Sotto la Tua guida - Capitolo 21 • I

di
genere
dominazione

Settimana dal 10 al 11 agosto

10 Agosto 2026
Le mie mattine avevano ormai trovato un equilibrio tutto loro e quella che, poche settimane prima, mi era sembrata una rivoluzione, adesso era semplicemente diventata la mia normalità. Anche quel lunedì seguì lo stesso ritmo.
Quando terminai il nostro incontro raggiunsi direttamente il centro commerciale, affrontai il turno lavorativo e, una volta uscita, tornai a casa per prepararmi alla serata.
Quella notte era la notte di San Lorenzo. E come ogni anno avevamo organizzato di ritrovarci tutti in un locale sulla spiaggia. Sarebbe stata una serata fatta di musica, qualche drink e, soprattutto, della solita compagnia che ormai da anni rendeva speciali le mie estati.
Nel pomeriggio Emma, Giulia e Beatrice mi raggiunsero a casa. Come accadeva spesso prima delle serate importanti, avevamo deciso di prepararci tutte insieme. Tra vestiti sparsi sul letto, trucchi aperti sul mobile e musica in sottofondo, la mia stanza si riempì rapidamente di risate e confusione.
Quella sera il tema era un richiamo alle stelle cadenti: qualche punto luce sugli occhi, un po' d'illuminante in più e piccoli dettagli luminosi sul corpo che, almeno nella nostra testa, ci avrebbero fatto brillare quanto il cielo che speravamo di osservare più tardi.
Verso le nove sentimmo i clacson delle macchine dei ragazzi provenire dalla strada e poco dopo arrivammo al locale sulla spiaggia. L'atmosfera era esattamente quella che ci aspettavamo: le luci soffuse illuminavano la spiaggia senza coprire il cielo, la musica arrivava fino al mare e il rumore delle onde riusciva ancora a farsi sentire tra una canzone e l'altra.
Dopo esserci salutati con alcuni ragazzi che conoscevamo già, trovammo un tavolo libero vicino alla passerella di legno e ci sistemammo lì. Ordinammo qualcosa da bere e iniziammo a chiacchierare. Ogni tanto qualcuno alzava lo sguardo verso il cielo.
«Secondo voi quando inizieranno a vedersi?» chiese Beatrice.
«Con la fortuna che abbiamo...» rise Lorenzo. «Aspetteremo tutta la notte e non ne passerà nemmeno una»
«Allora esprimete il desiderio in anticipo» ribatté Tommaso ridendo. «Così, se arriva una stella, siamo già pronti»
Scoppiammo tutti a ridere.
Qualche ora dopo, eravamo sdraiati sulla battigia a guardare il cielo, quando Emma urlò indicando un punto.
«Lì! L'avete vista?»
Una sottile scia luminosa attraversò il cielo e sparì nel giro di pochi secondi.
«Esprimete un desiderio!» disse subito Giulia.
Sorrisi e chiusi gli occhi per un istante.
Desiderai semplicemente di non perdere mai quella leggerezza, quelle risate senza un motivo e gli amici con cui bastava una spiaggia, un po' di musica e il cielo sopra la testa per sentirsi bene.
Per un attimo il mio pensiero corse anche a Marco. Desiderai soltanto di riuscire a conservare entrambe le parti della mia vita, perché in quel momento non mi sembrarono più due mondi così incompatibili.

11 Agosto 2026
La mattina seguente la sveglia tornò a suonare presto. Il desiderio espresso la sera prima mi accompagnò per tutta la notte.
Recuperai il telefono dal comodino, scattai la fotografia per Marco e gliela inviai, poi mi preparai con calma, bevvi l'acqua e uscii di casa quando fuori iniziava appena a fare giorno.
Alle sette e un quarto varcai il cancello di casa sua. Come sempre appoggiai borsa e chiavi sul mobile dell'ingresso e mi inginocchiai sul cuscino, con le mani dietro la schiena e lo sguardo rivolto verso il pavimento.
«Buongiorno, Padrone» pronta a iniziare il tutto.
Terminato il rituale del mattino, rimasi in attesa delle sue indicazioni.
Marco mi osservò.
«Oggi non hai il turno prima di questo pomeriggio»
Conosceva perfettamente i miei orari.
«No, Padrone»
«Allora oggi non abbiamo motivo di guardare continuamente l'orologio»
Quelle parole bastarono a farmi capire che avevamo tutto il tempo davanti a noi.
Senza aggiungere altro, mi indicò di seguirlo. Mi incamminai dietro di lui verso la stanza da letto, lasciando che fosse lui, come sempre, a guidare il ritmo di quella mattina.
Avendo i polsi bloccati, li sganciò un attimo e mi spogliò dei miei abiti e del mio intimo, ormai non provavo più nessun imbarazzo a farlo davanti a lui e una volta nuda, li riagganciò e mi fece sdraiare sul letto. Come capitava sempre ultimamente, mi inserii il plug nel culo, così che potessi continuare il mio allenamento. Anche se, anche quella misura iniziava a starmi troppo comoda, ma non dissi nulla.
«Oggi risponderai a delle domande» mi annunciò una volta finito «Ma lo farai in un modo diverso»
Quelle parole attirarono subito la mia attenzione. Recuperò dai cassetti una corda, me la mostrò e salendo sul letto inizio a farmi la prima domanda.
«Parlami di ieri sera» disse con voce calma, quasi come se quella fosse una conversazione normale, mentre passava la corda attorno alla caviglia destra.
Io lo osservai sentendo il cuore accelerare. «È...stata una bella serata, Padrone» dissi con voce bassa per via di ciò che stava facendo. Era la prima volta che venivo legata e non sapevo cosa aspettarmi da ciò.
«È successo qualcosa di particolare?» continuò a chiedermi, passando ora all'altra caviglia.
Provai a ripensare alla serata, ma i suoi gesti mi distraevano. Impiegai qualche minuto prima di parlare «No, niente di particolare»
«Hai espresso un desiderio?»
Quella domanda mi sorprese. Anzi quella conversazione mi sorprese. Stonava perfettamente con i suoi gesti. Sentii la tensione salire, quando agganciò un'altra corda alla polsiera e sentii le braccia tirare verso la spalliera del letto, alla quale aveva agganciato la corda.
Provai a controllare il respiro, ma fallì. «Sì, Padrone, l'ho...l'ho fatto» risposi con voce tremante.
A quel punto Marco si allontanò un po' e osservò il suo lavoro. Ero totalmente nuda, con un diamantino che mi allentava l'apertura anale e legata a un letto con le gambe divaricate. Ero alla sua completa mercé, ma questo non mi dispiaceva.
Si avvicinò e si abbassò fino al mio orecchio. «Vorrei chiederti quale fosse...» sussurrò con un filo di voce «...ma i desideri, per definizione, non si rivelano»
Trattenni inconsapevolmente il fiato. In quel momento ero un misto tra tensione per ciò che sarebbe successo ed eccitazione per il suo parlarmi sussurrando. E sono sicura che Marco tutto ciò lo notò, ma non disse nulla come era solito fare.
«Dimmi una cosa, Alice...» iniziò «Qual è stata la cosa più difficile da accettare da quando è iniziato questo percorso?»
«Che non potevo controllare tutto»
«E la cosa che ti è venuta più naturale?»
«Fidarmi di te, Padrone»
«E ti fideresti anche se ti bendassi?»
Ci pensai un attimo. «Si, Padrone»
A quel punto lo vidi aprire l'armadio e poi richiuderlo. Un istante dopo mi mostrò la benda e nascose dietro di lui un altro oggetto. La osservai fino a quando non si avvicinò e posizionò sui miei occhi la benda, oscurandomi la visuale.
Per qualche istante non sentii nessun movimento, solo il suo respiro farsi più vicino, finché non sentii la sua lingua calda sfiorarmi delicatamente la pelle del collo.
«Aah» Gemetti sospirando e mi irrigidii.
«Shh» Marco continuò a muoversi scendendo sul petto, al centro tra i seni stando attento a non sfiorarli, sull'addome, girò attorno all'ombelico. Poi si staccò e riprese il suo viaggio partendo da una coscia verso giù, fino al dorso del piede. In tutto ciò io non feci altro che muovermi, irrigidirmi in alcuni punti e gemere, e gemere.
Partendo da dove si era fermato, ovvero dal dorso del piede opposto, ripartì. La sensazione che provavo però era diversa. Non era più la sua lingua calda a percorrermi, ma qualcosa di più soffice, leggera. Non capii cosa forse, se non che quel contatto mi procurava un leggero solletico.
A quel punto continuò con le domande.
«Pensi di essere cambiata da quando hai iniziato questo percorso?» chiese risalendo con qualunque cosa fosse.
Sospirai e continuai a contorcermi i, forse più di prima. «Si» sussurrai.
«Si, cosa?» sussurrò al mio orecchio, mentre quella dolce tortura continuava lentamente.
«Credo di conoscermi meglio, Padrone e...» mugolai.
«E...continua» mi incitò riversando il suo respirò sul mio orecchio, attraverso le sue parole.
«E sto...sto imparando a capire chi sono davvero» risposi gemendo.
Marco rise. La sua risata mi arrivò dolce e sensuale all'orecchio. Con quel tocco e quei sussurri mi stava mandando fuori di testa. «E chi sei, Alice?» chiese mentre quell'oggetto iniziava a muoversi leggero sul mio addome.
Nonostante quei momenti, capii cosa mi stava chiedendo, ovvero se avevo davvero compreso tutto quello che avevo vissuto in quei mesi.
Gemetti e inspirando tutta l'aria che potevo, lasciai uscire ciò che ero «Sono la tua sottomessa, Padrone» lo pronunciai senza esitazione. «Sono la parte di me che si affida a te e, che sceglie di seguirti e di fidarsi di te, ogni singolo giorno»
Annuì soddisfatto «Brava la mia ragazza»
Continuò un altro po' a solleticare il mio corpo con quell'oggetto. Lo alternava su e giù, senza mai sfiorare i miei punti più sensibili, ovvero la figa e il seno. Era come una dolce tortura, che mi eccitava senza permettermi di esplodere. L'unica cosa che riuscivo a fare era mugolare e sentire il corpo vibrare a ogni passaggio.
«È una meraviglia vederti così inerme» disse fermandosi.
Sentii il viso scaldarsi. Con quelle poche mi stava facendo capire che, alla fine, aveva visto il percorso che avevo compiuto fino a quel momento.
«Ti terrei qui tutta la giornata» affermò. «Peccato che il tempo sia sempre troppo poco»
L'idea mi attraversò la mente per un attimo. Una parte di me avrebbe voluto chiedergli di non interrompere quel momento e stavo quasi per dirgli che avrei trovato una scusa per il lavoro, una qualsiasi scusa, pur di restare ancora lì a cedergli il controllo di me. Era una tentazione che, solo qualche mese prima, non avrei nemmeno immaginato di provare. Ma fu lui stesso a riportarmi con i piedi per terra, si fa per dire.
«Ho delle consegne da seguire e tu hai un turno di lavoro da rispettare»
Quella semplice constatazione mi riportò, quasi all'improvviso, alla realtà della giornata che ci attendeva. Con la calma che lo contraddistingueva iniziò ad aiutarmi a rimettermi in ordine. Sentii la benda scivolare via dai miei occhi. Sbattei più volte le palpebre, lasciando che la vista si riabituasse lentamente alla luce della stanza. Poi si portò ai piedi del letto, dove iniziò tra un mio sospiro e un gemito a giocare per qualche minuto col plug, finché non lo tolse definitivamente, approvando ciò che appariva al suo sguardo. Infine iniziò a slegare ogni singola corda e polsini, riaffidandomi la mia libertà di movimento.
In tutto ciò lo osservai in silenzio. Era curioso come riuscisse a passare, nel giro di pochi istanti, da una profonda intensità a una naturale quotidianità.
Quando ebbe finito, mi guardò un'ultima volta.
«Adesso vai a occuparti di tutto ciò che ho usato e poi rivestiti. Vado a preparare qualcosa di fresco da bere»
«Sì, Padrone»
Lo osservai allontanarsi dalla stanza, mentre io mi dedicai a fare esattamente ciò che mi aveva chiesto.
Rimisi ogni cosa al proprio posto, pulii con attenzione ciò che avevamo utilizzato e mi assicurai che la stanza tornasse ordinata, come se quella mattina non fosse mai accaduto nulla.
Fu proprio in quel momento che il mio sguardo cadde sull'oggetto che fino a poco prima aveva catturato tutta la mia attenzione. Lo raccolsi tra le dita: era una semplice piuma. La rigirai più volte, osservandola incuriosita e sorrisi tra me e me.
Per tutto quel tempo avevo cercato d'immaginare cosa fosse, costruendomi mille ipotesi, e alla fine era qualcosa di così semplice.
Eppure, nelle mani di Marco, anche una piuma era riuscita a diventare parte di una lezione. La riposi delicatamente dove l'aveva presa lui, mi rivestii e, una volta pronta, raggiunsi la cucina.
Marco era appoggiato all'isola, intento a terminare due bicchieri. Quando mi vide arrivare, ne fece scivolare uno verso di me.
«Bevi» lo osservai per un istante. L'acqua era resa leggermente opaca dalle fette di limone e alcune foglie di menta galleggiavano in superficie insieme a qualche cubetto di ghiaccio. Era fresca. «Limone e menta aiutano a rinfrescarti prima di affrontare il resto della giornata»
Sorseggiammo lentamente quella bevanda, ognuno in silenzio. Poi, quasi senza rendermene conto, gli rivolsi una domanda che mi girava in testa da diverso tempo.
«Padrone...»
Lui alzò appena lo sguardo dal bicchiere. «Dimmi»
Esitai qualche secondo. «La tua famiglia non trova strano che esci così presto quasi tutte le mattine? O che hai tutti questi incontri... senza lavoro?»
Marco accennò un sorriso. «No»
Lo disse con una naturalezza tale da farmi capire che aveva già pensato anche a quello.
«Da anni ho l'abitudine di allenarmi la mattina presto. Quando il tempo lo permette vado spesso a correre in spiaggia. Per chi mi conosce è assolutamente normale vedermi uscire a quell'ora»
Annuii lentamente. Fino a quel momento avevo sempre immaginato che, per riuscire a dedicare del tempo a noi, Marco dovesse fare chissà quali salti mortali.
«È un ottimo diversivo» continuò. «Nessuno sente il bisogno di fare domande se il comportamento è coerente con le abitudini che hai sempre avuto» rimasi ad ascoltarlo. «Per il resto...mi organizzo con il lavoro. Programmo le consegne, anticipo ciò che posso anticipare e sposto quello che può aspettare. Quando si organizza bene il tempo, un paio d'ore al mattino non fanno la differenza»
«Quindi è tutto... pianificato» risposi.
«Quasi tutto» fece una breve pausa. «Le uniche cose che non programmo mai sono gli imprevisti» disse ridendo.
Risi anch'io.
In quel momento mi resi conto che, forse, tutto ciò valeva anche per me. Dovevo semplicemente imparare a dare a ogni cosa il suo spazio. E, forse, era proprio quello che Marco stava cercando d'insegnarmi anche senza dirmelo.
Quando finii il bicchiere, lo posai sul piano dell'isola.
«Adesso puoi andare» disse.
Annuii. «Grazie, Padrone»
Lui accennò un lieve sorriso. «Ci sentiamo più tardi»
Ricambiai quel sorriso, raccolsi la mia borsa e mi avviai verso l'ingresso.
scritto il
2026-08-15
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