Chimera: L'ultimo respiro dell'umanità - Cap. 11
di
Michael035
genere
fantascienza
La neve non fa rumore quando cade, ma ha un peso. Lo senti nell'aria che si fa più densa, nel silenzio ovattato che inghiotte il bosco, nel freddo che si insinua attraverso le guarnizioni secche delle portiere.
L'abitacolo del SUV si è trasformato in una ghiacciaia. I finestrini sono ormai lastre opache coperte da uno strato di brina cristallizzata, isolandoci completamente dal buio e da qualunque cosa si nasconda là fuori.
Clementine dorme rannicchiata sul sedile posteriore, il cappuccio della felpa tirato fin sopra gli occhi. Il suo respiro segue una cadenza lenta, quasi impercettibile — come se possedesse una corazza di ferro invisibile capace di spegnere il corpo e il cervello a comando, scivolando in un sonno profondo e immobile mentre il gelo che ci circonda non riesce a sfiorarla. Un meccanismo di difesa estremo, probabilmente l'unica cosa che le ha permesso di arrivare viva fino a qui.
Meave, invece, combatte una guerra diversa. Sprofondata nel sedile del passeggero, il viso pallido rivolto verso di me, dorme sfinita dallo scontro, dal dolore alla gamba e dalla tempesta emotiva delle ultime ore. Ma il suo non è un sonno pacifico. Ogni tanto un fremito le percorre le spalle. Il respiro si condensa in nuvolette bianche nell'aria gelida, e le mani restano chiuse a pugno, strette tra le cosce, nel tentativo istintivo di trattenere un calore che il corpo non riesce più a produrre da solo.
La osservo un momento, illuminata solo dal raggio fioco e rossastro della mia torcia tattica, prima di abbassare di nuovo lo sguardo sulle pagine rigide del diario di Michael Carter. Leggo in silenzio, cercando indizi, mappe, un motivo qualsiasi per credere che la strada verso est non sia solo un altro cimitero. Verso la metà del taccuino trovo un lungo sfogo rabbioso, vergato nei giorni in cui il plotone di Carter ha iniziato a sfaldarsi.
*
Ieri se ne sono andati in quattro. Hanno preso il blindato leggero e la maggior parte delle scorte d'acqua. Non se ne sono andati per tornare dalle famiglie — quelle, per la maggior parte, non le hanno più.
Da settimane passavano le notti incollati all'apparecchio a onde corte, a scavare tra la statica in cerca di un segnale su un posto chiamato "La nuova frontiera". Una sera arrivò, spezzato e incomprensibile, come se dovesse attraversare l'acqua prima di raggiungerci. Non hanno mai capito le parole per intero. Ma un nome è tornato abbastanza volte da far loro pensare a una meta sicura: sette miglia da Iron Mountain, verso est.
Inizialmente si diceva che fosse un buon insediamento fortificato, un posto dove tutto funzionava per il meglio. Ma per me sono solo parole al vento. Una favola troppo bella per essere vera e, anche se lo fosse, è perché nasconde qualcosa di marcio e macabro.
Non so cosa ci sia davvero da quelle parti e onestamente non voglio saperlo. So solo che quattro uomini addestrati, che avevano visto di tutto, erano disposti a morire pur di raggiungere la nuova frontiera. Capisci che è tutto finito quando degli uomini si mettono a inseguire una voce alla radio. Non è neanche più sopravvivenza, è qualcosa di più vicino alla fede... per chi crede ancora a qualcosa. Io, sinceramente, non ho mai creduto a niente e ad oggi posso dire di aver avuto ragione. Perché la fede, in questo mondo, uccide più in fretta di tutto il resto.
*
Rileggo il paragrafo più volte.
La nuova frontiera... mi stava venendo da ridere. Carter aveva ragione su una cosa, almeno: niente è mai come sembra al giorno d'oggi, nessuno ti promette niente, ma quando non hai un posto dove andare, la speranza è l'unica cosa che ti rimane.
Un fruscio secco di tessuto mi distrae. Alzo gli occhi dal diario. Meave sta tremando. Un brivido forte le ha scosso tutto il corpo, facendole contrarre la mascella nel sonno. Emette un piccolo suono, un gemito soffocato in fondo alla gola, e cerca di rannicchiarsi ancora di più su se stessa, invano.
Spengo la torcia tattica. Il buio dell'abitacolo ci inghiotte per qualche secondo, finché i miei occhi non si abituano al debole chiarore lunare che filtra a stento dal parabrezza innevato. Resto a guardarla. Non faccio nulla, inizialmente. L'addestramento militare mi ha insegnato a compartimentalizzare il freddo, a trasformarlo in un rumore di fondo da ignorare. Il mio corpo è abituato a sopportare temperature ben peggiori.
Ma Meave rabbrividisce di nuovo. I suoi denti battono leggermente. Il ricordo della sensazione delle sue labbra fredde sulle mie, della disperazione con cui si è aggrappata a me là fuori, mi stringe lo stomaco. La maschera di sarcasmo e arroganza che indossa ogni giorno quando è sveglia svanisce completamente quando dorme. Nel buio, con i lineamenti rilassati e indifesi, sembra quasi un'altra persona.
Senza fare rumore, afferro i lembi della mia coperta di lana militare che tengo stesa sulle mie gambe. Me la sfilo, lasciando che il gelo mi morda i pantaloni, e mi sporgo verso il sedile del passeggero. Con movimenti lenti per non svegliarla, stendo la coperta su di lei. Copro le sue gambe, il busto, e le rimbocco con cura i bordi spessi attorno alle spalle, isolandola dall'aria gelida.
Nel farlo, il mio viso arriva a pochi centimetri dal suo. Sento di nuovo quell'odore debole di polvere, fumo e sudore incastrato nei suoi capelli. Il suo respiro si fa improvvisamente meno irregolare. Sotto il peso della coperta, il suo corpo smette di contrarsi e si rilassa, affondando nel calore.
Resto piegato verso di lei per un secondo di troppo, ascoltando il suono del suo respiro che si stabilizza. Poi mi ritiro nel mio sedile freddo. Chiudo il diario di Carter e me lo infilo nella tasca del giaccone, incrociando le braccia al petto. Faccio scivolare lo sguardo fuori dal finestrino, verso il bosco sommerso dalla neve, preparandomi ad affrontare il resto della lunga guardia notturna.
Apro l'atlante stradale alla luce fioca del cruscotto e traccio un rapido percorso alternativo. Non possiamo restare qui. I fiocchi di neve non scendono più lenti e leggeri, ma iniziano a vorticare in raffiche orizzontali, spinti da un vento che fa scricchiolare gli alberi attorno allo spiazzo. Se ci facciamo bloccare dalla bufera qui in mezzo al nulla, senza cibo e senza un rifugio vero, siamo finiti.
Giro la chiave nel quadro. Il motore diesel borbotta e prende vita. L'indicatore del carburante sale a stento a un quarto di serbatoio, nonostante la misera aggiunta fatta da Clementine al minimarket. Significa che saremo costretti a fermarci di nuovo prima del previsto, ma è un problema che affronterò domattina. Tendo una mano e accendo il riscaldamento al minimo. Consuma quel poco di batteria e carburante che abbiamo, ma è strettamente necessario: il finestrino posteriore, andato in frantumi durante la sparatoria alla clinica veterinaria, è rattoppato alla bell'e meglio con pezzi di cartone, buste di plastica e nastro isolante. Basta a fermare la neve, ma non il gelo, e gli spifferi taglienti continuano a infilarsi nell'abitacolo come lame.
Ingrano la marcia e porto il SUV con cautela fuori dallo spiazzo, rimettendomi sulla strada provinciale secondaria che ho individuato. L'asfalto è già coperto da una patina bianca, ma le gomme larghe fanno ancora presa. Clementine e Meave continuano a dormire, senza scomporsi per i movimenti dell'auto.
Passa quasi un'ora di guida nel buio assoluto, con il tergicristallo che scandisce il tempo spazzando via la neve dal parabrezza a intervalli regolari. L'ipnosi della strada bianca comincia ad appesantirmi le palpebre. Mi serve qualcosa per restare vigile.
Premo l'interruttore del sistema di infotainment sul cruscotto. Le auto prodotte prima del crollo avevano memorie interne con centinaia di ore di musica salvata, pensate per i lunghi viaggi di un mondo che non esiste più. Lo schermo si accende con un bagliore azzurrognolo. Scorro la libreria touch — nomi di artisti che non ho mai sentito, roba che andava di moda proprio prima della fine, Vex Nova, The Chrome Hearts, Synthwave 99 — finché l'occhio non mi cade su una cartella etichettata "Classici". Premo play senza pensarci troppo.
L'abitacolo si riempie del giro di basso funky e psichedelico di The Less I Know the Better dei Tame Impala. Lo tengo a volume basso, ma le vibrazioni saturano comunque l'aria chiusa. Qualche minuto dopo, Meave si muove sotto la coperta. Mugugna qualcosa di incomprensibile, si gira verso di me e strizza gli occhi, infastidita dalla luce del cruscotto. «Spegni quella merda,» biascica, la voce impastata dal sonno. «Voglio dormire.»
Non stacco gli occhi dalla strada, ma sento l'angolo della bocca piegarsi verso l'alto. «E io non voglio sentire gente che russa nel sonno.»
Meave si blocca. Si solleva di scatto sui gomiti, la coperta che le scivola fino alla vita. «Io non russo,» ribatte, con il tono piccato di chi si sente mortalmente offeso.
«Certo che no. Sembravi solo un cinghiale asmatico nascosto nel vano portaoggetti.»
La sua mano scatta veloce. Un colpetto secco sulla mia guancia — non abbastanza forte da far male, ma abbastanza da farmi sobbalzare sul volante.
«Ripetilo e la prossima volta guidi tu con un occhio nero,» dice, ma la minaccia non regge: agli angoli della bocca le trema qualcosa che assomiglia pericolosamente a un sorriso.
Mi sfioro la guancia con due dita, senza staccare l'altra mano dal volante. «Adesso, oltre a russare, picchi pure chi ti tiene al caldo di notte. Complimenti.»
«Mi hai solo prestato la coperta.» Ma non c'è più veleno nella sua voce. C'è qualcosa di più leggero, quasi giocoso, che non le sentivo usare da prima ancora di conoscerla davvero.
«Fuori fanno -2 °C, privarmi di una coperta è un sacrificio pesante...» «Certo, se non hai una divisa termica addosso, forse, ma tu ce l'hai.»
Si stropiccia il viso, rinunciando palesemente a riprendere sonno, e si allunga verso lo schermo del cruscotto, premendo sul touch con un dito stizzito. Salta la traccia. Partono un paio di brani elettronici pesanti, voci metalliche e sintetizzatori sparati al massimo, che scarta quasi subito schiacciando Next. Alla fine si ferma. Le casse rilasciano un beat pop ritmato, allegro, e una voce femminile che attacca su un basso pulsante.
«Uh, Dua Lipa...» mormora, con un mezzo sorriso compiaciuto che non le vedevo da giorni. Si appoggia allo schienale. «Vecchio stile.»
Corrugo la fronte, dando una rapida occhiata allo schermo prima di tornare a fissare la strada. «Chi cazzo è Dua Lipa?»
Meave gira la testa verso di me così in fretta che rischia il torcicollo. «Dici sul serio?» Mi guarda come se avessi appena sviluppato un secondo naso in mezzo alla faccia. «Era una delle popstar più grandi dell'inizio del secolo. La conoscevano letteralmente tutti.»
«Tutti quelli che ascoltavano roba prodotta in serie dai computer, forse.» Tamburello le dita sul volante, ostinatamente fuori tempo rispetto alla canzone. «Io di quegli anni ascoltavo i Måneskin, ma la vera musica che non passa mai di moda è un'altra: blues, rock anni Settanta, Ottanta, Novanta. Roba di cui probabilmente non conosci nemmeno l'esistenza. Non tre minuti scritti apposta per far ballare ragazzini ubriachi nelle discoteche o nei centri commerciali.»
Meave alza gli occhi al cielo con un sospiro esasperato. «Ma certo. Ovviamente il grande soldato cattivo ascolta solo gente depressa che urla dentro un microfono e spacca chitarre sul palco. Non me lo sarei mai aspettata, sinceramente.»
«Sono gusti, Meave. È musica che ha fatto la storia, che ha un'anima e che, tra l'altro, ha dato vita praticamente a tutti gli altri generi venuti dopo. Compreso questo.» Faccio un cenno vago verso lo schermo. «Capra.»
«Anche il pop ha un'anima, babbeo.» Alza leggermente il volume, quasi per farmi dispetto. «E, per tua informazione, ascoltavo anche altro. Ma il pop serviva a farti staccare il cervello. Ti entrava in testa e ti faceva sentire bene per tre minuti netti, senza pensare a bollette, mutui, traffico e guerre.» Mi lancia un'occhiata di lato, uno sguardo che si sofferma un attimo più del necessario. «Ti farebbe bene, ogni tanto. Staccare il cervello, intendo. Invece di fare sempre l'orso incazzato.»
«Non staccherò mai il cervello per Dua Lipa. È una questione di principio.»
«Sei un vecchio senza speranza.» Lo dice senza veleno, quasi con affetto. «Sembri mio padre.»
Dovrebbe suonare come un insulto. Non lo è. C'è una sfumatura nella sua voce, qualcosa di caldo e leggero che non c'era prima di ieri notte, prima della neve, prima che le sue labbra trovassero le mie davanti a quei cassoni arrugginiti. Per un istante, mentre tiene lo sguardo su di me più a lungo del dovuto, mi chiedo se anche lei lo senta — quella corrente sottile che si è aperta tra noi e che nessuno dei due sa ancora bene come chiamare.
Meave si tira la coperta fin sotto il mento e comincia a muovere impercettibilmente la testa a tempo di musica, lo sguardo che si perde nella neve che vortica oltre il finestrino. Il sorriso le resta sulle labbra molto più a lungo della canzone.
Dietro di noi, ignara del dibattito tra rock e pop e con una resistenza ai rumori che rasenta il soprannaturale, Clementine continua a dormire come un sasso. L'aria nell'abitacolo è ancora gelida per gli spifferi che si infilano dal finestrino rattoppato, ma improvvisamente sembra pesare molto meno rispetto a un'ora fa.
La voce di Dua Lipa sta ancora riempiendo l'abitacolo con il suo ritmo leggero quando dal sedile posteriore arriva un fruscio di tessuti. Clementine emerge da sotto il suo bozzolo di coperte. Si stropiccia un occhio con il dorso della mano, i capelli corti scompigliati da un lato, e guarda fuori dal finestrino con aria confusa.
Il buio della notte ha iniziato a cedere terreno senza che me ne accorgessi del tutto, assorbito com'ero dalla mappa e dalla battaglia musicale con Meave. Una sottile lama grigia si è fatta strada tra le nuvole cariche di neve, abbastanza da restituire ai boschi ai lati della strada un profilo, delle forme, un principio di colore dove prima c'era solo nero assoluto.
Guardo il riflesso di Clementine nello specchietto retrovisore, abbassando appena il volume della radio.
«Cominciavo a pensare che fossi morta, sai?» le dico, il tono ancora rilassato dalla conversazione con Meave.
Clementine sbatte le palpebre, mettendo a fuoco l'abitacolo nella luce incerta dell'alba. «Quanto ho dormito?»
«Dieci ore, forse undici. Comunque parecchio.»
Lei si passa una mano sul viso, con un'espressione quasi colpevole.
«Scusate.»
«Non scusarti,» interviene Meave, sistemandosi meglio la coperta sulle gambe. «Almeno uno di noi tre è riuscito a spegnere il cervello.»
Sorrido appena, ma il mio sguardo torna istintivamente allo specchietto retrovisore laterale.
Il sorriso mi muore sulle labbra all'istante.
Nella luce grigia e ancora incerta dell'alba, a circa duecento metri dietro di noi, distinguo per la prima volta con chiarezza la sagoma scura di un pick-up, i fari ormai quasi superflui contro il cielo che si sta schiarendo minuto dopo minuto. L'avevo notato distrattamente una ventina di minuti fa, prima ancora di accendere la radio, e l'avevo scartato come un altro gruppo diretto altrove. In queste zone isolate, chiunque avrebbe dovuto superarci o imboccare una strada diversa già da un pezzo. Invece ha mantenuto la stessa identica distanza. Curva dopo curva.
«C'è un veicolo che ci segue,» dico, la voce che scende di un'ottava, spogliata di ogni inflessione. «Da un po' ormai.»
Allungo la mano verso la plancia e spengo la radio con un colpo secco. La voce di Dua Lipa sparisce di colpo, inghiottita dal rumore sordo degli pneumatici sulla neve.
Meave si irrigidisce. Il colore le sparisce dal viso in un istante, sostituito da un pallore cereo che non ha niente a che fare con il freddo. Il respiro le si spezza in una serie di inspirazioni corte, frammentate, il petto che si solleva a scatti sotto la coperta.
«Cosa?! Che facciamo?» sussurra. Si gira di scatto verso il lunotto posteriore, il corpo che si muove prima ancora che il cervello registri il pericolo di quel gesto.
Allungo il braccio e la afferro per la spalla, tirandola indietro contro lo schienale con più forza di quanta ne intendessi usare. Il colpo le strappa un gemito acuto, di dolore puro, non solo di sorpresa.
«Ahi — cazzo, Trevis!» sibila, portandosi la mano alla spalla, gli occhi che le si inumidiscono più per lo shock del colpo che per la paura. «Mi hai fatto male!»
«Scusa.» La voce mi esce secca, gli occhi ancora incollati allo specchietto. «Ma non ti girare così. Se ti vedono muoverti, capiscono che li abbiamo notati.»
Meave si massaggia la spalla, ma il dolore sembra quasi estraneo adesso, sovrastato da qualcosa di molto più grande. Il respiro non si calma. Peggiora, ogni inspirazione più corta della precedente, le mani che tremano visibilmente sulle ginocchia, aggrappate a un lembo della coperta come se fosse l'unica cosa reale rimasta.
Non ho tempo per gestirla con delicatezza, ma non posso nemmeno ignorarla del tutto. «Meave.» Cerco di tenere la voce ferma, quasi gentile nonostante l'urgenza che mi pulsa alla base del collo. «Respira. Mi serve che tu resti con me. Ma se adesso non ce la fai, va bene lo stesso. Ci penso io.»
Lei annuisce, un movimento talmente piccolo da essere quasi impercettibile, ma gli occhi le restano vitrei, persi da qualche parte che non è più dentro questa macchina. Riconosco quello sguardo. L'ho già visto una volta, sull'asfalto di un piazzale, con un errante sopra di lei. E per un istante, mentre la guardo lottare contro qualcosa che nessuno può vedere tranne lei, capisco che quello che mi ha confessato ieri notte sui cassoni non era solo una confessione. Era un avvertimento.
Sollevo leggermente il piede dall'acceleratore, forzando il cervello a tornare tattico. Il SUV decelera in modo morbido. Guardo lo specchietto: i fari dietro di noi si avvicinano, ma non di molto. È una conferma assoluta. Non è un passante confuso dal maltempo. È un cacciatore.
Un ding acuto dal cruscotto interrompe il filo dei miei pensieri. La spia arancione della riserva del carburante si accende, proiettando un bagliore sinistro sul volante.
Allungo la mano e spengo il riscaldamento, tagliando di netto l'aria calda dalle bocchette. «So che fa freddo, ma il carburante ci serve e non possiamo sprecarlo con il riscaldamento,» dico, più a me stesso che a chiunque altro. Nessuno protesta. Meave è troppo lontana da qui per accorgersene, e Clementine ha già capito da sola il perché.
«Clem,» dico, senza staccare gli occhi dallo specchietto. «Riesci a vedere quanti sono, senza farti notare?»
Non serve chiederglielo due volte. Si sposta piano verso il finestrino posteriore, sfruttando lo spiraglio rimasto libero tra il cartone e il nastro isolante, un movimento talmente controllato da risultare quasi invisibile dall'esterno. Ci mette pochi secondi.
«Pick-up scuro,» dice, tornando composta. «Vedo almeno tre sagome. Forse quattro.»
«Gli amici della clinica veterinaria,» deduco, freddo. «Hanno riconosciuto il SUV.»
Accendo la piccola luce di lettura sopra la testa di Meave. «La mappa,» dico. «Devo sapere se possiamo tagliargli la strada.»
Meave allunga le mani verso il vano portaoggetti, ma le dita le tremano così forte che l'atlante rischia di scivolarle di mano prima ancora di aprirlo. Lo distende sulle ginocchia, gli occhi che scorrono la carta senza fermarsi su niente, incapaci di mettere a fuoco le linee sottili sotto la luce fioca.
«Siamo sulla provinciale 215, diretti a nord,» dico, veloce. «Dovrebbe esserci un ponte qui vicino, uno di quelli stretti in metallo che attraversano il fiume Pigeon. Trovalo.»
«Io—» La voce di Meave si spezza. Le dita scorrono la pagina avanti e indietro sulla stessa piega, senza costrutto. «Non riesco a... le linee sono tutte uguali, non capisco dove—»
«L'acqua, Meave, cerca la linea blu vicino alla strada, cazzo.»
Una mano più piccola si allunga da dietro, oltre la spalla di Meave. Clementine si è sporta tra i due sedili, un dito che scivola sicuro lungo una linea azzurra sulla carta.
«Qui,» dice, la voce piatta e calma, come se stesse indicando la fermata di un autobus e non una via di fuga da un'imboscata.
«Il ponte fa da incrocio con la Old River Road. Meno di due miglia da dove siamo adesso.» Poi, senza aspettare conferma, aggiunge: «Devi girare a destra tra un po', Trevis.»
Meave fissa il punto che Clementine le ha appena indicato, il respiro ancora corto, spezzato, ma qualcosa nel suo sguardo si aggrappa a quella certezza presa in prestito, come se la calma di qualcun altro potesse per un momento sostituire la propria.
«Ci siamo, è qui! Gira!» esclama Meave, la voce che trema ma trova comunque la forza di uscire in tempo, aggrappandosi al cruscotto.
Faccio sbandare il SUV sulla destra, imboccando la Old River Road. I fari illuminano un'arcata di metallo arrugginito e una stretta lingua di asfalto sospesa sul fiume, la luce dell'alba che disegna appena i contorni della struttura contro il cielo grigio. Il ponte. Schiaccio a fondo l'acceleratore. Il motore diesel ruggisce, le gomme posteriori perdono aderenza per una frazione di secondo sulla neve fresca, poi fanno presa e ci proiettano in avanti. Attraversiamo il ponte a tutta velocità, i tralicci d'acciaio che sfrecciano come ombre ai lati dei finestrini. Non appena le ruote anteriori toccano la terraferma dall'altra parte, sterzo bruscamente a sinistra; il SUV slitta leggermente. Faccio retromarcia, blocco il passaggio e tiro il freno a mano.
«Uscite,» ordino, aprendo la portiera e venendo investito dall'aria gelida. «Ma rimanete dietro. La macchina ci farà da scudo se le cose si mettono male.»
Meave e Clementine scivolano fuori dai sedili dal lato passeggero, tenendosi basse. Afferro il mio fucile d'assalto. Inserisco il caricatore e scarrello con un colpo secco che risuona metallico nel silenzio di quel mattino. Mi appoggio al cofano, il metallo ghiacciato sotto i palmi, e aspetto.
L'altro veicolo non tarda ad arrivare. I fari del pick-up tagliano quello che resta dell'oscurità e illuminano la struttura del ponte. Quando il guidatore si accorge che l'uscita è sbarrata dal nostro SUV e che il ponte è troppo stretto per svoltare, i freni fischiano disperatamente. Il bestione di metallo scuro scivola per qualche metro e si ferma a una ventina di passi da noi, con i fari puntati addosso.
Per un istante, c'è solo il rumore del vento e della neve. Poi le quattro portiere del pick-up si aprono all'unisono. Scendono quattro uomini. Cappotti pesanti, fucili da caccia e pistole abbassate, ma pronte. Si sparpagliano davanti al muso del veicolo, illuminati dai propri fari e dalla luce crescente dell'alba che restituisce ai loro volti dei tratti precisi invece di semplici sagome contro il buio. Riesco a leggerli come non avrei potuto un'ora fa: l'incertezza nei loro sguardi, il modo in cui uno di loro continua a spostare il peso da un piede all'altro. Si sentono forti. Sono quattro contro uno... almeno è quello che credono.
«Perché ci state seguendo?» chiedo. La mia voce è piatta, un'eco che fende l'aria gelida senza il minimo accenno di paura.
Uno di loro fa un passo avanti. Barba incolta, berretto di lana calato sugli occhi, l'aria di chi si crede un genio della tattica ma non ha ancora capito come funziona davvero questo mondo. «Credo che tu lo sappia il motivo,» risponde, stringendo il fucile a pompa. «Se hai quel SUV, sai che apparteneva ad altre persone. E quelle persone facevano parte del nostro gruppo. Dove l'hai preso?»
Non rispondo, tenendo il fucile appoggiato al cofano, la canna ancora puntata verso il basso.
L'uomo fa un altro passo, sorridendo.
«Possiamo risolverla in modo pacifico. Vista la situazione, vi conviene. Siamo più di voi.»
Faccio un piccolo sospiro, spostando il peso da una gamba all'altra, rilassando le spalle.
«Ah, sì?» mormoro, scuotendo leggermente la testa. «Beh, almeno c'è ancora qualcuno che ragiona in questo mondo. Sentiamo l'offerta.»
L'uomo allarga le braccia, compiacendosi del suo potere immaginario.
«È semplice. Ci riprendiamo il SUV, visto che appartiene a noi e in più ci prendiamo tutta la vostra roba — armi, cibo. E come ringraziamento, vi lasciamo andare a piedi. Non dovete fare altro che ascoltarci.»
Sbatto le palpebre, passandomi la lingua sui denti. Mi prendo il mio tempo. Lascio che il freddo e il silenzio si impossessino della scena, annuendo lentamente.
«Sì... ammetto che siete gente generosa,» dico, abbassando lo sguardo sui miei anfibi coperti di neve, come se stessi davvero valutando l'offerta.
«Gente difficile da trovare, di questi tempi.»
Rialzo la testa, e il finto calore sparisce completamente dai miei occhi. «Però a noi questo accordo non sta bene.»
Uno degli altri uomini accanto al capo fa un mezzo sorriso e alza il fucile, ma il suo leader gli fa cenno di abbassarlo. «E allora che proponi?»
Pianto i miei occhi nei suoi.
«In realtà io volevo chiedervi di darci la vostra roba.»
Il sorriso dell'uomo sparisce all'istante. Un'incertezza improvvisa cala sui quattro, un brivido che non ha niente a che fare con la neve. Li lascio cuocere in quel silenzio per un secondo.
«Solo che...» continuo, inclinando leggermente la testa, «non vorrei uccidere nessuno di voi.» Faccio una pausa calcolata. «Nessun altro... di voi.»
Il capo sgrana gli occhi, realizzando in quell'istante la morte dei suoi compagni. Stringe il fucile, il viso contorto dalla rabbia. «Credi di essere spiritoso, str—»
BAM.
Non gli lascio finire la frase. Sollevo l'arma e premo il grilletto in una frazione di secondo. Il proiettile gli trapassa il cranio proprio sopra l'occhio destro. L'impatto gli fa saltare via il berretto di lana, sbalzandolo all'indietro contro la griglia del suo stesso pick-up. Si accascia a terra, morto prima ancora di capire cosa sia successo.
Il tuono dello sparo strappa in due l'aria fredda del mattino. Mi abbasso istantaneamente dietro il muso del SUV, mentre gli altri tre uomini, colti dal panico puro, aprono il fuoco alla cieca.
I proiettili fischiano e martellano contro la carrozzeria. I vetri, già compromessi, esplodono in una pioggia di schegge, e scintille arancioni schizzano dal metallo del nostro veicolo, mescolandosi ai fiocchi di neve che continuano a cadere, indifferenti a tutto.
Mi sporgo rapidamente dal lato della ruota e sparo una raffica di colpi, costringendoli a tuffarsi dietro le portiere del loro pick-up per salvarsi la vita.
«Tenete la testa bassa!» urlo.
Clementine è già rannicchiata dietro la ruota posteriore, la pistola stretta a due mani, il respiro calmo, quasi meccanico. Meave, invece, è crollata. Al primo sparo, le sue gambe hanno ceduto del tutto. È scivolata con la schiena contro la portiera del SUV fino a sedersi nella neve. Si preme violentemente le mani sulle orecchie, gli occhi chiusi con forza e il respiro che le esce spezzato. Il rumore degli spari, la violenza improvvisa. Le hanno procurato un attacco di panico nel bel mezzo di uno scontro a fuoco.
Mentre i proiettili martellavano contro la fiancata del nostro SUV, mandando in frantumi quel poco che restava dei finestrini, il mondo attorno a me rallentò. Smisi di sentire il freddo della neve. L'udito filtrò il caos, isolando i suoni utili: il rumore dei calibri, la distanza degli spari, le direzioni. Sapevo esattamente cosa fare, come muovermi, come rispondere al fuoco. Ma ero fottutamente consapevole di un dettaglio vitale: non ero in un vero campo di battaglia e non avevo la mia squadra a coprirmi le spalle. Ero solo.
Con la coda dell'occhio vidi Meave. Era dietro la portiera del passeggero. Le mani premute sulle orecchie, gli occhi chiusi. Errore. Il metallo sottile di uno sportello non ferma un proiettile. Li rallenta appena, frammentandoli in schegge letali. Era un bersaglio seduto.
Mi abbassai sotto la linea di tiro, ignorando le scintille arancioni che schizzavano dalla carrozzeria sopra la mia testa, e strisciai verso di lei. La afferrai per il bavero del giaccone, strattonandola via dalla portiera con una forza brutale. Lei lanciò un urlo strozzato, ma la trascinai di peso fino alla gomma anteriore destra, schiacciandola contro il cerchione in lega e il blocco motore. Lì, dietro mezza tonnellata di acciaio pieno, era più al sicuro.
Le presi il viso con una mano guantata, costringendola a guardarmi. Tremava violentemente, il respiro rotto da singhiozzi di panico puro. «Meave...» sibilai, a pochi centimetri dal suo viso, cercando di perforare la sua bolla di terrore con la mia voce.
«Ho bisogno di te, cazzo, non adesso. Prendi quella cazzo di pistola e spara, spara a cazzo, anche davanti a te dove non c'è nessuno. Loro resteranno coperti sentendo gli spari.»
Le forzai l'arma tra le mani tremanti, chiudendole le dita attorno all'impugnatura. Poi mi voltai di scatto verso il retro dell'auto. Clementine era già abbassata dietro la ruota posteriore, la pistola stretta in modo quasi professionale, gli occhi fissi sui riflessi dei fari.
«Clem, anche tu,» le ordinai, il tono asciutto e militare. «Se ce la fai, però, spara verso di loro. Non mi interessa se li prendi o no. Alternati con Meave, se spara lei tu no e viceversa. Occhio ai colpi, contateli, ne avete quindici totali. Pronta?»
Clem fece un cenno secco con il capo.
«Fuoco!» urlai.
Meave chiuse gli occhi, cacciò un urlo disperato e tese il braccio, premendo il grilletto alla cieca. Bang! Bang! Bang! Il rumore della sua pistola si mescolò a quello, molto più misurato e mirato, di Clementine. Il volume di fuoco improvviso ebbe l'effetto sperato. I tre uomini rimasti, sorpresi dalla reazione violenta, smisero di sparare e si rannicchiarono dietro la carrozzeria del loro pick-up. Avevo creato il mio fuoco di copertura. Avevo ancora dei colpi nel caricatore, ma lo cambiai a prescindere. Non ho contato la raffica di prima e una delle prime cose che ti insegnano è che devi tenere sempre a mente quanti colpi hai nel caricatore.
Mi sollevai appena sopra la linea del cofano. Con un movimento automatico del pollice, spostai il selettore di fuoco del mio fucile d'assalto da raffica a colpo singolo. Non potevo permettermi il rinculo che avrebbe fatto impennare la canna, non con degli uomini nascosti dietro un riparo. Mi serviva una precisione chirurgica.
Appoggiai l'astina dell'arma sul metallo ghiacciato del cofano, allineando l'occhio al mirino olografico. E aspettai. Il ritmo degli spari delle ragazze era irregolare. Dopo sette o otto colpi, Meave si bloccò, il respiro mozzato. Clem, rispettando l'ordine, attese una frazione di secondo per capire se toccava a lei. In quel preciso istante di silenzio, il cervello dei nostri assalitori fece un calcolo sbagliato. Pensarono che stessimo ricaricando. Era il loro momento per contrattaccare.
Due sagome scure si alzarono simultaneamente dai lati opposti del pick-up, sollevando le armi. Non diedi loro il tempo di prendere la mira.
Respiro. Bang. Il fucile diede un colpo secco contro la mia spalla. Il primo uomo, quello a sinistra, si piegò all'indietro con un buco in mezzo al petto, il fucile da caccia che gli scivolava di mano. Spostai la canna di pochi millimetri verso destra. Il secondo uomo fece l'errore di guardare il suo compagno cadere e sgranò gli occhi, capendo di essere caduto in trappola.
Bang. Sparai il secondo colpo senza esitazione.
Il cranio gli scattò all'indietro e crollò sull'asfalto, sparendo dietro la ruota del suo veicolo.
Il terzo uomo, rimasto da solo e traumatizzato, si alzò in piedi scaricando tutto il caricatore contro la nostra carrozzeria, mentre avanzava contro di noi. Aveva già capito di essere morto, ma ha comunque tentato un colpo di fortuna. Restai giù aspettando quel momento di silenzio. Nel frattempo, spostai di nuovo il selettore di fuoco su raffica. Appena l'uomo smise di sparare, mi alzai di scatto e sparai una raffica di cinque, sei colpi contro l'uomo, attraverso i finestrini smembrati del SUV, per avere comunque una piccola copertura. L'uomo cadde a terra subito dopo. Senza un giubbotto tattico, morì sul colpo.
Abbassai lentamente il fucile. L'eco degli spari si dissolse, inghiottito dal sibilo del vento e dallo scricchiolio del metallo caldo che si raffreddava sotto la neve.
Tolsi il dito dal grilletto, inserii la sicura e lasciai pendere il fucile dalla cinghia tattica. Sospirai, sentendo l'adrenalina defluire bruscamente, lasciandomi i muscoli rigidi e un sapore metallico in bocca. Poi, un rumore pietoso attirò la mia attenzione.
Mi accostai alla ruota anteriore. Meave era raggomitolata su se stessa, la pistola caduta nella neve a pochi centimetri dai suoi stivali. Le ginocchia le arrivavano al petto. Tremava così forte che sentivo i suoi denti battere. Stava iperventilando, l'aria che entrava e usciva dai polmoni con piccoli fischi acuti, gli occhi sgranati e puntati nel vuoto, ancora intrappolati in quell'attimo di orrore assoluto.
Tornai in me. Il campo di battaglia svanì. Mi inginocchiai davanti a lei, incurante della neve bagnata che mi inzuppava i pantaloni, e feci scudo con il mio corpo contro il vento freddo che spazzava il ponte.
«Ehi,» mormorai, la voce roca ma estremamente dolce. Allungai le mani, togliendomi i guanti con i denti per poterle toccare la pelle fredda del viso. «Meave. È tutto finito. Ehi, guardami.»
Non reagiva, persa nel suo abisso. Le presi il viso con entrambe le mani, fermandole la testa, obbligandola a incrociare il mio sguardo. I miei pollici le sfiorarono gli zigomi bagnati di lacrime che non si era nemmeno accorta di stare versando.
«Non c'è più nessun pericolo, Meave. Ci siamo solo noi. Non ti farà del male nessuno.» Le accarezzai i capelli induriti dal gelo, avvicinando il mio viso al suo. «Ascoltami. Segui il mio respiro.» Inspirai profondamente, in modo esagerato, facendole vedere il movimento del mio petto. «Andiamo. Fallo con me. Dentro e fuori.»
Ci vollero diversi tentativi. I suoi polmoni sembravano bloccati in uno spasmo, ma lentamente, aggrappandosi al mio sguardo come a un'ancora di salvezza, il suo petto iniziò a sollevarsi in modo meno disordinato. Un respiro tremante. Poi un altro. Quando finalmente la morsa del panico si allentò, le sue spalle cedettero di schianto. Si lasciò cadere in avanti e io la afferrai al volo, stringendola forte contro il mio giaccone, avvolgendole le braccia attorno alla schiena.
Potevo sentire il battito frenetico del suo cuore contro il mio petto, mentre affondava il viso nel mio collo, stringendo il tessuto della giacca con i pugni. «Va tutto bene,» le sussurrai all'orecchio, tenendola stretta al sicuro in mezzo a quell'inferno di neve e sangue. «Sei stata brava. Va tutto bene.»
Mi staccai lentamente da Meave, allentando la presa appena sentii che il suo corpo aveva smesso di tremare in modo incontrollabile. Le accarezzai un'ultima volta la spalla, poi mi alzai in piedi, mentre il freddo pungente tornava a mordermi il viso.
«Clem, resta qui vicino a lei,» ordinai a bassa voce. La ragazzina annuì, rinfoderando la pistola e accovacciandosi accanto a Meave per metterle una mano sulla schiena.
Mi voltai verso la carneficina che avevo lasciato sull'asfalto del ponte. L'addestramento non finiva con l'ultimo sparo; l'approvvigionamento era essenziale. Camminai verso i corpi macchiati di neve e sangue. Raccolsi un fucile a pompa — molto utile negli scontri ravvicinati — e tutte le munizioni compatibili con le nostre armi. Sfilai anche i due giacconi più pesanti e intatti: puzzavano di sudore, ma sarebbero serviti come ottime coperte aggiuntive.
Mentre mi chinavo sul secondo uomo, un gorgoglio umido ruppe il silenzio. L'uomo a cui avevo sparato al petto era ancora vivo. Era riverso sulla schiena, con le mani premute disperatamente sul buco scuro da cui la vita gli stava colando via, macchiando la neve di un rosso scuro e fumante. Si contorceva, i talloni che raschiavano l'asfalto in uno spasmo di puro dolore.
Mi avvicinai a passi lenti e mi fermai sopra di lui, bloccandogli la visuale del cielo buio. Lui spalancò gli occhi iniettati di sangue. Provò a parlare, ma dalla bocca gli uscì solo una bolla cremisi che gli colò lungo la barba.
«"Non dovevate fare altro che ascoltarci", giusto?» mormorai, la voce piatta e priva di qualsiasi empatia, rigirando la stessa minaccia del loro leader. Inclinai leggermente la testa e lo afferrai per i capelli. «Vedi cosa c'è scritto qui?» indicai la scritta "U.S. Navy" sul mio petto. «Credi che questa roba l'abbia rubata in un negozio? Ci vogliono due palle gigantesche per sfidare un Navy SEAL, oppure bisogna essere dei completi idioti.» Feci una pausa, estraendo il coltello tattico dal fodero sul petto. La lama nera opaca non rifletteva la luce. «Ho ucciso più persone io di quante tu ne abbia mai viste nei film. Ho fatto cose che tu neanche oseresti immaginare... e speravi davvero che tu e il tuo piccolo gruppetto di esaltati sareste riusciti a uccidermi?»
L'uomo fu scosso da un singhiozzo umido, un rantolo disperato di chi capisce di aver fatto una cazzata madornale. Non gli diedi il tempo di soffrire oltre. Mi calai su di lui e affondai la lama con precisione chirurgica alla base del cranio. Il suo corpo si afflosciò del tutto.
Pulii la lama sul suo cappotto, la rinfoderai e mi alzai, spostando l'attenzione sui veicoli. Il nostro SUV era un colabrodo. La fiancata era butterata dai fori dei pallettoni, la ruota anteriore era a terra, il lunotto posteriore ormai uno scheletro di plastica e nastro adesivo.
Mi diressi verso il loro pick-up, un grosso Dodge scuro. Era massiccio, solido, con tutti i finestrini intatti e le portiere rinforzate da blindature artigianali. Aprii lo sportello del guidatore. Le chiavi erano ancora nel quadro. Le girai di uno scatto. Il cruscotto si illuminò di un bagliore arancione: l'indicatore del carburante segnava tre quarti di serbatoio. Un lusso. Sgranai gli occhi. Se giravano con tutta quella benzina, significava che avevano accesso a scorte importanti, probabilmente con un gruppo molto più grande e organizzato alle spalle. Aprii lo sportellino del carburante e notai l'etichetta sbiadita accanto sul tappo: Diesel. Esattamente come il nostro SUV.
Tornai dalle ragazze, con il passo molto più leggero. «Spostiamoci,» dissi, gettando a terra i giacconi recuperati. «Meave, alzati, andiamo via da questo schifo. Clem, prendi il tubo di gomma e la tanica. Sifona quel poco di carburante rimasto nel SUV, io trasferisco le nostre armi e il cibo. Prendiamo il loro pick-up. Almeno ha i vetri intatti e il riscaldamento funzionante.»
Dieci minuti dopo, il motore del Dodge rombava con una potenza rassicurante. Ingranai la retromarcia, sbloccai il passaggio dal ponte spingendo via di lato il muso del nostro vecchio SUV ormai abbandonato, e ripresi la provinciale, tornando sulla rotta originale per aggirare Asheville.
L'abitacolo del pick-up era spazioso e, per la prima volta da ore, caldo. L'aria bollente che usciva dalle bocchette iniziò a sciogliere il ghiaccio dai nostri vestiti e a dissipare la tensione accumulata. Clem si era sistemata sui sedili posteriori, circondata dai nostri zaini e dalle nuove armi. Meave era seduta accanto a me sul sedile del passeggero. Fissava il paesaggio desolato fuori dal parabrezza, con i lineamenti ancora rigidi.
Decisi di rompere quel silenzio pesante.
«Come ti senti?» le chiesi, tenendo la voce bassa, quasi intima.
Non rispose subito. Si strinse nel giaccone, incrociando le braccia.
«Come una che ha appena capito di essere inutile,» sussurrò. «Mi hai vista, Trevis. Se non ci fossi stato tu...»
«Ma c'ero,» la interruppi, con dolcezza. «E ti sei sbloccata. Hai sparato. Hai fatto la tua parte. La paura è un riflesso, Meave, non una colpa. Passerà.»
Lei fece un respiro profondo e tremante. Sganciò la cintura di sicurezza, scivolò lungo il sedile e accorciò la distanza tra noi, fino a premersi contro il mio fianco destro. Con un sospiro esausto, appoggiò la testa sulla mia spalla. L'odore dei suoi capelli, misto a tutto il resto, mi riempì le narici. Staccai la mano destra dal volante e la posai sulla sua gamba. Le strinsi delicatamente la coscia, un ancoraggio silenzioso. Sentii i suoi muscoli rilassarsi sotto il mio palmo.
Guardai lo specchietto retrovisore. «Clem,» chiamai, senza alzare troppo il volume per non disturbare Meave. «Apri la mappa. Dobbiamo capire quale sarà il prossimo buco in cui ci fermeremo. Evitiamo i centri grossi.»
Sentii il fruscio della carta plastificata srotolata sui sedili posteriori e il clic di una torcia. Clem studiò le linee nel buio per qualche minuto.
«Da qui stiamo andando verso il Tennessee, giusto?»
«Ehm... sì, sì, perché?» domandai.
«Perché se vogliamo aggirare Asheville, credo sia meglio passare da questo posto... Newport, che è in Tennessee,» disse Clem, non del tutto sicura. «Poi... possiamo ricollegarci a questa statale che ci porta a Johnson City. Da lì poi rientriamo in Carolina del Nord.»
«Newport e poi Johnson City,» ripetei, memorizzando il percorso. Annuii lentamente nel buio. «Va bene. Traccia la rotta, Clem. Speriamo solo che in Tennessee siano più accoglienti.»
Il tragitto verso nord fu una desolazione totale, la strada era completamente libera e veniva lentamente inghiottita dal bianco. Non parlavamo molto. Il riscaldamento del pick-up ronzava in sottofondo, ma non bastava a sciogliere il gelo che Meave si portava dentro dalla sparatoria sul ponte. Teneva lo sguardo perso oltre il finestrino, i lineamenti tesi come corde di violino. Tolsi la mano dal cambio e la posai sulla sua, stringendole le dita fredde. Lei non si voltò, ma intrecciò le sue dita alle mie, aggrappandosi a quella stretta come a un'ancora.
La tormenta stava peggiorando; i fiocchi si schiantavano contro il parabrezza trasformandosi in una cortina opaca. Dovevamo fermarci. Clementine mi diede le indicazioni da dietro, seguendo la mappa con la torcia. Lasciammo la statale imboccando la Route 1521. Dopo qualche miglio a velocità ridotta, i fari illuminarono un cartello di legno marcio piegato su un lato: 718 Ransom Creek.
Sterzai, infilando le grosse gomme del Dodge in una stradina sterrata che si addentrava nel bosco. Era un piccolo complesso residenziale isolato. C'erano tre case in legno scuro, ma il tempo e l'abbandono le avevano quasi restituite alla foresta. Una era completamente crollata su se stessa, il tetto sfondato dal peso di un vecchio pino caduto. Le altre due sembravano in piedi, ma emanavano un'aura di desolazione assoluta.
Parcheggiai nel cortile della casa che sembrava più stabile. Spensi il motore e il silenzio ci cadde addosso, rotto solo dal fischio del vento tra i rami scheletrici. L'erba intorno alla veranda era altissima, incolta e completamente cristallizzata dal gelo. Il fango del vialetto si era indurito, formando profonde pozzanghere di ghiaccio sporco, costellate di rami spezzati e foglie morte intrappolate sotto la superficie scivolosa. Il cielo sopra di noi era una lastra di piombo informe. Niente sole, niente ombre. Solo un grigio opprimente che toglieva i colori al mondo.
«Vediamo se c'è un posto dove fermarci per oggi,» dissi, sganciando la cintura. «La neve comincia a farsi fitta e non sembra voler smettere. Dobbiamo stare al coperto.»
Scesi dal pick-up e feci il giro per aprire lo sportello a Meave.
Clem ci seguiva a un paio di passi di distanza. I gradini della veranda erano marci. Aprii la porta d'ingresso con una spallata decisa. La serratura cedette con uno schiocco secco. L'interno odorava di polvere stantia, legno umido e abbandono. La luce grigia filtrava a stento dalle finestre incrostate di sporco. Iniziammo a perlustrare l'ambiente: una piccola cucina, un salotto con i divani coperti di lenzuola logore, un corridoio buio.
Sembrava tutto vuoto. Una tomba silenziosa. Finché, dal fondo del corridoio, un tonfo sordo fece vibrare il pavimento.
Meave lanciò un piccolo gemito di terrore e si aggrappò al mio giaccone.
«Shh,» le sussurrai, alzando il mio fucile. «Ci sono io. Clem, coprimi le spalle.»
Avanzai lentamente verso l'ultima porta in fondo al corridoio. Era una porta scorrevole, tipica delle vecchie cabine armadio o dei bagni in camera. Da dietro il legno leggero arrivò un raschiare umido. Poi un respiro gorgogliante, spezzato, inconfondibile. Un errante.
«Restate indietro,» ordinai.
Afferrai la maniglia della porta scorrevole e tirai con forza verso sinistra. L'errante cadde in avanti, letteralmente incapace di reggersi in piedi. Piombò sul pavimento di legno con un rumore di ossa secche. Abbassai la canna del fucile, ma non premetti il grilletto. La creatura che strisciava ai miei piedi era uno spettacolo pietoso. Era rimasto chiuso là dentro per anni. Senza stimoli, il suo corpo era andato incontro a una mummificazione innaturale. La pelle era grigia, tesa,, le labbra inesistenti, gli occhi ridotti a cavità buie. I vestiti — una camicia a righe bianche e blu sbiadita e dei jeans — gli pendevano addosso come su uno spaventapasseri. Provò ad allungare una mano ossuta verso i miei stivali, aprendo la bocca sdentata in un rantolo debole. Non mi spiegavo come diavolo facesse ancora a muoversi. Era tenuto insieme solo da quel fottuto virus.
Non sprecai un proiettile. Mi bastò sollevare un piede e schiacciargli la testa. Lo afferrai per il colletto della camicia. Pesava sì e no trenta chili. Lo trascinai per i piedi lungo il corridoio, fuori dalla porta d'ingresso, e lo gettai oltre la veranda, lasciando che la neve iniziasse a seppellirlo in mezzo alle foglie morte.
Quando rientrai, chiudendo la porta per bloccare lo spiffero gelido, trovai Meave seduta sul bordo del divano in soggiorno. Si stava massaggiando le tempie, gli occhi chiusi. Mi avvicinai e mi sedetti accanto a lei, passandole di nuovo un braccio attorno alle spalle per trasmetterle un po' di calore.
Il mio sguardo cadde sul tavolino basso di fronte a noi. C'era uno strato di polvere spesso un dito, ma al centro spiccava una cornice di legno scuro, ribaltata a faccia in giù. Allungai la mano libera e la sollevai.
Passai il pollice sul vetro opaco, togliendo il grigiore del tempo. Era una fotografia. Una famiglia. C'era una donna dai lineamenti dolci, due bambini biondi di forse sei e otto anni, e un uomo che teneva le braccia attorno a loro. Indossava la stessa camicia a righe. Aveva gli stessi lineamenti, più gonfi e sorridenti, di quell'ammasso di ossa secche che avevo appena buttato in cortile.
Guardai la foto, poi la porta in fondo al corridoio. La storia si scriveva da sola nella mia testa, un copione già visto mille volte in questo inferno. Forse era stato morso mentre cercava provviste. Forse aveva capito cosa gli stava succedendo e, per salvare la moglie e i figli, si era chiuso a chiave nel bagno, isolandosi, condannandosi a consumarsi nel buio mentre ascoltava i suoi cari fuggire o, peggio, morire.
Un senso di oppressione mi strinse la gola. Rimisi la cornice sul tavolino a faccia in giù. Non c'era bisogno di guardare oltre. Quel mondo grigio, quel freddo che paralizzava le ossa, le case marce e le foto sbiadite... era tutto un cimitero.
Attirai Meave un po' più vicina a me, sentendo il suo respiro posarsi sul mio petto. Non le dissi nulla della fotografia. In quel momento, l'unica cosa che contava era il calore del suo corpo contro il mio, la prova tangibile che, in mezzo a quella desolazione assoluta, noi tre eravamo ancora vivi.
Il divano scricchiolò mentre Meave si sistemava meglio contro il mio fianco. L'oscurità della stanza era rotta soltanto dalla luce grigia che filtrava dalla finestra, ma potevo sentire il suo sguardo fisso sul mio profilo, pesante, carico di domande che fino a quel momento aveva tenuto a freno.
«Non riesco a capire cosa tu sia veramente...» mormorò, la voce appena un sussurro che fendette il silenzio stantio della casa. «Come fai? Come fai a uccidere qualcuno e poi continuare la tua vita come se niente fosse?»
Fissai il punto nel vuoto dove fino a pochi minuti prima si trovava la fotografia della famiglia. Passai le dita sulla sua spalla, stringendola piano.
«Era il mio lavoro, Meave. Ero un Navy SEAL,» dissi con calma. «Quando sei in missione non hai molto tempo per pensare, sai? Uccidi o vieni ucciso, la guerra è questa. I primi sono i più difficili da mandare giù, ma poi... diventano solo numeri. Statistiche con cui vantarti con i compagni per convincere te stesso che non ti stiano logorando dentro.»
Lei si scostò leggermente per guardarmi in viso. «Ma non hai mai paura?»
«La paura c'è sempre,» risposi, voltandomi verso di lei. «Impari solo a nasconderla. A schiacciarla in fondo allo stomaco prima che ti faccia tremare le mani.»
Meave deglutì a fatica.
«Quante persone hai ucciso?»
Pesai ogni parola prima di pronunciarla, rispolverando fantasmi che cercavo di tenere chiusi in una scatola. «Cinquantadue confermate. Undici non confermate, durante la guerra. Dopo che il mondo è crollato ho smesso di contarle... ma sicuramente più di dieci. Quando fai parte di una comunità in questo nuovo mondo, sei sempre in guerra con qualcuno.»
«Te li ricordi tutti?»
Scossi lentamente la testa. «No. Non tutti.»
I suoi occhi si strinsero, un misto di sconcerto e dolorosa curiosità. «Come fai a non ricordarli? Le hai uccise quelle persone, Trevis.»
«Ti ricordi i primi,» le spiegai, abbassando la voce, lasciando che la verità nuda venisse a galla. «Ti ricordi le facce, i dettagli minimi, quello che stavano facendo un istante prima di morire. Io operavo principalmente come cecchino. Li guardavo attraverso un'ottica da otto ingrandimenti prima di premere il grilletto. È lì che capisci che davanti a te non ci sono più le sagome di carta dell'addestramento, ma esseri umani. Ma se non spari tu, muori tu. O muoiono i tuoi compagni. E allora spari... spari proprio perché hai una gran paura. Ma non è una cosa per tutti. Ti mangia la testa se non impari a mettere da parte le emozioni.»
Meave rimase in silenzio, ma il suo sguardo non era più spaventato. Era pieno di una comprensione profonda, quasi dolorosa. Allungò una mano e mi sfiorò la guancia, la sua pelle calda in contrasto con il gelo della stanza.
«Mi dispiace,» sussurrò.
Non dissi nulla. Ridussi la poca distanza che ci separava. Le sue dita scivolarono dietro la mia nuca mentre le mie mani le cercavano il viso, d'istinto, come se l'unico modo per scacciare l'orrore di quelle storie fosse sentire che lei era lì. La baciai, le sue labbra erano calde nonostante il freddo opprimente, un bacio lento carico di disperazione, impregnato di tutto quello che avevamo visto e della consapevolezza che il domani non era garantito a nessuno.
Il piano di legno scricchiolò bruscamente sopra di noi, seguito da passi leggeri che scendevano le scale.
«È tutto a posto,» disse la voce di Clementine dall'ingresso del soggiorno. «Il piano di sopra è vuoto e le finestre sono—»
Ci staccammo di scatto, voltandoci verso di lei.
Clem si bloccò a metà strada, il braccio con la torcia che calava lentamente lungo il fianco. Sbatté le palpebre un paio di volte, con un'espressione di puro e spiazzato imbarazzo
«Oh... scusate...» disse, facendo mezzo passo indietro come se volesse ripartire verso le scale. «Finisco di dare un occhiata sopra.»
Il momento di tensione si spezzò all'istante. Meave si portò una mano alla bocca e scoppiò in una risata genuina, cristallina, la prima vera risata che le sentivo fare da giorni.
«No, Clem, resta!» le disse Meave, asciugandosi una lacrima d'imbarazzo mentre cercava di ricomporsi sul divano. «È tutto a posto.»
La sera arrivò subito. Quando la luce grigia oltre i vetri sporchi si spense, lasciando il posto al buio denso e assoluto della notte, il silenzio della casa si fece quasi rassicurante. Clem decise di ritirarsi al piano superiore, dove aveva trovato una camera con un letto ancora intatto. Aveva il sonno leggero e la pistola carica sul comodino. Eravamo al sicuro, per quanto quella parola potesse avere ancora un senso.
Rimasti soli nel soggiorno, io e Meave aprimmo il vecchio divano-letto. I cardini arrugginiti stridettero, ma quando il materasso si distese, lei ci passò sopra una mano, quasi incredula. Era logoro, impolverato e sapeva di chiuso, ma in quel mondo di asfalto ghiacciato e sedili d'auto, ci sembrò un fottuto lusso.
«Oddio, un materasso... è un sogno.» disse Meave.
«Sì dai, meglio di niente...»
«Dio, che eterno insoddisfatto che sei.»
Ci raggomitolammo sotto le coperte che avevamo recuperato e i nostri giacconi. La regola era sempre la stessa: fare a turni per la guardia. Fui io il primo a chiudere gli occhi, sprofondando in un sonno vigile, di quelli in cui un orecchio resta sempre teso.
Quando arrivò il mio turno di vegliare, mi misi seduto contro lo schienale, tenendo il fucile appoggiato sulle ginocchia. Meave scivolò sotto le coperte, cercando di riposare. Ma il freddo pungente di quella casa senza riscaldamento era implacabile. La sentivo rigirarsi, con respiri corti e tremanti.
Dopo l'ennesimo sospiro frustrato, si girò verso di me, gli occhi che brillavano nella penombra.
«Ho freddo, non riesco a dormire,» sussurrò. «Posso stare attaccata a te?»
Feci finta di pensarci su, mantenendo il mio solito tono distaccato. «Se proprio insisti...»
Le feci spazio al mio fianco, ma Meave non si limitò ad accoccolarsi. Con un movimento fluido e inaspettato, si sollevò e si mise a cavalcioni su di me, bloccandomi tra le sue gambe. Il peso del suo corpo era caldo, urgente.
«La vuoi smettere di fare il musone ogni volta?» sussurrò a un millimetro dal mio viso. Il suo respiro mi sfiorò la pelle, carico di un'elettricità che spazzò via ogni pensiero di sopravvivenza.
I suoi occhi si muovevano come se mi stesse osservando davvero per la prima volta.
«Scaldami ora.»
Non ci fu bisogno di aggiungere altro. La tirai a me, e le nostre bocche si cercarono con una fame che andava oltre il semplice desiderio. Era un bisogno viscerale di sentirsi vivi, di aggrapparsi a qualcosa di umano in mezzo alla morte. L'attrazione divampò come un incendio in una foresta secca. Meave iniziò a muoversi lentamente sopra di me, un attrito che mi mandò il sangue al cervello. Sotto le coperte, le mie mani si infilarono sotto il lembo del suo maglione pesante. La sua pelle era bollente in contrasto con le mie dita fredde. Le accarezzai la schiena, risalendo, fino a prenderle il petto. Meave inarcò la schiena con un respiro profondo e tremante che mi si infranse contro le guance.
Le sue mani, intanto, armeggiavano con i bottoni e la zip del mio giaccone, spingendo via gli strati di stoffa ruvida per trovare la mia pelle. Le dita si infilarono sotto la mia maglia e scorsero sui miei muscoli tesi, tracciando i contorni del mio petto con dolcezza.
In una lotta silenziosa contro l'aria gelida della stanza, ci liberammo solo dell'essenziale, restando avvolti nel bozzolo scuro di quelle lenzuola logore. La sentivo bagnata, pronta. Quando le sue mani scesero per guidarmi dentro di lei, il contatto fu una scossa che ci fece sussultare entrambi.
«Aah!» Il gemito di Meave le sfuggì dalle labbra, ma se lo soffocò all'istante, premendosi il palmo della mano sulla bocca per non farsi sentire da Clem al piano di sopra.
Facemmo l'amore per la prima volta su quel divano sfondato, in un ritmo lento, profondo e disperato. I nostri volti erano vicinissimi, i nostri respiri si mescolavano nell'oscurità, scaldandoci a vicenda, scacciando il gelo dell'inverno e gli orrori della giornata.
Presi Meave per i fianchi e, ribaltando la situazione, entrai di nuovo in lei spingendo con più foga.
«Ah! Trevis!» ansimò a bassa voce. Lei mi prese il viso con entrambe le mani.
«Non finire dentro... ti prego,» mi sussurrò all'orecchio, la voce rotta dal piacere e dalla necessità pratica di un mondo in cui una gravidanza significava quasi certamente una condanna a morte. Le accarezzai i capelli sudati, annuendo in silenzio, stringendola forte mentre acceleravo, perdendomi nel suo calore fino ad arrivare al limite e tirarmi fuori, crollando infine sfinito sul materasso accanto a lei.
Restammo lì per lunghi minuti, a guardarci negli occhi, con i respiri affannosi, avvolti nella pesantezza soddisfatta di chi si è appena ricordato cosa significa essere umani. Il sudore cominciava già a raffreddarsi sulla pelle sotto le coperte pesanti.
Meave mi guardò ancora per qualche secondo nel buio, poi storse leggermente il naso, con un mezzo sorriso stanco che le increspava le labbra.
«Mio Dio... fatti una doccia, ti prego,» sussurrò.
Soffocai una mezza risata, passandomi una mano sul viso.
«Prima di accusarmi, forse dovresti annusarti da sola.»
«Sei insopportabile.»
«Anche tu, solo che oltre a essere insopportabile puzzi e russi.»
La sentii ridacchiare piano, poi il silenzio tornò a riempire la stanza.
[CONTINUA...]
L'abitacolo del SUV si è trasformato in una ghiacciaia. I finestrini sono ormai lastre opache coperte da uno strato di brina cristallizzata, isolandoci completamente dal buio e da qualunque cosa si nasconda là fuori.
Clementine dorme rannicchiata sul sedile posteriore, il cappuccio della felpa tirato fin sopra gli occhi. Il suo respiro segue una cadenza lenta, quasi impercettibile — come se possedesse una corazza di ferro invisibile capace di spegnere il corpo e il cervello a comando, scivolando in un sonno profondo e immobile mentre il gelo che ci circonda non riesce a sfiorarla. Un meccanismo di difesa estremo, probabilmente l'unica cosa che le ha permesso di arrivare viva fino a qui.
Meave, invece, combatte una guerra diversa. Sprofondata nel sedile del passeggero, il viso pallido rivolto verso di me, dorme sfinita dallo scontro, dal dolore alla gamba e dalla tempesta emotiva delle ultime ore. Ma il suo non è un sonno pacifico. Ogni tanto un fremito le percorre le spalle. Il respiro si condensa in nuvolette bianche nell'aria gelida, e le mani restano chiuse a pugno, strette tra le cosce, nel tentativo istintivo di trattenere un calore che il corpo non riesce più a produrre da solo.
La osservo un momento, illuminata solo dal raggio fioco e rossastro della mia torcia tattica, prima di abbassare di nuovo lo sguardo sulle pagine rigide del diario di Michael Carter. Leggo in silenzio, cercando indizi, mappe, un motivo qualsiasi per credere che la strada verso est non sia solo un altro cimitero. Verso la metà del taccuino trovo un lungo sfogo rabbioso, vergato nei giorni in cui il plotone di Carter ha iniziato a sfaldarsi.
*
Ieri se ne sono andati in quattro. Hanno preso il blindato leggero e la maggior parte delle scorte d'acqua. Non se ne sono andati per tornare dalle famiglie — quelle, per la maggior parte, non le hanno più.
Da settimane passavano le notti incollati all'apparecchio a onde corte, a scavare tra la statica in cerca di un segnale su un posto chiamato "La nuova frontiera". Una sera arrivò, spezzato e incomprensibile, come se dovesse attraversare l'acqua prima di raggiungerci. Non hanno mai capito le parole per intero. Ma un nome è tornato abbastanza volte da far loro pensare a una meta sicura: sette miglia da Iron Mountain, verso est.
Inizialmente si diceva che fosse un buon insediamento fortificato, un posto dove tutto funzionava per il meglio. Ma per me sono solo parole al vento. Una favola troppo bella per essere vera e, anche se lo fosse, è perché nasconde qualcosa di marcio e macabro.
Non so cosa ci sia davvero da quelle parti e onestamente non voglio saperlo. So solo che quattro uomini addestrati, che avevano visto di tutto, erano disposti a morire pur di raggiungere la nuova frontiera. Capisci che è tutto finito quando degli uomini si mettono a inseguire una voce alla radio. Non è neanche più sopravvivenza, è qualcosa di più vicino alla fede... per chi crede ancora a qualcosa. Io, sinceramente, non ho mai creduto a niente e ad oggi posso dire di aver avuto ragione. Perché la fede, in questo mondo, uccide più in fretta di tutto il resto.
*
Rileggo il paragrafo più volte.
La nuova frontiera... mi stava venendo da ridere. Carter aveva ragione su una cosa, almeno: niente è mai come sembra al giorno d'oggi, nessuno ti promette niente, ma quando non hai un posto dove andare, la speranza è l'unica cosa che ti rimane.
Un fruscio secco di tessuto mi distrae. Alzo gli occhi dal diario. Meave sta tremando. Un brivido forte le ha scosso tutto il corpo, facendole contrarre la mascella nel sonno. Emette un piccolo suono, un gemito soffocato in fondo alla gola, e cerca di rannicchiarsi ancora di più su se stessa, invano.
Spengo la torcia tattica. Il buio dell'abitacolo ci inghiotte per qualche secondo, finché i miei occhi non si abituano al debole chiarore lunare che filtra a stento dal parabrezza innevato. Resto a guardarla. Non faccio nulla, inizialmente. L'addestramento militare mi ha insegnato a compartimentalizzare il freddo, a trasformarlo in un rumore di fondo da ignorare. Il mio corpo è abituato a sopportare temperature ben peggiori.
Ma Meave rabbrividisce di nuovo. I suoi denti battono leggermente. Il ricordo della sensazione delle sue labbra fredde sulle mie, della disperazione con cui si è aggrappata a me là fuori, mi stringe lo stomaco. La maschera di sarcasmo e arroganza che indossa ogni giorno quando è sveglia svanisce completamente quando dorme. Nel buio, con i lineamenti rilassati e indifesi, sembra quasi un'altra persona.
Senza fare rumore, afferro i lembi della mia coperta di lana militare che tengo stesa sulle mie gambe. Me la sfilo, lasciando che il gelo mi morda i pantaloni, e mi sporgo verso il sedile del passeggero. Con movimenti lenti per non svegliarla, stendo la coperta su di lei. Copro le sue gambe, il busto, e le rimbocco con cura i bordi spessi attorno alle spalle, isolandola dall'aria gelida.
Nel farlo, il mio viso arriva a pochi centimetri dal suo. Sento di nuovo quell'odore debole di polvere, fumo e sudore incastrato nei suoi capelli. Il suo respiro si fa improvvisamente meno irregolare. Sotto il peso della coperta, il suo corpo smette di contrarsi e si rilassa, affondando nel calore.
Resto piegato verso di lei per un secondo di troppo, ascoltando il suono del suo respiro che si stabilizza. Poi mi ritiro nel mio sedile freddo. Chiudo il diario di Carter e me lo infilo nella tasca del giaccone, incrociando le braccia al petto. Faccio scivolare lo sguardo fuori dal finestrino, verso il bosco sommerso dalla neve, preparandomi ad affrontare il resto della lunga guardia notturna.
Apro l'atlante stradale alla luce fioca del cruscotto e traccio un rapido percorso alternativo. Non possiamo restare qui. I fiocchi di neve non scendono più lenti e leggeri, ma iniziano a vorticare in raffiche orizzontali, spinti da un vento che fa scricchiolare gli alberi attorno allo spiazzo. Se ci facciamo bloccare dalla bufera qui in mezzo al nulla, senza cibo e senza un rifugio vero, siamo finiti.
Giro la chiave nel quadro. Il motore diesel borbotta e prende vita. L'indicatore del carburante sale a stento a un quarto di serbatoio, nonostante la misera aggiunta fatta da Clementine al minimarket. Significa che saremo costretti a fermarci di nuovo prima del previsto, ma è un problema che affronterò domattina. Tendo una mano e accendo il riscaldamento al minimo. Consuma quel poco di batteria e carburante che abbiamo, ma è strettamente necessario: il finestrino posteriore, andato in frantumi durante la sparatoria alla clinica veterinaria, è rattoppato alla bell'e meglio con pezzi di cartone, buste di plastica e nastro isolante. Basta a fermare la neve, ma non il gelo, e gli spifferi taglienti continuano a infilarsi nell'abitacolo come lame.
Ingrano la marcia e porto il SUV con cautela fuori dallo spiazzo, rimettendomi sulla strada provinciale secondaria che ho individuato. L'asfalto è già coperto da una patina bianca, ma le gomme larghe fanno ancora presa. Clementine e Meave continuano a dormire, senza scomporsi per i movimenti dell'auto.
Passa quasi un'ora di guida nel buio assoluto, con il tergicristallo che scandisce il tempo spazzando via la neve dal parabrezza a intervalli regolari. L'ipnosi della strada bianca comincia ad appesantirmi le palpebre. Mi serve qualcosa per restare vigile.
Premo l'interruttore del sistema di infotainment sul cruscotto. Le auto prodotte prima del crollo avevano memorie interne con centinaia di ore di musica salvata, pensate per i lunghi viaggi di un mondo che non esiste più. Lo schermo si accende con un bagliore azzurrognolo. Scorro la libreria touch — nomi di artisti che non ho mai sentito, roba che andava di moda proprio prima della fine, Vex Nova, The Chrome Hearts, Synthwave 99 — finché l'occhio non mi cade su una cartella etichettata "Classici". Premo play senza pensarci troppo.
L'abitacolo si riempie del giro di basso funky e psichedelico di The Less I Know the Better dei Tame Impala. Lo tengo a volume basso, ma le vibrazioni saturano comunque l'aria chiusa. Qualche minuto dopo, Meave si muove sotto la coperta. Mugugna qualcosa di incomprensibile, si gira verso di me e strizza gli occhi, infastidita dalla luce del cruscotto. «Spegni quella merda,» biascica, la voce impastata dal sonno. «Voglio dormire.»
Non stacco gli occhi dalla strada, ma sento l'angolo della bocca piegarsi verso l'alto. «E io non voglio sentire gente che russa nel sonno.»
Meave si blocca. Si solleva di scatto sui gomiti, la coperta che le scivola fino alla vita. «Io non russo,» ribatte, con il tono piccato di chi si sente mortalmente offeso.
«Certo che no. Sembravi solo un cinghiale asmatico nascosto nel vano portaoggetti.»
La sua mano scatta veloce. Un colpetto secco sulla mia guancia — non abbastanza forte da far male, ma abbastanza da farmi sobbalzare sul volante.
«Ripetilo e la prossima volta guidi tu con un occhio nero,» dice, ma la minaccia non regge: agli angoli della bocca le trema qualcosa che assomiglia pericolosamente a un sorriso.
Mi sfioro la guancia con due dita, senza staccare l'altra mano dal volante. «Adesso, oltre a russare, picchi pure chi ti tiene al caldo di notte. Complimenti.»
«Mi hai solo prestato la coperta.» Ma non c'è più veleno nella sua voce. C'è qualcosa di più leggero, quasi giocoso, che non le sentivo usare da prima ancora di conoscerla davvero.
«Fuori fanno -2 °C, privarmi di una coperta è un sacrificio pesante...» «Certo, se non hai una divisa termica addosso, forse, ma tu ce l'hai.»
Si stropiccia il viso, rinunciando palesemente a riprendere sonno, e si allunga verso lo schermo del cruscotto, premendo sul touch con un dito stizzito. Salta la traccia. Partono un paio di brani elettronici pesanti, voci metalliche e sintetizzatori sparati al massimo, che scarta quasi subito schiacciando Next. Alla fine si ferma. Le casse rilasciano un beat pop ritmato, allegro, e una voce femminile che attacca su un basso pulsante.
«Uh, Dua Lipa...» mormora, con un mezzo sorriso compiaciuto che non le vedevo da giorni. Si appoggia allo schienale. «Vecchio stile.»
Corrugo la fronte, dando una rapida occhiata allo schermo prima di tornare a fissare la strada. «Chi cazzo è Dua Lipa?»
Meave gira la testa verso di me così in fretta che rischia il torcicollo. «Dici sul serio?» Mi guarda come se avessi appena sviluppato un secondo naso in mezzo alla faccia. «Era una delle popstar più grandi dell'inizio del secolo. La conoscevano letteralmente tutti.»
«Tutti quelli che ascoltavano roba prodotta in serie dai computer, forse.» Tamburello le dita sul volante, ostinatamente fuori tempo rispetto alla canzone. «Io di quegli anni ascoltavo i Måneskin, ma la vera musica che non passa mai di moda è un'altra: blues, rock anni Settanta, Ottanta, Novanta. Roba di cui probabilmente non conosci nemmeno l'esistenza. Non tre minuti scritti apposta per far ballare ragazzini ubriachi nelle discoteche o nei centri commerciali.»
Meave alza gli occhi al cielo con un sospiro esasperato. «Ma certo. Ovviamente il grande soldato cattivo ascolta solo gente depressa che urla dentro un microfono e spacca chitarre sul palco. Non me lo sarei mai aspettata, sinceramente.»
«Sono gusti, Meave. È musica che ha fatto la storia, che ha un'anima e che, tra l'altro, ha dato vita praticamente a tutti gli altri generi venuti dopo. Compreso questo.» Faccio un cenno vago verso lo schermo. «Capra.»
«Anche il pop ha un'anima, babbeo.» Alza leggermente il volume, quasi per farmi dispetto. «E, per tua informazione, ascoltavo anche altro. Ma il pop serviva a farti staccare il cervello. Ti entrava in testa e ti faceva sentire bene per tre minuti netti, senza pensare a bollette, mutui, traffico e guerre.» Mi lancia un'occhiata di lato, uno sguardo che si sofferma un attimo più del necessario. «Ti farebbe bene, ogni tanto. Staccare il cervello, intendo. Invece di fare sempre l'orso incazzato.»
«Non staccherò mai il cervello per Dua Lipa. È una questione di principio.»
«Sei un vecchio senza speranza.» Lo dice senza veleno, quasi con affetto. «Sembri mio padre.»
Dovrebbe suonare come un insulto. Non lo è. C'è una sfumatura nella sua voce, qualcosa di caldo e leggero che non c'era prima di ieri notte, prima della neve, prima che le sue labbra trovassero le mie davanti a quei cassoni arrugginiti. Per un istante, mentre tiene lo sguardo su di me più a lungo del dovuto, mi chiedo se anche lei lo senta — quella corrente sottile che si è aperta tra noi e che nessuno dei due sa ancora bene come chiamare.
Meave si tira la coperta fin sotto il mento e comincia a muovere impercettibilmente la testa a tempo di musica, lo sguardo che si perde nella neve che vortica oltre il finestrino. Il sorriso le resta sulle labbra molto più a lungo della canzone.
Dietro di noi, ignara del dibattito tra rock e pop e con una resistenza ai rumori che rasenta il soprannaturale, Clementine continua a dormire come un sasso. L'aria nell'abitacolo è ancora gelida per gli spifferi che si infilano dal finestrino rattoppato, ma improvvisamente sembra pesare molto meno rispetto a un'ora fa.
La voce di Dua Lipa sta ancora riempiendo l'abitacolo con il suo ritmo leggero quando dal sedile posteriore arriva un fruscio di tessuti. Clementine emerge da sotto il suo bozzolo di coperte. Si stropiccia un occhio con il dorso della mano, i capelli corti scompigliati da un lato, e guarda fuori dal finestrino con aria confusa.
Il buio della notte ha iniziato a cedere terreno senza che me ne accorgessi del tutto, assorbito com'ero dalla mappa e dalla battaglia musicale con Meave. Una sottile lama grigia si è fatta strada tra le nuvole cariche di neve, abbastanza da restituire ai boschi ai lati della strada un profilo, delle forme, un principio di colore dove prima c'era solo nero assoluto.
Guardo il riflesso di Clementine nello specchietto retrovisore, abbassando appena il volume della radio.
«Cominciavo a pensare che fossi morta, sai?» le dico, il tono ancora rilassato dalla conversazione con Meave.
Clementine sbatte le palpebre, mettendo a fuoco l'abitacolo nella luce incerta dell'alba. «Quanto ho dormito?»
«Dieci ore, forse undici. Comunque parecchio.»
Lei si passa una mano sul viso, con un'espressione quasi colpevole.
«Scusate.»
«Non scusarti,» interviene Meave, sistemandosi meglio la coperta sulle gambe. «Almeno uno di noi tre è riuscito a spegnere il cervello.»
Sorrido appena, ma il mio sguardo torna istintivamente allo specchietto retrovisore laterale.
Il sorriso mi muore sulle labbra all'istante.
Nella luce grigia e ancora incerta dell'alba, a circa duecento metri dietro di noi, distinguo per la prima volta con chiarezza la sagoma scura di un pick-up, i fari ormai quasi superflui contro il cielo che si sta schiarendo minuto dopo minuto. L'avevo notato distrattamente una ventina di minuti fa, prima ancora di accendere la radio, e l'avevo scartato come un altro gruppo diretto altrove. In queste zone isolate, chiunque avrebbe dovuto superarci o imboccare una strada diversa già da un pezzo. Invece ha mantenuto la stessa identica distanza. Curva dopo curva.
«C'è un veicolo che ci segue,» dico, la voce che scende di un'ottava, spogliata di ogni inflessione. «Da un po' ormai.»
Allungo la mano verso la plancia e spengo la radio con un colpo secco. La voce di Dua Lipa sparisce di colpo, inghiottita dal rumore sordo degli pneumatici sulla neve.
Meave si irrigidisce. Il colore le sparisce dal viso in un istante, sostituito da un pallore cereo che non ha niente a che fare con il freddo. Il respiro le si spezza in una serie di inspirazioni corte, frammentate, il petto che si solleva a scatti sotto la coperta.
«Cosa?! Che facciamo?» sussurra. Si gira di scatto verso il lunotto posteriore, il corpo che si muove prima ancora che il cervello registri il pericolo di quel gesto.
Allungo il braccio e la afferro per la spalla, tirandola indietro contro lo schienale con più forza di quanta ne intendessi usare. Il colpo le strappa un gemito acuto, di dolore puro, non solo di sorpresa.
«Ahi — cazzo, Trevis!» sibila, portandosi la mano alla spalla, gli occhi che le si inumidiscono più per lo shock del colpo che per la paura. «Mi hai fatto male!»
«Scusa.» La voce mi esce secca, gli occhi ancora incollati allo specchietto. «Ma non ti girare così. Se ti vedono muoverti, capiscono che li abbiamo notati.»
Meave si massaggia la spalla, ma il dolore sembra quasi estraneo adesso, sovrastato da qualcosa di molto più grande. Il respiro non si calma. Peggiora, ogni inspirazione più corta della precedente, le mani che tremano visibilmente sulle ginocchia, aggrappate a un lembo della coperta come se fosse l'unica cosa reale rimasta.
Non ho tempo per gestirla con delicatezza, ma non posso nemmeno ignorarla del tutto. «Meave.» Cerco di tenere la voce ferma, quasi gentile nonostante l'urgenza che mi pulsa alla base del collo. «Respira. Mi serve che tu resti con me. Ma se adesso non ce la fai, va bene lo stesso. Ci penso io.»
Lei annuisce, un movimento talmente piccolo da essere quasi impercettibile, ma gli occhi le restano vitrei, persi da qualche parte che non è più dentro questa macchina. Riconosco quello sguardo. L'ho già visto una volta, sull'asfalto di un piazzale, con un errante sopra di lei. E per un istante, mentre la guardo lottare contro qualcosa che nessuno può vedere tranne lei, capisco che quello che mi ha confessato ieri notte sui cassoni non era solo una confessione. Era un avvertimento.
Sollevo leggermente il piede dall'acceleratore, forzando il cervello a tornare tattico. Il SUV decelera in modo morbido. Guardo lo specchietto: i fari dietro di noi si avvicinano, ma non di molto. È una conferma assoluta. Non è un passante confuso dal maltempo. È un cacciatore.
Un ding acuto dal cruscotto interrompe il filo dei miei pensieri. La spia arancione della riserva del carburante si accende, proiettando un bagliore sinistro sul volante.
Allungo la mano e spengo il riscaldamento, tagliando di netto l'aria calda dalle bocchette. «So che fa freddo, ma il carburante ci serve e non possiamo sprecarlo con il riscaldamento,» dico, più a me stesso che a chiunque altro. Nessuno protesta. Meave è troppo lontana da qui per accorgersene, e Clementine ha già capito da sola il perché.
«Clem,» dico, senza staccare gli occhi dallo specchietto. «Riesci a vedere quanti sono, senza farti notare?»
Non serve chiederglielo due volte. Si sposta piano verso il finestrino posteriore, sfruttando lo spiraglio rimasto libero tra il cartone e il nastro isolante, un movimento talmente controllato da risultare quasi invisibile dall'esterno. Ci mette pochi secondi.
«Pick-up scuro,» dice, tornando composta. «Vedo almeno tre sagome. Forse quattro.»
«Gli amici della clinica veterinaria,» deduco, freddo. «Hanno riconosciuto il SUV.»
Accendo la piccola luce di lettura sopra la testa di Meave. «La mappa,» dico. «Devo sapere se possiamo tagliargli la strada.»
Meave allunga le mani verso il vano portaoggetti, ma le dita le tremano così forte che l'atlante rischia di scivolarle di mano prima ancora di aprirlo. Lo distende sulle ginocchia, gli occhi che scorrono la carta senza fermarsi su niente, incapaci di mettere a fuoco le linee sottili sotto la luce fioca.
«Siamo sulla provinciale 215, diretti a nord,» dico, veloce. «Dovrebbe esserci un ponte qui vicino, uno di quelli stretti in metallo che attraversano il fiume Pigeon. Trovalo.»
«Io—» La voce di Meave si spezza. Le dita scorrono la pagina avanti e indietro sulla stessa piega, senza costrutto. «Non riesco a... le linee sono tutte uguali, non capisco dove—»
«L'acqua, Meave, cerca la linea blu vicino alla strada, cazzo.»
Una mano più piccola si allunga da dietro, oltre la spalla di Meave. Clementine si è sporta tra i due sedili, un dito che scivola sicuro lungo una linea azzurra sulla carta.
«Qui,» dice, la voce piatta e calma, come se stesse indicando la fermata di un autobus e non una via di fuga da un'imboscata.
«Il ponte fa da incrocio con la Old River Road. Meno di due miglia da dove siamo adesso.» Poi, senza aspettare conferma, aggiunge: «Devi girare a destra tra un po', Trevis.»
Meave fissa il punto che Clementine le ha appena indicato, il respiro ancora corto, spezzato, ma qualcosa nel suo sguardo si aggrappa a quella certezza presa in prestito, come se la calma di qualcun altro potesse per un momento sostituire la propria.
«Ci siamo, è qui! Gira!» esclama Meave, la voce che trema ma trova comunque la forza di uscire in tempo, aggrappandosi al cruscotto.
Faccio sbandare il SUV sulla destra, imboccando la Old River Road. I fari illuminano un'arcata di metallo arrugginito e una stretta lingua di asfalto sospesa sul fiume, la luce dell'alba che disegna appena i contorni della struttura contro il cielo grigio. Il ponte. Schiaccio a fondo l'acceleratore. Il motore diesel ruggisce, le gomme posteriori perdono aderenza per una frazione di secondo sulla neve fresca, poi fanno presa e ci proiettano in avanti. Attraversiamo il ponte a tutta velocità, i tralicci d'acciaio che sfrecciano come ombre ai lati dei finestrini. Non appena le ruote anteriori toccano la terraferma dall'altra parte, sterzo bruscamente a sinistra; il SUV slitta leggermente. Faccio retromarcia, blocco il passaggio e tiro il freno a mano.
«Uscite,» ordino, aprendo la portiera e venendo investito dall'aria gelida. «Ma rimanete dietro. La macchina ci farà da scudo se le cose si mettono male.»
Meave e Clementine scivolano fuori dai sedili dal lato passeggero, tenendosi basse. Afferro il mio fucile d'assalto. Inserisco il caricatore e scarrello con un colpo secco che risuona metallico nel silenzio di quel mattino. Mi appoggio al cofano, il metallo ghiacciato sotto i palmi, e aspetto.
L'altro veicolo non tarda ad arrivare. I fari del pick-up tagliano quello che resta dell'oscurità e illuminano la struttura del ponte. Quando il guidatore si accorge che l'uscita è sbarrata dal nostro SUV e che il ponte è troppo stretto per svoltare, i freni fischiano disperatamente. Il bestione di metallo scuro scivola per qualche metro e si ferma a una ventina di passi da noi, con i fari puntati addosso.
Per un istante, c'è solo il rumore del vento e della neve. Poi le quattro portiere del pick-up si aprono all'unisono. Scendono quattro uomini. Cappotti pesanti, fucili da caccia e pistole abbassate, ma pronte. Si sparpagliano davanti al muso del veicolo, illuminati dai propri fari e dalla luce crescente dell'alba che restituisce ai loro volti dei tratti precisi invece di semplici sagome contro il buio. Riesco a leggerli come non avrei potuto un'ora fa: l'incertezza nei loro sguardi, il modo in cui uno di loro continua a spostare il peso da un piede all'altro. Si sentono forti. Sono quattro contro uno... almeno è quello che credono.
«Perché ci state seguendo?» chiedo. La mia voce è piatta, un'eco che fende l'aria gelida senza il minimo accenno di paura.
Uno di loro fa un passo avanti. Barba incolta, berretto di lana calato sugli occhi, l'aria di chi si crede un genio della tattica ma non ha ancora capito come funziona davvero questo mondo. «Credo che tu lo sappia il motivo,» risponde, stringendo il fucile a pompa. «Se hai quel SUV, sai che apparteneva ad altre persone. E quelle persone facevano parte del nostro gruppo. Dove l'hai preso?»
Non rispondo, tenendo il fucile appoggiato al cofano, la canna ancora puntata verso il basso.
L'uomo fa un altro passo, sorridendo.
«Possiamo risolverla in modo pacifico. Vista la situazione, vi conviene. Siamo più di voi.»
Faccio un piccolo sospiro, spostando il peso da una gamba all'altra, rilassando le spalle.
«Ah, sì?» mormoro, scuotendo leggermente la testa. «Beh, almeno c'è ancora qualcuno che ragiona in questo mondo. Sentiamo l'offerta.»
L'uomo allarga le braccia, compiacendosi del suo potere immaginario.
«È semplice. Ci riprendiamo il SUV, visto che appartiene a noi e in più ci prendiamo tutta la vostra roba — armi, cibo. E come ringraziamento, vi lasciamo andare a piedi. Non dovete fare altro che ascoltarci.»
Sbatto le palpebre, passandomi la lingua sui denti. Mi prendo il mio tempo. Lascio che il freddo e il silenzio si impossessino della scena, annuendo lentamente.
«Sì... ammetto che siete gente generosa,» dico, abbassando lo sguardo sui miei anfibi coperti di neve, come se stessi davvero valutando l'offerta.
«Gente difficile da trovare, di questi tempi.»
Rialzo la testa, e il finto calore sparisce completamente dai miei occhi. «Però a noi questo accordo non sta bene.»
Uno degli altri uomini accanto al capo fa un mezzo sorriso e alza il fucile, ma il suo leader gli fa cenno di abbassarlo. «E allora che proponi?»
Pianto i miei occhi nei suoi.
«In realtà io volevo chiedervi di darci la vostra roba.»
Il sorriso dell'uomo sparisce all'istante. Un'incertezza improvvisa cala sui quattro, un brivido che non ha niente a che fare con la neve. Li lascio cuocere in quel silenzio per un secondo.
«Solo che...» continuo, inclinando leggermente la testa, «non vorrei uccidere nessuno di voi.» Faccio una pausa calcolata. «Nessun altro... di voi.»
Il capo sgrana gli occhi, realizzando in quell'istante la morte dei suoi compagni. Stringe il fucile, il viso contorto dalla rabbia. «Credi di essere spiritoso, str—»
BAM.
Non gli lascio finire la frase. Sollevo l'arma e premo il grilletto in una frazione di secondo. Il proiettile gli trapassa il cranio proprio sopra l'occhio destro. L'impatto gli fa saltare via il berretto di lana, sbalzandolo all'indietro contro la griglia del suo stesso pick-up. Si accascia a terra, morto prima ancora di capire cosa sia successo.
Il tuono dello sparo strappa in due l'aria fredda del mattino. Mi abbasso istantaneamente dietro il muso del SUV, mentre gli altri tre uomini, colti dal panico puro, aprono il fuoco alla cieca.
I proiettili fischiano e martellano contro la carrozzeria. I vetri, già compromessi, esplodono in una pioggia di schegge, e scintille arancioni schizzano dal metallo del nostro veicolo, mescolandosi ai fiocchi di neve che continuano a cadere, indifferenti a tutto.
Mi sporgo rapidamente dal lato della ruota e sparo una raffica di colpi, costringendoli a tuffarsi dietro le portiere del loro pick-up per salvarsi la vita.
«Tenete la testa bassa!» urlo.
Clementine è già rannicchiata dietro la ruota posteriore, la pistola stretta a due mani, il respiro calmo, quasi meccanico. Meave, invece, è crollata. Al primo sparo, le sue gambe hanno ceduto del tutto. È scivolata con la schiena contro la portiera del SUV fino a sedersi nella neve. Si preme violentemente le mani sulle orecchie, gli occhi chiusi con forza e il respiro che le esce spezzato. Il rumore degli spari, la violenza improvvisa. Le hanno procurato un attacco di panico nel bel mezzo di uno scontro a fuoco.
Mentre i proiettili martellavano contro la fiancata del nostro SUV, mandando in frantumi quel poco che restava dei finestrini, il mondo attorno a me rallentò. Smisi di sentire il freddo della neve. L'udito filtrò il caos, isolando i suoni utili: il rumore dei calibri, la distanza degli spari, le direzioni. Sapevo esattamente cosa fare, come muovermi, come rispondere al fuoco. Ma ero fottutamente consapevole di un dettaglio vitale: non ero in un vero campo di battaglia e non avevo la mia squadra a coprirmi le spalle. Ero solo.
Con la coda dell'occhio vidi Meave. Era dietro la portiera del passeggero. Le mani premute sulle orecchie, gli occhi chiusi. Errore. Il metallo sottile di uno sportello non ferma un proiettile. Li rallenta appena, frammentandoli in schegge letali. Era un bersaglio seduto.
Mi abbassai sotto la linea di tiro, ignorando le scintille arancioni che schizzavano dalla carrozzeria sopra la mia testa, e strisciai verso di lei. La afferrai per il bavero del giaccone, strattonandola via dalla portiera con una forza brutale. Lei lanciò un urlo strozzato, ma la trascinai di peso fino alla gomma anteriore destra, schiacciandola contro il cerchione in lega e il blocco motore. Lì, dietro mezza tonnellata di acciaio pieno, era più al sicuro.
Le presi il viso con una mano guantata, costringendola a guardarmi. Tremava violentemente, il respiro rotto da singhiozzi di panico puro. «Meave...» sibilai, a pochi centimetri dal suo viso, cercando di perforare la sua bolla di terrore con la mia voce.
«Ho bisogno di te, cazzo, non adesso. Prendi quella cazzo di pistola e spara, spara a cazzo, anche davanti a te dove non c'è nessuno. Loro resteranno coperti sentendo gli spari.»
Le forzai l'arma tra le mani tremanti, chiudendole le dita attorno all'impugnatura. Poi mi voltai di scatto verso il retro dell'auto. Clementine era già abbassata dietro la ruota posteriore, la pistola stretta in modo quasi professionale, gli occhi fissi sui riflessi dei fari.
«Clem, anche tu,» le ordinai, il tono asciutto e militare. «Se ce la fai, però, spara verso di loro. Non mi interessa se li prendi o no. Alternati con Meave, se spara lei tu no e viceversa. Occhio ai colpi, contateli, ne avete quindici totali. Pronta?»
Clem fece un cenno secco con il capo.
«Fuoco!» urlai.
Meave chiuse gli occhi, cacciò un urlo disperato e tese il braccio, premendo il grilletto alla cieca. Bang! Bang! Bang! Il rumore della sua pistola si mescolò a quello, molto più misurato e mirato, di Clementine. Il volume di fuoco improvviso ebbe l'effetto sperato. I tre uomini rimasti, sorpresi dalla reazione violenta, smisero di sparare e si rannicchiarono dietro la carrozzeria del loro pick-up. Avevo creato il mio fuoco di copertura. Avevo ancora dei colpi nel caricatore, ma lo cambiai a prescindere. Non ho contato la raffica di prima e una delle prime cose che ti insegnano è che devi tenere sempre a mente quanti colpi hai nel caricatore.
Mi sollevai appena sopra la linea del cofano. Con un movimento automatico del pollice, spostai il selettore di fuoco del mio fucile d'assalto da raffica a colpo singolo. Non potevo permettermi il rinculo che avrebbe fatto impennare la canna, non con degli uomini nascosti dietro un riparo. Mi serviva una precisione chirurgica.
Appoggiai l'astina dell'arma sul metallo ghiacciato del cofano, allineando l'occhio al mirino olografico. E aspettai. Il ritmo degli spari delle ragazze era irregolare. Dopo sette o otto colpi, Meave si bloccò, il respiro mozzato. Clem, rispettando l'ordine, attese una frazione di secondo per capire se toccava a lei. In quel preciso istante di silenzio, il cervello dei nostri assalitori fece un calcolo sbagliato. Pensarono che stessimo ricaricando. Era il loro momento per contrattaccare.
Due sagome scure si alzarono simultaneamente dai lati opposti del pick-up, sollevando le armi. Non diedi loro il tempo di prendere la mira.
Respiro. Bang. Il fucile diede un colpo secco contro la mia spalla. Il primo uomo, quello a sinistra, si piegò all'indietro con un buco in mezzo al petto, il fucile da caccia che gli scivolava di mano. Spostai la canna di pochi millimetri verso destra. Il secondo uomo fece l'errore di guardare il suo compagno cadere e sgranò gli occhi, capendo di essere caduto in trappola.
Bang. Sparai il secondo colpo senza esitazione.
Il cranio gli scattò all'indietro e crollò sull'asfalto, sparendo dietro la ruota del suo veicolo.
Il terzo uomo, rimasto da solo e traumatizzato, si alzò in piedi scaricando tutto il caricatore contro la nostra carrozzeria, mentre avanzava contro di noi. Aveva già capito di essere morto, ma ha comunque tentato un colpo di fortuna. Restai giù aspettando quel momento di silenzio. Nel frattempo, spostai di nuovo il selettore di fuoco su raffica. Appena l'uomo smise di sparare, mi alzai di scatto e sparai una raffica di cinque, sei colpi contro l'uomo, attraverso i finestrini smembrati del SUV, per avere comunque una piccola copertura. L'uomo cadde a terra subito dopo. Senza un giubbotto tattico, morì sul colpo.
Abbassai lentamente il fucile. L'eco degli spari si dissolse, inghiottito dal sibilo del vento e dallo scricchiolio del metallo caldo che si raffreddava sotto la neve.
Tolsi il dito dal grilletto, inserii la sicura e lasciai pendere il fucile dalla cinghia tattica. Sospirai, sentendo l'adrenalina defluire bruscamente, lasciandomi i muscoli rigidi e un sapore metallico in bocca. Poi, un rumore pietoso attirò la mia attenzione.
Mi accostai alla ruota anteriore. Meave era raggomitolata su se stessa, la pistola caduta nella neve a pochi centimetri dai suoi stivali. Le ginocchia le arrivavano al petto. Tremava così forte che sentivo i suoi denti battere. Stava iperventilando, l'aria che entrava e usciva dai polmoni con piccoli fischi acuti, gli occhi sgranati e puntati nel vuoto, ancora intrappolati in quell'attimo di orrore assoluto.
Tornai in me. Il campo di battaglia svanì. Mi inginocchiai davanti a lei, incurante della neve bagnata che mi inzuppava i pantaloni, e feci scudo con il mio corpo contro il vento freddo che spazzava il ponte.
«Ehi,» mormorai, la voce roca ma estremamente dolce. Allungai le mani, togliendomi i guanti con i denti per poterle toccare la pelle fredda del viso. «Meave. È tutto finito. Ehi, guardami.»
Non reagiva, persa nel suo abisso. Le presi il viso con entrambe le mani, fermandole la testa, obbligandola a incrociare il mio sguardo. I miei pollici le sfiorarono gli zigomi bagnati di lacrime che non si era nemmeno accorta di stare versando.
«Non c'è più nessun pericolo, Meave. Ci siamo solo noi. Non ti farà del male nessuno.» Le accarezzai i capelli induriti dal gelo, avvicinando il mio viso al suo. «Ascoltami. Segui il mio respiro.» Inspirai profondamente, in modo esagerato, facendole vedere il movimento del mio petto. «Andiamo. Fallo con me. Dentro e fuori.»
Ci vollero diversi tentativi. I suoi polmoni sembravano bloccati in uno spasmo, ma lentamente, aggrappandosi al mio sguardo come a un'ancora di salvezza, il suo petto iniziò a sollevarsi in modo meno disordinato. Un respiro tremante. Poi un altro. Quando finalmente la morsa del panico si allentò, le sue spalle cedettero di schianto. Si lasciò cadere in avanti e io la afferrai al volo, stringendola forte contro il mio giaccone, avvolgendole le braccia attorno alla schiena.
Potevo sentire il battito frenetico del suo cuore contro il mio petto, mentre affondava il viso nel mio collo, stringendo il tessuto della giacca con i pugni. «Va tutto bene,» le sussurrai all'orecchio, tenendola stretta al sicuro in mezzo a quell'inferno di neve e sangue. «Sei stata brava. Va tutto bene.»
Mi staccai lentamente da Meave, allentando la presa appena sentii che il suo corpo aveva smesso di tremare in modo incontrollabile. Le accarezzai un'ultima volta la spalla, poi mi alzai in piedi, mentre il freddo pungente tornava a mordermi il viso.
«Clem, resta qui vicino a lei,» ordinai a bassa voce. La ragazzina annuì, rinfoderando la pistola e accovacciandosi accanto a Meave per metterle una mano sulla schiena.
Mi voltai verso la carneficina che avevo lasciato sull'asfalto del ponte. L'addestramento non finiva con l'ultimo sparo; l'approvvigionamento era essenziale. Camminai verso i corpi macchiati di neve e sangue. Raccolsi un fucile a pompa — molto utile negli scontri ravvicinati — e tutte le munizioni compatibili con le nostre armi. Sfilai anche i due giacconi più pesanti e intatti: puzzavano di sudore, ma sarebbero serviti come ottime coperte aggiuntive.
Mentre mi chinavo sul secondo uomo, un gorgoglio umido ruppe il silenzio. L'uomo a cui avevo sparato al petto era ancora vivo. Era riverso sulla schiena, con le mani premute disperatamente sul buco scuro da cui la vita gli stava colando via, macchiando la neve di un rosso scuro e fumante. Si contorceva, i talloni che raschiavano l'asfalto in uno spasmo di puro dolore.
Mi avvicinai a passi lenti e mi fermai sopra di lui, bloccandogli la visuale del cielo buio. Lui spalancò gli occhi iniettati di sangue. Provò a parlare, ma dalla bocca gli uscì solo una bolla cremisi che gli colò lungo la barba.
«"Non dovevate fare altro che ascoltarci", giusto?» mormorai, la voce piatta e priva di qualsiasi empatia, rigirando la stessa minaccia del loro leader. Inclinai leggermente la testa e lo afferrai per i capelli. «Vedi cosa c'è scritto qui?» indicai la scritta "U.S. Navy" sul mio petto. «Credi che questa roba l'abbia rubata in un negozio? Ci vogliono due palle gigantesche per sfidare un Navy SEAL, oppure bisogna essere dei completi idioti.» Feci una pausa, estraendo il coltello tattico dal fodero sul petto. La lama nera opaca non rifletteva la luce. «Ho ucciso più persone io di quante tu ne abbia mai viste nei film. Ho fatto cose che tu neanche oseresti immaginare... e speravi davvero che tu e il tuo piccolo gruppetto di esaltati sareste riusciti a uccidermi?»
L'uomo fu scosso da un singhiozzo umido, un rantolo disperato di chi capisce di aver fatto una cazzata madornale. Non gli diedi il tempo di soffrire oltre. Mi calai su di lui e affondai la lama con precisione chirurgica alla base del cranio. Il suo corpo si afflosciò del tutto.
Pulii la lama sul suo cappotto, la rinfoderai e mi alzai, spostando l'attenzione sui veicoli. Il nostro SUV era un colabrodo. La fiancata era butterata dai fori dei pallettoni, la ruota anteriore era a terra, il lunotto posteriore ormai uno scheletro di plastica e nastro adesivo.
Mi diressi verso il loro pick-up, un grosso Dodge scuro. Era massiccio, solido, con tutti i finestrini intatti e le portiere rinforzate da blindature artigianali. Aprii lo sportello del guidatore. Le chiavi erano ancora nel quadro. Le girai di uno scatto. Il cruscotto si illuminò di un bagliore arancione: l'indicatore del carburante segnava tre quarti di serbatoio. Un lusso. Sgranai gli occhi. Se giravano con tutta quella benzina, significava che avevano accesso a scorte importanti, probabilmente con un gruppo molto più grande e organizzato alle spalle. Aprii lo sportellino del carburante e notai l'etichetta sbiadita accanto sul tappo: Diesel. Esattamente come il nostro SUV.
Tornai dalle ragazze, con il passo molto più leggero. «Spostiamoci,» dissi, gettando a terra i giacconi recuperati. «Meave, alzati, andiamo via da questo schifo. Clem, prendi il tubo di gomma e la tanica. Sifona quel poco di carburante rimasto nel SUV, io trasferisco le nostre armi e il cibo. Prendiamo il loro pick-up. Almeno ha i vetri intatti e il riscaldamento funzionante.»
Dieci minuti dopo, il motore del Dodge rombava con una potenza rassicurante. Ingranai la retromarcia, sbloccai il passaggio dal ponte spingendo via di lato il muso del nostro vecchio SUV ormai abbandonato, e ripresi la provinciale, tornando sulla rotta originale per aggirare Asheville.
L'abitacolo del pick-up era spazioso e, per la prima volta da ore, caldo. L'aria bollente che usciva dalle bocchette iniziò a sciogliere il ghiaccio dai nostri vestiti e a dissipare la tensione accumulata. Clem si era sistemata sui sedili posteriori, circondata dai nostri zaini e dalle nuove armi. Meave era seduta accanto a me sul sedile del passeggero. Fissava il paesaggio desolato fuori dal parabrezza, con i lineamenti ancora rigidi.
Decisi di rompere quel silenzio pesante.
«Come ti senti?» le chiesi, tenendo la voce bassa, quasi intima.
Non rispose subito. Si strinse nel giaccone, incrociando le braccia.
«Come una che ha appena capito di essere inutile,» sussurrò. «Mi hai vista, Trevis. Se non ci fossi stato tu...»
«Ma c'ero,» la interruppi, con dolcezza. «E ti sei sbloccata. Hai sparato. Hai fatto la tua parte. La paura è un riflesso, Meave, non una colpa. Passerà.»
Lei fece un respiro profondo e tremante. Sganciò la cintura di sicurezza, scivolò lungo il sedile e accorciò la distanza tra noi, fino a premersi contro il mio fianco destro. Con un sospiro esausto, appoggiò la testa sulla mia spalla. L'odore dei suoi capelli, misto a tutto il resto, mi riempì le narici. Staccai la mano destra dal volante e la posai sulla sua gamba. Le strinsi delicatamente la coscia, un ancoraggio silenzioso. Sentii i suoi muscoli rilassarsi sotto il mio palmo.
Guardai lo specchietto retrovisore. «Clem,» chiamai, senza alzare troppo il volume per non disturbare Meave. «Apri la mappa. Dobbiamo capire quale sarà il prossimo buco in cui ci fermeremo. Evitiamo i centri grossi.»
Sentii il fruscio della carta plastificata srotolata sui sedili posteriori e il clic di una torcia. Clem studiò le linee nel buio per qualche minuto.
«Da qui stiamo andando verso il Tennessee, giusto?»
«Ehm... sì, sì, perché?» domandai.
«Perché se vogliamo aggirare Asheville, credo sia meglio passare da questo posto... Newport, che è in Tennessee,» disse Clem, non del tutto sicura. «Poi... possiamo ricollegarci a questa statale che ci porta a Johnson City. Da lì poi rientriamo in Carolina del Nord.»
«Newport e poi Johnson City,» ripetei, memorizzando il percorso. Annuii lentamente nel buio. «Va bene. Traccia la rotta, Clem. Speriamo solo che in Tennessee siano più accoglienti.»
Il tragitto verso nord fu una desolazione totale, la strada era completamente libera e veniva lentamente inghiottita dal bianco. Non parlavamo molto. Il riscaldamento del pick-up ronzava in sottofondo, ma non bastava a sciogliere il gelo che Meave si portava dentro dalla sparatoria sul ponte. Teneva lo sguardo perso oltre il finestrino, i lineamenti tesi come corde di violino. Tolsi la mano dal cambio e la posai sulla sua, stringendole le dita fredde. Lei non si voltò, ma intrecciò le sue dita alle mie, aggrappandosi a quella stretta come a un'ancora.
La tormenta stava peggiorando; i fiocchi si schiantavano contro il parabrezza trasformandosi in una cortina opaca. Dovevamo fermarci. Clementine mi diede le indicazioni da dietro, seguendo la mappa con la torcia. Lasciammo la statale imboccando la Route 1521. Dopo qualche miglio a velocità ridotta, i fari illuminarono un cartello di legno marcio piegato su un lato: 718 Ransom Creek.
Sterzai, infilando le grosse gomme del Dodge in una stradina sterrata che si addentrava nel bosco. Era un piccolo complesso residenziale isolato. C'erano tre case in legno scuro, ma il tempo e l'abbandono le avevano quasi restituite alla foresta. Una era completamente crollata su se stessa, il tetto sfondato dal peso di un vecchio pino caduto. Le altre due sembravano in piedi, ma emanavano un'aura di desolazione assoluta.
Parcheggiai nel cortile della casa che sembrava più stabile. Spensi il motore e il silenzio ci cadde addosso, rotto solo dal fischio del vento tra i rami scheletrici. L'erba intorno alla veranda era altissima, incolta e completamente cristallizzata dal gelo. Il fango del vialetto si era indurito, formando profonde pozzanghere di ghiaccio sporco, costellate di rami spezzati e foglie morte intrappolate sotto la superficie scivolosa. Il cielo sopra di noi era una lastra di piombo informe. Niente sole, niente ombre. Solo un grigio opprimente che toglieva i colori al mondo.
«Vediamo se c'è un posto dove fermarci per oggi,» dissi, sganciando la cintura. «La neve comincia a farsi fitta e non sembra voler smettere. Dobbiamo stare al coperto.»
Scesi dal pick-up e feci il giro per aprire lo sportello a Meave.
Clem ci seguiva a un paio di passi di distanza. I gradini della veranda erano marci. Aprii la porta d'ingresso con una spallata decisa. La serratura cedette con uno schiocco secco. L'interno odorava di polvere stantia, legno umido e abbandono. La luce grigia filtrava a stento dalle finestre incrostate di sporco. Iniziammo a perlustrare l'ambiente: una piccola cucina, un salotto con i divani coperti di lenzuola logore, un corridoio buio.
Sembrava tutto vuoto. Una tomba silenziosa. Finché, dal fondo del corridoio, un tonfo sordo fece vibrare il pavimento.
Meave lanciò un piccolo gemito di terrore e si aggrappò al mio giaccone.
«Shh,» le sussurrai, alzando il mio fucile. «Ci sono io. Clem, coprimi le spalle.»
Avanzai lentamente verso l'ultima porta in fondo al corridoio. Era una porta scorrevole, tipica delle vecchie cabine armadio o dei bagni in camera. Da dietro il legno leggero arrivò un raschiare umido. Poi un respiro gorgogliante, spezzato, inconfondibile. Un errante.
«Restate indietro,» ordinai.
Afferrai la maniglia della porta scorrevole e tirai con forza verso sinistra. L'errante cadde in avanti, letteralmente incapace di reggersi in piedi. Piombò sul pavimento di legno con un rumore di ossa secche. Abbassai la canna del fucile, ma non premetti il grilletto. La creatura che strisciava ai miei piedi era uno spettacolo pietoso. Era rimasto chiuso là dentro per anni. Senza stimoli, il suo corpo era andato incontro a una mummificazione innaturale. La pelle era grigia, tesa,, le labbra inesistenti, gli occhi ridotti a cavità buie. I vestiti — una camicia a righe bianche e blu sbiadita e dei jeans — gli pendevano addosso come su uno spaventapasseri. Provò ad allungare una mano ossuta verso i miei stivali, aprendo la bocca sdentata in un rantolo debole. Non mi spiegavo come diavolo facesse ancora a muoversi. Era tenuto insieme solo da quel fottuto virus.
Non sprecai un proiettile. Mi bastò sollevare un piede e schiacciargli la testa. Lo afferrai per il colletto della camicia. Pesava sì e no trenta chili. Lo trascinai per i piedi lungo il corridoio, fuori dalla porta d'ingresso, e lo gettai oltre la veranda, lasciando che la neve iniziasse a seppellirlo in mezzo alle foglie morte.
Quando rientrai, chiudendo la porta per bloccare lo spiffero gelido, trovai Meave seduta sul bordo del divano in soggiorno. Si stava massaggiando le tempie, gli occhi chiusi. Mi avvicinai e mi sedetti accanto a lei, passandole di nuovo un braccio attorno alle spalle per trasmetterle un po' di calore.
Il mio sguardo cadde sul tavolino basso di fronte a noi. C'era uno strato di polvere spesso un dito, ma al centro spiccava una cornice di legno scuro, ribaltata a faccia in giù. Allungai la mano libera e la sollevai.
Passai il pollice sul vetro opaco, togliendo il grigiore del tempo. Era una fotografia. Una famiglia. C'era una donna dai lineamenti dolci, due bambini biondi di forse sei e otto anni, e un uomo che teneva le braccia attorno a loro. Indossava la stessa camicia a righe. Aveva gli stessi lineamenti, più gonfi e sorridenti, di quell'ammasso di ossa secche che avevo appena buttato in cortile.
Guardai la foto, poi la porta in fondo al corridoio. La storia si scriveva da sola nella mia testa, un copione già visto mille volte in questo inferno. Forse era stato morso mentre cercava provviste. Forse aveva capito cosa gli stava succedendo e, per salvare la moglie e i figli, si era chiuso a chiave nel bagno, isolandosi, condannandosi a consumarsi nel buio mentre ascoltava i suoi cari fuggire o, peggio, morire.
Un senso di oppressione mi strinse la gola. Rimisi la cornice sul tavolino a faccia in giù. Non c'era bisogno di guardare oltre. Quel mondo grigio, quel freddo che paralizzava le ossa, le case marce e le foto sbiadite... era tutto un cimitero.
Attirai Meave un po' più vicina a me, sentendo il suo respiro posarsi sul mio petto. Non le dissi nulla della fotografia. In quel momento, l'unica cosa che contava era il calore del suo corpo contro il mio, la prova tangibile che, in mezzo a quella desolazione assoluta, noi tre eravamo ancora vivi.
Il divano scricchiolò mentre Meave si sistemava meglio contro il mio fianco. L'oscurità della stanza era rotta soltanto dalla luce grigia che filtrava dalla finestra, ma potevo sentire il suo sguardo fisso sul mio profilo, pesante, carico di domande che fino a quel momento aveva tenuto a freno.
«Non riesco a capire cosa tu sia veramente...» mormorò, la voce appena un sussurro che fendette il silenzio stantio della casa. «Come fai? Come fai a uccidere qualcuno e poi continuare la tua vita come se niente fosse?»
Fissai il punto nel vuoto dove fino a pochi minuti prima si trovava la fotografia della famiglia. Passai le dita sulla sua spalla, stringendola piano.
«Era il mio lavoro, Meave. Ero un Navy SEAL,» dissi con calma. «Quando sei in missione non hai molto tempo per pensare, sai? Uccidi o vieni ucciso, la guerra è questa. I primi sono i più difficili da mandare giù, ma poi... diventano solo numeri. Statistiche con cui vantarti con i compagni per convincere te stesso che non ti stiano logorando dentro.»
Lei si scostò leggermente per guardarmi in viso. «Ma non hai mai paura?»
«La paura c'è sempre,» risposi, voltandomi verso di lei. «Impari solo a nasconderla. A schiacciarla in fondo allo stomaco prima che ti faccia tremare le mani.»
Meave deglutì a fatica.
«Quante persone hai ucciso?»
Pesai ogni parola prima di pronunciarla, rispolverando fantasmi che cercavo di tenere chiusi in una scatola. «Cinquantadue confermate. Undici non confermate, durante la guerra. Dopo che il mondo è crollato ho smesso di contarle... ma sicuramente più di dieci. Quando fai parte di una comunità in questo nuovo mondo, sei sempre in guerra con qualcuno.»
«Te li ricordi tutti?»
Scossi lentamente la testa. «No. Non tutti.»
I suoi occhi si strinsero, un misto di sconcerto e dolorosa curiosità. «Come fai a non ricordarli? Le hai uccise quelle persone, Trevis.»
«Ti ricordi i primi,» le spiegai, abbassando la voce, lasciando che la verità nuda venisse a galla. «Ti ricordi le facce, i dettagli minimi, quello che stavano facendo un istante prima di morire. Io operavo principalmente come cecchino. Li guardavo attraverso un'ottica da otto ingrandimenti prima di premere il grilletto. È lì che capisci che davanti a te non ci sono più le sagome di carta dell'addestramento, ma esseri umani. Ma se non spari tu, muori tu. O muoiono i tuoi compagni. E allora spari... spari proprio perché hai una gran paura. Ma non è una cosa per tutti. Ti mangia la testa se non impari a mettere da parte le emozioni.»
Meave rimase in silenzio, ma il suo sguardo non era più spaventato. Era pieno di una comprensione profonda, quasi dolorosa. Allungò una mano e mi sfiorò la guancia, la sua pelle calda in contrasto con il gelo della stanza.
«Mi dispiace,» sussurrò.
Non dissi nulla. Ridussi la poca distanza che ci separava. Le sue dita scivolarono dietro la mia nuca mentre le mie mani le cercavano il viso, d'istinto, come se l'unico modo per scacciare l'orrore di quelle storie fosse sentire che lei era lì. La baciai, le sue labbra erano calde nonostante il freddo opprimente, un bacio lento carico di disperazione, impregnato di tutto quello che avevamo visto e della consapevolezza che il domani non era garantito a nessuno.
Il piano di legno scricchiolò bruscamente sopra di noi, seguito da passi leggeri che scendevano le scale.
«È tutto a posto,» disse la voce di Clementine dall'ingresso del soggiorno. «Il piano di sopra è vuoto e le finestre sono—»
Ci staccammo di scatto, voltandoci verso di lei.
Clem si bloccò a metà strada, il braccio con la torcia che calava lentamente lungo il fianco. Sbatté le palpebre un paio di volte, con un'espressione di puro e spiazzato imbarazzo
«Oh... scusate...» disse, facendo mezzo passo indietro come se volesse ripartire verso le scale. «Finisco di dare un occhiata sopra.»
Il momento di tensione si spezzò all'istante. Meave si portò una mano alla bocca e scoppiò in una risata genuina, cristallina, la prima vera risata che le sentivo fare da giorni.
«No, Clem, resta!» le disse Meave, asciugandosi una lacrima d'imbarazzo mentre cercava di ricomporsi sul divano. «È tutto a posto.»
La sera arrivò subito. Quando la luce grigia oltre i vetri sporchi si spense, lasciando il posto al buio denso e assoluto della notte, il silenzio della casa si fece quasi rassicurante. Clem decise di ritirarsi al piano superiore, dove aveva trovato una camera con un letto ancora intatto. Aveva il sonno leggero e la pistola carica sul comodino. Eravamo al sicuro, per quanto quella parola potesse avere ancora un senso.
Rimasti soli nel soggiorno, io e Meave aprimmo il vecchio divano-letto. I cardini arrugginiti stridettero, ma quando il materasso si distese, lei ci passò sopra una mano, quasi incredula. Era logoro, impolverato e sapeva di chiuso, ma in quel mondo di asfalto ghiacciato e sedili d'auto, ci sembrò un fottuto lusso.
«Oddio, un materasso... è un sogno.» disse Meave.
«Sì dai, meglio di niente...»
«Dio, che eterno insoddisfatto che sei.»
Ci raggomitolammo sotto le coperte che avevamo recuperato e i nostri giacconi. La regola era sempre la stessa: fare a turni per la guardia. Fui io il primo a chiudere gli occhi, sprofondando in un sonno vigile, di quelli in cui un orecchio resta sempre teso.
Quando arrivò il mio turno di vegliare, mi misi seduto contro lo schienale, tenendo il fucile appoggiato sulle ginocchia. Meave scivolò sotto le coperte, cercando di riposare. Ma il freddo pungente di quella casa senza riscaldamento era implacabile. La sentivo rigirarsi, con respiri corti e tremanti.
Dopo l'ennesimo sospiro frustrato, si girò verso di me, gli occhi che brillavano nella penombra.
«Ho freddo, non riesco a dormire,» sussurrò. «Posso stare attaccata a te?»
Feci finta di pensarci su, mantenendo il mio solito tono distaccato. «Se proprio insisti...»
Le feci spazio al mio fianco, ma Meave non si limitò ad accoccolarsi. Con un movimento fluido e inaspettato, si sollevò e si mise a cavalcioni su di me, bloccandomi tra le sue gambe. Il peso del suo corpo era caldo, urgente.
«La vuoi smettere di fare il musone ogni volta?» sussurrò a un millimetro dal mio viso. Il suo respiro mi sfiorò la pelle, carico di un'elettricità che spazzò via ogni pensiero di sopravvivenza.
I suoi occhi si muovevano come se mi stesse osservando davvero per la prima volta.
«Scaldami ora.»
Non ci fu bisogno di aggiungere altro. La tirai a me, e le nostre bocche si cercarono con una fame che andava oltre il semplice desiderio. Era un bisogno viscerale di sentirsi vivi, di aggrapparsi a qualcosa di umano in mezzo alla morte. L'attrazione divampò come un incendio in una foresta secca. Meave iniziò a muoversi lentamente sopra di me, un attrito che mi mandò il sangue al cervello. Sotto le coperte, le mie mani si infilarono sotto il lembo del suo maglione pesante. La sua pelle era bollente in contrasto con le mie dita fredde. Le accarezzai la schiena, risalendo, fino a prenderle il petto. Meave inarcò la schiena con un respiro profondo e tremante che mi si infranse contro le guance.
Le sue mani, intanto, armeggiavano con i bottoni e la zip del mio giaccone, spingendo via gli strati di stoffa ruvida per trovare la mia pelle. Le dita si infilarono sotto la mia maglia e scorsero sui miei muscoli tesi, tracciando i contorni del mio petto con dolcezza.
In una lotta silenziosa contro l'aria gelida della stanza, ci liberammo solo dell'essenziale, restando avvolti nel bozzolo scuro di quelle lenzuola logore. La sentivo bagnata, pronta. Quando le sue mani scesero per guidarmi dentro di lei, il contatto fu una scossa che ci fece sussultare entrambi.
«Aah!» Il gemito di Meave le sfuggì dalle labbra, ma se lo soffocò all'istante, premendosi il palmo della mano sulla bocca per non farsi sentire da Clem al piano di sopra.
Facemmo l'amore per la prima volta su quel divano sfondato, in un ritmo lento, profondo e disperato. I nostri volti erano vicinissimi, i nostri respiri si mescolavano nell'oscurità, scaldandoci a vicenda, scacciando il gelo dell'inverno e gli orrori della giornata.
Presi Meave per i fianchi e, ribaltando la situazione, entrai di nuovo in lei spingendo con più foga.
«Ah! Trevis!» ansimò a bassa voce. Lei mi prese il viso con entrambe le mani.
«Non finire dentro... ti prego,» mi sussurrò all'orecchio, la voce rotta dal piacere e dalla necessità pratica di un mondo in cui una gravidanza significava quasi certamente una condanna a morte. Le accarezzai i capelli sudati, annuendo in silenzio, stringendola forte mentre acceleravo, perdendomi nel suo calore fino ad arrivare al limite e tirarmi fuori, crollando infine sfinito sul materasso accanto a lei.
Restammo lì per lunghi minuti, a guardarci negli occhi, con i respiri affannosi, avvolti nella pesantezza soddisfatta di chi si è appena ricordato cosa significa essere umani. Il sudore cominciava già a raffreddarsi sulla pelle sotto le coperte pesanti.
Meave mi guardò ancora per qualche secondo nel buio, poi storse leggermente il naso, con un mezzo sorriso stanco che le increspava le labbra.
«Mio Dio... fatti una doccia, ti prego,» sussurrò.
Soffocai una mezza risata, passandomi una mano sul viso.
«Prima di accusarmi, forse dovresti annusarti da sola.»
«Sei insopportabile.»
«Anche tu, solo che oltre a essere insopportabile puzzi e russi.»
La sentii ridacchiare piano, poi il silenzio tornò a riempire la stanza.
[CONTINUA...]
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