Sotto la Tua guida - Capitolo 21 • II

di
genere
dominazione

12 Agosto 2026
***
La sera prima, poco dopo essere tornata a casa, ricevetti un messaggio da Marco.

M. Marco:
"Domani mattina non venire da me e non serve svegliarti all'alba"

Rimasi qualche secondo a guardare lo schermo. Era una frase semplice, ma mi sorprese, perché fino a quel momento avevamo seguito una certa routine e non avevo ricevuto comunicazioni d'interruzione. Quindi non capivo, ma non feci domande, avevo imparato che non tutto doveva essere immediatamente chiarito.

Alice:
"Va bene, Padrone"
***

Quella mattina, quindi, mi svegliai alle sei e quarantacinque, come facevo all'inizio. Era strano non avere un appuntamento da rispettare fuori casa, ma ciò non significava che la giornata dovesse iniziare diversamente. Come facevo ormai automaticamente, presi il telefono e mandai a Marco il buongiorno. Poi continuai con la routine, che su sua richiesta, avevo un po' accantonato. Scivolai in posizione di attesa di fronte allo specchio e rimasi ferma così per 5 minuti in silenzio.
Quel silenzio, però, contrastava con i rumori provenienti dal corridoio. Sentivo i miei genitori muoversi per casa, prepararsi per affrontare la loro giornata di lavoro, parlare tra loro come ogni mattina. La vita fuori da quella stanza continuava normalmente. Eppure, in quel momento, io ero ancora dentro il mio piccolo spazio fatto di abitudini che, ormai, avevano assunto un significato diverso.
Quando terminai, mi alzai e iniziai a prepararmi. Non dovendo uscire subito, scelsi qualcosa di semplice e comodo.
Una volta vestita, presi il telefono e scattai una foto, che girai a Marco.
Dopo di che rimasi un po' nella mia stanza. Nelle ultime settimane ero uscita di casa molto spesso all'alba e avevo avuto l'impressione che le spiegazioni date ai miei genitori non li avessero convinti fino in fondo. Quella mattina, invece, non avevo nessun appuntamento da raggiungere, quindi preferii restare in camera finché non fossero usciti di casa, lasciando che pensassero stessi semplicemente dormendo.
In fondo, così, era anche più semplice dimostrare che, quando ero libera, non avevo alcun motivo di alzarmi presto. Ne approfittai per controllare un po' i social e controllare le email che ultimamente avevo ignorato.
Alle otto sentii finalmente la porta di casa chiudersi, ma aspettai ancora qualche secondo, poi uscii dalla stanza e scesi in cucina, dove mi preparai la colazione con calma.
Non passò molto tempo prima che sentissi dei passi sulle scale. Mio fratello comparve ancora assonnato, con l'aria di chi si era appena svegliato.
Si fermò a guardarmi. «Ma tu che ci fai già vestita a quest'ora?»
Sorrisi. «Sono sveglia da un po'. Con questo caldo non riuscivo più a dormire, quindi ho pensato di approfittarne»
Lui fece spallucce e si sedette a tavola. «Strano vederti operativa così presto»
Risi. Facemmo colazione insieme, parlando del più e del meno. Dopo qualche minuto iniziai a sistemare la cucina e poi tornai nella mia stanza per dedicarmi alla pulizia, visto che avevo ancora un po' di tempo prima di andare al lavoro.
Dopo circa quarantacinque minuti mio fratello uscì di casa. Quando sentii la porta chiudersi, misi un po' di musica e continuai a sistemare la stanza, lasciandomi accompagnare dalle canzoni mentre procedevo con le mie faccende.

La mattina sembrava scorrere normalmente, finché, intorno alle nove, il citofono suonò improvvisamente. Mi fermai con il panno ancora in mano e abbassai il volume della musica.
Guardai l'orologio: le nove in punto. Aggrottai appena la fronte perché non aspettavo nessuno, ma pensai subito a un corriere. Mio fratello ordinava spesso qualcosa online e non sarebbe stata la prima volta che un pacco arrivava mentre lui era fuori casa. Mi avvicinai al citofono senza particolare fretta.
«Chi è?»
Per un istante sentii solo un leggero fruscio, poi una voce. «Alice»
Rimasi immobile. Avrei riconosciuto quella voce tra mille.
«Marco..?»
Il cuore mi accelerò all'istante. Premetti il pulsante di apertura quasi automaticamente. La sera prima mi aveva detto di non andare da lui, ma non avevo minimamente immaginato che sarebbe stato lui a venire da me.
Inspirai, cercando di calmarmi e mi diressi verso la porta d'ingresso. Passando davanti l'ingresso il mio sguardo si fermò sullo specchio, mi guardai e solo allora mi resi conto di essere tutt'altro che in ordine.
I capelli erano raccolti velocemente, qualche ciocca era già sfuggita dallo chignon fatto un po' a caso con una matita e indossavo ancora gli abiti comodi, quali un pantaloncino e una canotta, che avevo scelto per dedicarmi alle faccende di casa.
Istintivamente portai una mano ai capelli, cercando almeno di sistemarli. Poi sentii i suoi passi sulle scale, non c'era più tempo. Inspirai profondamente e aprii la porta.
Marco salì gli ultimi gradini con la tranquillità di sempre. Quando si fermò davanti a me, accennò un lieve sorriso.
«Buongiorno, Alice»
«Buongiorno...Padrone» mormorai a voce bassa.
Mi feci da parte per lasciarlo entrare.
«Sei sola, vero?»
Annuii. «I miei sono al lavoro e mio fratello è uscito da poco»
Solo allora entrò, richiudendosi la porta alle spalle e il suo sguardo si posò su di me, notando subito il mio lieve imbarazzo.
«Non ti aspettavi di vedermi»
Scossi appena la testa. «No, Padrone»
Accennò un sorriso. «Si vede»
Abbassai istintivamente lo sguardo sui miei vestiti.
«Mi dispiace... non sono molto in ordine»
«Eri a casa tua, Alice, e non ti avevo detto che sarei passato»
Quelle parole bastarono a farmi rilassare. Poi abbassò lo sguardo verso ciò che teneva ancora tra le mani.
«Ma l'ho fatto perché dovevo lasciarti una cosa»
La osservai incuriosita. «Cos'è?»
«Qualcosa che ti servirà»
Aggrottai la fronte. «Posso sapere a cosa serve, Padrone?»
Scosse lentamente la testa. «Lo scoprirai tra poco»
Continuavo a guardare quella scatola, cercando d'immaginare cosa potesse contenere. Senza aggiungere altro si avvicinò al tavolo del soggiorno e appoggiò la scatola, poi tornò a guardare me.
«Prima, però, c'è un'altra cosa»
Sentii il cuore accelerare, mentre raggiunse il divano e si accomodò con la naturalezza di sempre. Il suo sguardo rimase fisso sul mio.
«Vieni»
Obbedii senza esitare. Mi avvicinai fino a fermarmi davanti a lui, in attesa della sua prossima indicazione. Con un gesto lento mi tolse l'elastico che portavo al polso, sciolse i capelli e li raccolse in una coda.
Quando ebbe finito, mi guardò negli occhi.
«Adempi al tuo compito»
Non ebbi bisogno di chiedere altro, compresi immediatamente a cosa si riferisse.
«Sì, Padrone»
Mi inginocchiai e come ogni mattina, ripetei uno dopo l'altro i gesti a cui ormai ero abituata, solo che quella volta eravamo a casa mia, e quella semplice differenza cambiava tutto. Mi accorsi di essere più tesa del solito, lui se ne accorse.
Marco aveva sempre avuto la capacità di notare anche i cambiamenti più piccoli.
«Sei più rigida del solito»
Abbassai appena lo sguardo. Aveva ragione, non era facile ammetterlo, ma quella mattina una parte di me era ancora distratta da tutto ciò che mi circondava.
«Mi dispiace, Padrone» dissi allontanando per un attimo il cazzo dalla mia bocca «Cercherò di concentrarmi di più»
Ripresi il lavoro di bocca, cercando di lasciare andare quella tensione che non aveva davvero motivo di esserci. Quella era casa mia, era vero, ma il percorso che avevamo costruito non dipendeva da un luogo. Dipendeva da me. Lo portai quasi al limite, quando all'improvviso mi fermò. Alzai lo sguardo di scatto, convinta di aver commesso qualche errore e lo guardai cercando di capire cosa avessi fatto di sbagliato. Lui, però, ignorò completamente la mia espressione, il suo volto rimase impassibile.
«Vai a prendere la scatola e portamela qui»
Rimasi un attimo perplessa sul perché non volesse che lo facessi venire, ma annuii senza fare domande.
Mi alzai, raggiunsi il tavolo del soggiorno e presi con entrambe le mani la piccola scatola che aveva lasciato poco prima, la riportai davanti a lui.
«Giù, ai miei piedi» mi ordinò.
Obbedii immediatamente, prendendo posto davanti al divano. Marco posò una mano sulla scatola senza ancora aprirla.
«Secondo te cosa contiene?»
Abbassai lo sguardo su quel piccolo pacco. Lo osservai da ogni angolazione, come se potessi indovinarne il contenuto soltanto dal peso o dalle dimensioni.
«Sinceramente... non ne ho idea, Padrone»
Lui annuì lentamente, come se quella fosse l'unica risposta che si aspettasse.
«Bene» lasciò passare qualche minuto, aumentando la mia curiosità «Allora aprila»
Esitai appena, sentendo addosso il peso della sua attenzione. Portai le mani alla scatola e iniziai a sciogliere con delicatezza il nastro che la teneva chiusa. Il cuore mi batteva più forte del normale. Sollevai lentamente il coperchio. Il contenuto apparve davanti ai miei occhi e rimasi sorpresa, non mi aspettavo minimamente che fosse quello.
Guardai la scatola, poi Marco. «Padrone...»
Marco osservò la mia espressione con calma.
«Li riconosci?»
Certo che li riconoscevo. Era proprio quello ad avermi lasciata senza parole.
Fino a quel momento erano sempre rimasti a casa sua, custoditi nei cassetti della sua camera. Vederli lì, sul divano di casa mia, aveva qualcosa d'irreale.
Annuii lentamente. «Non capisco...» ammisi.
Marco si appoggiò allo schienale del divano.
«Non c'è molto da capire»
«Perché li hai portati qui?» osai chiedere.
«Perché sono tuoi»
Quelle tre parole mi fecero abbassare di nuovo lo sguardo sulla scatola. Mi tornarono alla mente le sue parole di mesi prima.
'Quello che è stato usato da altri non entrerà nel mio controllo. Se voglio qualcosa per te, lo sceglierò io. Sarà nuovo e sarà mio'
All'epoca non avevo compreso fino in fondo il significato di quella frase, ma adesso sì. Non aveva semplicemente sostituito ciò che aveva buttato, aveva mantenuto la parola.
«Ma sono sempre rimasti da te, Padrone»
«Finora»
Rimasi in silenzio.
«E adesso?»
Marco sostenne il mio sguardo.
«Adesso te ne prenderai cura tu»
Sbarrai gli occhi. «Per quale motivo?»
«Perché voglio che impari una cosa»
«Quale?» sussurrai.
«Che possedere qualcosa e poterla usare non sono la stessa cosa»
Aggrottai leggermente la fronte.
«Da oggi resteranno qui» Il suo sguardo si fissò nel mio. «E resteranno qui finché non sarò io a dirti diversamente»
Li guardai per l'ennesima volta. Sapere che sarebbero rimasti ogni giorno nella mia stanza, a pochi passi da me, cambiava completamente il modo in cui li guardavo.
«Li vedrai ogni giorno, saprai che sono lì» continuò Marco «Ma non dimenticare una cosa: il fatto che siano nella tua camera non significa che siano a tua disposizione»
«Non lo dimenticherò, Padrone»
«Brava la mia ragazza» disse afferrandomi delicatamente il mento.
Prima che potessi realizzare cosa stesse facendo, le sue labbra sfiorarono le mie. Rimasi immobile.
Non fu un bacio lungo e nemmeno passionale. Ma proprio per questo mi colpì più di quanto avrebbe fatto qualsiasi altro gesto. Marco non era solito concedere quel tipo di vicinanza, per lui un bacio aveva un significato diverso.
Quando si allontanò, continuai a guardarlo per qualche istante, ancora sorpresa.
Sentivo il cuore battere più forte e, senza accorgermene, un lieve sorriso cercò di affiorare sul mio volto.
Lui, però, era già tornato quello di sempre. Come se quel momento fosse esistito solo per pochi secondi.
«Adesso prendi la scatola e saliamo in camera tua»
Annuii immediatamente. «Sì, Padrone»
Raccolsi la scatola con entrambe le mani e mi avviai verso le scale, domandandomi cosa avesse ancora in mente per me.

Entrammo in camera e Marco si guardò intorno per un istante, poi afferrò la sedia della scrivania, la ruotò verso il letto e vi si accomodò con calma.
Indicò la scatola. «Tira fuori tutto e disponili sul letto. Poi osservali attentamente»
Annuii. Aprii nuovamente il coperchio e iniziai a estrarre gli oggetti uno alla volta, disponendoli con ordine sul copriletto, mentre li osservavo. Alcuni mi erano ormai familiari, altri erano completamente nuovi.
C'era il set da tre plug che avevo indossato fino a pochi giorni prima, tre bottigliette di detergente per la pulizia dei toy, due confezioni di salviette detergenti e le pinze per i capezzoli con il piumino. E poi trovai anche una pochette rosa di medie dimensioni, una coppia di anello per capezzoli a calamita, una pompetta anale e un ovetto vibrante.
Marco seguiva ogni mio movimento senza interrompermi. Quando ebbi finito, il letto era occupato da tutto il contenuto della scatola, disposto con la precisione che lui si aspettava.
Poi indicò la pochette. «Adesso riponi tutto con attenzione, tranne ciò che serve per la manutenzione»
Iniziai a farlo, prendendo ogni oggetto con cura e sistemandolo al suo interno. Quando ebbi terminato, chiusi la pochette e alzai lo sguardo verso di lui.
«I detergenti e la pochette non resteranno nascosti» lo ascoltai «Troverai un posto nella tua camera dove siano sempre ben visibili»
Aggrottai appena la fronte. «Ben visibili, Padrone?»
«Esatto. Voglio che siano sempre sotto il tuo sguardo»
Non riuscii a nascondere una punta di esitazione.
«E se qualcuno dovesse notarli?»
«Non ti ho detto di lasciarli in mezzo alla stanza. Ti ho detto di tenerli dove il tuo sguardo possa incontrarli ogni giorno»
Quelle parole allontanarono immediatamente il dubbio. Non dovevano essere esposti, dovevano essere presenti.
«Fallo adesso» continuò.
Presi la pochette e i detergenti, poi iniziai a guardarmi intorno. Passai in rassegna la stanza con attenzione.
Scartai subito la scrivania: troppo in vista.
Anche il comodino non mi convinceva.
Le mie amiche entravano spesso in camera mia. Prima di uscire ci preparavamo qui a volte, non volevo che la loro curiosità si posasse proprio su quella pochette.
Alla fine il mio sguardo si fermò su una piccola mensola accanto la libreria, che avevo messo da qualche settimana ma che era ancora vuota e che avrebbe dovuto ospitare dei profumi. Era abbastanza discreta da non attirare l'attenzione di chi entrava per caso, ma abbastanza visibile perché io lo incrociassi ogni volta che fossi entrata in camera. Li sistemai con cura la pochette e i detergenti, quasi come fossero delle decorazioni.
Marco seguì i miei movimenti, valutò la posizione scelta e annuì appena.
«Va bene. Ora avvicinati»
Una volta davanti a lui, si liberò dei pantaloni e degli slip, uscendo al mio sguardo il suo cazzo.
«Hai dieci minuti per riuscirci da dove ti ho interrotta. Non uno di più»
«Sì, Padrone»
Afferrai il suo cazzo con una mano, aprii la bocca e senza esitazione accolsi il suo glande dentro. Mi concentrai completamente nel pompino, dimenticandomi anche di dove eravamo.
Quando lo sentii vibrare capii che era sul punto di godere, infatti dopo qualche minuto mi spostò e mi ordinò con voce roca di guardarlo, mentre con una mano si segava il cazzo fino a dirigere gli schizzi volutamente sui miei vestiti.
Appena finì, mi osservò valutando in silenzio il risultato.
«Stasera voglio una foto di questi stessi abiti. Voglio trovare ancora le tracce del mio passaggio» annuii. «Ora indicami il bagno»
Gli mostrai il corridoio e lo osservai allontanarsi per qualche minuto. Quando tornò era già completamente ricomposto, come se quella mattina fosse stata soltanto una normale visita. Io, invece, avevo ancora il cuore che batteva un po' più forte. Lo accompagnai fino all'ingresso.
«Ci sentiamo più tardi»
«Sì, Padrone»
Aprii la porta di casa e uscì. Aspettai qualche secondo prima di richiuderla alle sue spalle. Mi diressi in cucina dove recuperai un bicchiere d'acqua fresca per riprendermi dalla mattinata. Ne bevvi un sorso quasi distrattamente, quando i miei occhi caddero sull'orologio.
«Oddio!» Spalancai gli occhi e sputai l'acqua che avevo ancora in bocca direttamente a terra. Come avevo fatto a non rendermene conto prima?
Tra poco più di mezz'ora dovevo essere al lavoro. Salii di corsa in camera, recuperai la divisa, mi diedi una rinfrescata e sistemata velocemente e raccolsi tutto il necessario nella borsa.
Presi le chiavi di casa e uscii, sperando che il traffico di quella mattina fosse dalla mia parte.

Il resto della giornata trascorse senza particolari avvenimenti. Dopo il lavoro tornai a casa e cenai insieme alla mia famiglia. Quando finimmo, ci sistemammo tutti sul divano del soggiorno con una ciotolina di gelato ciascuno, mentre il film che avevamo iniziato dopo cena si avviava verso la conclusione. Ero ormai rilassata quando il telefono, appoggiato accanto a me, vibrò.

M. Marco:
"Voglio vedere gli abiti di questa mattina"

Lessi il messaggio e lanciai una rapida occhiata ai miei e allo schermo, prima di rispondere.

Alice:
"Posso mandartela tra poco, Padrone? Sono ancora giù con i miei"

M. Marco:
"Cosa state facendo?"

Alice:
"Stiamo mangiamo un gelato e guardando un film. Ma è quasi finito»

Marco non rispose, passarono alcuni minuti. Continuai a guardare lo schermo del televisore, cercando di comportarmi normalmente, anche se ormai una parte della mia attenzione era rimasta sul telefono. Poi arrivò un nuovo messaggio.

M. Marco:
"Rovesciati un po' di gelato addosso"

Rimasi immobile a fissare quelle parole. Subito dopo ne arrivò un altro.

M. Marco:
"E usa questa come scusa per salire di sopra"

Abbassai lo sguardo verso la ciotola di gelato che avevo ancora in mano. Non potei fare a meno di sorridere. Marco aveva trovato, ancora una volta, una scusa per farmi eseguire i suoi ordini anche in mezzo alla normalità della mia vita. Senza farmi notare, feci colare un po' di gelato dal cucchiaino sul petto e sui vestiti.
«Cazzo!» imprecai spontaneo, o quasi, e abbastanza forte da attirare immediatamente l'attenzione di tutti.
Mia madre si voltò verso di me. «Che è successo?»
Guardai la macchia sui vestiti e cercai di mantenere un'espressione naturale.
«Niente, niente. Sono riuscita a sporcarmi tutta. Vado di sopra a cambiarmi»
Mio padre indicò lo schermo. «Ma il film sta finendo. Aspetta, ormai manca poco»
Sorrisi. «Lo conosco a memoria. So già come finisce»
Mio fratello mi guardò e scosse la testa.
«Sei sempre la solita sbadata»
Risi appena. «Lo so»
Mi alzai dal divano augurando comunque la buonanotte a tutti e salii rapidamente le scale, cercando di non far trasparire quanto fossi impaziente di controllare il telefono.
Una volta entrata in camera chiusi la porta alle mie spalle a chiave e il telefono vibrò quasi subito.
«Registra un video in cui raccogli il gelato con le dita e poi le lecchi»
Lessi il messaggio e rimasi per qualche secondo immobile. Dovevo immaginare che quella sera non sarebbe finita semplicemente con una fotografia. Marco aveva sempre delle indicazioni per me.
Poggiai il telefono sulla scrivania e posizionandomi davanti avviai il video, nel mentre recuperai con due dita il gelato che colava dal mio petto verso il seno e lo portai alle labbra. Con la lingua gli mostrai come lo leccavo e ripulivo le dita. Poi ripetei il gesto cercando un po' invano di recuperare anche quello dal top che indossavo. Stavolta le passai prima sul contorno delle labbra, poi le leccai sempre a favore di videocamera. Inviai il tutto.

M. Marco:
"Brava ragazza. Ora spingile dentro quelle dita"

Riavviai il video e unendo indice e medio, le spinsi dentro la bocca e le lavorai un po' avanti e indietro, mettendoci sempre più enfasi. Inizia a sentirmi un po' più porca del dovuto e più sciolta. Forse perché ero nella mia stanza, nella mia confort zone o semplicemente perché ero dietro uno schermo, ed ero abituata a tutto questo. Per un attimo mi sembrò che dietro lo schermo, non ci fosse Marco, il mio Padrone, ma un normale uomo che mi divertivo a eccitare.

M. Marco:
"Spingile più giù, procurati dei conati. Voglio sentirne il suono"

Lessi e per una volta non obiettai, nonostante odiavo procurarmi conati. Marco sapeva che era un mio limite, ma mi aveva insegnato anche come aiutarmi a superarlo. Alla fine eseguii in silenzio, consapevole che anche quel piccolo episodio nato sul divano era diventato parte del nostro modo di comunicare.
Registrai un terzo video, in cui spinsi quelle dita più giù che riuscivo. I primi conati arrivarono subito e li percepii tutti non riuscendo a combatterli e fermandomi. Però dopo qualche istante, ripensai ai suoi insegnamenti e riprovai. Stavolta non appena si presentarono glieli feci sentire, nonostante il fastidio che provavo, e vedere.

M. Marco:
"Sei una meraviglia, Alice. Adoro il modo in cui esegui i miei ordini" scrisse e inviò un altro messaggio subito dopo "Ora spogliati per il tuo Padrone. Desidero vederti nuda"

Col respiro un po' accelerato per via dello stato emotivo in cui mi trovavo, ovvero eccitata, mi spogliai mostrandogli ogni singolo movimento che il mio corpo faceva.

M. Marco:
"Ma guarda un po', anche dietro uno schermo si riesce a capire quanto sei vogliosa ed eccitata. Avrai la figa fradicia, vero, mia piccola porca?"

Quel nomignolo mi fece fremere più di tutto il resto. Sapeva esattamente quali parole usare per farmi sentire esposta, anche attraverso uno schermo. E, per quanto mi costasse ammetterlo, aveva ragione. Ero fradicia fra le gambe e quella sera mi sentivo porca, la sua porca.

Alice:
«Sì, Padrone...riesci a leggermi anche quando non mi hai davanti"

Marco rispose ignorando il mio commento.

M. Marco:
"Adesso indossa e mostrami gli abiti di questa mattina e non mettere intimo sotto"

Lo feci. Recuperai i vestiti di questa mattina, che nella fretta avevo lanciato sulla sedia e li indossai. Poi gli mandai una foto. Sulla maglia rossa erano ancora visibili le tracce dei suoi schizzi, anche se ormai erano secche.

Alice:
"Ecco a te, Padrone"

M. Marco:
"Vai a dormire così. Voglio che passi l'intera notte con gli abiti sporchi di me e che domani mi mostri di aver eseguito"

Rimasi per qualche secondo a guardare quei vestiti, prima di rispondergli. L'idea di dormirci mi faceva uno strano effetto. Erano gli stessi su cui aveva schizzato la sua sborra calda stamani, probabilmente se li avessi annusati, avrei sentito ancora il suo odore. Solo poche ore prima, non avrei mai immaginato di ritrovarmi addosso e dormirci.
Una parte di me li avrebbe voluti cambiare immediatamente, non lo nego. Un'altra, invece, trovava qualcosa di profondamente significativo nel rispettare proprio quell'ordine. Erano diventati il ricordo concreto di quella giornata e, soprattutto, di Marco.

13 Agosto 2026
Quel giovedì mattina lavorai fino alle quattordici. Fu proprio durante il turno che mi accorsi che mi era arrivato il ciclo. Non era qualcosa che mi preoccupava, ma avevo comunque l'obbligo d'informare Marco. Era una delle regole stabilite dal contratto: ogni mese dovevo comunicargli l'arrivo del ciclo, così da permetterci di organizzare per tempo eventuali sessioni che avrebbero dovuto essere rimandate. Presi quindi il telefono e gli scrissi.

Alice:
"Padrone, mi è arrivato il ciclo"

M. Marco:
"Va bene"

Quando uscii dal turno, raggiunsi Giulia, Luca e Tommaso per fare la spesa insieme. Come sempre, quello che doveva essere un giro veloce si trasformò in qualcosa di molto più lungo.
Passammo da uno scaffale all'altro discutendo su cosa fosse davvero necessario per Ferragosto, riempiendo il carrello di cose che probabilmente non avremmo nemmeno finito e ridendo per i motivi più stupidi.

Tornai a casa nel tardo pomeriggio e iniziai a preparare le cose per il giorno successivo. Sistemai la borsa, scelsi cosa portare e controllai più volte di non aver dimenticato nulla.

14 Agosto 2026
Anche quel giorno, nonostante fosse un prefestivo mi ritrovai a lavorare. Per fortuna, però, mi era stato assegnato il turno mattutino, che nonostante tutto passò anche abbastanza velocemente.

Nel pomeriggio scelsi cosa indossare, quale costume portare di ricambio. Sistemai nella borsa tutto il necessario, compreso quello che mi serviva per gestire il ciclo, e recuperai il vecchio sacco a pelo che ogni anno mi salvava dall'umidità marina.
Non avevo intenzione di rinunciare alla serata per quello.

Prima di sera ci ritrovammo finalmente tutti insieme. La spiaggia era già piena quando arrivammo, ma nonostante tutto riuscimmo a trovare un posto per le nostre tende.

Per tutta la sera ballammo, scherzammo, facemmo amicizia con un gruppo di ragazzi accanto a noi e mangiammo tutti insieme condividendo il cibo. Quella notte sembrava fatta apposta per non pensare al giorno dopo.
A mezzanotte il cielo si illuminò dei fuochi d'artificio e questo sancì il classico bagno di mezzanotte, con annessa corsa tra le tende verso il mare.
In pochi secondi erano tutti in acqua, tra urla, schizzi e risate. Qualcuno provò persino a trascinare dentro chi era rimasto più indietro. Per un attimo mi ricordai del ciclo, ma avevo già pensato a tutto e non avevo motivo di rinunciare, così entrai in acqua anche io. Quando tornammo sulla spiaggia eravamo fradici e infreddoliti, ma nessuno aveva voglia di andare a dormire.
Ci sedemmo sulla sabbia ancora umida, avvolti negli asciugamani, mentre qualcuno passava una bottiglia e altri continuavano a raccontare episodi della serata. Io ascoltavo, ridevo e bevevo, lasciandomi trascinare dall'atmosfera.
Era una di quelle notti in cui non serviva sapere che ora fosse, perché nessuno aveva fretta o programmi per il mattino dopo.
La notte continuò fino all'alba, quando ormai stanchi, ci sistemammo nelle tende per dormire qualche ora.

15 Agosto 2026
A svegliarci fu il sole che filtrava attraverso la tenda. Aprii gli occhi lentamente, ancora assonnata e con la sensazione di non aver dormito abbastanza. Fuori, la spiaggia era ancora mezza addormentata. Molti dei ragazzi che avevano passato la notte lì stavano iniziando a uscire dalle tende. Nel frattempo, però, iniziavano ad arrivare le prime famiglie. Era strano vedere la stessa spiaggia trasformarsi così velocemente.
La notte era ancora lì, nelle tende mezze aperte e nelle nostre facce stanche, mentre intorno a noi iniziava una nuova giornata.
«Hai dormito?» mi chiese Emma, ancora sdraiata accanto a me.
La guardai e scoppiai a ridere. «Direi di no»
«Nemmeno io»
Uscimmo dalla tenda e raggiungemmo gli altri per fare colazione. Avevamo tutti un'aria decisamente provata, ma nessuno sembrava avere intenzione di rinunciare a quelle ultime ore insieme.

Verso il primo pomeriggio iniziammo finalmente a raccogliere le nostre cose. Io ed Emma salutammo gli altri e tornammo insieme a casa sua, per passare lì il resto del week end, visto che i miei avevano deciso di passarlo fuori città.
Non potevo certo immaginare cosa mi aspettasse al mio arrivo lì.
scritto il
2026-08-17
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