso in bocca visto che le mani erano sempre bloccate dietro. Ciò nonostante non venne subito, seppe mantenere la sua resistenza senza difficoltà. E quando fu il momento, mi bloccò la testa contro il mobile dietro di me e mi schizzò la sborra sul viso, ricoprendolo più del solito. Non so cosa fosse successo quella mattina, ma Marco era più eccitato del solito.
Una volta finito, mi aiutò ad alzarmi e mi voltò verso lo specchio sopra il mobile d'ingresso. Tenendomi per la coda, mi fece guardare allo specchio e lì incontrai il mio riflesso.
Marco restò alle mie spalle «Guardati, piccola Alice»
Il rossetto che avevo messo con tanta attenzione prima di arrivare non era più perfetto come all'inizio. Il colore era fuori dai contorni e il mio viso raccontava molto più di quanto avrei voluto. Rimasi in silenzio.
«Vedi qualcosa di diverso?»
Guardando la differenza tra l'Alice che era uscita di casa quella mattina, sicura di aver preparato ogni dettaglio, e quella che ora si trovava davanti allo specchio.
«Sì, Padrone»
«Cosa?» chiese tirando ancora un po' la coda verso di sé.
Esitai. «Che non posso controllare tutto»
«Esatto» avvicinò la sua bocca al mio orecchio, senza però distogliere lo sguardo dal mio attraverso lo specchio «E se le tue amiche ti vedessero adesso?»
Sentii il cuore accelerare leggermente.
Non risposi. «Ieri ti hanno detto che forse stavi scoprendo un lato di te che avevi sempre nascosto»
Abbassai appena lo sguardo
«Guardati» mi intimò.
Lo feci, poi minimizzai «Era solo una battuta, Padrone»
«Forse» il suo tono tornò a essere calmo, per la prima volta quel giorno, ma capii che non aveva intenzione di fermarsi lì. «Ma tu sai che quel lato esiste. Lo conosci già»
Quelle parole mi lasciarono spiazzata. Per un istante cercai una risposta, ma non riuscivo a trovarla.
«Questa è la dimostrazione»
Continuai a guardarlo attraverso il riflesso.
«Di cosa?» sussurrai.
«Del fatto che continui a pensare a quella parte di te come se fosse qualcosa di separato, come se fosse nata col tempo o che ti appartiene solo in certi momenti»
Abbassai lo sguardo. Perché, in fondo, era proprio così che l'avevo sempre vissuta, come una versione diversa di me. Una parte che usciva fuori solo in determinate situazioni e che poi cercavo di lasciare indietro tornando alla mia vita normale.
«Ma non è una persona diversa, Alice» la sua voce mi riportò allo specchio. «Sei sempre tu»
Rimase qualche istante a osservarmi, lasciando che quelle parole che aveva appena pronunciato restassero dentro di me. Poi afferrò l'anello dei polsini e con l'altra mano poggiata sulla schiena mi piegò a 90°, mi sollevò il vestito semplice che avevo indossato quella mattina e, all'improvviso, mi lasciò una sculacciata sul culo. Gemetti urlando un po', non aspettandomi quel gesto. Me ne lasciò una seconda e poi un'altra ancora. Stavolta riuscii a contenermi.
«Potrei prenderti qui oggi. Scoparti e dimostrarti cosa sei» mi sussurrò tornando a guardarmi attraverso lo specchio. La testa tenuta sempre alta dalla coda che tirava leggermente. «Ma non te lo meriti ancora...devi prima scontare tutta la tua punizione o il tuo addestramento»
Il mio respiro si fece più intenso, irregolare. Cercai di mantenerlo sotto controllo, ma ogni inspirazione sembrava tradire la tensione che sentivo crescere dentro di me. Quelle parole mi eccitarono più del dovuto. Da un po' sentivo che la mia figa era bagnata, ma ora, dopo queste sue parole ero sicura che fosse fradicia. Eh si, mi resi conto che una parte di me aspettava e desiderava proprio quello. Essere scopata lì, in quel momento.
Marco sfilò il mio slip e iniziò a passare il medio sul mio ano, lo riconobbi dalla pressione, giocandoci dall'esterno. Inizia a mugolare «Ooh»
Poi portò quello stesso dito, insieme a un altro davanti la mia bocca e mi ordinò di leccarlo e di bagnarlo.
Lo feci mettendoci molta enfasi, cercai di bagnarli il più possibile immaginando dove sarebbero finiti. E infatti, le mie aspettative non si sbagliavano. Spinse prima un dito contro la mia apertura anale e subito dopo un secondo. Mugolai e mi godetti quelle dita dentro di me. A quel punto Marco provò a inserirne un terzo, ma per istinto mi irrigidii bloccandoli l'accesso. Lui non accolse bene quel mio gesto, uscì entrambe le dita lasciandomi un senso di vuoto dentro e mi lasciò una sculacciata.
«Non fare resistenza» mi intimò col tono duro di quella mattina «Lasciati ispezionare»
Provai a seguire le sue parole e cercai di rilassarmi, rilassando anche l'ano. Lui si abbassò e sputò dritto su quest'ultimo, poi con le dita spalma la sua saliva contro e spinge cercando di farsi largo. Iniziai a mugolare e gemere più forte.
«Padrone» dissi con voce spezzata dal piacere.
Marco ignorò la mia voce e continuò a spingere e a farsi largo dentro, finché dopo qualche minuto non riuscii ad accogliere entrambe le sue tre dita dentro.
«Ci sono progressi» mugolò anche lui continuando a muovere le dita dentro e fuori, e provando a ruotarle in piccoli cerchi per allargarlo.
Quando si accorse che quel trattamento mi stava spingendo al punto di godere, mi lasciò due forti sculacciate su una natica. Inizia a percepire un leggero bruciore e la mia espressione dovette tradirmi, perché Marco se ne accorse immediatamente, ma non smise. Me ne lasciò ancora altre due sullo stesso punto, mentre non smetteva di muovere le sue dita all'interno.
Con un po' di fatica riuscii a distogliere la mia attenzione dal piacere che stavo sentendo e a riportare l'attenzione dove Marco voleva che fosse, ovvero sul bruciore. Quando notò che era riuscito a distarmi, tolse le dita e allargò le natiche. Non potetti vedermi, ma sentii la mia apertura allargarsi con loro. Poi Marco me lo confermò.
«Un ottimo lavoro, ancora qualche passo e tornerai al tuo massimo»
Marco lasciò lentamente la presa e fece un passo indietro, sganciando i polsini e tornando a osservare il mio viso attraverso lo specchio.
«Vai a sistemarti» disse con la consueta calma.
Annuii in silenzio. Avevo ancora il respiro irregolare e sentivo il bisogno di raccogliere i pensieri. Mi voltai e raggiunsi il bagno, chiudendomi la porta alle mie spalle, mi appoggiai per un istante al lavandino, osservando ancora una volta il mio riflesso nello specchio. Il viso era ricoperto di sborra ormai asciutta e il rossetto era tutto sbavato. Inspirai profondamente e iniziai a sistemarmi, cercando di cancellare dal volto ogni traccia di quel momento e sistemai di nuovo la coda che nel tirare si era sfatta. Solo allora mi accorsi di un dettaglio, non avevo portato con me nulla per ritoccare il trucco.
Aprii la borsa nella speranza di trovare almeno una salvietta struccante, ma non c'era niente. L'unica cosa che potevo fare era usare un po' d'acqua e sapone. Mi osservai allo specchio mentre cercavo di sistemare il rossetto con le dita inumidite. Migliorò appena, ma era evidente che il risultato fosse ben lontano da quello di quando ero arrivata.
Sospirai piano e pensai di dover rimediare. Da quel giorno avrei lasciato anche qualche prodotto per il trucco nella borsa che portavo da Marco.
Quando tornai in soggiorno lo trovai comodamente seduto sul divano. Aveva il telefono all'orecchio e stava parlando con qualcuno. Dal tono della conversazione e da alcune parole che riuscivo a cogliere, capii subito che si trattava di questioni di lavoro. Non disse nulla quando mi vide. Mi limitai ad avvicinarmi in silenzio, facendo attenzione a non disturbarlo. Mi posizionai ai piedi del divano, con lo sguardo basso, aspettando che terminasse la chiamata.
Marco non ebbe alcuna fretta, continuò a parlare con la stessa calma di sempre e solo quando concluse la conversazione appoggiò il telefono sul tavolino davanti a sé.
Fu allora che tornò finalmente a rivolgere tutta la sua attenzione verso di me.
Osservò attentamente il mio viso «Non sei riuscita a sistemarti?»
«Ho fatto quello che potevo, Padrone» ammisi. «Non avevo nulla con me per sistemare davvero il trucco. Ho usato solo un po' d'acqua»
Il suo sguardo rimase su di me, come se stesse valutando qualcosa. Si limitò ad annuire.
«Va bene» poi si alzò dal divano. «Per oggi abbiamo finito»
Mi rimisi in piedi, accettando la mano che mi porgeva «Grazie, Padrone»
Recuperò le chiavi di casa «Andiamo» e lo seguii fino all'ingresso.
Una volta fuori richiuse la porta alle nostre spalle.
«Buona giornata, Padrone» accennai un sorriso.
«Buon lavoro, Alice.»
Mi incamminai verso il cancello, mentre lui si diresse verso il garage per recuperare l'auto.
Tornai a casa, pranzai preparandomi qualcosa di fresco e mi sistemai per andare a lavorare. Per il resto del pomeriggio e della sera non lo sentii.
6 Agosto 2026
Il giorno seguente iniziò come ormai era diventata abitudine. La sveglia all'alba, la fotografia inviata a Marco, l'ora trascorsa a casa sua e poi il lavoro.
Terminato il turno rientrai a casa solo il tempo necessario per preparare uno zaino con il cambio per la notte e recuperare tutto ciò che mi sarebbe servito per il concerto. In quel momento ricevetti un messaggio.
M. Marco:
"Fai attenzione. Divertiti, ma resta sempre lucida"
Sorrisi leggendo quelle parole. Alle tre del pomeriggio partimmo in direzione Alghero, per il concerto di Blanco. Eravamo divisi su due auto e, come spesso accadeva quando organizzavamo uscite fuori città, Lorenzo e Luca erano gli autisti che passava a prenderci direttamente a casa.
In realtà non tutti eravamo fan di Blanco. Anzi, quel concerto interessava soprattutto ai ragazzi del gruppo, ma noi avevamo deciso di andare tutti insieme comunque. Era una di quelle regole non scritte che, negli anni, erano nate spontaneamente tra noi: quando uno degli artisti che piacevano a qualcuno veniva in Sardegna, si partiva insieme. Poco importava se gli altri conoscessero tutte le canzoni o solo un paio. Il concerto diventava semplicemente un'altra occasione per condividere un'esperienza, passare una serata insieme e creare nuovi ricordi.
Arrivammo nel tardo pomeriggio, giusto in tempo per raggiungere l'anfiteatro. L'energia era già altissima e ci lasciammo coinvolgere completamente dalla musica, ridendo, ballando e vivendo quella serata con la leggerezza che solo un concerto tra amici riesce a regalare.
Rientrammo in hotel stanchi, con la voce ormai quasi sparita, ma con la sensazione di aver vissuto una di quelle serate che si ricordano per tutta la vita.
7 Agosto 2026
ll venerdì mattina fu diverso dal solito. Sapevo già che non sarei riuscita a presentarmi da Marco. Il viaggio di ritorno da Alghero e il turno del pomeriggio non mi avrebbero lasciato il tempo necessario, così lo avevo avvisato per tempo. Marco non aveva fatto obiezioni, aveva compreso la situazione. Anche quello faceva parte del nostro percorso: non tutto doveva essere sempre uguale, e imparare a gestire gli imprevisti era una parte importante.
Per la prima volta dopo mesi, durante una settimana lavorativa, non dovetti impostare la sveglia prima dell'alba, potetti dormire qualche ora in più e recuperare le energie. Eppure, quando mi svegliai, il primo gesto che feci fu prendere il telefono e mandare una foto a Marco. Non era una richiesta, ma ormai quella abitudine era entrata nella mia quotidianità.
La sua risposta arrivò dopo poco, mi disse che aveva apprezzato quella scelta.
Dopo esserci sistemati, ci fermammo al bar per la colazione e poi tornammo a Cagliari, dove arrivammo verso le 12. Giusto in tempo per una doccia prima del turno al lavoro.
Il pomeriggio passò più lentamente rispetto agli altri giorni. Ero ancora stanca dal viaggio, ma felice per la serata appena trascorsa. Tra un cliente e l'altro mi ritrovai più volte a sorridere ripensando alle battute in macchina, alle canzoni cantate a squarciagola e a quanto fosse semplice, a volte, stare bene.
8 e 9 Agosto 2026
Il weekend trascorse in modo decisamente più tranquillo. Il sabato rimasi a casa.
Dopo una settimana piena d'impegni, turni e spostamenti, avevo bisogno semplicemente di rallentare. Mi dedicai alle piccole cose che avevo trascurato nei giorni precedenti: sistemare casa, riposarmi e recuperare un po' di tempo per me.
La domenica invece fu dedicata al mare.
Raggiunsi gli amici come avevamo programmato e trascorremmo la giornata tra risate, bagni e momenti di assoluta normalità.
Nei mesi, avevo imparato che vivere quel percorso non significava dimenticare tutto il resto, significava riuscire a trovare un equilibrio tra le diverse parti di me.
5 Agosto 2026
Parcheggiai davanti a casa di Marco qualche minuto prima delle sette e un quarto. Spensi il motore, ma non scesi subito.
Accanto a me, sul sedile del passeggero, c'era la mia borsa. Dentro avevo messo il rossetto che avevo comprato il giorno precedente, prima di uscire di casa quella mattina. La aprii e lo tirai fuori, abbassai lo specchietto parasole e inizia a metterlo.
Una volta applicato rimasi a guardarmi. Il colore era decisamente più intenso di quelli che usavo abitualmente. Per un istante fui tentata di attenuarlo, ma sapevo già che se Marco se ne fosse accorto avrebbe capito immediatamente cosa avevo fatto, così lo lasciai esattamente com'era.
Alle sette e un quarto, scesi dall'auto ed entrai nella villetta. Come ormai facevo da giorni, dove aver lasciato la borsa e le chiavi nel solito posto, mi inginocchiai in posizione sul cuscino.
Marco comparve dopo qualche secondo e si fermò davanti a me.
«Buongiorno, Padrone» dissi, mentre il suo sguardo si soffermò sul mio viso, sul rossetto.
Non disse nulla. Quel silenzio, ormai, lo conoscevo bene, era il suo modo di osservare e di valutare. Quando capii che non avrebbe fatto commenti a riguardo, procedetti con la mia solita routine.
Non so se fu un caso o una scelta precisa, ma quel giorno indossò degli slip bianchi e quando fu il momento di lasciarli un bacio, lo guardai per un attimo da giù. Senza distogliere lo sguardo dal suo mi avvicinai e gli lascia l'impronta delle mie labbra sugli slip, poi tornai a guardare giù e afferrai il bordo per abbassarli. Marco però mi bloccò e afferrandomi il mento mi sollevò la testa riportando a unire i nostri sguardi.
«Mi stai sfidando?» mi chiese con voce roca.
«No, Padrone» risposi sincera. Non volevo sfidarlo, solo provocarlo e dimostrargli quanto iniziavo a sentirmi più sicura nei gesti con lui. Dal suo canto, tenendomi ferma dal mento, passo il pollice della stessa mano su tutte le labbra, con forza, tanto da spostare il rossetto e trasferirlo sul viso.
«Continua» il suo tono quel giorno era diverso. Più intenso.
Ripresi i miei gesti abituali, con l'unica differenza che il suo cazzo quella mattina era più teso del dovuto, ciò mi facilitò l'ingresso in bocca visto che le mani erano sempre bloccate dietro. Ciò nonostante non venne subito, seppe mantenere la sua resistenza senza difficoltà. E quando fu il momento, mi bloccò la testa contro il mobile dietro di me e mi schizzò la sborra sul viso, ricoprendolo più del solito. Non so cosa fosse successo quella mattina, ma Marco era più eccitato del solito.
Una volta finito, mi aiutò ad alzarmi e mi voltò verso lo specchio sopra il mobile d'ingresso. Tenendomi per la coda, mi fece guardare allo specchio e lì incontrai il mio riflesso.
Marco restò alle mie spalle «Guardati, piccola Alice»
Il rossetto che avevo messo con tanta attenzione prima di arrivare non era più perfetto come all'inizio. Il colore era fuori dai contorni e il mio viso raccontava molto più di quanto avrei voluto. Rimasi in silenzio.
«Vedi qualcosa di diverso?»
Guardando la differenza tra l'Alice che era uscita di casa quella mattina, sicura di aver preparato ogni dettaglio, e quella che ora si trovava davanti allo specchio.
«Sì, Padrone»
«Cosa?» chiese tirando ancora un po' la coda verso di sé.
Esitai. «Che non posso controllare tutto»
«Esatto» avvicinò la sua bocca al mio orecchio, senza però distogliere lo sguardo dal mio attraverso lo specchio «E se le tue amiche ti vedessero adesso?»
Sentii il cuore accelerare leggermente.
Non risposi. «Ieri ti hanno detto che forse stavi scoprendo un lato di te che avevi sempre nascosto»
Abbassai appena lo sguardo
«Guardati» mi intimò.
Lo feci, poi minimizzai «Era solo una battuta, Padrone»
«Forse» il suo tono tornò a essere calmo, per la prima volta quel giorno, ma capii che non aveva intenzione di fermarsi lì. «Ma tu sai che quel lato esiste. Lo conosci già»
Quelle parole mi lasciarono spiazzata. Per un istante cercai una risposta, ma non riuscivo a trovarla.
«Questa è la dimostrazione»
Continuai a guardarlo attraverso il riflesso.
«Di cosa?» sussurrai.
«Del fatto che continui a pensare a quella parte di te come se fosse qualcosa di separato, come se fosse nata col tempo o che ti appartiene solo in certi momenti»
Abbassai lo sguardo. Perché, in fondo, era proprio così che l'avevo sempre vissuta, come una versione diversa di me. Una parte che usciva fuori solo in determinate situazioni e che poi cercavo di lasciare indietro tornando alla mia vita normale.
«Ma non è una persona diversa, Alice» la sua voce mi riportò allo specchio. «Sei sempre tu»
Rimase qualche istante a osservarmi, lasciando che quelle parole che aveva appena pronunciato restassero dentro di me. Poi afferrò l'anello dei polsini e con l'altra mano poggiata sulla schiena mi piegò a 90°, mi sollevò il vestito semplice che avevo indossato quella mattina e, all'improvviso, mi lasciò una sculacciata sul culo. Gemetti urlando un po', non aspettandomi quel gesto. Me ne lasciò una seconda e poi un'altra ancora. Stavolta riuscii a contenermi.
«Potrei prenderti qui oggi. Scoparti e dimostrarti cosa sei» mi sussurrò tornando a guardarmi attraverso lo specchio. La testa tenuta sempre alta dalla coda che tirava leggermente. «Ma non te lo meriti ancora...devi prima scontare tutta la tua punizione o il tuo addestramento»
Il mio respiro si fece più intenso, irregolare. Cercai di mantenerlo sotto controllo, ma ogni inspirazione sembrava tradire la tensione che sentivo crescere dentro di me. Quelle parole mi eccitarono più del dovuto. Da un po' sentivo che la mia figa era bagnata, ma ora, dopo queste sue parole ero sicura che fosse fradicia. Eh si, mi resi conto che una parte di me aspettava e desiderava proprio quello. Essere scopata lì, in quel momento.
Marco sfilò il mio slip e iniziò a passare il medio sul mio ano, lo riconobbi dalla pressione, giocandoci dall'esterno. Inizia a mugolare «Ooh»
Poi portò quello stesso dito, insieme a un altro davanti la mia bocca e mi ordinò di leccarlo e di bagnarlo.
Lo feci mettendoci molta enfasi, cercai di bagnarli il più possibile immaginando dove sarebbero finiti. E infatti, le mie aspettative non si sbagliavano. Spinse prima un dito contro la mia apertura anale e subito dopo un secondo. Mugolai e mi godetti quelle dita dentro di me. A quel punto Marco provò a inserirne un terzo, ma per istinto mi irrigidii bloccandoli l'accesso. Lui non accolse bene quel mio gesto, uscì entrambe le dita lasciandomi un senso di vuoto dentro e mi lasciò una sculacciata.
«Non fare resistenza» mi intimò col tono duro di quella mattina «Lasciati ispezionare»
Provai a seguire le sue parole e cercai di rilassarmi, rilassando anche l'ano. Lui si abbassò e sputò dritto su quest'ultimo, poi con le dita spalma la sua saliva contro e spinge cercando di farsi largo. Iniziai a mugolare e gemere più forte.
«Padrone» dissi con voce spezzata dal piacere.
Marco ignorò la mia voce e continuò a spingere e a farsi largo dentro, finché dopo qualche minuto non riuscii ad accogliere entrambe le sue tre dita dentro.
«Ci sono progressi» mugolò anche lui continuando a muovere le dita dentro e fuori, e provando a ruotarle in piccoli cerchi per allargarlo.
Quando si accorse che quel trattamento mi stava spingendo al punto di godere, mi lasciò due forti sculacciate su una natica. Inizia a percepire un leggero bruciore e la mia espressione dovette tradirmi, perché Marco se ne accorse immediatamente, ma non smise. Me ne lasciò ancora altre due sullo stesso punto, mentre non smetteva di muovere le sue dita all'interno.
Con un po' di fatica riuscii a distogliere la mia attenzione dal piacere che stavo sentendo e a riportare l'attenzione dove Marco voleva che fosse, ovvero sul bruciore. Quando notò che era riuscito a distarmi, tolse le dita e allargò le natiche. Non potetti vedermi, ma sentii la mia apertura allargarsi con loro. Poi Marco me lo confermò.
«Un ottimo lavoro, ancora qualche passo e tornerai al tuo massimo»
Marco lasciò lentamente la presa e fece un passo indietro, sganciando i polsini e tornando a osservare il mio viso attraverso lo specchio.
«Vai a sistemarti» disse con la consueta calma.
Annuii in silenzio. Avevo ancora il respiro irregolare e sentivo il bisogno di raccogliere i pensieri. Mi voltai e raggiunsi il bagno, chiudendomi la porta alle mie spalle, mi appoggiai per un istante al lavandino, osservando ancora una volta il mio riflesso nello specchio. Il viso era ricoperto di sborra ormai asciutta e il rossetto era tutto sbavato. Inspirai profondamente e iniziai a sistemarmi, cercando di cancellare dal volto ogni traccia di quel momento e sistemai di nuovo la coda che nel tirare si era sfatta. Solo allora mi accorsi di un dettaglio, non avevo portato con me nulla per ritoccare il trucco.
Aprii la borsa nella speranza di trovare almeno una salvietta struccante, ma non c'era niente. L'unica cosa che potevo fare era usare un po' d'acqua e sapone. Mi osservai allo specchio mentre cercavo di sistemare il rossetto con le dita inumidite. Migliorò appena, ma era evidente che il risultato fosse ben lontano da quello di quando ero arrivata.
Sospirai piano e pensai di dover rimediare. Da quel giorno avrei lasciato anche qualche prodotto per il trucco nella borsa che portavo da Marco.
Quando tornai in soggiorno lo trovai comodamente seduto sul divano. Aveva il telefono all'orecchio e stava parlando con qualcuno. Dal tono della conversazione e da alcune parole che riuscivo a cogliere, capii subito che si trattava di questioni di lavoro. Non disse nulla quando mi vide. Mi limitai ad avvicinarmi in silenzio, facendo attenzione a non disturbarlo. Mi posizionai ai piedi del divano, con lo sguardo basso, aspettando che terminasse la chiamata.
Marco non ebbe alcuna fretta, continuò a parlare con la stessa calma di sempre e solo quando concluse la conversazione appoggiò il telefono sul tavolino davanti a sé.
Fu allora che tornò finalmente a rivolgere tutta la sua attenzione verso di me.
Osservò attentamente il mio viso «Non sei riuscita a sistemarti?»
«Ho fatto quello che potevo, Padrone» ammisi. «Non avevo nulla con me per sistemare davvero il trucco. Ho usato solo un po' d'acqua»
Il suo sguardo rimase su di me, come se stesse valutando qualcosa. Si limitò ad annuire.
«Va bene» poi si alzò dal divano. «Per oggi abbiamo finito»
Mi rimisi in piedi, accettando la mano che mi porgeva «Grazie, Padrone»
Recuperò le chiavi di casa «Andiamo» e lo seguii fino all'ingresso.
Una volta fuori richiuse la porta alle nostre spalle.
«Buona giornata, Padrone» accennai un sorriso.
«Buon lavoro, Alice.»
Mi incamminai verso il cancello, mentre lui si diresse verso il garage per recuperare l'auto.
Tornai a casa, pranzai preparandomi qualcosa di fresco e mi sistemai per andare a lavorare. Per il resto del pomeriggio e della sera non lo sentii.
6 Agosto 2026
Il giorno seguente iniziò come ormai era diventata abitudine. La sveglia all'alba, la fotografia inviata a Marco, l'ora trascorsa a casa sua e poi il lavoro.
Terminato il turno rientrai a casa solo il tempo necessario per preparare uno zaino con il cambio per la notte e recuperare tutto ciò che mi sarebbe servito per il concerto. In quel momento ricevetti un messaggio.
M. Marco:
"Fai attenzione. Divertiti, ma resta sempre lucida"
Sorrisi leggendo quelle parole. Alle tre del pomeriggio partimmo in direzione Alghero, per il concerto di Blanco. Eravamo divisi su due auto e, come spesso accadeva quando organizzavamo uscite fuori città, Lorenzo e Luca erano gli autisti che passava a prenderci direttamente a casa.
In realtà non tutti eravamo fan di Blanco. Anzi, quel concerto interessava soprattutto ai ragazzi del gruppo, ma noi avevamo deciso di andare tutti insieme comunque. Era una di quelle regole non scritte che, negli anni, erano nate spontaneamente tra noi: quando uno degli artisti che piacevano a qualcuno veniva in Sardegna, si partiva insieme. Poco importava se gli altri conoscessero tutte le canzoni o solo un paio. Il concerto diventava semplicemente un'altra occasione per condividere un'esperienza, passare una serata insieme e creare nuovi ricordi.
Arrivammo nel tardo pomeriggio, giusto in tempo per raggiungere l'anfiteatro. L'energia era già altissima e ci lasciammo coinvolgere completamente dalla musica, ridendo, ballando e vivendo quella serata con la leggerezza che solo un concerto tra amici riesce a regalare.
Rientrammo in hotel stanchi, con la voce ormai quasi sparita, ma con la sensazione di aver vissuto una di quelle serate che si ricordano per tutta la vita.
7 Agosto 2026
ll venerdì mattina fu diverso dal solito. Sapevo già che non sarei riuscita a presentarmi da Marco. Il viaggio di ritorno da Alghero e il turno del pomeriggio non mi avrebbero lasciato il tempo necessario, così lo avevo avvisato per tempo. Marco non aveva fatto obiezioni, aveva compreso la situazione. Anche quello faceva parte del nostro percorso: non tutto doveva essere sempre uguale, e imparare a gestire gli imprevisti era una parte importante.
Per la prima volta dopo mesi, durante una settimana lavorativa, non dovetti impostare la sveglia prima dell'alba, potetti dormire qualche ora in più e recuperare le energie. Eppure, quando mi svegliai, il primo gesto che feci fu prendere il telefono e mandare una foto a Marco. Non era una richiesta, ma ormai quella abitudine era entrata nella mia quotidianità.
La sua risposta arrivò dopo poco, mi disse che aveva apprezzato quella scelta.
Dopo esserci sistemati, ci fermammo al bar per la colazione e poi tornammo a Cagliari, dove arrivammo verso le 12. Giusto in tempo per una doccia prima del turno al lavoro.
Il pomeriggio passò più lentamente rispetto agli altri giorni. Ero ancora stanca dal viaggio, ma felice per la serata appena trascorsa. Tra un cliente e l'altro mi ritrovai più volte a sorridere ripensando alle battute in macchina, alle canzoni cantate a squarciagola e a quanto fosse semplice, a volte, stare bene.
8 e 9 Agosto 2026
Il weekend trascorse in modo decisamente più tranquillo. Il sabato rimasi a casa.
Dopo una settimana piena d'impegni, turni e spostamenti, avevo bisogno semplicemente di rallentare. Mi dedicai alle piccole cose che avevo trascurato nei giorni precedenti: sistemare casa, riposarmi e recuperare un po' di tempo per me.
La domenica invece fu dedicata al mare.
Raggiunsi gli amici come avevamo programmato e trascorremmo la giornata tra risate, bagni e momenti di assoluta normalità.
Nei mesi, avevo imparato che vivere quel percorso non significava dimenticare tutto il resto, significava riuscire a trovare un equilibrio tra le diverse parti di me.
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